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	<title>Commenti a: La responsabilità sociale dell&#8217;autore: Erri De Luca</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Di: Gaetano Cqntone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gaetano Cqntone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 09:34:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mi permetto d&#039;intervenire poiché la sollecitazione da voi proposta per mezzo delle parole di Erri De Luca sono davvero importanti e i rovelli a tal proposito vengono da lontano, da molto lontano. Appartengo ad una generazione che rinfacciava ai propri maestri (di fatto o per mera funzione sociale) l&#039;apparente disimpegno dalle lotte politiche (o di classe, come si sosteneva allora). De Luca spinge il pedale su una questione, a suo tempo posta da Sartre e con alcuni limiti anche da Vittorini, sull&#039;annoso legame  torbido tra impegno e disimpegno. In sostanza – stante la cultura di formazione di De Luca – il rapporto tra i modi del proprio lavoro creativo (il letterato, l&#039;artista, il poeta, il musicista., il regista, l&#039;attore, ....) ed i contesti socio-politici devono essere in una relazione di affinità ma non di interscambiabilità dei ruoli; se fai il poeta fai il poeta se fai l&#039;agitprop fai quello e basta, non fai sovrapposizioni tra le parole della scrittura e gli atti &quot;politici&quot;. 
Il problema della generazione di De Luca (e che lambisce anche alcuni degli anni successivi) credo che sia contenuto nella riproposta – non detta esplicitamente ma sottaciuta –  della relazione tra prassi e teoria, relazione che proviene dai lombi ideologici della componente leninista del movimento che è andato a comporsi, in variegate forme, attorno alle lotte dei primi anni settanta del novecento. Allora non si comprese che la questione così posta era errata sebbene avesse permeato, per l&#039;appunto, tutto il secolo delle avanguardie e richiesto una certificazione d&#039;origine controllata (del PCI, ad es.) di impegno socio-politico per gli intellettuali. Ci si è accorti, poi, con lo scemare delle reprimenda e delle minacciate sospensioni da incarichi di partito o di case editrici, che tutto il nostro strologare era insito nella relazione (impossibile) tra l&#039;autonomia e l&#039;eteronomia della produzione culturale. Da queste regioni sentimentali e culturali arriva la generazione di De Luca e da lì bisogna ripartire. Ricordo che una pagina su Macondo ha divelto un velo obnubilante dinanzi agli occhi dei pallidi terzomondisti in caduta libera: il fascinoso ed onirico immaginario sudamericano invadeva le nostre coscienze inoculando il dubbio sulla presunta supremazia intellettuale di stampo europeo. Questo è poi altra questione ancora.
Condivido appieno il rigore cui richiama fa De Luca: far bene il proprio lavoro creativo è atto morale innanzitutto e riguarda l&#039;individuo storico come tale e non dovrebbe consentire l&#039;approccio dilettantesco di gran parte dei mediocri di successo; oggi ci si scontra infatti con questa soglia che è poi foriera di altre e urgenti questioni che lambiscono solo in parte la cultura italiana.
Gaetano Cantone]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi permetto d&#8217;intervenire poiché la sollecitazione da voi proposta per mezzo delle parole di Erri De Luca sono davvero importanti e i rovelli a tal proposito vengono da lontano, da molto lontano. Appartengo ad una generazione che rinfacciava ai propri maestri (di fatto o per mera funzione sociale) l&#8217;apparente disimpegno dalle lotte politiche (o di classe, come si sosteneva allora). De Luca spinge il pedale su una questione, a suo tempo posta da Sartre e con alcuni limiti anche da Vittorini, sull&#8217;annoso legame  torbido tra impegno e disimpegno. In sostanza – stante la cultura di formazione di De Luca – il rapporto tra i modi del proprio lavoro creativo (il letterato, l&#8217;artista, il poeta, il musicista., il regista, l&#8217;attore, &#8230;.) ed i contesti socio-politici devono essere in una relazione di affinità ma non di interscambiabilità dei ruoli; se fai il poeta fai il poeta se fai l&#8217;agitprop fai quello e basta, non fai sovrapposizioni tra le parole della scrittura e gli atti &#8220;politici&#8221;.<br />
Il problema della generazione di De Luca (e che lambisce anche alcuni degli anni successivi) credo che sia contenuto nella riproposta – non detta esplicitamente ma sottaciuta –  della relazione tra prassi e teoria, relazione che proviene dai lombi ideologici della componente leninista del movimento che è andato a comporsi, in variegate forme, attorno alle lotte dei primi anni settanta del novecento. Allora non si comprese che la questione così posta era errata sebbene avesse permeato, per l&#8217;appunto, tutto il secolo delle avanguardie e richiesto una certificazione d&#8217;origine controllata (del PCI, ad es.) di impegno socio-politico per gli intellettuali. Ci si è accorti, poi, con lo scemare delle reprimenda e delle minacciate sospensioni da incarichi di partito o di case editrici, che tutto il nostro strologare era insito nella relazione (impossibile) tra l&#8217;autonomia e l&#8217;eteronomia della produzione culturale. Da queste regioni sentimentali e culturali arriva la generazione di De Luca e da lì bisogna ripartire. Ricordo che una pagina su Macondo ha divelto un velo obnubilante dinanzi agli occhi dei pallidi terzomondisti in caduta libera: il fascinoso ed onirico immaginario sudamericano invadeva le nostre coscienze inoculando il dubbio sulla presunta supremazia intellettuale di stampo europeo. Questo è poi altra questione ancora.<br />
Condivido appieno il rigore cui richiama fa De Luca: far bene il proprio lavoro creativo è atto morale innanzitutto e riguarda l&#8217;individuo storico come tale e non dovrebbe consentire l&#8217;approccio dilettantesco di gran parte dei mediocri di successo; oggi ci si scontra infatti con questa soglia che è poi foriera di altre e urgenti questioni che lambiscono solo in parte la cultura italiana.<br />
Gaetano Cantone</p>
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