“La migliore offerta” di Tornatore secondo Tullia Bartolini

migliore offertadi Tullia Bartolini

‘La migliore l’offerta’, di Giuseppe Tornatore, fa davvero pensare e vale la pena  vederlo.

Ottima fotografia, sceneggiatura impeccabile, musiche di Ennio Morricone. Bravi tutti i protagonisti: Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Jim Sturgess. E’ davvero un bel film, non tanto ( e non solo) perchè c’è Geoffry Rush nei panni dello stimato esperto d’arte e battitore d’asta Virgin Oldman. Ma perché, con la forza delle grandi pellicole, lascia molte domande aperte e un senso di dolorosa consapevolezza.

Tornatore, qui, supera se stesso. E lo scrive una come me, che non lo ama particolarmente. La domanda che arriva spontanea, uscendo dalla sala, è:  si può fingere l’amore? La dissimulazione può riguardare i sentimenti? Secondo l’amico del protagonista sì. La vita è una commedia, dunque l’infingimento riguarda ogni sentimento umano. C’est tout.

Secondo Virgil, no. Proprio lui, maniaco dell’ordine, refrattario a ogni intimità, ci cade dentro con la ferocia di chi ha sempre avuto paura di rischiare. Lei – l’amata – è come lui: stesse paure, ferite antiche mai chiuse, vuol proteggersi dal mondo e da se stessa.

Ma c’è un ingranaggio, che è quello che muove tutte le esistenze, da cui non ci si può sottrarre. Forse l’inganno è nel meccanismo che ci agita, nella cieca inquietudine della biologia e degli ormoni. Oppure no: non si può non amare chi ci ama (‘amor c’ha nullo amato amar perdona’).

E’ solo questione di tempo (gli orologi del locale ‘Night and day’ di Praga), ma ‘qualsiasi cosa accada, sappi che io ti amo’, come dice la donna a Virgil in una delle scene più importanti del film.

Viene in mente un bellissimo racconto di Hermann Hesse, di cui non ricordo il titolo, nel quale un pittore si stupisce dell’interpretazione che è stata data alle sue tele: l’arte è così, tocca animi diversi tra di loro, racconta verità modulabili a seconda del momento e delle persone che l’ intercettano o che ne godono. Non appartiene mai neppure all’intenzione dell’artista, quando sa essere grande e, dunque, parafrasando Gurdjieff, oggettiva.

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