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	<title>Art&#039;Empori &#187; Nina Iadanza</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Perché le Sex Worker sono escluse dal dibattito riguardante la violenza sulle donne?</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jul 2013 18:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
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		<category><![CDATA[Mestieri sessuali]]></category>
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		<description><![CDATA[[Rassegna stampa da Intersezioni] di Kate Zen [...] L’indifferenza della polizia e delle forze dell’ordine verso le sex worker, e il disprezzo e lo stigma che la società in generale rivolge a questo gruppo marginalizzato di persone, fa sì che centinaia e centinaia di morti restino impunite e sommerse per periodi di tempo assurdi e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[Rassegna stampa da <a href="http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/07/10/perche-le-sex-worker-sono-escluse-dal-dibattito-riguardante-la-violenza-sulle-donne/" target="_blank">Intersezioni</a>] di Kate Zen</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/donne.png"><img class="alignleft  wp-image-7872" alt="donne" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/donne.png?w=300" width="240" height="126" /></a>[...] L’indifferenza della polizia e delle forze dell’ordine verso le sex worker, e il disprezzo e lo stigma che la società in generale rivolge a questo gruppo marginalizzato di persone, fa sì che centinaia e centinaia di morti restino impunite e sommerse per periodi di tempo assurdi e disumani.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se la prostituzione è spesso definita come come il “mestiere più antico del mondo,” i circa 40 – 42 milioni di persone che su scala mondiale si dedicano a questa professione non sono ancora riconosciut* come lavoratori/lavoratrici e non godono dei diritti fondamentali degli altri lavoratori e delle altre lavoratrici. Secondo uno studio condotto dalla Fondation Scelles e pubblicato nel gennaio del 2012 , tre quarti di questi 40-42 milioni di persone hanno un’età compresa tra i 13 e i 25 anni, e l’80% di loro è costituito da donne. Secondo uno studio longitudinale pubblicato nel 2004 il tasso di omicidi di prostitute è stimato nell’ordine di 204 su 100 000 — il che costituisce il tasso di mortalità sul lavoro più alto rispetto a qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, nonostante tutto questo, a livello di Nazioni Unite nei diversi dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne non viene quasi mai fatta menzione della violenza subita dalle sex worker. La scorsa settimana, al termine della 57a sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna, il Segretario Generale Ban-Ki Moon ha confermato l’impegno, della durata di sette anni, preso delle Nazioni Unite per concentrarsi sulla lotta alla violenza contro le donne fino al 2015:</p>
<p style="text-align: justify;">“La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani atroce, una minaccia globale, una minaccia per la salute pubblica e un oltraggio morale”, ha dichiarato Ban-Ki Moon: “Indipendentemente da dove vive e indipendentemente dalla sua cultura e società di appartenenza, ogni donna e ogni ragazza ha il diritto di vivere libera dalla paura.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per dirlo con le parole della suffragetta nera Sojourner Truth:</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sono forse una donna?”</p>
<p style="text-align: justify;">Perché le sex worker non rientrano nel dibattito sulla violenza contro le donne? Le sex worker sono figlie, sorelle, madri pienamente inserite nella comunità, che vivono nella vostra stessa città, prendono il vostro stesso autobus, mangiano negli stessi ristoranti e frequentano le stesse biblioteche. Anche se la maggioranza delle sex worker è di sesso femminile o si identifica come donna, molti sono anche figli, fratelli, padri e amanti. Gay, etero, ner*, bianc*, alt*, bass*, ricc* e pover*, i/le sex worker provengono da una varietà di ambienti diversi e scelgono il lavoro sessuale per molte ragioni differenti. Alcun* di loro migrano in tutto il mondo in cerca di migliori opportunità e alcun* sono vittime della tratta di esseri umani contro la propria volontà. Alcun* sono dipendenti da droghe e alcun* hanno dottorati; questi due gruppi non sono nemmeno mutualmente esclusivi. Tu stess* o qualcuno che ami probabilmente conosce un/a sex worker, magari ne hai anche amat* un*.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a tenere sommersa questa enorme industria, lo stigma sottopone i/le sex worker alla violenza fisica impunita da parte di clienti, datori di lavoro e polizia — a cui si aggiunge la violenza dell’isolamento sociale e della vergogna interiorizzata. Lo stigma è alla base degli atteggiamenti di disprezzo che tollerano le aggressioni agli uni e l’impunità degli altri, è alla base delle leggi discriminatorie che mantengono l’industria nel sommerso e delle condizioni di lavoro pericolose che derivano dal nascondersi nelle zone d’ombra della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la sociologa Elizabeth Bernstein, la prostituzione al giorno d’oggi è un fenomeno molto diverso da quello che è stato in passato. La tecnologia di Internet, la globalizzazione, la crescente disparità di ricchezza, la crisi economica, i debiti accumulati negli anni di studio e le variazioni nei gusti e nelle rappresentazioni sessuali, hanno tutti contribuito all’evoluzione di questa industria. Il web ha reso la prostituzione di strada meno visibile in città come San Francisco, mentre la pubblicità online sta diventando sempre più prevalente per i/le sex worker appartenenti a tutto lo spettro economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Le circostanze, le razze e le classi sociali dei/delle sex worker sono molto diverse tra loro – non esiste un canovaccio che descrive la situazione di tutt*. L’ipotesi suggerita dal benintenzionato movimento anti-tratta è che la maggior parte delle persone nel mercato del sesso siano state vittime del traffico di esseri umani, e siano state costrette a lavorare contro la propria volontà e le proprie caste intenzioni. Tuttavia, le statistiche utilizzate per avvalorare questa tesi sono decisamente poche e poco affidabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Per molte persone, il lavoro sessuale è un atto che esprime autodeterminazione e resistenza, un modo di fare i conti con disuguaglianze più opprimenti. Mentre i lavoratori/le lavoratrici migranti si prendono sempre più spesso carico dei logoranti lavori di cura nel settore dei servizi delle città globali, alcun* scelgono il lavoro sessuale come alternativa più redditizia all’interno di un mercato del lavoro discriminante per classe e genere. Il lavoro sessuale è uno dei pochi settori lavorativi in cui le donne vengono pagate più degli uomini e le madri a volte riescono a negoziare un orario flessibile per la cura dei bambini. Per una persona con disabilità o senza accesso all’istruzione superiore, può anche essere il modo più pragmatico di guadagnare denaro, che pone ostacoli di ingresso relativamente facili da superare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i clienti con disabilità, il lavoro sessuale può essere un mezzo confortevole per esplorare la propria sessualità, come dimostrato da Rachel Wotton, una sex worker australiana che gestisce una associazione senza scopo di lucro che si occupa di lavoro sessuale con clienti disabili. Mentre ci sono molti lavoratori migranti sfruttati, costretti ad accettare lavori a bassa retribuzione in condizioni precarie per pagarsi i costi della migrazione, ci sono anche molti studenti a reddito medio, che non riescono a gestire gli oneri del prestito studentesco, le scadenze e la crisi economica. Gli studenti universitari rappresentano una porzione sempre più vasta dei/delle sex worker in Inghilterra e Galles.</p>
<p style="text-align: justify;">La rapida crescita del lavoro sessuale negli ultimi due decenni si compone in gran parte di persone della nostra generazione, tra cui studenti delle nostre scuole. Se siete tra quest*: fatevi riconoscere, Aspasia, fatti riconoscere. Insieme, possiamo rendere questo lavoro più sicuro anche per gli/le altr*. Tutte le persone impegnate nel lavoro sessuale potrebbero trarre vantaggio da una maggiore comprensione e da uno stigma inferiore. Come società, possiamo affrontare la violenza, solo se siamo dispost* a lasciare che la realtà venga alla luce. La generazione di questo millennio ha l’opportunità di ridefinire il modo in cui il lavoro sessuale è percepito nel 21° secolo. Mentre infuriano molti dibattiti teorici tra le femministe benintenzionate e gli/le attivist* anti-traffico se la prostituzione dovrebbe o non dovrebbe esistere, preferirei non ribadire questi concetti qui. Sia che si sia convint* che la prostituzione dovrebbe essere eliminata del tutto, o che i lavoratori e le lavoratrici dell’industria del sesso debbano invece ottenere i diritti e le tutele degli altri lavoratori e lavoratrici, cerchiamo di non impantanarci in questo momento nella diatriba su come si potrebbe fermare la violenza di genere nel lavoro sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamoci prima un momento solo per riconoscere che la violenza diffusa e strutturale nel corso della storia contro questo gruppo inascoltato di persone è una questione di diritti umani. Il lavoro forzato di tutti gli uomini e di tutte le donne, dai lavoratori agricoli ai lavoratori sfruttati nelle fabbriche agli schiavi del sesso, è ingiusto. Siamo tutti d’accordo su questo. Difendere i diritti dei lavoratori del sesso non si pone in antitesi con chi si batte contro il traffico di esseri umani; infatti, come dimostrato da DMSC (l’unione indiana delle sex worker con più di 60000 attiviste), le sex worker possono anche essere tra le più efficaci ‘agenti sul campo’ nella lotta contro il traffico sessuale e il coinvolgimento dei minori nella prostituzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce dei fatti recenti che hanno portato sotto i riflettori la violenza di genere, a partire delle Nazioni Unite, al One Billion Rising di Eve Ensler, alle manifestazioni per la giornata internazionale delle donne, mi piacerebbe vedere femministe e attivist* per i diritti umani unit* su alcuni punti sui quali possiamo considerarci d’accordo:</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne sono ancora oggetto di discriminazione e disuguaglianza. Le persone che scelgono il lavoro sessuale sono spesso quelle che sperimentano tale disuguaglianza in maniera più lancinante. Dalla disuguaglianza economica, il divario salariale persistente tra uomini e donne, alla disparità di genere nella scuola in molte parti del mondo, al costo irragionevolmente elevato delle tasse universitarie e di un sistema di debito formativo deformato, alla responsabilità ancora prevalentemente femminile di assistenza all’infanzia – questi sono i problemi sui quali le femministe stanno lavorando. E questi sono anche i motivi per cui le persone si dedicano al lavoro sessuale, volontariamente o meno. Cerchiamo di non punirle ulteriormente per le condizioni ingiuste che non hanno creato. Il femminismo è per tutte le donne e i diritti umani sono per tutti gli esseri umani. Nessuno merita di essere oggetto di violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le persone impegnate nell’industria del sesso evidenziano alcune delle più profonde contraddizioni della società, le crepe nelle strutture che abbiamo più care. È un importante tornasole della forza e la coerenza dei nostri quadri ideologici: per vedere se siamo in grado di estenderli ai membri più emarginati della nostra società. Quando si tratta di unirci nella lotta contro la violenza di genere, facciamo del 2013 l’anno in cui la violenza contro i lavoratori e le lavoratrici del sesso entra finalmente nella coscienza pubblica come una questione di diritti umani.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Kate Zen è una femminista e attivista per i diritti umani, nonché una studentessa di scienze sociali ed ex mistress.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://iawoman.us5.list-manage.com/subscribe?u=1af7b86fab6a7564349dfaf4a&amp;id=689d578711" target="_blank">Include All Woman</a> è una campagna realizzata per dare visibilità alla violenza contro le sex worker, nell’ambito dei dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne delle Nazioni Unite.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Ain’t I a woman?” è alla ricerca di mediattivist*, ricercatrici/ori e artist* per realizzare una campagna che includa la violenza contro le sex worker nell’ambito della commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna entro il 2015.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo originale <a href="http://www.policymic.com/articles/30812/why-are-sex-workers-left-out-of-the-violence-against-women-conversation" target="_blank">qui</a> - traduzione di feminoska, revisione H2O.</em></p>
<p><a href="http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/07/10/perche-le-sex-worker-sono-escluse-dal-dibattito-riguardante-la-violenza-sulle-donne/" target="_blank">http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/07/10/perche-le-sex-worker-sono-escluse-dal-dibattito-riguardante-la-violenza-sulle-donne/</a></p>
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		<title>All&#8217;inizio era la &#8220;pasta matriarcale&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jul 2013 19:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Segnalo un articolo, dal titolo &#8220;Benvenuti alla Casa del Cibo&#8221;, che ritengo in linea con quanto sta avvenendo negli ultimi tempi nel mondo, come anche da noi, durante le ceneBaratto e le altre attività del dopoGAS presso la libreria di Masone di Benevento. Lo trovate sulla rivista AMM Terra Nuova di giugno 2013. . Vi si parla [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/pane.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7822" alt="pane" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/pane.jpg?w=300" width="300" height="199" /></a>Segnalo un articolo, dal titolo &#8220;Benvenuti alla Casa del Cibo&#8221;, che ritengo in linea con quanto sta avvenendo negli ultimi tempi nel mondo, come anche da noi, durante le ceneBaratto e le altre attività del dopoGAS presso la libreria di Masone di Benevento. Lo trovate sulla rivista AMM Terra Nuova di giugno 2013.</div>
<div>.</div>
<div>Vi si parla di cibo autentico e matriarcale, di pasta madre, divinità femminile, progenitrice di cibo vitale, salute e relazioni conviviali.</div>
<div>Una Confraternita dei panificatori urbani e un&#8217;associazione, Casa del Cibo, che  nel centro di Roma pratica l&#8217;ecologia a tutto tondo, a partire dal cbo che si carica anche di valenze simboliche e rituali degli ingredienti, delle stagioni, dei tempi e dei gesti.</div>
<div>.</div>
<div>Nata da un&#8217;idea di Dafne Chanaz, la Casa del Cibo si propone di diffondere un modello gastronomico &#8220;matriarcale&#8221; e femminista che anziché portare le donne fuori dalla cucina, riporta la cucina delle nonne al centro della società.</div>
<div>.</div>
<div>Un modello domestico, in cui è centrale il rapporto con le materie prime, e quindi con la natura, lontano dalla cucina degli chef, connotato di sano misticismo, ma sempre orizzontale e popolare.</div>
<div>Attraverso l&#8217;arte e la cultura del cibo, un lavoro di ecologia profonda che prima di arrivare in cucina ci insegna a riscoprire i cicli delle stagioni, a incontrare i coltivatori e i prodotti nei mercati contadini.</div>
<div>Una cucina alchemica che sa trasformare al meglio i prodotti di stagione negli alimenti giusti per nutrire corpo e spirito e affrontare le varie necessità della vita di tutti i giorni.</div>
<div>.</div>
<div>Si organizzano corsi di cucina, serate a tema, si sconfina nelle esperienze delle comunità migranti, della cucina macrobiotica e in tutti i saperi concreti legati all&#8217;autoproduzione, con corsi di cesteria o laboratori di cosmetici naturali.</div>
<div>Partendo dall&#8217;esperienza primaria del cibo, è nato un luogo fisico dove come da noi, in libreria, è possibile coltivare i semi di quel cambiamento che ci sforziamo di mettere in pratica tutti i giorni con le nostre scelte.</div>
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		<title>Decrescita e visione di genere: la politica della prospettiva di sussistenza</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 10:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
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		<category><![CDATA[Veronika Bennholdt-Thomsen]]></category>

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		<description><![CDATA[[Rassegna stampa] Scritto di Veronika Bennholdt-Thomsen dal sito Comune-Info . Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla Conferenza internazionale sulla decrescita 2012 di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere. I principi di una politica della prospettiva di sussistenza 1. Politica di sussistenza è una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[Rassegna stampa] Scritto di Veronika Bennholdt-Thomsen dal sito <a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">Comune-Info</a> .</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/bennholdt.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7351" alt="bennholdt" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/bennholdt.jpg?w=135" width="135" height="150" /></a>Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla <strong>Conferenza internazionale sulla decrescita</strong> 2012 di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>I principi di una politica della prospettiva di sussistenza<br />
</strong>1. Politica di sussistenza è una politica del quotidiano, praticata dal «basso», dall’individuo attivo e consapevole delle proprie responsabilità e non dall’«alto», da parte di un’autorità superiore.<br />
2. Politica di sussistenza è una politica del necessario, dell’immanenza anziché della trascendenza.<br />
3. La politica per la sussistenza si orienta al concreto, al materiale, al corporeo, al sensoriale e si indirizza contro il denaro e l’anonimia della merce.<br />
4.Orientamento alla sussistenza è una politica per la ricostruzione della comunità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Introduzione. La politica della prospettiva di sussistenza: di cosa si tratta?</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Viviamo in un periodo di trasformazioni radicali. Coloro che vedono in esse una crisi della civiltà sono sempre più numerosi. Con ciò si intende che tutte le varie «crisi»: la crisi climatica e quella ambientale, ovvero le cosiddette catastrofi naturali, la crisi finanziaria e quella economica, la crisi alimentare – che in realtà è una «crisi» dei prezzi dei prodotti alimentari – e infine la catastrofe atomica – eufemisticamente definita come crisi dell’energia atomica – confluiscono in un’unica crisi, vale a dire la crisi dei valori e della cultura, ormai diffusa in tutto il mondo, basata sulla fede nella crescita economica che va perseguita mettendo a repentaglio i singoli, le nazioni e infine l’intera umanità. Il consumo di massa è divenuto il pilastro della crescita del profitto, l’aspirazione alla crescita del profitto a sua volta alimenta il consumismo e insieme sfociano nella distruzione dell’umanità e nel saccheggio della natura. Ciò che legittima il nesso tra la crescita del profitto e la propensione ai consumi è il «vantaggio individuale», o come sin dai tempi di Adam Smith è stata eufemisticamente definita l’avidità, «l’interesse». La sua ben nota tesi centrale è assurta a principio fondamentale dell’economia. Perseguendo il proprio vantaggio ciascuno può contribuire più efficacemente al benessere della nazione che non dedicandosi espressamente al benessere collettivo. La politica dello sviluppo ha diffuso questa fede in tutto il mondo, come fosse una religione. Nella seconda metà del ventesimo secolo l’eresia era il «sottosviluppo».</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Nel ventunesimo questa ortodossia si è definitivamente imposta e si è completata la Conquista. La globalizzazione dei mercati in un unico mercato mondiale ha trionfato. In nome del libero mercato mondiale milioni di contadine e di contadini vengono derubati della propria terra, vale a dire della base di sostentamento, altri sono privati delle proprie sementi e migliaia sono spinti al suicidio a causa dell’indebitamento per le sementi chimiche.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">I profughi vengono respinti verso altri paesi, economicamente più fortunati. A migliaia muoiono durante la fuga. Le grandi imprese nel campo dell’energia non temono di impiegare la tecnologia atomica che minaccia ogni forma di vita, mentre i governi si rendono loro complici per raggiungere la presunta crescita economica. L’economia stessa è diventata guerra, il denaro arma. Il confine con la violenza bellica sanguinaria è fluido. Noi, che apparteniamo alla società globalizzata della massimizzazione, ci troviamo al bivio. Accettiamo che questa civiltà distrugga il mondo oppure no? Si tratta di una questione di vita o di morte, di qualcosa di concreto, fisico e nel contempo di attinente ai valori, alla fede e all’etica sottesi a questa dinamica. È necessario riconoscere che la visione del mondo della «società della crescita» segue l’ordine simbolico della morte. Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo ordinamento economico bensì, fondamentalmente, di un nuovo contratto sociale basato su nuovi valori.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>È essenziale un nuovo contratto sociale</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale che si fondi sulla valorizzazione delle relazioni tra i viventi e non sulla distruzione dell’umanità e sul saccheggio della natura finalizzato alla massimizzazione del profitto e alla crescita dei consumi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale fondato su un sistema di valori che riconosca la fertilità naturale e vivente, in base alla quale i bambini hanno origine dalle donne, e non dalla provetta di laboratorio, e il cibo dalla terra, e non dalla macchina. Noi abbiamo bisogno di un contratto sociale che superi il produttivismo, teso all’incremento delle merci e del profitto, e sia sostituito dalla cooperazione con le forze naturali viventi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale che si ispiri ai valori della cura materna, affinché le generazioni future crescano rettamente e i malati e gli anziani possano vivere e morire con dignità.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Tutti questi aspetti di un nuovo orientamento rappresentano anche i valori centrali nelle società matriarcali. Nella nostra società patriarcale, al contrario, incontrano un’accanita opposizione, e quando vengono identificati come valori materni e matriarcali, sono spesso oggetto di contestazione anche da parte delle donne. Noi femministe conosciamo la critica difensiva che ci viene rivolta con lo scopo di sminuire, che è di biologismo e di essenzialismo. Ma ogni essere umano, uomo o donna, può essere premuroso in modo materno.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Ciò non ha niente a che fare con la biologia. Al contrario, il sentimento materno in tutte le culture è il simbolo del sostegno alla vita, e l’ordine simbolico della madre e della maternità rappresenta l’ordine naturale del divenire e del trascorrere. Lo si ritrova in tutte le culture, a meno che non siano essenzialmente guerriere, come la nostra o quella estremamente oppressiva nei confronti delle donne dei Baruya in Nuova Guinea, con la sua economia primitiva di caccia e raccolta. Fra i Baruya la forza socialmente riconosciuta come decisiva è quella del portare la morte. Ma perfino qui, i portatori di morte si rappresentano come «creatori», come coloro che per mezzo del seme maschile creano la fertilità del campo e che nei riti di iniziazione omosessuali destano i propri figli alla vita.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Anche noi conosciamo la messa in scena della fertilità da parte dell’industria chimica con il suo monopolio sulle sementi, i suoi organismi geneticamente modificati (Ogm), dotati di geni-Terminator incorporati. Esattamente questo è l’autentico biologismo, il<em>logos</em> crea presumibilmente la vita, dopo averla precedentemente strappata alla <em>physis</em> e averla quasi uccisa. Viene separata e divisa, soffocata e poi creata artificialmente («man made»). Naturalmente, si tratta di una presunta nuova creazione. Proprio questo è l’essenzialismo, essenzialismo patriarcale, e precisamente quello che attribuisce al distruttore l’autentica ed essenziale forza creatrice. Claudia von Werlhof la definisce una pratica alchemica. Una civiltà della post-crescita ha bisogno di un modo di pensare decisamente nuovo. Nello specifico, occorre superare il concetto di Natura proprio delle scienze naturali, e tendere a una comprensione della natura come riconoscimento della corporeità, della mater-ia, della concreta e sensoriale materialità, riconoscimento di quello che ci è stato dato e del modo in cui la vita stessa ci è stata data, come dono. La teoria della <em>gift economy</em> di Geneviève Vaughan si basa su questo riconoscimento (G. Vaughan, <em>Per-donare. </em><em>Una critica femminista dello scambio, </em>Meltemi).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La prospettiva della sussistenza e la politica della sussistenza</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Da anni, decenni, noi che lavoriamo alla teoria della sussistenza – e nel frattempo siamo diventate numerose, tutte femministe orientate in senso matriarcale – abbiamo criticato duramente la perversione, il rovesciamento di vita e morte da parte dell’economia della crescita e della sua politica di sviluppo globalizzata. Ma non c’è nulla di più complicato del parlare contro dogmi consolidati. Lo so per amara esperienza. Ma proprio di questo si tratta: analizzare criticamene i dogmi indiscussi e cercare i modi in cui, ai nostri giorni, nel ventesimo e ventunesimo secolo, possano funzionare diversamente, in modo assolutamente pratico e pragmatico.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>«Sussistenza», il concetto e il suo significato</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Sussistenza è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, ciò con cui la vita «prosegue», come asserì Gertrud Mies, la madre di Maria Mies. Lei, contadina di lingua tedesca dell’Eifel, probabilmente non conosceva ancora l’espressione «sussistenza», prima che sua figlia si dedicasse al tema, a differenza delle contadine di lingua inglese in India presso le quali Maria ha compiuto le sue ricerche, o dei contadini di lingua spagnola in Messico, dove ho svolto le mie, o di quelli francofoni in Africa Occidentale o in Svizzera. In latino «subsistere» ha il significato di «ciò da cui deriva la propria esistenza, la propria essenza». Con ciò si fa riferimento al processo che esiste e continua grazie a una certa forza vitale. Gli esseri umani vengono ricompresi come parte della totalità di questo processo. La nostra definizione sottolinea la partecipazione attiva da parte degli umani. «Produzione di sussistenza» – o produzione vitale – comprende tutto il lavoro svolto per la produzione e la conservazione della vita immediata, che ha questo preciso scopo. In questo senso il concetto di produzione di sussistenza si contrappone a quello di produzione di merce e valore aggiunto. Nella produzione di sussistenza l’obiettivo è la «Vita». Nella produzione di merci l’obiettivo è il denaro, che «produce» sempre più denaro oppure l’accumulazione del capitale. La vita si presenta in un certo senso soltanto come effetto «collaterale». Orientamento alla sussistenza, è lo sguardo al necessario, non soltanto per noi stessi, ma anche per gli altri, l’esatto contrario dell’interesse personale. «Vivere e lasciar vivere», dice la gente nella Warburger Börde, nella Westfalia orientale. E questo significa anche vivere in modo tale che non lo si faccia a spese della sussistenza degli altri. La mia sussistenza comprende sempre anche la sussistenza degli altri. Questa morale della sussistenza, che E. P. Thompson ha individuato anche nel comportamento della classe operaia inglese del tardo diciottesimo e dell’inizio del diciannovesimo secolo, e che ha definito <em>moral economy</em>, è più importante che mai in un mondo globalizzato: vivere in modo tale che io con il mio consumo non sottragga niente ad alcuno, in alcun luogo. Think globally, act locally!</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Orientamento alla sussistenza significa liberazione dalla fissazione sul «di più e sempre di più», significa riconoscere ciò che è superfluo, quando interviene la sazietà e quando comincia l’avidità, che divora soltanto tempo e voglia di vivere. Sussistenza significa non fidarsi più del denaro, ma delle forze viventi, anche delle proprie. Sussistenza significa mettere alla prova le proprie capacità, significa fare da sé e, d’altro canto, significa consolidare insieme agli altri le nostre basi di esistenza. Non si può mangiare il denaro, dal denaro non si costruiscono case, il denaro non sostituisce alcuna assistenza e alcuna comunità. Sussistenza non significa autarchia, come è definita nella nostra società frantumata e individualizzata, per sminuirne il significato. Perché nella società della concorrenza inserita nell’economia della crescita, in cui predomina la cultura dell’<em>homo homini lupus</em> (Thomas Hobbes 1651), risulta difficile connettere la sovranità indipendente della persona e la cooperazione comunitaria. Nel nuovo concetto della sovranità alimentare, invece, esse lo sono. Ciò non ha niente a che vedere con l’isolazionismo autarchico.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">[...] <span style="color:#0000ff;">per articolo completo clicca su </span><a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/</a></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>&#8212;</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Titolo originale <a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">&#8220;Il mondo è di tutti, dicono le donne, cambiamolo</a>&#8221; di Veronika Bennholdt-Thomsen | 23 settembre 2012</p>
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		<title>Patrasso tra passato e presente, prima della crisi &#8211; Finisterre</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 22:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[michele porcaro]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Michele Porcaro. Il castello di Patrasso è il punto più alto della città. All’ombra dei resti del palazzo del comandante del castello vedo la lunga spianata aprirsi, per poi essere delimitata dalla cinta muraria rossiccia, battuta dal sole. È facile immaginare le tende o i baraccamenti della truppa nei tempi fiorenti dell’impero bizantino. Oltre si [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em> di </em><i>Michele Porcaro.</i></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/04/patrasso.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6898" alt="patrasso" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/04/patrasso.jpg?w=300" width="270" height="217" /></a>Il castello di Patrasso è il punto più alto della città. All’ombra dei resti del palazzo del comandante del castello vedo la lunga spianata aprirsi, per poi essere delimitata dalla cinta muraria rossiccia, battuta dal sole. È facile immaginare le tende o i baraccamenti della truppa nei tempi fiorenti dell’impero bizantino.</p>
<p style="text-align:justify;">Oltre si estende la città moderna, con i suoi gioielli di età romana e bizantina, il teatro di Erode, la bizantina chiesa di Sant’Andrea, con il suo oro e il suo incenso. La fantasia vola facilmente. C’è il mare, la lingua d’acqua che si infiltra e separa le montagne della Sterea Ellada e l’Acaia, il Peloponneso settentrionale. Riesco a vedere il Rion-Antirrion Brifge, il nuovo ponte di concezioni ingegneristiche moderne, che unisce i due lembi di terra. Accanto un traghetto ozioso passa tra i pilastri, quasi a sberleffo di quelli che hanno preferito utilizzare il ponte per raggiungere l’antica Focide. I ricordi scolastici si sovrappongono facilmente alle impressioni nuovissime di questa particolare città greca.</p>
<p style="text-align:justify;">Scendo dal castello e sono immerso nella modernità della città colorata, piena di gente e turisti. Un greco del posto mi aveva detto che la sua città è la meta turistica preferita dei ricchi greci e che io mi sto godendo una vacanza da greco.  Lo ringrazio. Intanto sono tra la folla, i tassisti greci lanciano occhiate da falchi, in attesa di accogliere sulla loro vettura rossa i turisti o i passeggeri. La sinistra accarezza il volante, la destra ora cambia la marcia, ora porta alle labbra il bicchierone di carta di capuzino frozen, l’equivalente del nostro cappuccino, allungato. Tre, quattro, cinque euro, tanto può costare un taxi. Ne agguanto uno. Percorriamo una città colorata, che ti lascia un’impressione diversa, mediterranea, solare, chiassosa e bella. Certe volte hai l’impressione di essere in una Napoli degli anni 80. Il taxi con una precisa e veloce curva evita un pedone che si era fermato al suono del clacson. Parlando con i Greci senti la gioia dell’ingresso dell’euro, l’opportunità di poter viaggiare per l’Europa, ma anche la rabbia di un fallimento, di una truffa, il mettere sotto una inutile tensione fiscale un popolo fiero che ha economia tutta sua, di volere fare il volo di Icaro.</p>
<p style="text-align:justify;">Riecco i ricordi del liceo. Un greco con cui parlo mi ricorda il passato glorioso della sua terra, ma anche che la Grecia non è più solo la terra dei miti. “Siamo cristiani anche noi, ortodossi”, mi spiega. “Abbiamo riformato anche la scrittura, niente più accenti e spiriti, ne basta uno solo”. Infatti a tentare di parlare in greco antico con un greco moderno rischi di fare la figura dello straniero che viene in Italia e si mette a parlare latino. Ti sorride educatamente e ti dice:”Hai studiato bene, ma noi in Grecia parliamo un greco diverso da quello dei nostri antenati”. Infatti, a volte, dispettosi, si mettono a parlare in inglese. “Ah, voi Italiani, che vi impuntate a non voler studiare le lingue straniere”, protestano con simpatia. Amano l’Italia e ci sono di quelli che conoscono bene sia la lingua italiana, sia il dialetto napoletano, sia la cultura e la cucina della nostra terra.</p>
<p style="text-align:justify;">Non mi interessano le spiagge greche, quanto la cultura e i forti sapori locali che spiazzano, ma il mare ha sempre un suo fascino, quel mare che ti lascia intravedere da lontano le montagne, vette lontane che sembrano un sogno. È un’illusione, perché sono lì, specie la notte, quando si nascondono nel buio notturno, con le luci degli abitati e delle vie che ne coronano le falde.</p>
<p style="text-align:justify;">La sera le vie non sono più vivaci, invece i locali brulicano di clienti, le cui specialità (drink or food) sono elencate da graziose butta-dentro. Si animano il centro cittadino e Rion, dove una serie di locali, ristoranti e discoteche si affacciano sul mare nero, con lo sfondo del Rion-Antirrion Bridge illuminato e le luci delle vie che serpeggiano ai piedi dei monti. Mentre musica un po’ datata viene da dietro, il barista, per prima cosa, mi mette davanti una brocca d’acqua con il bicchiere, antica memoria di xenia, ospitalità.</p>
<p style="text-align:justify;">Questa è la città fondata dallo spartano Patreo, è la città dove Euripilo, reduce dalla guerra di Troia, re straniero in terra straniera ha portato l’arca del dio Dioniso che libererà la terra d’Acaia afflitta da flagelli, dove due giovani innamorati realizzano il loro infelice amore, perché, come ricorda Pausania nella sua guida turistica della Grecia e di Patrasso, la sola cosa che valga per l’uomo la sua vita è il successo nel proprio amore. È la terra della volontà di vivere insieme, dove quando in Grecia c’erano tiranni, pericolosi invasori e eserciti macedoni che dominavano, gli Achei decisero di riunirsi in una confederazione comune e percorrere nuove vie e nuove esperienze.</p>
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		<title>Donne come resistenza all&#8217;economia escludente e recessiva? &#8220;Le società matriarcali&#8221; di Goettner-Abendroth</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Mar 2013 15:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
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		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
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		<category><![CDATA[Luciana Percovich]]></category>
		<category><![CDATA[matriarcato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luciana Percovich* (dal sito Comune-Info) [...] l’antropologia che viene correntemente insegnata nelle università italiane nega l’esistenza di milioni di donne e uomini che oggi, sparsi nei vari continenti, vivono in una rete di relazioni familiari, economiche e culturali che hanno al loro centro la figura della madre. Heide Goettner Abendroth, filosofa tedesca contemporanea, dopo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/societa-matriarcali-libro.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6525" alt="societa-matriarcali-libro" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/societa-matriarcali-libro.jpg" width="253" height="384" /></a>di Luciana Percovich* (<a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">dal sito Comune-Info</a>)</p>
<p style="text-align:justify;">[...] l’antropologia che viene correntemente insegnata nelle università italiane nega l’esistenza di milioni di donne e uomini che oggi, sparsi nei vari continenti, vivono in una rete di relazioni familiari, economiche e culturali che hanno al loro centro la figura della madre.</p>
<p style="text-align:justify;">Heide Goettner Abendroth, filosofa tedesca contemporanea, dopo aver lavorato per vari anni in ambito accademico, ha dedicato la sua vita a studiare in modo indipendente le società matriarcali, indagate nei loro aspetti sociali, politici, artistici e spirituali. Fondata nel 1986 l’Accademia Hagia per gli Studi Matriarcali Moderni, attraverso una serie di viaggi ma soprattutto basandosi sugli studi di numerosi ricercatori e ricercatrici indigene, ha pubblicato i dati delle sue ricerche in più volumi, usciti in Germania tra il 1988 e il 2000 con la Kohlhammer Verlag di Stuttgart. La traduzione italiana, che qui presentiamo, è stata fatta sulla versione inglese pubblicata nel 2012 da Peter Lang Publishing, New York.</p>
<p style="text-align:justify;">H. G. Abendroth dedica il libro «a tutti i popoli matriarcali, anche a quelli che qui non ho potuto menzionare, da cui ho avuto il privilegio di imparare molte cose. Senza la loro saggezza, non avrei potuto scriverlo».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La prima parte è dedicata a due questioni filosofiche</strong> e metodologiche che da sole coprono un’area di studi vasta e controversa: la definizione della parola «matriarcato» e la storia critica del pensiero sul matriarcato.</p>
<p style="text-align:justify;">La seconda parte invece è interamente dedicata a un’approfondita presentazione dei popoli che vivono attualmente in società che, pur chiamate in maniere diverse nelle lingue diverse parlate dalle singole «etnie», presentano tuttavia alcune caratteristiche che ne fanno dei matriarcati a tutti gli effetti.</p>
<p style="text-align:justify;">Un Glossario dei termini specifici ricorrenti nel testo conclude il volume, insieme a una bibliografia di oltre quaranta pagine.</p>
<p style="text-align:justify;">In un viaggio serrato che parte dall’India nordorientale dei Khasi, dal Nepal e dal Tibet, incontriamo i popoli delle montagne della Cina, della Korea e del Giappone. Dai Minangkabau dell’Indonesia (una delle più numerose popolazioni matriarcali esistenti, con oltre tre milioni di persone che mantengono il loro adaat in uno stato di tipo occidentale, con l’Islam come religione ufficiale, <strong>foto</strong>), il viaggio prosegue incontrando i popoli melanesiani e polinesiani e approda nelle Americhe degli Aruachi, dei Cuna, degli Hopi e degli Irochesi. Attraversa l’oceano e incontra i matriarcati dell’Africa settentrionale (Tuareg e Berberi), occidentale (Akan e Ashanti) e centrale (Bantu e Bemba), per tornare infine nell’India dei Nayar, dei Pulayan e dei Parayan, dove il contrasto con il patriarcato dei bramini induisti si mostra esemplare in tutta la sua violenza.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono settecento pagine che volano via tutte d’un fiato, come se fossimo in un romanzo utopico, solo che questa volta non siamo portati in paesi immaginari, come la letteratura da Platone a Voltaire, dalla Terradilei di Charlotte Perkins Gilman alla Kirghisia di Silvano Agosti o al Waslala di Gioconda Belli ci ha abituato, ma in luoghi reali, che esistono qui e ora, su questo pianeta.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Circa la scelta di usare la parola «matriarcato»</strong>, l’autrice la spiega e sostiene argomentando che «recuperare questo termine significa rivendicare il sapere economico, politico, sociale e culturale di società create dalle donne. La lunga storia di queste culture è stata portata avanti da donne e uomini che hanno contribuito in egual misura a mantenerle in vita e a tramandarle alle generazioni future».</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, la parola greca <em>arché</em> non significa solo «dominio», come ci ha abituato a pensare la parola «patri-arcato», ma «inizio», che è anche il significato più antico della parola. Matri-arcato vuol dire dunque «all’inizio le madri», alludendo sia al dato biologico (le donne generano l’inizio della vita), sia al dato culturale (l’inizio della civiltà è stata creata dalle madri).</p>
<p style="text-align:justify;">«All’inizio le madri» dunque e non «il dominio delle madri», in forma speculare al patriarcato: le pacifiche e ugualitarie civiltà del Neolitico sono state società improntate sui valori materni di cura e di sostegno della vita così come oggi lo sono le società matriarcali che, nascoste sotto forme politiche e religiose importate e imposte dall’esterno, continuano a tenere vivo un diverso modello di civiltà, per donne e uomini.</p>
<p style="text-align:justify;">Nella parte dedicata alla storia critica del pensiero filosofico che si è sviluppato intorno al termine matriarcato, l’autrice introduce i Pionieri (Lafitau, Bachofen, Morgan) e tratta quindi il dibattito marxista, gli studi etno-antropologici, la preistoria, gli studi religiosi, lo studio delle tradizioni orali, gli studi archeologici fino ai moderni studi matriarcali indigeni e femministi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ed è a questi ultimi che va il merito di aver finalmente elaborato una soddisfacente e articolata griglia di condizioni che permette, fuori da ogni confusione più o meno innocente, di riconoscere quali sono le caratteristiche strutturali delle società matriarcali, a livello economico, sociale, politico e religioso.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A livello economico le società matriarcali sono società che creano un’economia bilanciata</strong>: le donne distribuiscono i beni tenendo come obiettivo la «mutualità economica»; una tale economia ha caratteristiche in comune con l’«economia del dono» (teorizzata da Genevieve Vaughan): sono società di mutualità economica, basate sulla circolazione dei doni.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello sociale si basano sulla matrilinearità e la matrilocalità, all’interno di un contesto di uguaglianza di genere: sono società orizzontali, non gerarchiche, di discendenza matrilineare.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello politico si basano sul consenso. La casa del clan è il nodo di connessione del processo decisionale, sia a livello locale che regionale, spesso rappresentata all’esterno da un delegato maschio; la politica rigorosa dei processi di consenso produce e garantisce non solo l’uguaglianza di genere, ma uguaglianza nell’intera società: sono società egualitarie di consenso.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello religioso e culturale sono caratterizzate da una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita; tutto il mondo è considerato divino e ha origine nel divino femminile, e ciò dà vita a una cultura sacra: sono società e culture sacre del divino femminile.</p>
<p style="text-align:justify;">Un libro come questo ha il grande merito di aiutare a costruire uno sguardo davvero diverso su tutto ciò che non rientra tra i prodotti del patriarcato, uno sguardo che l’antropologia, pur interrogandosi in proposito, non era ancora riuscita a generare, perché prigioniera nel grande vicolo cieco della sessuazione non riconosciuta al maschile, spacciata per neutra. Uno sguardo che si libera e con stupore finalmente riesce a vedere e osserva cose che da sempre sono state sotto agli occhi di tutte/i, testimonianze del passato come realtà vive del presente, ma mute perché mancanti di un soggetto determinato a nominarle.</p>
<p style="text-align:justify;">Sicché oggi possiamo ben dire che siamo le prime generazioni, dopo qualche millennio di oscuramento e afasia, che cominciano a «sapere» la storia e le culture indigene del mondo fuori dagli schemi dominanti del pensiero unico e universale. Oggi sappiamo che un altro mondo è stato ed è possibile. Che sostenerlo non è una fantasia consolatoria o un’utopia irraggiungibile. E a questa nuova conoscenza che sa curare le ferite del dominio e dalla necrofilia dei Padri-Padroni, donne e uomini possiamo attingere per riprendere il processo della creazione interrotta. A meno che non decidiamo volutamente di tapparci occhi e orecchie.</p>
<p style="text-align:justify;">«Le Società Matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo» (traduzione di Nicoletta Cocchi e Luisa Vicinelli, Collana Le Civette Saggi, Venexia, 2013, 700 pp., 28 euro),</p>
<p style="text-align:justify;">*Attiva nel movimento delle donne dagli anni Settanta. Luciana Percovich si è occupata di formazione presso la Libera Università delle Donne di Milano, ha diretto collane di saggistica (attualmente la collana Le Civette/Saggi per l’Editrice Venexia) e scritto su varie riviste occupandosi di medicina delle donne, scienza, antropologia, mitologia e spiritualità femminile (tra i suoi libri più importanti «Colei che dà la vita, Colei che dà la forma. Miti di creazione femminili, Venexia, 2009»).</p>
<p style="text-align:justify;">Per l&#8217;articolo completo (<strong><a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">All&#8217;inizio le madri. Esistono società matriarcali? Come e perché provano a rifiutare i principi e le pratiche del dominio e del capitalismo? Recensione di «Le Società Matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo» (Venexia) di Heide Goettner-Abendroth.</a>):</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/</a></p>
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		<title>Il trabucco di Giuseppino Manaccore. Fotoracconto di Giulio Martino. Finisterre</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 10:52:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Martino]]></category>

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		<description><![CDATA[Due ore con Giuseppino di Manaccore La mie esperienza sui trabucchi è stata breve ma intensa. . Lasciando l’auto in prossimità della Baia di Sfinale (tra Peschici e Vieste) e dopo aver steso le lucertole al sole mi sono incamminato in direzione nord dove avevo già visto e fotografato da lontano questo splendido trabucco. Dopo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em><strong><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/trabucco-manaccore.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6472" alt="trabucco manaccore" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/trabucco-manaccore.jpg?w=470" width="296" height="197" /></a>Due ore con Giuseppino di Manaccore<br />
</strong></em>La mie esperienza sui trabucchi è stata breve ma intensa.<em><strong><br />
</strong></em>.<br />
Lasciando l’auto in prossimità della Baia di Sfinale (tra Peschici e Vieste) e dopo aver steso le lucertole al sole mi sono incamminato in direzione nord dove avevo già visto e fotografato da lontano questo splendido trabucco. Dopo circa mezz’ora di cammino solitario tra bellissimi scogli sono giunto a destinazione.</p>
<p style="text-align:justify;"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel">.<br />
L’impatto è stato bellissimo il trabucco era molto più grande di quanto si possa capire da lontano. Salgo su per la porticciola in legno e seduto all’altra estremità, verso il mare, vedo un uomo che consumava il suo pasto. Chiedo se posso fare qualche scatto e lui un po’ freddamente mi dà l’ok. Comincio a scattare ogni particolare dell’attrezzo ma poi cerco di approcciare un dialogo e lentamente, un po’ a fatica, si è aperta una discussione interessante, durata circa due ore.</em></em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><strong>.</strong></em></em></em></em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><strong>Giuseppino Marino</strong>, molto più conosciuto in zona come <strong>Giuseppino di Manaccore</strong>, ha circa 75 anni ed ha svolto il mestiere pescatore di trabucco praticamente dalla nascita, un mestiere tramandatogli dalle generazioni passate.<br />
Nel frattempo comincia ad offrirmi un po’ di vino accompagnato da qualche grappolo di uva e delle pesche, come si dice <em>“tutta a frutta vole ‘o vino sula ‘a fica nun vole l’acqua”</em>.<br />
.</em></em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel">Giuseppino oltre a pescare costruisce anche i trabucchi, il suo lo ha restaurato da pochi anni ma ne ha più di 70.<br />
La discussione continua, si parla della tradizione dei trabucchi, della sua famiglia, in particolare dei nipoti che non vogliono continuare questa attività ma in ogni caso hanno imparato il funzionamento e anche quando ha ristrutturato il trabucco erano li presenti. Vediamo foto dei trabucchi del passato e della ristrutturazione, continuiamo a bere e mangiare frutta.<br />
.</em></em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"> Lamenta un poco l’eccessiva presenza dei turisti e dell’inquinamento che spingono i pesci lontano dalle coste, il periodo di agosto dovrebbe essere positivo per i cefali, ma se ne vedono ben pochi.<br />
Alla fine si convince a farmi vedere dal vivo come funziona solo che mi chiede di dargli una mano perché i suoi compagni erano in pausa pranzo, ovviamente non me lo faccio ripetere due volte.<br />
.</em></em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel">Così scioglie le funi e via, si comincia girare l’argano che avvolgendo la fune tira su la rete, per il momento è ancora leggera e ce la fa da solo, io continuo a scattare. Si opera prima da un lato e poi dall’altro ad un certo punto tocca a me (anche a me), la rete si fa più pesante, ci mettiamo ai tronchi girando intorno un difronte all’altro, leghiamo un lato e passiamo all’altro. Finito di alzare la rete andiamo a vedere, il pescato non è dei migliore, ma la situazione già l’ho spiegata, pochi pesciolini alcuni dei quali utilizzati come esca per i cefali e una manciata di bianchetti che mangiamo crudi così come pescati. A questo punto si abbassa di nuovo la rete e ci si rimette di nuovo in appostamento.<br />
.</em></em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel">Il mio tempo è scaduto devo ritornare alla baia dove devo girare le lucertola al sole prima che si brucino, lo saluto ringraziandolo per la bella esperienza e un ultimo scatto insieme. </em></em></em></p>
<p style="text-align:justify;">Giulio Martino &#8211;  agosto 2008</p>
<p style="text-align:justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/trabucco-manaccore3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6477" alt="trabucco manaccore3" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/trabucco-manaccore3.jpg?w=300" width="300" height="199" /></a>Il trabucco </strong>è uno strumento di pesca molto antico. E’ una struttura in legno formata da una piattaforma protesa sul mare ancorata alla roccia da grossi tronchi di pino d&#8217;aleppo, dalla quale si allungano, sospesi a qualche metro dall&#8217;acqua, due (o più) lunghi bracci che sostengono un&#8217;enorme rete detta trabocchetto. La tecnica di pesca è a vista. Consiste nell&#8217;intercettare, con le grandi reti a trama fitta, i flussi di pesci che si spostano lungo gli anfratti della costa. La rete viene calata in acqua grazie ad un complesso sistema di argani e, allo stesso modo, prontamente tirata su per recuperare il pescato. Secondo alcuni storici la nascita dei trabucchi risalirebbe al tempo dei Fenici. La più antica data di documentata risale al XVIII secolo. Diffusissimi lungo tutta la costa garganica, soprattutto nella zona tra Peschici e Vieste, gli antichi trabucchi sono tutelati dal Parco Nazionale del Gargano e sono ritornati in attività grazie all’azione di salvaguardia e di valorizzazione del Parco, che li ha adottati in segno di rispetto della tradizione e dell’ambiente garganico.</p>

<p><span style="color:#993300;">Clicca il <span style="color:#3366ff;"><a href="http://www.giuliomartino.it/foto/2008_0811_trabucco/index.html" target="_blank"><span style="color:#3366ff;">link per vedere tutte le foto</span></a></span> del trabucco sul sito di <span style="color:#3366ff;"><a href="http://www.giuliomartino.it/homepage.html" target="_blank"><span style="color:#3366ff;">Giulio Martino Fotografo</span></a></span>.</span></p>
<p><span style="color:#3366ff;"><a href="http://www.giuliomartino.it/homepage.html" target="_blank"><span style="color:#3366ff;">www.giuliomartino.it</span></a></span></p>
<div><span style="color:#993300;"><span id="__mceDel">I</span><em>l sito di <span style="color:#3366ff;"><a href="http://www.giuliomartino.it/homepage.html"><span style="color:#3366ff;">Giulio Martino</span></a></span>, un vero bene comune, una miniera infinita di foto, </em><em id="__mceDel"><em>racchiude per tutti noi le bellezze naturalistiche del Sannio e dell&#8217;Italia meridionale: un modo altro di viaggiare condiviso con i camminatori di Lerka Minerka.</em></em></span></div>
<div><span style="color:#993300;">.</span></div>
<div><span style="color:#993300;">Buon viaggio a tutti con le foto di Giulio.</span></div>
<div><span style="color:#993300;">Nina Iadanza</span></div>
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		<title>Differenza femminile, da diseguaglianza a modello per reagire alla crisi</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Feb 2013 20:01:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Donna]]></category>
		<category><![CDATA[Nina Iadanza]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nina Iadanza . INTRODUZIONE Sulla scia delle rivendicazioni del secolo precedente, nel corso del Novecento, le donne hanno conquistato il diritto di voto, maggiori garanzie sul lavoro, parità di trattamento lavorativo, e si sono interrogate intorno alla costituzione del soggetto femminile, ponendosi come obiettivo, prima, la parità, la necessità dell&#8217;eguaglianza fra i sessi e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<div style="text-align:justify;"><em><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/04/magna-mater-e1364841676565.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6551" alt="magna mater" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/04/magna-mater-e1364841676565.jpg" width="214" height="257" /></a>di Nina Iadanza</em></div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
</div>
<div>
<div dir="ltr">
<div style="text-align:justify;">INTRODUZIONE</div>
<div style="text-align:justify;">Sulla scia delle rivendicazioni del secolo precedente, nel corso del Novecento, le donne hanno conquistato il diritto di voto, maggiori garanzie sul lavoro, parità di trattamento lavorativo, e si sono interrogate intorno alla costituzione del soggetto femminile, ponendosi come obiettivo, prima, la parità, la necessità dell&#8217;eguaglianza fra i sessi e dell&#8217;emancipazione delle donne e, poi, la valorizzazione della differenza, della specificità del femminile, all&#8217;interno della società, della cultura e della politica.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">GENERE E DIFFERENZA</div>
<div style="text-align:justify;">La differenza di sesso è uno dei più importanti schemi per classificare gli esseri umani.</div>
<div style="text-align:justify;">Ma, <strong>da un&#8217;epoca all&#8217;altra, variano i significati attribuiti alla mascolinità e alla femminilità</strong>; comunque, permane una sorta di determinismo biologico che fa derivare certe caratteristiche culturali da quelle fisiche o biologico/genetiche.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">A partire dagli anni settanta, la nozione di genere sessuale (gender) punta a decostruire, rivelandone i meccanismi, i significati attribuiti alla differenza sessuale, mostrando l&#8217;incidenza dei fattori culturali e sociali sulle identità e sulle relazione fra uomo e donna.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">Secondo Jean Scott, storica americana, <strong>il genere è un complicato intreccio di rapporti e di processi</strong> che regola la posizione degli uomini e delle donne nella vita quotidiana, ma interessa anche le strutture sociali, la divisione del lavoro, le istituzioni, i rituali, i linguaggi.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">TEMATICHE DI GENERE</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>La tematica del genere ha oggi un ruolo centrale nella riflessione teorica</strong> e nella ricerca empirica riguardo al mutamento sociale e culturale del nostro tempo.</div>
<div style="text-align:justify;">I gender studies riconoscono la priorità dei soggetti sessuati nella costruzione dei saperi e nel ripensamento dei metodi di indagine finora adottati.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>Ci si interroga su questioni fondanti la soggettività femminile</strong>, ad esempio, la percezione della propria identità e quindi della propria differenza; l&#8217;esperienza del proprio corpo e della corporeità; il confronto con le altre, con gli altri; il rapporto con le emergenze dei saperi; la problematica dei saperi delle donne (la cura come cura di sé e come accudimento, il pragmatismo, l&#8217;ironia, la magistralità femminile).</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">SULLA NECESSITA&#8217; DELLA COSTRUZIONE DI UN DIVERSO ORDINE SIMBOLICO</div>
<div style="text-align:justify;">Si deve alle teoriche del pensiero della differenza l&#8217;aver evidenziato<strong> la necessità per le donne di costruire</strong>, basandosi sul rapporto madre/figlia, <strong>un ordine simbolico della madre </strong>che sappia contrapporsi all&#8217;ordine simbolico del padre, dominante da millenni.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">DALLE PARI OPPORTUNITA&#8217; ALLE OPPORTUNITA&#8217; EQUIVALENTI</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>Ancora ai nostri giorni, la parola dà ordine è parità che significa un confronto unilaterale di lei</strong> con lui nel rapporto fra i sessi, laddove lui rappresenta il modello di riferimento, il paradigma unico.</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>Ancora un ordine da disfare, decostruire, rivendicando le nostre differenze maschili e femminili</strong>, entrando in relazione con gli altri, imparando a confliggere.</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>Chi sa confliggere,</strong> persegue un confronto arricchente e non guerre escludenti, <strong>non scavalca la messa in discussione della relazione comprando l&#8217;amore.</strong></div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">IL PRIVILEGIO DI ESSERE DONNE</div>
<div style="text-align:justify;">&#8220;Essere donna è un privilegio&#8221; dice Luisa Muraro: puoi non esserne all&#8217;altezza, ma come lo hai meritato, così non lo perdi.</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>E&#8217; un privilegio che si gode nell&#8217;intimo di sé,</strong> nella confidenza con le altre o nella compagnia di uomini consapevoli, <strong>oppure nelle grandi prove</strong>.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">Solitamente, degli uomini piace la loro ricerca di grandezza, l&#8217;inventarsi grandi imprese, ma spaventa ciò che si lasciano dietro: filo spinato e cadaveri, odi e separazioni, confini tracciati a caso e neanche rispettati. Ancora di più <strong>non piace quando gli uomini si accaparrano titoli, cariche, carriere e promozioni</strong>. <strong>Quando in questo stesso agone ritroviamo le donne, come accade grazie all&#8217;emancipazione, può essere imbarazzante.</strong></div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">Il privilegio di essere donna dà una garanzia differente che si vive nelle cose ordinarie della vita, come può arrivare alle più straordinarie.</div>
<div style="text-align:justify;">Fare carriera, ottenere incarichi prestigiosi, avere molti soldi, le aggiunge poco.</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>La promozione sociale non aumenta la grandezza della donna. Se lei accetta il suo privilegio e lo coltiva, che stia dietro una scrivania o fra i fornelli, non fa grande differenza.</strong></div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">Sono una fortuna per l&#8217;umanità, non tanto per la procreazione biologica: tutti nasciamo da donna, ma per il modo in cui diventano madri, portano e mettono al mondo i figli, li seguono con progetti, sogni e amori. Ma sono una fortuna anche per tutto quello che non è procreazione, con la differenza che regalano al mondo.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;"><strong>Ma di loro si parla troppo poco e loro stesse non ancora parlano molto</strong>. Ci sono donne che hanno raccontato, ma <strong>sono state lette con una modalità funzionale alla carriera intellettuale che è finzione di lettura</strong> alla quale il pensiero femminile si sottrae per sua natura.</div>
<div style="text-align:justify;">.</div>
<div style="text-align:justify;">SAPERI E DIFFERENZE<br />
<strong>Marcel Mauss ha detto che la sociologia è lacunosa perché si è studiata solo la società degli uomini</strong> e si è tralasciata quella delle donne e dei due sessi. Parafrasandolo, si potrebbe dire che<strong> la politica è lacunosa anche perché è nata escludendo le donne</strong>.<br />
.<br />
<em id="__mceDel">Dunque, <strong>non dovremmo sopravvalutare i saperi canonici che, con la loro dichiarata neutralità, ma, di fatto, legati a un ordine maschile</strong>, risultano parziali se non addirittura fuorvianti.</em></div>
<div style="text-align:justify;">
<p><strong>Dovremmo smettere di considerare il sesso femminile come grande vittima di un&#8217;ingiustizia maschile</strong>. E&#8217; proprio della politica dei diritti concentrarsi su ciò che si può ottenere in nome dei diritti, sottovalutando quello che possono ottenere da sé le singole persone facendo perno sulle proprie risorse.<br />
.<br />
<strong>Anche la psicologia tende a non restituire</strong><strong>, </strong>a non rimandare <strong>una complessa rappresentazione delle donne, quando offre loro,</strong> come specchio,<strong> una presunta normalità omologante</strong> alla quale rapportarsi per sentirsi accettate o comunque compensate.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p>Questo tipo di interpretazione della realtà, di fatto, può sminuire ciò che moltissime donne mettono in gioco quotidianamente nei rapporti con il mondo e con l&#8217;altro da sé.<br />
.<br />
IL MODELLO FEMMINILE UTILE A REAGIRE ALLE EMERGENZE IN CORSO<br />
Nel XXI secolo, le attuali emergenze economiche, sociali ed ambientali testimoniano <strong>la necessità di nuovi modelli che superino quello rappresentato dal paradigma maschio, bianco ed occidentale. </strong><strong>Questo cambiamento può risiedere nell&#8217;attitudine femminile alla cura, </strong>alla cooperazione, alla solidarietà, alla pace, alla non separatezza della parti, alla interdipendenza. <strong>Infatti, mentre le donne guardavano l&#8217;uomo come modello unico,</strong> grazie a un sottovalutato meccanismo inverso, <strong>il mondo diventava, nei secoli, sempre meno violento perché gli uomini si contaminavano del sentire femminile.<br />
.<br />
</strong><em id="__mceDel">LIBERTA&#8217; FEMMINILI<br />
</em><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><strong>Oggi, le donne,</strong> che non hanno ben chiara la percezione della propria identità, <strong>oscillano fra due alternative,</strong> l&#8217;ideale oblativo e l&#8217;individualismo, <strong>l&#8217;abnegazione e un&#8217;autoaffermazione che ricalca modelli maschili. </strong><strong>Ma una reale libertà femminile avviene nell&#8217;individuare una terza posizione che le superi, in quanto entrambi mutilanti dell&#8217;essere</strong>, senza perdersi nell&#8217;insicurezza.<br />
.<br />
</em></em></em></em></em></em></em></em><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel"><em id="__mceDel">(Dall&#8217;intervento di Nina Iadanza in occasione di &#8220;Donne in cammino: incontri sul pensiero della differenza di genere. Confronto sul libro di Valeria Fraschetti, Sari in cammino. Ecco perché l&#8217;India non è ancora un paese per donne&#8221; del 20.09.11, presso la libreria Masone di Benevento)</em></em></em></em></em></em></em></em></em></em></em></em></em></em></p>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Sulla rubrica &#8220;La differenza femminile salverà il mondo? Pensiero della differenza di genere</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Feb 2013 19:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..RUBRICHE]]></category>
		<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Nina Iadanza]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[La differenza femminile salverà il mondo? Pensiero della differenza di genere. Una rubrica che agevola una differenza di sguardo e di esperienza in grado di trasformare noi stesse/i e ciò che ci circonda. Attraverso la decostruzione del pensiero unico, maschile occidentale, si affrontano temi delle differenze di genere e quelli fondanti la soggettività femminile portatrice del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/donna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7062" alt="donna" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/donna.jpg" width="289" height="174" /></a></p>
<p><b id="yiv1388810826ecxyiv1125762437yui_3_7_2_18_1361955144979_319">La differenza femminile salverà il mondo?</b> Pensiero della differenza di genere.</p>
<p>Una rubrica che agevola una differenza di sguardo e di esperienza in grado di trasformare noi stesse/i e ciò che ci circonda.</p>
<p>Attraverso la decostruzione del pensiero unico, maschile occidentale, si affrontano temi delle differenze di genere e quelli fondanti la soggettività femminile portatrice del linguaggio non violento dell’inclusione e della non competizione.</p>
<p>Per leggere gli articoli di questo sito sull’argomento:<br />
<a href="http://artempori.wordpress.com/category/rubriche/pensiero-della-differenza-di-genere/"><strong>Pensiero della differenza di genere</strong></a></p>
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		<title>&#8220;Senegal. Diario minimo di un improbabile viaggiatore&#8221; di Giovanni Rossi per Finisterre</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 18:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni rossi benevento]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano, Roma, Parigi. Ignari sorridenti viaggiatori. Ci piace l&#8217;idea che l&#8217;estate non sia finita. Abbiamo fatto finta di tornare al lavoro e poi, colpo da manuale, siamo fuggiti. Il Senegal merita uno scalo. Parigi è fredda; l&#8217;aeroporto, un automa di cemento grigio con tramezzini che costano 10 euro.  I francesi non parlano, annuiscono, fanno smorfie. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><b><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/senegal-3.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6328" alt="senegal 3" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/senegal-3.jpg?w=470" width="329" height="246" /></a>Milano, Roma,</b><b> Parigi</b><b>. </b>Ignari sorridenti viaggiatori. Ci piace l&#8217;idea che l&#8217;estate non sia finita. Abbiamo fatto finta di tornare al lavoro e poi, colpo da manuale, siamo fuggiti. Il Senegal merita uno scalo. Parigi è fredda; l&#8217;aeroporto, un automa di cemento grigio con tramezzini che costano 10 euro.  I francesi non parlano, annuiscono, fanno smorfie. L&#8217;aria è frizzante come un sorso di Perrier. L&#8217;areoporto è fermo, un plumbeo trampolino verso il nuovo mondo. Ogni aereo è un viaggio chiuso in due ansie che si chiamano decollo ed atterraggio. Nel mezzo, ci sono basse temperature, sedili stretti e senza fughe, copertine, cuscini, vassoi con scatolini di vettovaglie tiepide. Scenari consueti, riti consumati all&#8217;interno di un ventre danzante chiamato ballo delle turbolenze.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Dakar.</b> Siamo uomini compattati. Gente in fuga. Sognatori. Persone che amano il caldo ma non troppo. L&#8217;umidità si chiama Africa. E&#8217; un caldo che non si ama ma sparge la sua acqua trasudata dalla stagione delle piogge. La terra emette i suoi lamenti, stira le sue membra ed asciuga la sabbia dalle fatiche del  giorno. E&#8217; notte. Questo arrivo è un pugno nello stomaco. Odore di terra reietta, di notte ferma, di cappa. La gente calda come il clima, ci chiama, ci stordisce, ci attira, ci risucchia dentro un corridoio di pelle nera. Si agitano nell&#8217;aria mille mani, gente che mostra tesserini, carte, o semplicemente grida. Forse tassisti autorizzati dal comitato del turismo ufficiale che offrono passaggi. Forse. Molti sono venditori ambulanti. Forse. Intorno auto rabberciate, carretti, asini, pulman ridotti in ammassi scoloriti. Non c&#8217;è tempo. Nessun pericolo, ma la stanchezza e l&#8217;ansia pesano più della cappa. Guadagniamo il nostro pulman di ricchi, improbabili minimi viaggiatori.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Saly.</b> Costa azzurra africana. Incompleta, grottesca definizione sospesa a mezz&#8217;aria. Ognuno ha la sua costa azzurra, ma le nostre menti hanno un metro di misura schizzinoso. Siamo europei; italiani che &#8220;sappiamo tutto noi&#8221;, guasconi dal cuore molle. Troppo molle per essere europei colonizzatori.  Siamo solo gente abituata bene. Siamo in un resort a cinque stelle che brillano un pò meno delle nostre. Abbiamo occhi un pò meno spaesati rispetto a tanta misera periferia. Beauty center, relax, piscina, palme, stanze con interni in bambù. Qui siamo viaggiatori meno improbabili, anche se il caldo ci tiene stretta la mano.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Villaggio 80 km a sud di Dakar.</b> Si parte ed il pugno sembra indugiare nello stomaco. Nessuna strada ma terra, arbusti, rottami,  bassi calcinacci di case, informi spelonche, lamiere, carte, bottiglie vuote, lattine, pneumatici, tranci di corde, taniche,  barili. Miseri scarti. I Senegalesi sono la cornice lisa di queste congerie. Gentili, non pericolosi, con sorrisi spesso chiusi. Questuanti coriacei. Operosi ma più spesso sciatti, proni o supini, sdraiati sotto bassi arbusti o su talami precari fatti di quattro assi scalcinati. I bambini poverissimi, sorridenti elfi. Con la pelle nera, diavoletti ignari che manifestano ogni gioia, quella che i genitori induriti dalla miseria non conoscono più. Le donne sono le ninfee che affiorano dalla palude: con portamento regale, quasi il contrappasso di tanta brutta cera. Vesti di colori, cornici attillate e variopinte, mai scarmigliate, ma i capi ornati alla perfezione; belle, composte, magre. Immagini affastellate, impastate di sabbia, scorte dai  cingoli di questo carro armato, mentre procediamo verso un villaggio sperduto a sud di Saly. Affiorano lentamente i sintomi di quel malessere che serpeggia tra noi passeggeri; il fascino della conoscenza del diverso, del simile meno fortunato. Nessun piacevole intermezzo, nessuna battuta, nessuna goliardia riesce ad attenuare quest&#8217;uggia che ci ha invaso l&#8217;anima. Solleviamo sabbia ed umido,  mentre ci rinfreschiamo i volti con pezzoline bagnate. Il viaggio è più lungo del previsto. L&#8217;arrivo al villaggio è un sollievo. Tutti in festa per noi. Siamo ignari benefattori di un villaggio povero. Siamo in una scuola povera di bambini neri. Un tassello nel mosaico del futuro. Un mosaico complesso e certosino che si chiama Senegal. Siamo stanchi. E la stanchezza per un viaggiatore che si sente molto improbabile, può superare la commozione. Ma i bambini neri che stavano lì vestiti con gli abiti poveri della festa, sono ricordi incisi a fuoco, e la commozione si ciba di tutto, anche degli scarti.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>La prima oasi verso Joal.</b> Le oasi sono immagini patinate. Figlie di  pellicole, lette e disegnate nei fumetti, rese grottesche nei cartoni animati. Le oasi sono sollievo e speranza. La nostra è un&#8217;oasi per viaggiatori improbabili, per chi è abituato ad essere cullato dalle suppellettili. La nostra oasi ha il volto di due giovani donne senegalesi sulle cui  fronti scendono grappoli di ricci fitti, di tanto in tanto inanellati di perline; la loro pelle morbida è disegnata di terra scura. Le solite pezzoline bagnate, il succo di karkathe e di menta, il cocco, le arachidi, gli anacardi, le olive. Il nostro balsamo inaspettato. La soddisfazione dei nostri bisogni minimi. Vedo volti sorridenti come bimbi al gioco. Vedo uomini e donne pieni di orpelli, abbandonarsi solo a ciò che serve. Un bicchiere d&#8217;acqua nel deserto. Il bene più grande  in questo inutile letto pieno di gioielli.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Il villaggio di conchiglie: Joal-Fadiout.</b> Il cibo è riso, bocconi di pesce, carne in salse che ricordano la sabbia, le spezie, le mani brune delle donne; si beve birra Flag, o la birra del cammello, vino che ha il sapore del caldo, caffè diluito nel tempo. Il ponte di legno è il nostro treno. Svettiamo su una distesa di mare prosciugato; su questa sabbia compatta e fresca. Ci sono grida di bambini neri. Due squadre. I piccoli alla sinistra ed i più grandi a destra. In mezzo il nostro ponte. Guadiamo due campi di sabbia. Da noi ci sarebbe l&#8217;erba che ha il profumo delle stelle, qui c&#8217;è solo un nugulo impazzito di gambe nere sopra la terra. Il cielo è gonfio di ogni acqua, pronta ad accoglierci all&#8217;ingresso del villaggio. Le strade bianche sono i resti delle conchiglie. Gusci trasudati dalla fame. Scarti opalescenti dei pescatori,  fenicotteri chini sulla battigia a rastrellare ceste di ogni sabbia; i molluschi della provvidenza. Resti che calpestiamo su ogni stradina tra le capanne battute dalla pioggia e questi abitatori. Gente coriacea che ci segue ovunque come in processione; chi vende, chi sorride, chi dorme e chi segue rassegnato il solito teatro.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Il mercato del pesce.</b> Ci sono barche. Colorate dal tramonto e dalla fame. Mille vesti di donne, mercanti e pescatori.  Aggrappati e festanti grappoli a queste agili barche; legni consumati dall&#8217;oceano eterno. Tutto si muove tra  zaffate di pesce vivo o già morto. Agognante fauna divorata da mani ed occhi. Pane quotidiano e festa. Siamo incursori vestiti bene. Le stecche di un coro chiamato miseria. Derisi, impacciati, tallonati, smarriti. Affondiamo le scarpe sulla battigia dove l&#8217;acqua salmastra offre risacca nera, una carezza calda e crudele di mille grida.  Tutto è possibile in un mercato del pesce. L&#8217;orizzonte ha il nome incerto dell&#8217;attesa delle barche. La cena imbandita dal mare giunto a sera.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Il lago Rosa.</b> Nord di Dakar. L&#8217;acqua non è rosa ma annegata nelle sabbie. Ha il colore del deserto; delle dune; del posto lontano. E&#8217; un lago caldo che nasconde misteri. In questa mattina fatta di ieri, dinanzi a noi tutto è rosa. L&#8217;eco del tamburo. L&#8217;illusione che ci sia musica, nient&#8217;altro se non battiti di una vita fatta di sabbia e acqua. Montagne di sale attorno. Scalate. Gobbe di sopravvivenza. La musica prosegue e sono farfalle che percuotono le proprie ali fatte di legno. Corriamo nel sale e nella sabbia e nessuno si gira, siamo statue che nessuno potrà mai tramutare in montagne. Corriamo innanzi scorgendo le onde dell&#8217;oceano che cinge. Il lago prigioniero del mare. Una sosta ed un bagno. Riprende la nostra corsa a bordo di mezzi scalcinati.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Villaggio di Kunun.</b> Prima della festa al villaggio, mangiamo ridendo. I vestiti locali sono la nostra pelle finta. Il villaggio è pieno di bambini, mamme, padri. Uomini festanti. Ballerini, saltimbanchi, funamboli al ritmo selvaggio della savana. Il cerchio di gente fatta di cenci d&#8217;autore, pennellate, mille bolle asciugate al sole, sorrisi, scherni, fughe d&#8217;occhi, baruffe crepitanti di voci, strappi, incitamenti, capriole. Nella festa del villaggio siamo ancora troppo improbabili. Più omaggiati che prodighi donatori di penne e caramelle.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Dakar. Isola di Goré. </b>Viaggiamo verso Dakar: ultima corsa. Città di vestigia coloniali immerse nell&#8217;immondizia. Ponti di cemento nero. Strade rottamate. Città progredita di miseria piena di progetti. L&#8217;isola che non c&#8217;è ci aspetta. Ci sono bimbi neri che annegano per un soldo. Ci siamo noi a guatare nell&#8217;imagine degli schiavi. Da qui partivano. Forse. Gente che giungeva morta. Sicuro. Come certo è il nostro ritorno. Da questi sentieri caldi di sabbia calpestata e trasudante di echi incatenati, si levano le ultime nostre piccate risposte ai questuanti. E&#8217; tardi.  Battello, aereo, automobile, dove siete? Casa amara casa.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Casa.</b> Ecco, siamo svegli. Ci hanno svegliato gli echi di un viaggio.  La giacca che il sole ci tirava ora è stazzonata. Siamo a casa. Siamo scesi sulla sabbia da una lingua di cemento. Siamo atterati quasi scollinando da una grande duna. Dallo scanno rimarchiamo tutti gli scampoli di quella battigia nera. Sguardi condivisi. Specchi smarriti. La terra che è stata il nostro primo viaggio, senza alcun giaciglio uguale al nostro nido consueto. La prima volta che abbiamo dormito fuori casa. I viaggiatori improbabili di ieri, oggi danzatori di ricordi.</p>
<p style="text-align:justify;">Giovanni Rossi</p>
<p style="text-align:justify;"><i>A mia madre (lettrice splendida)</i></p>
<p style="text-align:justify;"><i>Senegal, 6-11</i><i> ottobre</i><i> 2009 &#8211; &#8220;Diario minimo di un improbabile viaggiatore&#8221; di Giovanni Rossi per Finisterre</i></p>
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		<title>&#8220;Makarska 2007. Ritorno alla sensibilità&#8221; di Alessandro Paolo Lombardo per Finisterre</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2013 19:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[croazia]]></category>

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		<description><![CDATA[Eravamo partiti con metodo. Più che un Metodo, la nostra guida era un almanacco ideale riempito delle massime più laide e volgari in circolazione sulla Croazia (per lo più sulle croate, facili?). Le classiche dicerie che il turista in ritorno da questa bella terra non può che suffragare temendo, in caso contrario, una caduta di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/makarska.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6296" alt="MAKARSKA" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/makarska.jpg" width="274" height="184" /></a>Eravamo partiti con metodo. Più che un Metodo, la nostra guida era un almanacco ideale riempito delle massime più laide e volgari in circolazione sulla Croazia (per lo più sulle croate, facili?). Le classiche dicerie che il turista in ritorno da questa bella terra non può che suffragare temendo, in caso contrario, una caduta di virilità. Per questo si chiamano “palle”.</p>
<p>In appendice all’almanacco una nota, uno spunto di riflessione lanciato poche ore prima di partire da un ragazzo abbastanza piacente da non avvertire il peso di qualche fallimento. “Per la mia esperienza, levatevi dalla testa le croate! Non li possono vedere gli italiani…” Questo anatema non pesava più di tanto sulla nostra vacanza: perché credere al vero, quando si ha un almanacco volgare?</p>
<p>Giungiamo a Makarska. Dobbiamo scontrarci con una dura realtà: anche i croati hanno un “almanacco” come il nostro, sugli italiani. A causa della cattiva abitudine degli italici di rasarsi e ostentare eleganza – leggasi: indossare la camicia – siamo considerati tutti gay, anzi siete considerati tutti gay perché io, biondo, con un inglese quasi decente e avendo dimenticato a casa il rasoio, non posso proprio essere italiano.</p>
<p>Essendo i miei due compagni di viaggio più palesemente mediterranei, ci sentiamo in obbligo di “riabilitare” gli italiani. “Italian boys are all gay!” Nemmeno il tempo di scardinare questo pilastro dell’idea croata di italianità che finiamo in un’altra pagina dell’almanacco, forse per l’eccesso di zelo nel riabilitare. “Italian boys are so aggressive!”</p>
<p>[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=8hYR9zwUpxw]</p>
<p>E detto questo, le ragazze si allontanano, proprio non sopportano l’irruenza. Torniamo dalla Croazia con tante risate e poche croate. Sulla nave, in uno di quei momenti di pausa dalle macchiette che tre giovani affiatati compiono a ripetizione, rifletto che se fossi andato in vacanza in Francia o in Inghilterra avrei chiesto numeri di telefono, indirizzi e-mail alle ragazze conosciute per gioire all’idea di avere amici in altri mondi. In Croazia l’avevo fatto solo per dare l’impressione di essere un ragazzo serio, che non cercava, come effettivamente era, qualche storia effimera come trofeo di vacanza.</p>
<p>Absolute pears. Un sorso di collutorio e mi affaccio alla balaustra. Penso alla nave che turba il mare tranquillo, lo apre (superficialmente) e lo abbandona dietro di sé, lasciando del proprio passaggio nient’altro che quella spuma sporca. Provo pena per il mare. E sorrido dell’ostinata ricerca dell’imbarco, a ogni costo.</p>
<p>Alessandro Paolo Lombardo 2007</p>
<p>&#8220;MAKARSKA 2007. Ritorno alla sensibilità&#8221; di Alessandro Paolo Lombardo per &#8220;Finisterre. Viaggioracconti responsabili&#8221;</p>
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