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	<title>Commenti a: I paradossi di Facebook: &#8220;Farmville&#8221; di Peppe Porcaro</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Di: L'uomo della strada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[L'uomo della strada]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 07:47:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Orgasmo per Facebook 

&amp; Tom Sawyer
-------------------------------------
Massimo Simeone


 Il racconto di Porcaro è molto gustoso e stimolante  per gli spunti di riflessione che offre.

 Personalmente non sono iscritto a Facebook (senza avervi peraltro alcuna preclusione ‘ideologica’),  e  davvero non riesco a capire tutto questo orgasmo per questo network, ora beatificato come la panacea di tutti i problemi dell’umanità,  ora demonizzato come il peggiore dei mali.

 E trovo singolare  che uno strumento nato  come album o annuario virtuale di foto di  vecchi compagni di corso che si cercano in tutto il mondo  per ritrovarsi e ricordare i bei tempi, venga  caricato di tante aspettative e significati, il che è come voler attribuire significati reconditi al fatto in sé di mettere una foto o ritratto  del tutto normale in un album e mostrarla  in giro e aspettarsi da ciò una palingenesi della società.

 Nel nome del network,  del resto, è contenuta l’essenza  dello stesso: facebook ossia libro, album di ritratti, di facce, di apparenze  di vite  o anche “wall”, parete informatica a propria disposizione dove esternare un proprio sè più o meno aderente alla realtà o posticcio, o veicolare pensieri  immagini, foto, suoni , filmati,  propri o d’altri,  secondo una comunicazione tendenzialmente breve ed informale, allo stesso modo in cui diffondiamo biglietti da visita o ns. succinte biografie  cartacee più o meno veritiere, o  chiediamo un parere lampo orale  su un nostro vestito, su una nostra idea  brevemente esposta a parole, o  una firma  in calce a liste  cartacee di candidati politici, a petizioni o manifesti di ogni genere, spesso neppure letti per insipienza dei firmatari e dolo/approssimazione dei proponenti, a cui magari molte volte interessa soltanto racimolare un tot di nomi di cui farsi forti per i propri scopi, senza vero interesse per le convinzioni, le idee  e i problemi delle persone che stanno dietro quei nomi.  

 Utilizziamo la scrittura e la carta  per comporre e stampare utili volumi di filosofia storia medicina, per scarabocchiare ghirigori senza significato  per vergare la lista della spese ,  per insulsi (…) e scollacciati calendari, per veicolare una pubblicità massiva e invadente che satura le cassette postali e i parabrezza delle macchine, per chiamare a raccolta i ns. simili e mobilitarli per una causa più o meno nobile, o eccitarli all’odio razzista … o invitarli alla nostra festa…  la colpa o i meriti  di tutto ciò sono  della carta e della scrittura?

Certo, come ammoniva Mc Luhan,  il mezzo è il messaggio, uno strumento di comunicazione non è mai neutro e occorre sempre analizzarlo a fondo per verificare in che modo esso  influisca  sul messaggio che si comunica,  e come condizioni  chi manda e chi riceve il messaggio, e se davvero si realizzi  con esso una comunicazione e un’interazione paritaria e bidirezionale .

[ Un insegnamento, sia detto tra parentesi, che mi aveva indotto a temperare  con alcuni spunti di riflessione critica l’entusiasmo di Alessio  che,  forse troppo affrettatamente,  appena qualche tempo fa celebrava enfaticamente il crollo del centralismo ideologico e informativo proprio del secolo scorso e l’avvento, nel  secolo XXI, della comunicazione orizzontale  propiziata dal web,  quasi alba di un nuovo ‘Rinascimento’; cfr. sul web  il commento dell’uomo della strada inviato il  16luglio2009 a

http://beneventoecosolidale.wordpress.com/2009/07/06/dal-crollo-del-centralismo-ideologico-ed-economico-una-cultura-per-il-xxi-secolo-bmagazine-artempori-magazine-giugno-09/    ]

Ma, in definitiva, almeno per i mezzi qui citati,  la colpa o i meriti sono essenzialmente di coloro che  utilizzano la carta e la scrittura… o Facebook: allo stesso modo, più o meno intelligente o sciocco, per fini nobili o ‘perversi’ o insulsi, possiamo  utilizzare o può essere utilizzato Facebook.  

 Che è poi, a ben vedere,  l’essenza del racconto  di Porcaro.

 Facebook, secondo la classificazione  antifrastica (e non sempre chiara e coerente) di McLuhan, ben potrebbe definirsi “strumento  di comunicazione freddo”,  pur con tutti i suoi limiti di utilizzazione (che son poi, mutatis mutandis, limiti  a cui è soggetto ogni strumento di comunicazione, ad esempio i limiti fisici della carta e della scrittura a inchiostro che condizionano la comunicazione con tali strumenti).

 In effetti Facebook è tendenzialmente uno strumento di comunicazione “a bassa definizione”, e  richiede un’alta partecipazione dell’utente per completare le informazioni non trasmesse .

Di base offre uno schema di comunicazione  davvero povero ed essenziale (che magari sarà utilizzato dall’utente ‘pigro’ e poco originale, quello stesso che magari scriverebbe alla fidanzata una lettera d’amore stereotipata,  o farebbe con gli amici una conversazione insulsa e piena di luoghi comuni, o assillerebbe il prossimo appena conosciuto con profferte di inviti a cena  e di altri passatempi non graditi), uno schema che però può essere arricchito e riempirsi di contenuti più originali ad opera di utenti esperti e non insipienti (e soprattutto disposti a esplorare e a misurarsi con le potenzialità del mezzo).

La qualità della comunicazione dipenderà quindi, in definitiva, dalla disponibilità di partecipazione  dell’utente,   ossia di chi manda  e di chi riceve  la comunicazione, dalla sua personalità più o meno complessa e originale, oltre che,  naturalmente, dal sua grado di cultura, dalla sua abilità informatica e dai mezzi tecnologici (ed anche economici) di cui può concretamente disporre.

 E d’altra parte deciderà l’utente di Facebook, pur nella gabbia strutturale imposta dal network, e con i vincoli tecnologici dello stesso, e in base alle abilità possedute, con quali parole, immagini, suoni, presentare sé stesso o magari  un’associazione,  e quali pensieri e contenuti veicolare nel network, e se e come rispondere alle sollecitazioni provenienti dal network medesimo o da qualche altra parte.

 Così, ad esempio, di fronte a un utente di Facebook che si presenta lapidariamente come fan de LA PATATA occorrerà verificare, analizzando tutto il suo profilo e gli amici, visitando compiutamente il suo  spazio,  se siamo in presenza  di un  vegetariano salutista entusiasta del nutriente tubero americano, o magari di un appassionato di musica  che dichiara la sua passione  per una band rock italiana  con quel nome, o se è  qualcun altro che vuol dirci qualcosa d’altro.

Oppure, di fronte ad un’utente che dichiara tra i suoi prodotti preferiti “la punta di cioccolato” di un noto gelato, qualcuno  particolarmente immaginoso potrebbe chiedersi se quell’utente stia  davvero rivelando  le sue preferenze gastronomiche o voglia significare chissà cos’altro; e magari essere indotto da questa curiosità, o magari dalla comune passione  per la cioccolata e i gelati, ad esplorare lo spazio di quell’utente  e a voler  diventare suo amico di network.

Mentre qualcun altro, più “impegnato” e votato alla salvezza del mondo, potrebbe scegliere di adempiere (al)la sua missione utilizzando il network per far conoscere i suoi commendevoli propositi e fare proseliti e mobilitarli al raggiungimento di tale nobile scopo, promuovendo in modo appropriato e consapevole raccolte di fondi e  altre iniziative idonee.

 Trovo anche  interessante un altro  spunto contenuto nel racconto di Porcaro, che fa giustizia di un luogo comune troppo spesso abusato, cioè quello della campagna come paradiso terrestre dove scorrono fiume di latte e miele e  frutti di ogni genere sorgono spontaneamente dalla terra per cadere senza sforzo nelle mani di allegre brigate di contadini che vivono in armonia con una  natura sempre benigna e serena,  e  con sé stessi e col prossimo, legati da indissolubili vincoli di fratellanza e solidarietà.

Questo mondo idilliaco  si sgretola impietosamente appena vien fuori la concreta realtà del duro lavoro dei campi, con cui nessuno, evidentemente, si vuole cimentare (ed infatti, nella realtà, appena possibile viene delegato alle macchine e ad una manodopera straniera  troppo spesso sottopagata), neppure l’ “amico” di Porcaro, pur misterioso abitatore della favolosa “Farmville”.

 Altresì Porcaro, evidenziando le pressanti e interessate  richieste che riceve dagli “abitanti” di “Farmville”  e la sua reazione o ‘contrattacco’, sembra metterci in guardia da quello che qualcuno ha chiamato “il principio di Tom Sawyer” ovvero la diabolica trappola del “Far voler fare”:  talvolta quelli che vogliono fare, in realtà, vogliono far fare, agli altri, per un proprio tornaconto,  un qualcosa che loro stessi non sono disposti a fare perché faticoso o noioso o che comunque torna ad esclusivo e preponderante loro vantaggio, presentandolo come qualcosa di vantaggioso per gli altri, mentre è vantaggioso solo per loro.

Come Tom Sawyer, il giovinetto creato dallo scrittore statunitense Mark Twain e protagonista dell’omonimo libro di avventure, che non ha voglia di dipingere la staccionata  –  una corvée a cui è stato comandato dalla zia Polly la mattina di un  assolato sabato d’estate, per punizione di essere rincasato tardi il giorno prima –   e allora “convince”  alcuni sprovveduti compagni di giochi a “divertirsi con lui” a dipingere la staccionata, presentandolo come un  passatempo davvero divertente;  persuade perfino ciascuno di loro a “pagarlo” con i loro modesti giocattoli per godere del ‘privilegio’ di partecipare  al suo bel  “gioco”. A metà pomeriggio di quel caldo sabato d’estate l’astuto monello, fresco e riposato, potrà consegnare alla zia la staccionata verniciata a puntino e avere una discreta quantità di piccoli giochi, cedutigli dagli amici, con cui si è trastullato tutto il tempo all’ombra di un albero, mentre i suoi “amici”, invece di giocare veramente, avranno lavorato per lui di sabato (cioè nel giorno, per di più estivo,  di festa e divertimento) e  si ritroveranno stanchi e e accaldati, tutti sporchi di vernice e “più poveri”.

 È come se prima ci venisse detto che  sì,  siamo tutti fratelli e sulla stessa barca e dobbiamo lavorare tutti  insieme per non affondare durante la tempesta e preservare la barca e noi stessi,  perché tutto ciò è bello, è utile, è necessario; e  poi, passata la tempesta, accorgerci   che la barca non è nostra ma di qualcuno altro,   che per stare in quella barca noi non riceviamo quasi niente e anzi  paghiamo un pedaggio, e che noi dobbiamo remare e lucidare la barca, mentre altri sono sul ponte  a godersi il sole e  scelgono la rotta e dove andare senza neppure chiedere il ns. parere,    anzi, possiamo essere buttati fuori bordo se non eseguiamo  ciò che ci viene comandato da loro, che una volta approdati, la vendita della barca che abbiamo contribuito a conservare viene  decisa da uno solo (il proprietario) e arricchisce solo lui, e così via.

Ne discende, ancora una volta, che la chiave di tutto è l’uomo e non la tecnologia  in sé, o il web e quant’altro, o le merci, e neppure la natura; un uomo che sia cosciente di sé e del prossimo, degli interessi in gioco,  dei propri limiti, e in funzione di sé,  del prossimo, degli interessi di tutti,   dei propri limiti (ad esempio, di controllo delle risorse naturali e dell’ambiente), sappia organizzare una vita e una società più giusta ed equa per tutti.■

 20-II-2010

Massimo Simeone -Benevento]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Orgasmo per Facebook </p>
<p>&amp; Tom Sawyer<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
Massimo Simeone</p>
<p> Il racconto di Porcaro è molto gustoso e stimolante  per gli spunti di riflessione che offre.</p>
<p> Personalmente non sono iscritto a Facebook (senza avervi peraltro alcuna preclusione ‘ideologica’),  e  davvero non riesco a capire tutto questo orgasmo per questo network, ora beatificato come la panacea di tutti i problemi dell’umanità,  ora demonizzato come il peggiore dei mali.</p>
<p> E trovo singolare  che uno strumento nato  come album o annuario virtuale di foto di  vecchi compagni di corso che si cercano in tutto il mondo  per ritrovarsi e ricordare i bei tempi, venga  caricato di tante aspettative e significati, il che è come voler attribuire significati reconditi al fatto in sé di mettere una foto o ritratto  del tutto normale in un album e mostrarla  in giro e aspettarsi da ciò una palingenesi della società.</p>
<p> Nel nome del network,  del resto, è contenuta l’essenza  dello stesso: facebook ossia libro, album di ritratti, di facce, di apparenze  di vite  o anche “wall”, parete informatica a propria disposizione dove esternare un proprio sè più o meno aderente alla realtà o posticcio, o veicolare pensieri  immagini, foto, suoni , filmati,  propri o d’altri,  secondo una comunicazione tendenzialmente breve ed informale, allo stesso modo in cui diffondiamo biglietti da visita o ns. succinte biografie  cartacee più o meno veritiere, o  chiediamo un parere lampo orale  su un nostro vestito, su una nostra idea  brevemente esposta a parole, o  una firma  in calce a liste  cartacee di candidati politici, a petizioni o manifesti di ogni genere, spesso neppure letti per insipienza dei firmatari e dolo/approssimazione dei proponenti, a cui magari molte volte interessa soltanto racimolare un tot di nomi di cui farsi forti per i propri scopi, senza vero interesse per le convinzioni, le idee  e i problemi delle persone che stanno dietro quei nomi.  </p>
<p> Utilizziamo la scrittura e la carta  per comporre e stampare utili volumi di filosofia storia medicina, per scarabocchiare ghirigori senza significato  per vergare la lista della spese ,  per insulsi (…) e scollacciati calendari, per veicolare una pubblicità massiva e invadente che satura le cassette postali e i parabrezza delle macchine, per chiamare a raccolta i ns. simili e mobilitarli per una causa più o meno nobile, o eccitarli all’odio razzista … o invitarli alla nostra festa…  la colpa o i meriti  di tutto ciò sono  della carta e della scrittura?</p>
<p>Certo, come ammoniva Mc Luhan,  il mezzo è il messaggio, uno strumento di comunicazione non è mai neutro e occorre sempre analizzarlo a fondo per verificare in che modo esso  influisca  sul messaggio che si comunica,  e come condizioni  chi manda e chi riceve il messaggio, e se davvero si realizzi  con esso una comunicazione e un’interazione paritaria e bidirezionale .</p>
<p>[ Un insegnamento, sia detto tra parentesi, che mi aveva indotto a temperare  con alcuni spunti di riflessione critica l’entusiasmo di Alessio  che,  forse troppo affrettatamente,  appena qualche tempo fa celebrava enfaticamente il crollo del centralismo ideologico e informativo proprio del secolo scorso e l’avvento, nel  secolo XXI, della comunicazione orizzontale  propiziata dal web,  quasi alba di un nuovo ‘Rinascimento’; cfr. sul web  il commento dell’uomo della strada inviato il  16luglio2009 a</p>
<p><a href="http://beneventoecosolidale.wordpress.com/2009/07/06/dal-crollo-del-centralismo-ideologico-ed-economico-una-cultura-per-il-xxi-secolo-bmagazine-artempori-magazine-giugno-09/" rel="nofollow">http://beneventoecosolidale.wordpress.com/2009/07/06/dal-crollo-del-centralismo-ideologico-ed-economico-una-cultura-per-il-xxi-secolo-bmagazine-artempori-magazine-giugno-09/</a>    ]</p>
<p>Ma, in definitiva, almeno per i mezzi qui citati,  la colpa o i meriti sono essenzialmente di coloro che  utilizzano la carta e la scrittura… o Facebook: allo stesso modo, più o meno intelligente o sciocco, per fini nobili o ‘perversi’ o insulsi, possiamo  utilizzare o può essere utilizzato Facebook.  </p>
<p> Che è poi, a ben vedere,  l’essenza del racconto  di Porcaro.</p>
<p> Facebook, secondo la classificazione  antifrastica (e non sempre chiara e coerente) di McLuhan, ben potrebbe definirsi “strumento  di comunicazione freddo”,  pur con tutti i suoi limiti di utilizzazione (che son poi, mutatis mutandis, limiti  a cui è soggetto ogni strumento di comunicazione, ad esempio i limiti fisici della carta e della scrittura a inchiostro che condizionano la comunicazione con tali strumenti).</p>
<p> In effetti Facebook è tendenzialmente uno strumento di comunicazione “a bassa definizione”, e  richiede un’alta partecipazione dell’utente per completare le informazioni non trasmesse .</p>
<p>Di base offre uno schema di comunicazione  davvero povero ed essenziale (che magari sarà utilizzato dall’utente ‘pigro’ e poco originale, quello stesso che magari scriverebbe alla fidanzata una lettera d’amore stereotipata,  o farebbe con gli amici una conversazione insulsa e piena di luoghi comuni, o assillerebbe il prossimo appena conosciuto con profferte di inviti a cena  e di altri passatempi non graditi), uno schema che però può essere arricchito e riempirsi di contenuti più originali ad opera di utenti esperti e non insipienti (e soprattutto disposti a esplorare e a misurarsi con le potenzialità del mezzo).</p>
<p>La qualità della comunicazione dipenderà quindi, in definitiva, dalla disponibilità di partecipazione  dell’utente,   ossia di chi manda  e di chi riceve  la comunicazione, dalla sua personalità più o meno complessa e originale, oltre che,  naturalmente, dal sua grado di cultura, dalla sua abilità informatica e dai mezzi tecnologici (ed anche economici) di cui può concretamente disporre.</p>
<p> E d’altra parte deciderà l’utente di Facebook, pur nella gabbia strutturale imposta dal network, e con i vincoli tecnologici dello stesso, e in base alle abilità possedute, con quali parole, immagini, suoni, presentare sé stesso o magari  un’associazione,  e quali pensieri e contenuti veicolare nel network, e se e come rispondere alle sollecitazioni provenienti dal network medesimo o da qualche altra parte.</p>
<p> Così, ad esempio, di fronte a un utente di Facebook che si presenta lapidariamente come fan de LA PATATA occorrerà verificare, analizzando tutto il suo profilo e gli amici, visitando compiutamente il suo  spazio,  se siamo in presenza  di un  vegetariano salutista entusiasta del nutriente tubero americano, o magari di un appassionato di musica  che dichiara la sua passione  per una band rock italiana  con quel nome, o se è  qualcun altro che vuol dirci qualcosa d’altro.</p>
<p>Oppure, di fronte ad un’utente che dichiara tra i suoi prodotti preferiti “la punta di cioccolato” di un noto gelato, qualcuno  particolarmente immaginoso potrebbe chiedersi se quell’utente stia  davvero rivelando  le sue preferenze gastronomiche o voglia significare chissà cos’altro; e magari essere indotto da questa curiosità, o magari dalla comune passione  per la cioccolata e i gelati, ad esplorare lo spazio di quell’utente  e a voler  diventare suo amico di network.</p>
<p>Mentre qualcun altro, più “impegnato” e votato alla salvezza del mondo, potrebbe scegliere di adempiere (al)la sua missione utilizzando il network per far conoscere i suoi commendevoli propositi e fare proseliti e mobilitarli al raggiungimento di tale nobile scopo, promuovendo in modo appropriato e consapevole raccolte di fondi e  altre iniziative idonee.</p>
<p> Trovo anche  interessante un altro  spunto contenuto nel racconto di Porcaro, che fa giustizia di un luogo comune troppo spesso abusato, cioè quello della campagna come paradiso terrestre dove scorrono fiume di latte e miele e  frutti di ogni genere sorgono spontaneamente dalla terra per cadere senza sforzo nelle mani di allegre brigate di contadini che vivono in armonia con una  natura sempre benigna e serena,  e  con sé stessi e col prossimo, legati da indissolubili vincoli di fratellanza e solidarietà.</p>
<p>Questo mondo idilliaco  si sgretola impietosamente appena vien fuori la concreta realtà del duro lavoro dei campi, con cui nessuno, evidentemente, si vuole cimentare (ed infatti, nella realtà, appena possibile viene delegato alle macchine e ad una manodopera straniera  troppo spesso sottopagata), neppure l’ “amico” di Porcaro, pur misterioso abitatore della favolosa “Farmville”.</p>
<p> Altresì Porcaro, evidenziando le pressanti e interessate  richieste che riceve dagli “abitanti” di “Farmville”  e la sua reazione o ‘contrattacco’, sembra metterci in guardia da quello che qualcuno ha chiamato “il principio di Tom Sawyer” ovvero la diabolica trappola del “Far voler fare”:  talvolta quelli che vogliono fare, in realtà, vogliono far fare, agli altri, per un proprio tornaconto,  un qualcosa che loro stessi non sono disposti a fare perché faticoso o noioso o che comunque torna ad esclusivo e preponderante loro vantaggio, presentandolo come qualcosa di vantaggioso per gli altri, mentre è vantaggioso solo per loro.</p>
<p>Come Tom Sawyer, il giovinetto creato dallo scrittore statunitense Mark Twain e protagonista dell’omonimo libro di avventure, che non ha voglia di dipingere la staccionata  –  una corvée a cui è stato comandato dalla zia Polly la mattina di un  assolato sabato d’estate, per punizione di essere rincasato tardi il giorno prima –   e allora “convince”  alcuni sprovveduti compagni di giochi a “divertirsi con lui” a dipingere la staccionata, presentandolo come un  passatempo davvero divertente;  persuade perfino ciascuno di loro a “pagarlo” con i loro modesti giocattoli per godere del ‘privilegio’ di partecipare  al suo bel  “gioco”. A metà pomeriggio di quel caldo sabato d’estate l’astuto monello, fresco e riposato, potrà consegnare alla zia la staccionata verniciata a puntino e avere una discreta quantità di piccoli giochi, cedutigli dagli amici, con cui si è trastullato tutto il tempo all’ombra di un albero, mentre i suoi “amici”, invece di giocare veramente, avranno lavorato per lui di sabato (cioè nel giorno, per di più estivo,  di festa e divertimento) e  si ritroveranno stanchi e e accaldati, tutti sporchi di vernice e “più poveri”.</p>
<p> È come se prima ci venisse detto che  sì,  siamo tutti fratelli e sulla stessa barca e dobbiamo lavorare tutti  insieme per non affondare durante la tempesta e preservare la barca e noi stessi,  perché tutto ciò è bello, è utile, è necessario; e  poi, passata la tempesta, accorgerci   che la barca non è nostra ma di qualcuno altro,   che per stare in quella barca noi non riceviamo quasi niente e anzi  paghiamo un pedaggio, e che noi dobbiamo remare e lucidare la barca, mentre altri sono sul ponte  a godersi il sole e  scelgono la rotta e dove andare senza neppure chiedere il ns. parere,    anzi, possiamo essere buttati fuori bordo se non eseguiamo  ciò che ci viene comandato da loro, che una volta approdati, la vendita della barca che abbiamo contribuito a conservare viene  decisa da uno solo (il proprietario) e arricchisce solo lui, e così via.</p>
<p>Ne discende, ancora una volta, che la chiave di tutto è l’uomo e non la tecnologia  in sé, o il web e quant’altro, o le merci, e neppure la natura; un uomo che sia cosciente di sé e del prossimo, degli interessi in gioco,  dei propri limiti, e in funzione di sé,  del prossimo, degli interessi di tutti,   dei propri limiti (ad esempio, di controllo delle risorse naturali e dell’ambiente), sappia organizzare una vita e una società più giusta ed equa per tutti.■</p>
<p> 20-II-2010</p>
<p>Massimo Simeone -Benevento</p>
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