<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Art&#039;Empori &#187; Racconti</title>
	<atom:link href="https://www.artempori.it/artempori/category/antologia-artistica/racconti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.artempori.it/artempori</link>
	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Jul 2021 21:41:15 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=3.7.41</generator>
	<item>
		<title>Per le vie delle nostre terre (II puntata)</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2016/08/12/per-le-vie-delle-nostre-terre-ii-puntata/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2016/08/12/per-le-vie-delle-nostre-terre-ii-puntata/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 12 Aug 2016 06:58:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmela D'Antonio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Eventi locali]]></category>
		<category><![CDATA[Carmela D'Antonio]]></category>
		<category><![CDATA[Chi ha scelto il cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[Controcultura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia relazionale e solidale]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Storia del Sannio]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo consapevole]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.artempori.it/artempori/?p=18104</guid>
		<description><![CDATA[Ieri il meteo ci ha spaventati e ci ha protetti! Dato i temporali previsti lungo le nostre tappe abbiamo deciso di evitare una possibile doccia fredda in moto. Interrompere il viaggio sembrava un po’ come spezzare un incantesimo e così abbiamo deciso di dirigerci verso Ariano Irpino in auto. &#160; Questo paese che oggi si [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri il meteo ci ha spaventati e ci ha protetti!</p>
<p>Dato i temporali previsti lungo le nostre tappe abbiamo deciso di evitare una possibile doccia fredda in moto. Interrompere il viaggio sembrava un po’ come spezzare un incantesimo e così abbiamo deciso di dirigerci verso Ariano Irpino in auto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-18105" alt="IMG_1751" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1751-300x200.jpg" width="180" height="120" /></p>
<p>Questo paese che oggi si presenta su tre colli  non è attraversato dalla via Traiana che invece era stata fatta nella parte bassa, cioè in prossima di contrada Starza. Una contrada in cui sono stati rinvenuti scavi archeologici di capanne preistoriche in realtà molto più a valle dall’attuale centro storico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Aequum Tuticum ( così è denominata questa località) divenne anche una probabile stazione di sosta sul trattuto Pescasseroli- Candela durante il periodo sannita.  Fu un’importante via di  comunicazione e di commercio del passato, soprattutto quando divenne incrocio tra la via Herculea e quella Traiana.</p>
<p>Venne man mano abbandonata nel medio evo a causa delle invasioni barbariche e  dopo che i normanni costruirono un castello militare in cima al colle.</p>
<p>Raccolte  queste informazioni, presi gli ombrelli,  ci siamo diretti alla volta di Ariano Irpino.  Come di tradizione arianese non potevamo non onorare uno dei tanti ristoranti della zona mentre fuori l’acqua veniva giù a catinelle.</p>
<p>Passato il temporale nel pomeriggio ci siamo imbattuti in una cittadina deliziosa, in piena rievocazione storico medievale.<a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1723.jpg"><img class=" wp-image-18112 alignright" alt="IMG_1723" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1723-300x200.jpg" width="180" height="120" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ad accoglierci il gruppo del forum dei giovani che davano indicazioni sul territorio.</p>
<p>L’altitudine di Ariano ci ha regalato un grande freddo. All’inizio abbiamo trovato un po’ di riparo nel  museo delle ceramiche.</p>
<p>La fortuna ha voluto che mentre eravano intenti ad esplorare le torri una voce dall’alto ha attirato la nostra attenzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1732.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18111" alt="IMG_1732" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1732-264x300.jpg" width="158" height="180" /></a>Eravamo capitati difronte alla finestra di Carmen e Francesco che ci hanno protetti dal freddo, coccolato, fatto da cicerone per le torri, il museo medievale e la villa di Ariano e con loro abbiamo concluso la serata guardando la rievocazione storica dell’incendio di Ariano Irpino commissionato da Manfredi, figliastro di Federico II, per punire gli Arianesi che più volte si erano opposti al suo assalto alla cittadina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1812.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18106" alt="IMG_1812" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1812-200x300.jpg" width="120" height="180" /></a><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1719.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18110" alt="IMG_1719" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1719-200x300.jpg" width="120" height="180" /></a><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1769.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18108" alt="IMG_1769" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1769-200x300.jpg" width="120" height="180" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1789.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18107" alt="IMG_1789" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1789-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vi salutiamo tutti insieme</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2016/08/12/per-le-vie-delle-nostre-terre-ii-puntata/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Francesca Spada ovvero la disillusione di partito. Un racconto</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2014/02/09/francesca-spada-ovvero-la-disillusione-di-partito-un-racconto/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2014/02/09/francesca-spada-ovvero-la-disillusione-di-partito-un-racconto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 09 Feb 2014 09:23:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Tullia Bartolini]]></category>
		<category><![CDATA[francesca spada]]></category>
		<category><![CDATA[napoli]]></category>
		<category><![CDATA[partito comunista italiano]]></category>
		<category><![CDATA[pci]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.artempori.it/artempori/?p=10658</guid>
		<description><![CDATA[[racconto di Tullia Bartolini] Hanno suonato il piano a lungo, parlato della morte. Poi, si sono separate. Sua figlia l’ha inseguita a piccoli passi  fino alla porta, le ha stretto le gambe forte, all’altezza delle cosce. I bambini sentono sempre ciò che sta per accadere. Ora, sale verso i Camaldoli, lungo i tornanti trafficati. Ai [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/02/francescaspadaconilcane.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10661" alt="francescaspadaconilcane" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/02/francescaspadaconilcane.jpg" width="168" height="332" /></a>[racconto di Tullia Bartolini] Hanno suonato il piano a lungo, parlato della morte. Poi, si sono separate. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Sua figlia l’ha inseguita a piccoli passi  fino alla porta, le ha stretto le gambe forte, all’altezza delle cosce.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">I bambini sentono sempre ciò che sta per accadere.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Ora, sale verso i Camaldoli, lungo i tornanti trafficati. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Ai semafori lancia uno sguardo ai muretti a secco invasi dalle erbacce, alle scritte che inneggiano all’amore libero. La conosce: è la sua Napoli in disuso, stanca come una vecchia in pantofole. Ma Francesca guarda ormai tutto questo  senza  disgusto. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">E’ bella ancora, la ruga tra le sopracciglia non appesantisce il suo sguardo, che resta curioso come quello di un bambino.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Fa caldo, nonostante si sia lontani dall’estate. E’ un giorno di ricorrenze e giaculatorie nelle chiese. Sente le mani incollate al volante. Sudano come quelle di sua figlia quando gliele ha strette sulla porta di casa dicendole solo, senza guardarla negli occhi: <i>Torno subito</i>. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Un ragazzo in motorino le taglia la strada, tra le labbra gli penzola una sigaretta, alza le mani in segno di scusa. La frenata brusca la riporta alla realtà, per un attimo si riprende, si dice: ‘Va’ da loro, ti aspettano, <i>cosa cazzo stai facendo’</i>. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Ma poi è proprio il pensiero di Renzo a farla andare avanti. E&#8217; convinta di aver interrotto fin troppo il suo cammino, intralciandoglielo come avrebbe fatto una donna qualunque.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Allora prosegue, pigiando forte il piede sull’acceleratore e svolta a destra, verso casa sua.  </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">E’ l’ultima volta che il suo sguardo si posa su quegli incroci, sulle piazzole di sosta, sulla tettoia del distributore di carburante, lesionato dal vento. Eppure sembrerebbe ancora tutto da fare: la vita, i progetti. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">C’è un posto che è l’ultimo, nel territorio in cui si è deciso di vivere e questo, lei, lo sa bene. Come Renzo, che ha scelto il luogo definitivo della coerenza. Con Renato ne hanno discusso spesso, e sempre parlavano di determinare la propria vita a costo di ogni sofferenza. Discutevano pure di  musica: era un modo come un altro per riconoscere &#8211; e accettare &#8211; la loro mancanza di uso del mondo.  </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Renzo li guardava scuotendo il capo, l’espressione conciliante, ma erano stati momenti di intensa felicità.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">E pure Renato, dov’è andato a finire?  In un buco senza fondo, nello spazio bianco, dentro l’infinito smarrimento della morte.  Non credo in Dio, le diceva, credo nell’eternità e anche su questo loro due erano d’accordo. Perciò la scomparsa di Renato non era stata solo un evento doloroso e inaspettato. Era stata, piuttosto, un segno, un messaggio, una rivelazione. Suonavano il piano seduti uno accanto all’altra, le mani che si sfioravano, gli occhi chiusi, lei col capo inclinato verso di lui, lui assorto in un’assenza. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">La politica, i discorsi intellettuali, le domande pressanti sulla società, su dove stesse andando il Partito, ogni cosa si faceva lontana, in quei momenti.   </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Al liceo Francesca studiava solo quello che le piaceva, ma scrivere l’appassionava  e, nonostante il suo carattere ribelle, era molto amata dai  professori. Le piaceva Euripide, la storia simbiotica tra Alcesti e Admeto. Quando un argomento catturava la sua attenzione non c’era più niente da fare.  Lo aveva tradotto in modo mirabile, il testo, tant’è che il professore s’era pure complimentato con i suoi genitori, aggiungendo qualcosa a proposito della sua incostanza.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Poi arriva sotto casa e cerca freneticamente le chiavi sul fondo della borsa. E’, anche questo, un ultimo gesto. Ancora tutto potrebbe essere rimescolato, come carte sul tavolo da gioco. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Perciò, forse, il pensiero dei volti amici l’afferra: come se anche chi è <i>già morto</i> fosse ancora lì, a ricordarle la vita che è stata e che non sarà più, a darle il coraggio di tentare un ultimo salto, attraversando il ponte che separa la vita dal nulla. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Poi trova le chiavi, le tiene nel palmo della mano, chiuse nel pugno, e resta ferma,  i piedi inchiodati al pavimento.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">In giardino ha reciso delle rose che tiene strette al petto, avvolte in un foulard. Lascia che le spine la graffino, in un dolore meraviglioso.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Ecco che avanza, ora. Senza guardarsi intorno. E’ bene abituarsi <i>all’invisibilità.</i> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Anche le scale le sale come se fosse un fantasma, temendo di incontrare qualcuno. Poi gira le chiavi nella toppa ed entra nell’appartamento in cui ristagna un odore di chiuso e di muffa. Tutto, nel palazzo dagli intonaci scrostati, è silenzio. I suoi passi risuonano sul pavimento di marmo, spaventandola.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Tergiversa, poi dirige verso la camera da letto e, d’un tratto, ha paura di non farcela. Tira fuori dall’armadio la coperta fatta all’uncinetto, con le rose e le pagode cinesi.  La stende sul materasso con cura, e già le mani le tremano. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Spruzza del profumo di colonia che ha trovato sul cassettone mangiato dai tarli. Il buon odore quasi la consola, assieme a quello dei fiori, così struggente e diverso. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Chissà perché, apre le rose con le mani, premendo sui petali finché non cedono. Li sparge sul letto con un’indolenza spaventata e muta, poi vi si sdraia sopra, ancora con le scarpe ai piedi. <i>‘Così non va bene’</i>, pensa. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Ha messo in borsa una camicia da notte di seta, la tira fuori, a lungo ne accarezza la consistenza. Dopotutto, si tratta delle ultime cose da fare. Allora si spoglia, la pelle tremante,  sentendo il freddo dell’appartamento chiuso da mesi.  </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">La pelle delle sue spalle è liscia, senza macchie. Francesca è bella. Si guarda nello specchio della toletta di fronte al letto e si  vede. E’ stata sempre una donna desiderabile. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Agli uomini piacciono le irregolari come lei, che non calcolano. Sono donne comode e scomode allo stesso tempo, perché non sanno mettere radici.  Fanno domande che riguardano la vita, ignorano le querimonie quotidiane, girano le pagine, non restano attaccate.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Non ce l’ha col Partito, Francesca. Non più. Hanno detto di lei che era macchiata. Tutti quei figli, la fatica per tenere assieme i fatti, le fughe da casa: queste non sono che piacciono agli uomini del P.C.I.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Perciò Renzo meritava di più, più di una come lei, di quella misera esistenza. <i>Gliel’hanno sempre fatto capire. </i></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Riprende coraggio,<i> </i>si sdraia sul letto. Accanto a sé ha la copia del libro di Rilke. Non lascia altro, a Renzo. Ma sa che lui capirà.  </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">E’ quasi fatta. Prende il flacone con mani tremanti, versa l’acqua nel bicchiere. Coordina i gesti con calma, lei che è sempre stata famosa per i suoi scatti d’ira.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Due, tre, sette pillole. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Hanno un sapore amarissimo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Inizia con uno stordimento, un giramento di testa, <i>quella cosa</i>. Adesso sa cos’è. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Il cervello pare spostarsi più in là del cranio, delle mani, del seno.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Bene. Dunque è così. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Poi avverte un dolore lancinante allo stomaco, e sudori freddi lungo la schiena, la fronte.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">I volti, certe frasi, s’accavallano dentro la sua mente. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Se non fosse tanto doloroso. Stringe i pugni così forte da tagliarsi i palmi delle mani. Non durerà a lungo. Non lo vuole quel dolore che la lega al corpo, a tratti. Il corpo non c’entra niente,  non vuole star lì, e inizia a contorcersi. Stende le gambe in un crampo che la taglia in due, prova a scendere dal  letto, ma i piedi non riescono a toccare terra. Guarda la stanza con gli occhi chiusi, adesso, in una smorfia che immagina orribile. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;"><i>“Torna presto”,</i>  le aveva detto, perentoria, sua figlia, sulla soglia di casa, la piccola bocca imbronciata. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">Nel momento in cui le appare quel piccolo volto, Francesca smette di pensarlo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">E’ solo un attimo, l’ultimo respiro.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">&#8212;</span></p>
<p style="text-align: justify;">(Foto in evidenza nello scorrevole: Nicola Rapuano)</p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Calibri;">(Francesca Nobili &#8211; che si firmava Spada &#8211; fu corrispondente per l’Unità e compagna di Renzo La Piccirella, medico napoletano, anch’egli editorialista dell’Unità e membro del PCI. Due anni dopo il suicidio di Renato Caccioppoli, matematico napoletano, Francesca si toglierà a vita, ingerendo una massiccia dose di barbiturici. Era convinta di aver danneggiato il marito all’interno del partito, ledendone l’immagine. Accanto a lei, sul letto, furono ritrovati dei versi di Rilke  dedicati ad Alcesti, l’eroina del mondo greco che sacrifica la sua vita per salvare quella del marito Admeto).</span></span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Al riguardo leggi:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://georgiamada.wordpress.com/2013/11/30/francesca-spada-di-edda-melon/" target="_blank">http://georgiamada.wordpress.com/2013/11/30/francesca-spada-di-edda-melon/</a></p>
<p style="text-align: justify;">e l&#8217;articolo di Erri De Luca (Corriere della sera, 30 settembre 1995),</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1995/settembre/30/eresia_Renato_Francesca_comunisti_soffocati_co_0_95093012009.shtml" target="_blank">http://archiviostorico.corriere.it/1995/settembre/30/eresia_Renato_Francesca_comunisti_soffocati_co_0_95093012009.shtml</a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;"> </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2014/02/09/francesca-spada-ovvero-la-disillusione-di-partito-un-racconto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Bosco Verdito. Appunti di paesaggio: cappella di San Giuseppe, Paduli &#8211; di Giovanni Rossi</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/07/15/bosco-verdito-appunti-di-paesaggio-cappella-di-san-giuseppe-paduli-di-giovanni-rossi/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/07/15/bosco-verdito-appunti-di-paesaggio-cappella-di-san-giuseppe-paduli-di-giovanni-rossi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 17:33:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[jhova2013]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Appunti di paesaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia di paesaggio urbano]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo caccese]]></category>
		<category><![CDATA[paduli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=7829</guid>
		<description><![CDATA[Andiamo da Lorenzo. Stefano ingoia le curve e io come al solito un po&#8217; parlo e un po&#8217; penso ai fatti miei. Scavalchiamo Paduli e scendiamo a valle, in un posto solitario che si chiama Verdito dove tira un vento freddo, forse l&#8217;ultimo dell&#8217;inverno. Arriviamo in mezzo a un caseggiato basso con dei capannoni a [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/masseria-caccese1-foto-giovanni-rossi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7831" alt="masseria-caccese1-foto-giovanni-rossi" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/masseria-caccese1-foto-giovanni-rossi.jpg?w=300" width="300" height="223" /></a>Andiamo da Lorenzo. Stefano ingoia le curve e io come al solito un po&#8217; parlo e un po&#8217; penso ai fatti miei. Scavalchiamo Paduli e scendiamo a valle, in un posto solitario che si chiama Verdito dove tira un vento freddo, forse l&#8217;ultimo dell&#8217;inverno. Arriviamo in mezzo a un caseggiato basso con dei capannoni a sinistra, ci scivoliamo di lato, lungo una discesa ancora sporca di fango, fino alla cappella di San Giuseppe. A destra ci sono attaccati dei ruderi silenziosi, una specie di braccio ingessato dal tempo, e a sinistra c&#8217;è una baita bassa e larga tutta di pietra costruita su dei sassi che sembrano ippopotami. Lorenzo arriva di soppiatto e ci saluta orgoglioso del suo piccolo medioevo. Rimarchiamo ogni pietra della cappella di San Giuseppe e poi ci entriamo. Lorenzo dice che è meglio di notte, ci sono le luci; a me va bene così, domani è sabato, fuori c&#8217;è vento, e il pomeriggio va a calare illanguidendo ogni sensazione. La cappella è stata appena sistemata da un restauro, di quelli rammemoranti, che si fanno in punta di piedi, dalle fondamenta fino alla campana del 1600. Giriamo intorno al rudere, fino alla stalla, ci lasciamo a destra un capanno vecchio west con quattro maiali, e ne approfitto, faccio un filmatino alle bambine, coi musi dei maiali che si abbaruffano per un ciuffo d&#8217;erba che infilo nella rete. Siamo sull&#8217;orlo della valle, sulla parte più alta degli uliveti. - L&#8217;olio buono è una gara contro il tempo, deve andare al frantoio di corsa, poi le piante le lascio nell&#8217;erba e quando le poto macino tutto e lascio anche quei resti&#8230; &#8211; mentre Lorenzo parla penso a quanto sarebbe bello un tocco di campana, ora, nella valle, ci sentirebbero a Paduli e a Pago Veiano, a San Marco dei Cavoti, a San Giorgio La Molara, chissà addirittura in Puglia, sul Gargano. Entriamo nella casa bassa di pietra che è stata costruita addosso a dei macigni. La mamma di Lorenzo ci offre i biscotti alle mandorle appena fatti e un caffè. Siamo seduti a un tavolo di legno lungo e magro, alle nostre spalle c&#8217;è un camino con una grande bocca buia. Nel frattempo guardiamo fuori, oltre il porticato. La grossa siepe di lauro ha preso uno specie di fungo, una patologia che la sta facendo arrugginire. Lorenzo e Stefano ne parlano come se fosse una vecchia zia di famiglia, citano rimedi, terapie, addirittura usciamo e ci giriamo attorno. Li sento dire di potature drastiche, di trattamenti, di quanto era rigogliosa fino a qualche tempo prima. Costeggiamo il campo di favini mentre sotto il capannone due meccanici fanno manutenzione alla trasmissione della trebbiatrice. Lorenzo farà ruggire quel mostro d&#8217;estate e qualche volta si metterà proprio lui alla guida, &#8211; Oggi faccio io -, dirà all&#8217;operaio allontanandolo con un braccio. Abbiamo ancora poco tempo, giusto quello necessario per prendere l&#8217;olio, di due colori ma della stessa terra, degli stessi ulivi che si aprono a valle ai lati della cappella di San Giuseppe. Gli ulivi coi piedi nei ciuffi d&#8217;erba. Quelli che guardano il fiume dall&#8217;alto. A questa valle bisogna essere abituati. Come Lorenzo. E come Lorenzo bisogna avere il gusto di raccontare ogni pietra e ogni pianta. Senza alcuna fretta e senza dover inventare nulla, stando semplicemente affacciati.</p>
<div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">

</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/07/15/bosco-verdito-appunti-di-paesaggio-cappella-di-san-giuseppe-paduli-di-giovanni-rossi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Rosa e la Fragola &#8211; Benevento cinquecentesca nel racconto di Michele Porcaro</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/07/14/la-rosa-e-la-fragola-benevento-cinquecentesca-nel-racconto-di-michele-porcaro/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/07/14/la-rosa-e-la-fragola-benevento-cinquecentesca-nel-racconto-di-michele-porcaro/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Jul 2013 12:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Caporaso]]></category>
		<category><![CDATA[benevento]]></category>
		<category><![CDATA[michele porcaro]]></category>
		<category><![CDATA[storia di benevento]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=7765</guid>
		<description><![CDATA[“Una città non può essere separata in due, ma è compito di chi governa tenerla unita, in pace e prospera”. Lucrezia fissò i suoi begli occhi verso il folto gruppo di gentiluomini in ricche vesti che attorniavano una figura alta, con capelli e barba lunghi, ben curati, brizzolati. Le candele illuminavano a giorno il salone [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/rocca-rettori-caporaso-alessandro.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7766" alt="rocca-rettori-caporaso-alessandro" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/rocca-rettori-caporaso-alessandro.jpg?w=300" width="300" height="129" /></a>“Una città non può essere separata in due, ma è compito di chi governa tenerla unita, in pace e prospera”. Lucrezia fissò i suoi begli occhi verso il folto gruppo di gentiluomini in ricche vesti che attorniavano una figura alta, con capelli e barba lunghi, ben curati, brizzolati. Le candele illuminavano a giorno il salone della casa del nobile Ottavio Mascambruni. Il giovane gentiluomo posò il suo sguardo dalla sua amante al rettore di Benevento, Andreone degli Artusini da Ravenna. L’uomo continuò a ragionare: “Le fazioni in una città servono, sono utili per darle vita, farle andare avanti nell’amministrazione dello stato. Al tempo stesso sono un brutale pericolo quando sfociano in lotte e congiure. Voi lo vedete, signori miei, cosa è successo, cosa ho dovuto fare per riportare la pace. La città è un’isola nel Reame di Napoli, oggetto di fughe continue di delinquenti, che ora sfuggono alla giustizia del regno, ora a quella della città pontificia. I caporioni che vogliono sempre rivolgimenti cosa facevano fino a pochi giorni fa? Tramavano per togliere la libertà che il Santo Padre garantisce da secoli, per asservirvi a una dinastia decadente e suddita del Santo Padre! Passare dalla libertà che garantisce la Chiesa alla servitù del Reame di Napoli e dei suoi monarchi aragonesi di Spagna”.</p>
<p style="text-align:justify;">Tutti ascoltavano annuendo tra i riflessi delle candele. Ori e broccati sembravano acquisire uno strano colore in quel momento. Lucrezia si appoggiò a un tavolo, sentendosi la testa girare. Un braccio le avvolse delicatamente la vita, quasi per sostenerla. Aprì gli occhi, incontrando quelli vivaci e neri di Ottavio.</p>
<p style="text-align:justify;">“La politica ti inacidisce il vino, a quanto noto”, le sussurrò con un sorriso.</p>
<p style="text-align:justify;">“Temo di sì, Ottavio”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Tra poco il signore Andreone la farà finita e io dirò ai musicisti di suonare qualche madrigale che ti piace”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Spero che la finisca presto con questa geremiade, sa affossare la grazia di un banchetto con le sue arie da solone e poi fa gli occhi languidi a questa o quella dama”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Davvero?”</p>
<p style="text-align:justify;">“Non mi dire che non l’hai visto? Lo vedi come Maria degli Auttori,  civetta con lui e gli fa certi occhi languidi?”</p>
<p style="text-align:justify;">“È promessa a Arrigo della Porta …”, sorrise lui.</p>
<p style="text-align:justify;">“Oh, certo, ma né lei né il nostro rettore lo ricordano”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Che severo censore che sei, mia cara”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Tu, invece, credi che il rettore farà qualcosa di buono per la nostra comunità? La nostra città è arrivata all’eccesso, hanno bruciato una ragazza e un ragazzo, due innamorati, solo perché della fazione di sopra l’una e di basso l’altro!”</p>
<p style="text-align:justify;">“È stata una brutta storia. No, il rettore sta agendo bene. Ha scoperto questa congiura di Sabariani e degli altri e lo ha messo in prigione e punito con la pena capitale i più violenti”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Il mio vino è aceto d’annata, caro Ottavio”, sorrise lei.</p>
<p style="text-align:justify;">La sciolse dal suo abbraccio e batté le mani. “Dame e gentiluomini, vi prego, vi prego, diamoci ai piaceri e alle armonie della musica”. Con un gesto veloce i musicisti riempirono la sala della dolcezza di liuti e viole.</p>
<p style="text-align:justify;">Ottavio aveva organizzato una splendida festa in onore del rettore di Benevento e aveva invitato le nobili famiglie della città quella sera di giugno inoltrato del 1511.</p>
<p style="text-align:justify;">Entrò nella locanda affumicata, illuminata da candele di sego. In fondo alla sala, trafitto da uno spiedo, un maialino rosolava sulle fiamme del grande camino. Alla destra della grande sala, intorno a un tavolo, un gruppo di uomini si voltò verso l’avventore. La figura, intabarrata in un mantello, si avvicinò al tavolo. Con un gesto della mano lasciò cadere il cappuccio che gli copriva il volto, giovane, sporco di una prima barba, con i capelli castani arruffati e gli occhi neri decisi, quasi spiritati. “Salve, Angelo”, disse uno degli uomini, alto e con il viso smunto, mentre si spostava per fare posto al giovane. Il giovane afferrò una coppa di legno, mentre uno dei compagni gli versava dentro il vino di una caraffa. “Il cameriere del rettore si incontrerà stasera con la figlia del lavandaio, come al solito”. Più teste annuirono.</p>
<p style="text-align:justify;">“Amici, dobbiamo essere decisi e rapidi. Hanno fatto già troppo male alla nostra fazione. Sono morti troppi e Ettore soffre ingiustamente la prigione per il suo amore per il popolo e la libertà”.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli occhi dei presenti erano fissi sul signore Della Vipera, un viso aggraziato con capelli brizzolato e occhi verdi. “Aspettiamo i primi rintocchi, quindi ci avvieremo verso la Rocca e con il favore della notte e di Dio ci vendicheremo”. Vide i visi dei suoi compagni assentire. Solo Angelo sembrava fremere, ma preferì tacere e seguire gli ordini del signore Della Vipera. Gli posò la mano sulla spalla, elargendogli un sorriso paterno. Il ragazzo aveva vissuto la morte violenta del padre, le tante traversie della famiglia e aveva trovato in Ettore Sabariani una guida. “Nessuno di noi perderà Sabariani, statene certi!”, ruggì Paolo Scantacerra, scrutando i suoi compagni uno ad uno, con occhi di fuoco e una capigliatura nera, arruffata come una chioma leonina.</p>
<p style="text-align:justify;">Della Vipera annuì. Era necessario intervenire con forza e decisione. Da quando Benevento aveva ceduto se stessa al papato per salvarsi dai maledetti Normanni, le turbolenze politiche avevano sconvolto la città e le lotte di fazione avevano dato vita ad aspiranti signorotti e feroci capiparte. Avevano dato vita anche agli Statuti, che organizzavano la comunità e permettevano ai nobili, ai mercanti, agli artigiani e ai contadini di inviare dodici rappresentanti per ogni classe nel consiglio cittadino. Il gruppo dei nobili era il più compatto e il più pervicace a mantenere il potere e i rapporti con il papato, salvandosi dalle ingerenze dei baroni e dei re del Reame. La nobiltà beneventana aveva sempre difeso con gelosia questa sua libertà e il suo primato, macchinando il trucco di darsi a un padrone lontano, piuttosto che ad uno più vicino. Era stata vissuta come un’occasione dai baroni del Reame, che coglievano ogni circostanza per intervenire tramite emissari o direttamente negli affari della città, ora saccheggiando il suo territorio, ora acquistandone castelli e casali, ora nascondendo denari di imprese truffaldine e poco chiare. Inoltre per gli abitanti del Reame era un piccolo paradiso da sfruttare quando si doveva scappare dalla legge del re o dei baroni, trovando rifugio sicuro nelle mura della città. Questa fuga continua dava esca a continui fermenti. I fuoriusciti che sfruttavano il confugio si abbandonavano ad atti di banditismo e violenze, ma erano un ottimo aiuto per la parte popolare, contro i nobili, sia quelli della città, sia quelli di Roma, sia contro i brevi del Papa. Il popolo doveva trovare un modo per salvaguardare la sua libertà, dai nobili e da Roma. Così ora utilizzando i confugiati, ora alcuni baroni compiacenti dei feudi vicini, ora i re di Napoli, il popolo beneventano  riusciva a difendere la sua libertà. Questo spingeva alcuni a pensare che fosse meglio rinunciare a questa fatua libertà, tutta voluta dagli altezzosi nobili, e concedersi al Reame di Napoli, entrando a far parte di traffici e sicurezza maggiore. In fondo già Ladislao di Angiò &#8211; Durazzo e pochi anni prima Alfonso il Magnifico avevano occupato Benevento. Il papa Alessandro VI l’aveva resa un ducato per suo figlio Giovanni Borgia. Era un fragile giocattolo in mano agli altri. Intanto la città bruciava in lotte continue, tra due fazione, al di sopra e al di sotto della linea che creava il Duomo. I nobili erano asserragliati intorno alla Rocca, definendosi la fazione <i>di sopra, o della rosa</i>, dal Duomo a salire verso la Rocca e  porta Somma, il popolo si riuniva nella fazione <i>di basso o della fragola</i>, dal Duomo a scendere fino a Porta San Lorenzo.</p>
<p style="text-align:justify;">Rintocchi. Della Vipera smise di seguire i suoi pensieri.</p>
<p style="text-align:justify;">“Non ho mai visto un uomo tanto arrogante come te, sei in prigione e ti comporti come se fossi il capo della città. Ringrazia la tua buona stella, ho tanta voglia di trinciarti la faccia!” Lotario scoppiò a ridere, assestando un ennesimo pugno in faccia a Sabariani. Poi con un cenno della mano i suoi due sottoposti lo buttarono a terra, sul pagliericcio. Ettore sentì il sangue rigargli il mento, mentre il passi dei carcerieri si allontanavano dietro la porta di legno ben serrata. Cercò di fare un respiro, cosa che gli riuscì senza dolore. Per fortuna! Si appoggiò con la mano al pavimento di mattoni e si sollevò leggermente. Poi con la sinistra si aggrappò al muro scalcinato e fece forza per sostenersi. Si gettò sul muro. Il pestaggio era stato insignificante questa volta. Gli colava solo il sangue dalla bocca e il corpo non gli doleva molto. “Stai tranquillo che ti ripagherò con gli interessi”, disse, asciugandosi con il dorso della mano il sangue. Fece forza con le gambe, sollevandosi in piedi. Crollò a terra. Strinse i pugni, serrò le labbra doloranti, fece un profondo respiro, si levò in piedi con tutte le sue forze. Le dita artigliarono il muro graffiato, macchiato di umido e sangue. C’era anche il suo mescolato alle tante chiazze marroni. Poggiò la schiena sul muro. Questa volta le gambe sembravano sostenerlo. Era stato gettato in una fossa, una cella scavata sotto il terreno, da dove non poteva filtrare alcuna luce. Stranamente avevano avuto pietà di lui, lasciandogli un lumicino ad ardere. La fiamma era tenue e l’olio era di pessima qualità e poco. Tra un’ora al massimo avrebbe avuto la compagnia delle tenebre e dell’aria ammuffita e rancida. Intanto le gambe lo sostenevano. Sferragliare. Dei passi si avvicinavano.</p>
<p style="text-align:justify;">La porta si aprì. L’odio e la rabbia bruciarono dentro Ettore. Il grugno lurido e barbuto di Lotario gli ghignava contro.</p>
<p style="text-align:justify;">Era solo.</p>
<p style="text-align:justify;">Entrò nella cella. Reggeva una lucerna ad olio, che posò accanto alla prima. “Mi prudono le mani di nuovo. Mi dà un gran piacere pestare una testa calda come la tua, Sabariani. Perché la tua famiglia è capoparte della fazione di basso te la tiri tanto e ti dai arie da gran barone. Puah! Siete solo una massa di arricchiti che vuole rubare quello che Dio ha fissato! Ti assicuro che sarà bello tirarti via la cresta di gallo e qualcosa in più!”</p>
<p style="text-align:justify;">“Vieni e ti spacco la testa!”, gli sorrise Ettore, pulendosi il mento sporco di sangue con il dorso della mano.</p>
<p style="text-align:justify;">Lotario gli balzò addosso. Ettore scattò di lato, quasi crollando a terra. Lotario gli fu subito sopra, con il pugno levato per colpire. Ettore lo colpì alla rotula sinistra da terra.</p>
<p style="text-align:justify;">“AAhhhhhhhhh!”</p>
<p style="text-align:justify;">Lotario si accasciò accanto a Sabariani, con gli occhi pieni di lacrime. Poi sentì la testa sbattere contro il muro. Ettore si era risollevato in tempo per afferrargli il viso sudato e piantarglielo contro il muro macchiato di marrone, poi di rosso fresco. Agiva senza riflettere, spinto da una rabbia accumulata in giorni e giorni di pestaggi, di dolore, di voci sofferenti di amici giustiziati, di ingiustizie patite. Batté e batté con furia maggiore quella testa contro qualcosa di molto duro, sempre più rosso, poi marrone.</p>
<p style="text-align:justify;">“Ettore!”</p>
<p style="text-align:justify;">Si fermò. Ansimava.</p>
<p style="text-align:justify;">“Ettore! Ettore!”</p>
<p style="text-align:justify;">Riconosceva la voce. Le voci. Una mano delicata si posò sulla spalla. Aveva tra le mani quello che restava della testa del suo carceriere e c’erano altri nella sua cella. Si voltò. “Paolo, Angelo, Della Vipera …” C’era anche un carceriere con un coltello alla gola. Gli occhi erano umidi di lacrime per la gioia.</p>
<p style="text-align:justify;">“Vieni, riesci a sollevarti?” Della Vipera lo cinse intorno ai fianchi, tirandolo su. Finalmente le gambe di Ettore furono salde.</p>
<p style="text-align:justify;">“Credevo che ti fossi quietato dopo il mio arresto e mi avessi raccontato storielle, Giuliano”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Per ingannare i tuoi nemici, devi prima ingannare i tuoi amici. Lo conosci il vecchio detto. No, Ettore, non ti lasciavo marcire qui”. Della Vipera gli sorrise. Giuliano Della Vipera era un uomo leale con gli amici, ma molto infido con i nemici. Paolo Scantacerra lasciò rantolare nel sangue il carceriere che aveva con sé, poi abbracciò insieme ad Angelo il suo amico.</p>
<p style="text-align:justify;">“Credo sia tempo di andare. Ettore, c’è …”</p>
<p style="text-align:justify;">“Sì, voglio incontrare il rettore, Giuliano, ci sono cose da chiarire”.</p>
<p style="text-align:justify;">Mario vide il suo signore scrutare il cielo stellato con sguardo incantato. Sembrava quasi che le stelle gli rapissero i tanti pensieri che l’assillavano da quando aveva lasciato Ravenna per Benevento. Il Santo Padre Giulio II aveva voluto la sua presenza a Benevento, città pontificia nel Reame per placare gli animi tra le fazioni del popolo e dei nobili sempre in lotta. Aveva scoperto che a fomentare le parti erano spesso i baroni dei dintorni, per ambizioni personali e desiderosi di impossessarsi delle terre della città o della città stessa. Il rettore Andreone degli Artusini aveva prima agito con molta moderazione e spirito di pace, ma alla notizia che i capiparte della fazione popolare stavano tramando contro di lui, aveva agito. Erano seguiti arresti, processi, condanne all’esilio, a morte e alla prigionia. Il più feroce e sanguinario di tutti, il Sabariani, si sarebbe ammansato nelle prigioni.</p>
<p style="text-align:justify;">“Mario, sei distratto?” Il giovane cameriere quasi saltò in aria. Incontrò il sorriso gentile del suo signore, mentre i folti baffi si sollevavano.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli porse la chiave. “Ora, mio caro Mario, chiudi la mia camera a chiave e vai pure a riposarti”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Sì”. Mario afferrò la chiave e si allontanò con passi svelti. Il suo signore aveva preso l’abitudine di farsi rinchiudere dentro la sua stanza da letto, per evitare che altri potessero entrare. Solo lui, Mario Montanari, poteva custodire quella chiave. Chiuse le porte, infilò la chiave nella toppa e girò fino alla fine. Il suo signore era al sicuro.</p>
<p style="text-align:justify;">Con passi decisi si affrettò verso l’uscita della Rocca. Mario Montanari non aveva nessuna voglia di andare a dormire quella notte. Almeno da solo. Fuori dalla Rocca invece aveva un appuntamento galante e non ci avrebbe mai rinunciato. Era vero che le ragazze del Reame erano gatte selvatiche e incantatrici! Aveva una felice tresca con la figlia del lavandaio del suo signore, la bella Vittoria Fusco. Quella ragazza gli era entrata nel sangue, nell’anima e non poteva fare a meno di vederla tutte le sere. L’aria fresca e le stelle brillanti nel cielo lo accolsero. L’estate era da poco giunta, gentile e carezzevole. Per lui, però, sempre troppo calda. Sgattaiolò verso la discesa della Rocca.</p>
<p style="text-align:justify;">“Mario!”</p>
<p style="text-align:justify;">Si fermò. Apparve dalle tenebre, da dietro un albero, la sua Vittoria. Lui le sorrise. C’era un bel giardino con case dei signori di Benevento alle sue spalle. Lui le andò incontro. “Ah!” Delle mani l’afferrarono. Sentì qualcosa di gelido e tagliente sotto la gola. Degli armati apparvero da dietro gli alberi. Uno di loro era pesto e con il viso sporco di sangue. Lo fissava con occhi di lupo. Vedeva anche quelli di Vittoria, paralizzati dal terrore. Degli uomini la circondavano. Si fece avanti un ragazzo.</p>
<p style="text-align:justify;">“Dacci la chiave o la sgozzo”.</p>
<p style="text-align:justify;">Mario rovistò nella cinta, poi tirò fuori il pezzo di metallo. Il giovane glielo strappò di mano.</p>
<p style="text-align:justify;">“Muori, puttana!” Vittoria cadde con la gola recisa, insieme a Mario. Paolo e Angelo erano stati veloci e precisi. Ettore sorrise alla porta della Rocca. Era tempo d’agire. Entrò.</p>
<p style="text-align:justify;">Andreone non riusciva a dormire. Seduto sul suo letto, un senso di quiete e serenità gli impediva di abbandonarsi al sonno. L’incontro con Maria degli Auttori e la splendida musica che gli aveva offerto il Mascambruni lo accompagnavano ancora. Non si fidava di quel giovane così raffinato e dedito ai bei piaceri della vita. Un suo parente, Tirello Manzella, aveva ucciso un rappresentante pontificio anni addietro, il Capobianco. Il giovane poteva ben nascondere il suo lato sanguinario. Inoltre gli sembrava che dietro il suo amore per il lusso e la bella vita fosse al corrente di molti intrighi e vicende poco chiare. I Mascambruni erano stati una famiglia di valorosi cavalieri e si erano spesso distinti. L’anomalia di questo loro giovane lo turbava. Già Mario gli aveva raccontato di come avesse ucciso in duello un uomo che aveva tentato di aggredire la sua amante. Aveva dato una prova di maestria con la spada. Doveva tenerlo d’occhio, anche arrestarlo, se serviva. Rumore di passi. La chiave che girava. Aggrottò la fronte. Cosa voleva Mario?</p>
<p style="text-align:justify;">“Chiedo scusa se disturbo il sonno del rettore di Benevento, ma è necessario un chiarimento”. Ettore Sabariani, lurido di sangue e con la spada in mano, entrò nella stanza da letto del rettore. Le candele la illuminavano tenuamente, lasciando tutto nella gradevole penombra. Dietro il ribelle si intravedevano degli armati.</p>
<p style="text-align:justify;">Andreone si levò in piedi. Il sangue gli era andato alla testa! Non si poteva sopportare questo ennesimo oltraggio alle autorità pontificie.</p>
<p style="text-align:justify;">“Sabariani, perché qui?”</p>
<p style="text-align:justify;">“Perché porto la supplica di un popolo oppresso, che vuole la pace e i suoi diritti rispettati”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Diritti? La tua fazione è quella che scatena sempre lotte e omicidi. Non avete congiurato contro la mia persona e l’autorità della Chiesa di Roma? Voi, signori tutti, dietro le vostre buone maniere nascondete i coltelli più affilati e le lame più avvelenate!”</p>
<p style="text-align:justify;">“Signor rettore, io chiedo il rispetto delle leggi, leggi che la fazione della Rosa non rispetta e che voi non volete …”</p>
<p style="text-align:justify;">“Come posso farti capire che la legge sono io e voi la trasgredite ogni giorno con le vostre lotte? Non avete pace dentro il vostro stesso cuore! Un animo in lotta come può conoscere la pace? Tu sei il primo che vive nel sangue”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Sì, è vero, ma lotto per difendere i miei compagni contro le ingiustizie di una fazione. Ho visto tanti innocenti aggrediti dalla violenza, dalla fame dell’oro, dalla crudeltà altrui. Le ricchezze sono tutte in mano agli altri della  fazione di sopra, a noi restano la  miseria, le bastonate, le offese, gli oltraggi, le violenze alle donne, le derisioni. Chi viene qui vede lo splendore della nobiltà e la miseria dei civili. Una gran massa di cittadini non può vivere oppressa nella fame e nelle tasse, oppure esploderà”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Nessuno deve esplodere!”, urlò Andreone. “Basta! Basta! Ho sentito troppo da chi mi voleva morto! Un sanguinario e facinoroso!”</p>
<p style="text-align:justify;">“Perché vi volevo morto? Perché voi non avete mai ascoltato veramente quello che chiedevamo. La testa faceva di sì, ma il cuore pensava ad altro. Ogni persona che vedevate, signor rettore, era un possibile pericolo da mettere in galera, da gettare in una fossa. Un uomo che chiede giustizia e pane non può essere ingannato in continuazione, non ha tempo da aspettare. Il tempo per lui significa un figlio morto, una donna oltraggiata, una scudisciata in più nelle fosse. Io le ho provate e sono molto salate”.</p>
<p style="text-align:justify;">“Chi sbaglia può solo pagare. Cosa posso fare con dei traditori della Chiesa? Con quelli che hanno sempre congiurato a favore del Reame e degli Aragona? Dei traditori!”</p>
<p style="text-align:justify;">“Mi offendete! Io non tradisco nessuno! Ci siamo isolati dal mondo, illudendoci di salvarci. Ci siamo concessi ad un padrone lontano, sperando di godere la libertà. Invece tutti sono vicini, qui alle porte! Chi vuole entra e ci conquista. Il padrone lontano, con poche righe di un breve, ci detta leggi eterne senza chiedere il nostro parere. Signore, lei è rettore di una città non sua!”</p>
<p style="text-align:justify;">“Basta, infame!”</p>
<p style="text-align:justify;">Gli occhi di lupo di Ettore puntarono il rettore. Il viso era una macchia rossa, per lo schiaffo e per il sangue che ritornava a colare. La mano percepì il metallo che stringeva. Si sollevò. La testa di Andreone degli Artusini rotolò a terra, paonazza ancora, con le labbra spalancate per inveire e minacciare.</p>
<p style="text-align:justify;">Ettore si guardò intorno. Prese la testa e il berretto da notte, la mise sul davanzale della finestra e ci ficcò sopra il berretto. Poi si voltò indietro, incontrando gli occhi dei compagni. Erano allibiti e eccitati. “Prendiamo tutto quello che c’è da prendere e andiamocene. Io militerò nell’esercito di Napoli, sotto nuove bandiere e speranze”.</p>
<p style="text-align:justify;">Ottavio Mascambruni si incamminava di buon mattino verso la Rocca. Il rettore gli aveva detto durante la festa che desiderava parlargli.</p>
<p style="text-align:justify;">“Buon giorno, signor rettore!”</p>
<p style="text-align:justify;">Vide un gruppo di contadini. Si stavano avviando verso i campi. Con il capo inchinato e reverente salutavano il davanzale della stanza del rettore. Ottavio alzò lo sguardo. Impallidì. La testa esangue del defunto rettore, imberrettata, fissava con occhi vitrei l’orizzonte.</p>
<p style="text-align:justify;">Ettore Sabariani fuggì a Napoli, dove militò nell’esercito spagnolo con valore. Il nuovo rettore di Benevento, Maso degli Albizzi, ottenne l’arresto del capoparte a Napoli. Prima del 20 luglio del 1516 Ettore Sabariani, uomo sanguinario e capo di parte, fu processato e giustiziato nella piazza del mercato di Porta Rufina.</p>
<p style="text-align:justify;">In una notte d’aprile del 1517 Paolo Scantacerra, fuoriuscito e amico di Sabariani, irruppe con centoventi armati nella città, saccheggiando e uccidendo, vendicando la morte dell’amico.</p>
<p style="text-align:justify;">Il 28 febbraio 1530, per opera del governatore Diomede de Beneimbene e soprattutto del padre cappuccino Ludovico Marra da Napoli, le due fazioni sanzionarono una sincera e generale pace e in ricordo fu concesso di fondare un convento in una zona detta poi Pace Vecchia. <i>Concordes in unum.</i></p>
<p style="text-align:justify;">(Immagine: Rocca dei Rettori stilizzata da una foto di Alessandro Caporaso)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/07/14/la-rosa-e-la-fragola-benevento-cinquecentesca-nel-racconto-di-michele-porcaro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Senegal. Diario minimo di un improbabile viaggiatore&#8221; di Giovanni Rossi per Finisterre</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/10/senegal-diario-minimo-di-un-improbabile-viaggiatore-di-giovanni-rossi-per-finisterre/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/10/senegal-diario-minimo-di-un-improbabile-viaggiatore-di-giovanni-rossi-per-finisterre/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 18:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni rossi benevento]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=6327</guid>
		<description><![CDATA[Milano, Roma, Parigi. Ignari sorridenti viaggiatori. Ci piace l&#8217;idea che l&#8217;estate non sia finita. Abbiamo fatto finta di tornare al lavoro e poi, colpo da manuale, siamo fuggiti. Il Senegal merita uno scalo. Parigi è fredda; l&#8217;aeroporto, un automa di cemento grigio con tramezzini che costano 10 euro.  I francesi non parlano, annuiscono, fanno smorfie. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><b><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/senegal-3.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6328" alt="senegal 3" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/senegal-3.jpg?w=470" width="329" height="246" /></a>Milano, Roma,</b><b> Parigi</b><b>. </b>Ignari sorridenti viaggiatori. Ci piace l&#8217;idea che l&#8217;estate non sia finita. Abbiamo fatto finta di tornare al lavoro e poi, colpo da manuale, siamo fuggiti. Il Senegal merita uno scalo. Parigi è fredda; l&#8217;aeroporto, un automa di cemento grigio con tramezzini che costano 10 euro.  I francesi non parlano, annuiscono, fanno smorfie. L&#8217;aria è frizzante come un sorso di Perrier. L&#8217;areoporto è fermo, un plumbeo trampolino verso il nuovo mondo. Ogni aereo è un viaggio chiuso in due ansie che si chiamano decollo ed atterraggio. Nel mezzo, ci sono basse temperature, sedili stretti e senza fughe, copertine, cuscini, vassoi con scatolini di vettovaglie tiepide. Scenari consueti, riti consumati all&#8217;interno di un ventre danzante chiamato ballo delle turbolenze.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Dakar.</b> Siamo uomini compattati. Gente in fuga. Sognatori. Persone che amano il caldo ma non troppo. L&#8217;umidità si chiama Africa. E&#8217; un caldo che non si ama ma sparge la sua acqua trasudata dalla stagione delle piogge. La terra emette i suoi lamenti, stira le sue membra ed asciuga la sabbia dalle fatiche del  giorno. E&#8217; notte. Questo arrivo è un pugno nello stomaco. Odore di terra reietta, di notte ferma, di cappa. La gente calda come il clima, ci chiama, ci stordisce, ci attira, ci risucchia dentro un corridoio di pelle nera. Si agitano nell&#8217;aria mille mani, gente che mostra tesserini, carte, o semplicemente grida. Forse tassisti autorizzati dal comitato del turismo ufficiale che offrono passaggi. Forse. Molti sono venditori ambulanti. Forse. Intorno auto rabberciate, carretti, asini, pulman ridotti in ammassi scoloriti. Non c&#8217;è tempo. Nessun pericolo, ma la stanchezza e l&#8217;ansia pesano più della cappa. Guadagniamo il nostro pulman di ricchi, improbabili minimi viaggiatori.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Saly.</b> Costa azzurra africana. Incompleta, grottesca definizione sospesa a mezz&#8217;aria. Ognuno ha la sua costa azzurra, ma le nostre menti hanno un metro di misura schizzinoso. Siamo europei; italiani che &#8220;sappiamo tutto noi&#8221;, guasconi dal cuore molle. Troppo molle per essere europei colonizzatori.  Siamo solo gente abituata bene. Siamo in un resort a cinque stelle che brillano un pò meno delle nostre. Abbiamo occhi un pò meno spaesati rispetto a tanta misera periferia. Beauty center, relax, piscina, palme, stanze con interni in bambù. Qui siamo viaggiatori meno improbabili, anche se il caldo ci tiene stretta la mano.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Villaggio 80 km a sud di Dakar.</b> Si parte ed il pugno sembra indugiare nello stomaco. Nessuna strada ma terra, arbusti, rottami,  bassi calcinacci di case, informi spelonche, lamiere, carte, bottiglie vuote, lattine, pneumatici, tranci di corde, taniche,  barili. Miseri scarti. I Senegalesi sono la cornice lisa di queste congerie. Gentili, non pericolosi, con sorrisi spesso chiusi. Questuanti coriacei. Operosi ma più spesso sciatti, proni o supini, sdraiati sotto bassi arbusti o su talami precari fatti di quattro assi scalcinati. I bambini poverissimi, sorridenti elfi. Con la pelle nera, diavoletti ignari che manifestano ogni gioia, quella che i genitori induriti dalla miseria non conoscono più. Le donne sono le ninfee che affiorano dalla palude: con portamento regale, quasi il contrappasso di tanta brutta cera. Vesti di colori, cornici attillate e variopinte, mai scarmigliate, ma i capi ornati alla perfezione; belle, composte, magre. Immagini affastellate, impastate di sabbia, scorte dai  cingoli di questo carro armato, mentre procediamo verso un villaggio sperduto a sud di Saly. Affiorano lentamente i sintomi di quel malessere che serpeggia tra noi passeggeri; il fascino della conoscenza del diverso, del simile meno fortunato. Nessun piacevole intermezzo, nessuna battuta, nessuna goliardia riesce ad attenuare quest&#8217;uggia che ci ha invaso l&#8217;anima. Solleviamo sabbia ed umido,  mentre ci rinfreschiamo i volti con pezzoline bagnate. Il viaggio è più lungo del previsto. L&#8217;arrivo al villaggio è un sollievo. Tutti in festa per noi. Siamo ignari benefattori di un villaggio povero. Siamo in una scuola povera di bambini neri. Un tassello nel mosaico del futuro. Un mosaico complesso e certosino che si chiama Senegal. Siamo stanchi. E la stanchezza per un viaggiatore che si sente molto improbabile, può superare la commozione. Ma i bambini neri che stavano lì vestiti con gli abiti poveri della festa, sono ricordi incisi a fuoco, e la commozione si ciba di tutto, anche degli scarti.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>La prima oasi verso Joal.</b> Le oasi sono immagini patinate. Figlie di  pellicole, lette e disegnate nei fumetti, rese grottesche nei cartoni animati. Le oasi sono sollievo e speranza. La nostra è un&#8217;oasi per viaggiatori improbabili, per chi è abituato ad essere cullato dalle suppellettili. La nostra oasi ha il volto di due giovani donne senegalesi sulle cui  fronti scendono grappoli di ricci fitti, di tanto in tanto inanellati di perline; la loro pelle morbida è disegnata di terra scura. Le solite pezzoline bagnate, il succo di karkathe e di menta, il cocco, le arachidi, gli anacardi, le olive. Il nostro balsamo inaspettato. La soddisfazione dei nostri bisogni minimi. Vedo volti sorridenti come bimbi al gioco. Vedo uomini e donne pieni di orpelli, abbandonarsi solo a ciò che serve. Un bicchiere d&#8217;acqua nel deserto. Il bene più grande  in questo inutile letto pieno di gioielli.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Il villaggio di conchiglie: Joal-Fadiout.</b> Il cibo è riso, bocconi di pesce, carne in salse che ricordano la sabbia, le spezie, le mani brune delle donne; si beve birra Flag, o la birra del cammello, vino che ha il sapore del caldo, caffè diluito nel tempo. Il ponte di legno è il nostro treno. Svettiamo su una distesa di mare prosciugato; su questa sabbia compatta e fresca. Ci sono grida di bambini neri. Due squadre. I piccoli alla sinistra ed i più grandi a destra. In mezzo il nostro ponte. Guadiamo due campi di sabbia. Da noi ci sarebbe l&#8217;erba che ha il profumo delle stelle, qui c&#8217;è solo un nugulo impazzito di gambe nere sopra la terra. Il cielo è gonfio di ogni acqua, pronta ad accoglierci all&#8217;ingresso del villaggio. Le strade bianche sono i resti delle conchiglie. Gusci trasudati dalla fame. Scarti opalescenti dei pescatori,  fenicotteri chini sulla battigia a rastrellare ceste di ogni sabbia; i molluschi della provvidenza. Resti che calpestiamo su ogni stradina tra le capanne battute dalla pioggia e questi abitatori. Gente coriacea che ci segue ovunque come in processione; chi vende, chi sorride, chi dorme e chi segue rassegnato il solito teatro.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Il mercato del pesce.</b> Ci sono barche. Colorate dal tramonto e dalla fame. Mille vesti di donne, mercanti e pescatori.  Aggrappati e festanti grappoli a queste agili barche; legni consumati dall&#8217;oceano eterno. Tutto si muove tra  zaffate di pesce vivo o già morto. Agognante fauna divorata da mani ed occhi. Pane quotidiano e festa. Siamo incursori vestiti bene. Le stecche di un coro chiamato miseria. Derisi, impacciati, tallonati, smarriti. Affondiamo le scarpe sulla battigia dove l&#8217;acqua salmastra offre risacca nera, una carezza calda e crudele di mille grida.  Tutto è possibile in un mercato del pesce. L&#8217;orizzonte ha il nome incerto dell&#8217;attesa delle barche. La cena imbandita dal mare giunto a sera.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Il lago Rosa.</b> Nord di Dakar. L&#8217;acqua non è rosa ma annegata nelle sabbie. Ha il colore del deserto; delle dune; del posto lontano. E&#8217; un lago caldo che nasconde misteri. In questa mattina fatta di ieri, dinanzi a noi tutto è rosa. L&#8217;eco del tamburo. L&#8217;illusione che ci sia musica, nient&#8217;altro se non battiti di una vita fatta di sabbia e acqua. Montagne di sale attorno. Scalate. Gobbe di sopravvivenza. La musica prosegue e sono farfalle che percuotono le proprie ali fatte di legno. Corriamo nel sale e nella sabbia e nessuno si gira, siamo statue che nessuno potrà mai tramutare in montagne. Corriamo innanzi scorgendo le onde dell&#8217;oceano che cinge. Il lago prigioniero del mare. Una sosta ed un bagno. Riprende la nostra corsa a bordo di mezzi scalcinati.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Villaggio di Kunun.</b> Prima della festa al villaggio, mangiamo ridendo. I vestiti locali sono la nostra pelle finta. Il villaggio è pieno di bambini, mamme, padri. Uomini festanti. Ballerini, saltimbanchi, funamboli al ritmo selvaggio della savana. Il cerchio di gente fatta di cenci d&#8217;autore, pennellate, mille bolle asciugate al sole, sorrisi, scherni, fughe d&#8217;occhi, baruffe crepitanti di voci, strappi, incitamenti, capriole. Nella festa del villaggio siamo ancora troppo improbabili. Più omaggiati che prodighi donatori di penne e caramelle.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Dakar. Isola di Goré. </b>Viaggiamo verso Dakar: ultima corsa. Città di vestigia coloniali immerse nell&#8217;immondizia. Ponti di cemento nero. Strade rottamate. Città progredita di miseria piena di progetti. L&#8217;isola che non c&#8217;è ci aspetta. Ci sono bimbi neri che annegano per un soldo. Ci siamo noi a guatare nell&#8217;imagine degli schiavi. Da qui partivano. Forse. Gente che giungeva morta. Sicuro. Come certo è il nostro ritorno. Da questi sentieri caldi di sabbia calpestata e trasudante di echi incatenati, si levano le ultime nostre piccate risposte ai questuanti. E&#8217; tardi.  Battello, aereo, automobile, dove siete? Casa amara casa.</p>
<p style="text-align:justify;"><b>Casa.</b> Ecco, siamo svegli. Ci hanno svegliato gli echi di un viaggio.  La giacca che il sole ci tirava ora è stazzonata. Siamo a casa. Siamo scesi sulla sabbia da una lingua di cemento. Siamo atterati quasi scollinando da una grande duna. Dallo scanno rimarchiamo tutti gli scampoli di quella battigia nera. Sguardi condivisi. Specchi smarriti. La terra che è stata il nostro primo viaggio, senza alcun giaciglio uguale al nostro nido consueto. La prima volta che abbiamo dormito fuori casa. I viaggiatori improbabili di ieri, oggi danzatori di ricordi.</p>
<p style="text-align:justify;">Giovanni Rossi</p>
<p style="text-align:justify;"><i>A mia madre (lettrice splendida)</i></p>
<p style="text-align:justify;"><i>Senegal, 6-11</i><i> ottobre</i><i> 2009 &#8211; &#8220;Diario minimo di un improbabile viaggiatore&#8221; di Giovanni Rossi per Finisterre</i></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/10/senegal-diario-minimo-di-un-improbabile-viaggiatore-di-giovanni-rossi-per-finisterre/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Makarska 2007. Ritorno alla sensibilità&#8221; di Alessandro Paolo Lombardo per Finisterre</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/03/makarska-2007-ritorno-alla-sensibilita-di-alessandro-paolo-lombardo-per-finisterre/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/03/makarska-2007-ritorno-alla-sensibilita-di-alessandro-paolo-lombardo-per-finisterre/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2013 19:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[croazia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=6295</guid>
		<description><![CDATA[Eravamo partiti con metodo. Più che un Metodo, la nostra guida era un almanacco ideale riempito delle massime più laide e volgari in circolazione sulla Croazia (per lo più sulle croate, facili?). Le classiche dicerie che il turista in ritorno da questa bella terra non può che suffragare temendo, in caso contrario, una caduta di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/makarska.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6296" alt="MAKARSKA" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/makarska.jpg" width="274" height="184" /></a>Eravamo partiti con metodo. Più che un Metodo, la nostra guida era un almanacco ideale riempito delle massime più laide e volgari in circolazione sulla Croazia (per lo più sulle croate, facili?). Le classiche dicerie che il turista in ritorno da questa bella terra non può che suffragare temendo, in caso contrario, una caduta di virilità. Per questo si chiamano “palle”.</p>
<p>In appendice all’almanacco una nota, uno spunto di riflessione lanciato poche ore prima di partire da un ragazzo abbastanza piacente da non avvertire il peso di qualche fallimento. “Per la mia esperienza, levatevi dalla testa le croate! Non li possono vedere gli italiani…” Questo anatema non pesava più di tanto sulla nostra vacanza: perché credere al vero, quando si ha un almanacco volgare?</p>
<p>Giungiamo a Makarska. Dobbiamo scontrarci con una dura realtà: anche i croati hanno un “almanacco” come il nostro, sugli italiani. A causa della cattiva abitudine degli italici di rasarsi e ostentare eleganza – leggasi: indossare la camicia – siamo considerati tutti gay, anzi siete considerati tutti gay perché io, biondo, con un inglese quasi decente e avendo dimenticato a casa il rasoio, non posso proprio essere italiano.</p>
<p>Essendo i miei due compagni di viaggio più palesemente mediterranei, ci sentiamo in obbligo di “riabilitare” gli italiani. “Italian boys are all gay!” Nemmeno il tempo di scardinare questo pilastro dell’idea croata di italianità che finiamo in un’altra pagina dell’almanacco, forse per l’eccesso di zelo nel riabilitare. “Italian boys are so aggressive!”</p>
<p>[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=8hYR9zwUpxw]</p>
<p>E detto questo, le ragazze si allontanano, proprio non sopportano l’irruenza. Torniamo dalla Croazia con tante risate e poche croate. Sulla nave, in uno di quei momenti di pausa dalle macchiette che tre giovani affiatati compiono a ripetizione, rifletto che se fossi andato in vacanza in Francia o in Inghilterra avrei chiesto numeri di telefono, indirizzi e-mail alle ragazze conosciute per gioire all’idea di avere amici in altri mondi. In Croazia l’avevo fatto solo per dare l’impressione di essere un ragazzo serio, che non cercava, come effettivamente era, qualche storia effimera come trofeo di vacanza.</p>
<p>Absolute pears. Un sorso di collutorio e mi affaccio alla balaustra. Penso alla nave che turba il mare tranquillo, lo apre (superficialmente) e lo abbandona dietro di sé, lasciando del proprio passaggio nient’altro che quella spuma sporca. Provo pena per il mare. E sorrido dell’ostinata ricerca dell’imbarco, a ogni costo.</p>
<p>Alessandro Paolo Lombardo 2007</p>
<p>&#8220;MAKARSKA 2007. Ritorno alla sensibilità&#8221; di Alessandro Paolo Lombardo per &#8220;Finisterre. Viaggioracconti responsabili&#8221;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/03/makarska-2007-ritorno-alla-sensibilita-di-alessandro-paolo-lombardo-per-finisterre/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Viaggio in India di Brunello Pezza &#8211; Finisterre. Viaggioracconti responsabili</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/01/27/viaggio-in-india-di-brunello-pezza-finistererre-viaggioracconti-responsabili/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/01/27/viaggio-in-india-di-brunello-pezza-finistererre-viaggioracconti-responsabili/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 16:25:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=6252</guid>
		<description><![CDATA[Caldo e sudore, corpi e colori, insetti e odori, cani e uccelli, urla e clacson, occhi e sorrisi: qui la vita è anarchica e fiorisce e appassisce dappertutto intorno a te, senza ostentazione ma anche senza farne mistero. Entropia origine della vita? Forse è nata qui! Un miliardo di indiani, ventinove regioni, diciassette lingue e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/01/jaipur-2.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-6262" alt="jaipur 2" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/01/jaipur-2.jpg?w=470" width="470" height="313" /></a>Caldo e sudore, corpi e colori, insetti e odori, cani e uccelli, urla e clacson, occhi e sorrisi: qui la vita è anarchica e fiorisce e appassisce dappertutto intorno a te, senza ostentazione ma anche senza farne mistero. Entropia origine della vita? Forse è nata qui!</p>
<p style="text-align:justify;">Un miliardo di indiani, ventinove regioni, diciassette lingue e trecento dialetti, culture millenarie e tecnologie avanzate, natura devastata ma alla lunga sempre vincente (città sepolte nella giungla e livelli di smog impressionanti) è il riassunto della vita!<br />
L&#8217;autista del nostro pulmino ha il pollice sinistro ipertrofico per quanto suona il clacson! Ma qui il clacson non ha un significato aggressivo e offensivo come da noi, qui è considerato il miglior modo per segnalare la propria presenza in un traffico assolutamente caotico e senza regole!</p>
<p style="text-align:justify;">Quasi quattrocento km in pulmino attraverso periferie e campagne di una povertà sempre più profonda, vacche molto sacre ma anche molto abbandonate a se stesse, magre e sbilenche come il retaggio di una religione che non è più al passo con i tempi. O forse no?<br />
Ora le vacche da mungere siamo noi turisti con i nostri euro che qui valgono ancora qualcosa e attiriamo l&#8217;attenzione e le &#8220;cure&#8221; della gente molto più dei poveri e malati bovini.</p>
<p style="text-align:justify;">Tanti bambini, tanti quanti da noi non se ne  vedono da tanto tempo, allegri per nulla e belli come solo i bambini poveri sanno essere. E tu non capirai mai se hanno scoperto il segreto della felicità che poi dimenticheranno crescendo o sono dei poveri illusi che a breve faranno un frontale con la vita.</p>
<p style="text-align:justify;">I cani randagi insieme ai bambini e alle vacche sono i padroni delle strade, si prendono il loro tempo, attorno a loro, mescolati con loro, uomini e donne affaccendati nelle miserie quotidiane e sommersi da infinite battaglie.<br />
Visitiamo improbabili templi moderni con effigi di divinità che sembrano personaggi dei cartoni animati, i Simpson non sfigurerebbero affatto in questa sfilata di santi e divinità.<br />
L&#8217;inadeguatezza di questa religione indù mi colpisce molto. Sembra una favoletta incollata in modo improbabile sulla vita di questa gente. Ma&#8230; è proprio cosi? La stessa cosa si vede spesso da noi. E forse non tutto è cosi come sembra all&#8217;inizio. Dove impareranno le donne indiane a muoversi tutte in modo cosi flessuoso e sensuale? Non scoprono un cm2 del loro corpo eppure lanciano frecce molto precise e appuntite con un semplice passo o gesto del braccio. Ho visto due ragazze portare in testa bacinelle di terra e cemento per dei lavori ma avevano il passo di due indossatrici, e senza tacchi!</p>
<p style="text-align:justify;">Quante cose sanno in più di noi questi indiani? Sarà per questo che ridono sempre quando ci guardano?<br />
Oggi è la festa della nascita del Dio Scimmia, che pare sia un Dio molto importante qui. Siamo stati coinvolti in una festa di paese con musica ossessiva e danze tribali cui hanno partecipato le donne del gruppo. Il tutto sempre condito dalla ossessiva cantilena della richiesta di soldi che, almeno per quanto mi riguarda, fa sparire di colpo ogni fascino dello spettacolo.</p>
<p style="text-align:justify;">E&#8217; come se questa richiesta economica, che sottolinea in modo assoluto ogni rapporto tra noi e loro, fosse la &#8220;conditio sine qua non&#8221;, l&#8217;elemento determinante di ogni tipo di rapporto che ci possa essere tra noi turisti e gli indigeni.<br />
Ovviamente marca la cosa in modo negativo, falsante. I sorrisi, la gentilezza, la disponibilità hanno tutte un prezzo: tu inserisci la moneta e scatta lo show, e contemporaneamente i tuoi sensi di colpa dovuti all&#8217;appartenere senza merito alla élite del mondo vanno a mille! Questa sensazione non me la toglierà mai nessuno, è la stessa di quando da piccolo andavo al circo e dietro i sorrisi dipinti sul volto dei clown vedevo la faccia stanca di chi lavora e non vede l&#8217;ora di riposare a fine spettacolo e senza cerone. Queste due classi sono sempre esistite e parleranno sempre tra loro con grande difficoltà.</p>
<p style="text-align:justify;">A Pushkar visitiamo il lago sacro (dove sono state disperse le ceneri di Ghandi) e il tempio del dio Brahma, la divinità più importante dell&#8217;induismo e il tempio più famoso per questi fedeli. Un po&#8217; come San Pietro per i cattolici e La Mecca per i musulmani.<br />
E&#8217; tutto a colori intensi, nulla e nessuno vuole passare inosservato. All&#8217;ingresso della cappella principale c&#8217;è una campana e tutti i fedeli che vanno a salutare la divinità la suonano per attirare l&#8217;attenzione del dio su se stessi.<br />
E&#8217; significativo questo passaggio, in un posto dove il valore del singolo essere umano sembra ridotto a poco più che zero: quest&#8217;ultimo pretende attenzione dal suo dio quando va a visitarlo. Credo che in qualche modo si ricolleghi alla necessità di vestirsi sempre in modo vivace e appariscente. Un modo per dire &#8220;io sono qui&#8221;! E non voglio essere anonimo, il mio rintocco di campana è diverso dagli altri e il mio dio lo riconosce fra tutti.</p>
<p style="text-align:justify;">Io non ho suonato la campana&#8230; Mi sembrava eccessivo, e poi non volevo distogliere l&#8217;attenzione del dio dai suoi fedeli&#8230;<br />
Mi sono antipatiche queste vacche, sono una presenza ingombrante, massiva, abusano della loro presunta sacralità e invadono qualsiasi spazio; è impossibile limitarle in qualsiasi modo. Viene facile pensare che se gli indiani si mangiassero il 50% dei bovini che affollano le strade di città paesi e campagne avrebbero risolto in una sola volta la vistosa denutrizione proteica che li affligge e contemporaneamente avrebbero ottenuto un importante miglioramento del livello di igiene. E&#8217; impressionante vedere le vacche pascolare sulla spazzatura come da noi fanno i cani e i gatti randagi o le &#8220;zoccole&#8221; di città! Sì, ho detto zoccole perché mi torna in mente il film &#8220;scugnizzi&#8221; di Nanni Loy nel quale c&#8217;è una bellissima canzone ed una splendida coreografia dedicata a questo tema: l&#8217;onnipresenza delle zoccole nei vicoli napoletani e il collegamento con le vacche sacre indiane è pressoché immediato! Una realtà che viene subita dalla gente&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">Mi sono sempre chiesto quale fosse il senso della particolare intensità che chi ha vissuto in Africa da&#8217; a questa sua esperienza. Sono in India per troppi pochi giorni per poter pretendere di fare un parallelo e fra l&#8217;altro la mia esperienza africana è pressoché uguale a zero ma credo che il minimo comun denominatore sia nel significato di una parola: intensità! Qui tutto è a un livello di intensità superiore a quella dei nostri giorni standard, ma è necessario chiedersi quanto questa intensità sia una nostra sensazione, legata alla novità e diversità degli stimoli che percepiamo e quanto sia sostanzialmente presente nelle cose, insita nello stile di vita del posto.<br />
La sensazione che ho è che noi occidentali cerchiamo l&#8217;intensità di uno stimolo con un processo sostanzialmente quantitativo: aumentiamo la quantità dello stimolo per averne un effetto più forte. Qui si gioca di più sulla diversità ed originalità degli stimoli che sulla intensità. E non e&#8217; una piccola differenza&#8230; Si tratta di quantità e qualità! Chissà se il Dio Brahma lo sa? Il nostro Gesù ce lo aveva detto ma noi lo abbiamo dimenticato!</p>
<p style="text-align:justify;">Jaipur è una grande città, e presenta quindi aspetti &#8220;europei&#8221;: abbiamo incontrato i lavori della Metro, donne vestite alla occidentale insieme a quelle vestite in modo tradizionale. Ma bastava stare un po&#8217; più attenti per scovare aspetti diversi: ho visto una intera famiglia accampata su un marciapiede secondario sotto pochi teli usati come tende. La coppia era molto giovane e bella e attorno a loro razzolavano a terra almeno due figli piccolissimi. I due litigavano in modo evidente, o meglio, erano nel pieno di una schermaglia amorosa con lei che minacciava lui e lui che rispondeva sorridendo e la rassicurava. Il tutto seduti per terra in mezzo alla strada in un mare di sporcizia&#8230;  insomma tanto per fare una citazione &#8220;gruppo di famiglia in un esterno&#8221;,  sotto gli occhi di tutti e con una povertà devastante&#8230; ma forse era cosi solo ai miei occhi&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">Abbiamo visitato un castello indiano: fort Amber, di una bellezza incredibile. Sede di antichi maharaja e poi dei plenipotenziari inglesi. Siamo saliti sulla groppa di cinque pazienti elefanti che ci hanno portato per circa un km lungo la salita che porta al cortile centrale e poi abbiamo girato a piedi per le infinite ed intricate viuzze del forte che all&#8217;improvviso si aprivano in immensi cortili assolati. Tra questi quello dedicato alle 12 mogli ufficiali del maharaja e ai loro rispettivi appartamenti.</p>
<p style="text-align:justify;">Il tempio della dea  Kalì, molto venerata e rispettata, è affollatissimo di persone: si capisce subito che è una divinità importante che sa minacciare ed incutere rispetto. Anche qui domina la famosa campanella e tutti si affollano a farla rintoccare&#8230; Anche qui si entra scalzi, senza neanche i calzini. In india si capisce subito che questa storia dell&#8217;entrare scalzi nei luoghi sacri non ha assolutamente nulla a che vedere con l&#8217;igiene: infatti non c&#8217;è nulla di igienico a camminare scalzi su pavimenti o selciati o terreno sporchi di qualsiasi cosa. E&#8217; solo una forma di rispetto, quasi di autoumiliazione di fronte al dio, un po&#8217; come da noi quelli che entrano nei santuari strisciando con la lingua per terra&#8230; Se gli indiani mi danno l&#8217;idea di saperne molto più di noi gli elefanti me la danno in misura ancora maggiore. Tranquilli e solenni hanno sopportato gli schiamazzi di una decina di europei che tra paure e tensioni gli salgono in groppa consci di essere in completa balia della loro &#8220;serafica calma&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo aver fatto sosta davanti a due altri palazzi molto belli abbiamo visitato una piccola fabbrica dove si lavorano pietre preziose con all&#8217;ingresso il solito artigiano che fa finta di lavorare non appena arriva il bus dei turisti.<br />
Nel pomeriggio interessantissima visita al centro astronomico o osservatorio dove abbiamo visto la meridiana con la maggior precisione al mondo: indica l&#8217;ora in base all&#8217;ombra generata dal Sole con uno scarto di soli due secondi in qualunque periodo dell&#8217;anno! Davvero incredibile! Peccato che lo &#8220;strumento&#8221; non è agevole e trasportabile: è alto 27,7 metri e grande come un campo di calcetto! E ovviamente per poter sapere che ore sono devi farti una passeggiatina fino a li perché&#8230; la montagna non viene certo da Maometto.</p>
<p style="text-align:justify;">La guida ci ha anche impartito una piccola lezione di vita sul sentirsi o essere giovani &#8220;dentro&#8221;; nulla di nuovo ma ben detto e al momento giusto. Ma la cosa che mi ha fatto riflettere di più è stata una riconsiderazione sulla reincarnazione, tema centrale della religione indù. Se noi cristiani parliamo di morte e resurrezione (non per niente oggi è Pasqua) gli induisti non conoscono proprio il termine &#8220;morte&#8221; per il semplice motivo che essi non credono nella morte ma nella &#8220;reincarnazione&#8221;. A me è sempre sembrata la spiegazione più logica della &#8220;immortalità&#8221;, quella che senza strane e improbabili proposizioni di inferni, purgatori e paradisi da&#8217; un senso alla immortalità ma soprattutto alla possibilità di riscatto sempre e comunque presente anche se partendo da condizioni infime. Ovviamente non voglio nemmeno parlare di più o meno probabili prove scientifiche per il semplice motivo che non credo che esistano ma devo dire che mi piace molto questa idea del riscatto che passa attraverso le vite vissute su questa terra e in questo mondo&#8230; Ma forse sono più emozioni che fatti!</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono diversi tipi di povertà; qui la povertà assomiglia a quella che attraverso le immagini d&#8217;epoca mi è giunta del nostro dopoguerra: una povertà in bianco e nero, molto profonda ma anche molto attiva, già protesa verso la ricostruzione e verso il futuro. Credo fosse questa tensione a rendere vivibili ed accettabili livelli così profondi di indigenza. Qui è lo stesso: la povertà è presente e profonda ma immersa in un intenso ritmo di attività, tutti hanno qualcosa da fare, tutti sono impegnati, anche se su diversi gradini, a tentare la scalata sociale, dal mendicante al padroncino di ciclorisciò.</p>
<p style="text-align:justify;">Anche il mendicante non aspetta passivamente il passaggio del turista: se vuole superare gli altri e &#8220;sopravvivere&#8221; meglio deve corrergli incontro, quasi stordirlo con l&#8217;insistenza della richiesta fino a fargli ritenere più agevole elargire l&#8217;elemosina che resistere! E&#8217; una povertà attiva, un popolo in fermento e, senza essere un economista né un esperto di sociologia economica, credo sia caratteristica di una società in sviluppo, in crescita e non di una società economicamente ferma come la nostra. Come dicevo ci sono diversi tipi di povertà&#8230; O forse si dovrebbe dire che la vera povertà è una sola e non ha una diretta corrispondenza con quante cose hai in casa ma con quante cose hai nel cuore! Vacche e bufali convivono in questa nazione grande come un continente ma sono due elementi molto diversi tra loro: se mi limitassi a dire che la vacca è sacra e il bufalo no uno si potrebbe pensare alle prime come felicemente libere e rispettate e ai secondi come poveri schiavi utilizzati per i lavori pesanti&#8230; ma la realtà parla in modo diverso: le vacche come ho già detto sono libere ma abbandonate, pascolano nella spazzatura e hanno un aspetto davvero pessimo; i bufali invece, che costituiscono la ricchezza dei loro padroni, sono tutti ben nutriti, hanno un aspetto ottimo e si tengono ben distanti dalla immondizia. Libertà non è per forza agiatezza e schiavitù non è per forza miseria; questa cosa mi fa venire in mente le nostre classi borghesi &#8220;omologate, omogeneizzate e globalizzate&#8221; dalle multinazionali perché si comportino in modo unico e prevedibile.</p>
<p style="text-align:justify;">Lungo la strada, nei pressi delle case e delle fattorie si vedono caratteristici cumuli di forme rotonde e marroni ordinatamente disposte e della grandezza di un nostra pizza napoletana. E&#8217; sterco di bufalo (quello della vacca è sacro e non può essere usato) che viene raccolto, lavorato nella forma descritta e messo ad essiccare al sole, sarà utilizzato come combustibile: comodo ed economico! Sapevo di questa usanza ma vederla così da vicino mi ha colpito: questa è ancora una società che non butta niente, che ricicla moltissimo e che saprà adattarsi molto meglio di noi alla probabile prossima era postatomica. Se penso cosa succede da noi quando manca la corrente elettrica per mezzora mi vengono i brividi: quanto è fragile la nostra potenza!!!!</p>
<p style="text-align:justify;">Nella cultura indù la società è divisa in quattro classi nettamente distinte tra loro: la più alta è quella dei sacerdoti o bramini, poi viene quella dei guerrieri o sikh, più in basso quella dei commercianti e in ultimo quella degli &#8220;intoccabili&#8221; nel senso che sono talmente reietti dalla società che non possono essere nemmeno toccati. L&#8217;appartenenza ad una classe ti marchia per la vita: le possibilità di risalire da una casta all&#8217;altra sono ridottissime e riguardano solo qualche ragazza che viene sposata da un uomo di una classe superiore. Sembra terribile!  Il fatto è che secondo la teoria della reincarnazione ognuno sta facendo il tipo di vita che si è meritato nella vita precedente e questo principio rende ai loro occhi quasi giustificato il terribile e squallidissimo tipo di vita che gli &#8220;intoccabili&#8221; spesso conducono. Certo, visto dalla nostra prospettiva e cioè quella di un solo arco vitale questo discorso ci sta proprio stretto: sei paralizzato in una casta e non hai chanches di miglioramento&#8230; E&#8217; terribile! Ma se lo vedi nella prospettiva di chi ritiene che le vite siano infinite e che ogni vita è un gradino di una scala che puoi percorrere in salita (per migliorare) o in discesa (per peggiorare) forse il quadro è meno statico ed opprimente di quanto pensiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">Aggiungiamo anche che secondo la visione indù da qualsiasi livello si può migliorare e questa possibilità si può sempre giocare in questo infinito procedere attraverso le successive reincarnazioni e allora capiremo che questo quadro complessivo lascia ancora più speranza del cristianesimo che invece ti fa &#8220;giocare&#8221; la chanche della salvezza o della perdizione una volta e per sempre nell&#8217;arco di una sola vita! Insomma la prospettiva è stata una delle più grandi scoperte dell&#8217;uomo e non solo da un punto di vista tecnico-scientifico ma anche umano&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">Abbiamo fatto due &#8220;safari&#8221; a caccia della tigre nel parco di Ranthambore. Un posto estremamente selvaggio e naturalisticamente molto bello. Abbiamo visto moltissimi cervi, caprioli, antilopi, scimmie dalla coda lunga ma non prensile, qualche coccodrillo, una mangusta, infiniti pavoni e pernici ed altri uccelli. Tutto molto bello. La tigre ha concesso solo un&#8217;orma sicuramente fresca su un sentiero molto battuto dalle jeep con guide e turisti; d&#8217;altra parte io me la immaginavo mollemente sdraiata all&#8217;ombra sulla parete rocciosa che ci sovrastava a gustarsi il divertente spettacolo di queste decine di jeep e centinaia di turisti che giravano forsennatamente per la boscaglia alla sua ricerca&#8230; In realtà nel parco ci dovrebbero essere circa quaranta tigri e giustamente Emilio rifletteva che questo contrastava un po&#8217; con l&#8217;estrema abbondanza di cervidi! Che siano diventate vegetariane anche loro? A me comunque, che circa tre vite fa mi sono abbondantemente nutrito la fantasia con l&#8217;opera di Kipling &#8220;I libri della Giungla&#8221;, sembrava ad ogni passo di riconoscere uno degli angoli descritti nel capolavoro: quella roccia alta e possente nella boscaglia era sicuramente il punto dove si riuniva ad ogni luna piena il branco dei lupi. Sulla roccia sedeva il loro capo Akela e nello spiazzo sotto venivano presentati al chiarore della luna i nuovi cuccioli perché il branco li accogliesse. Tra questi un giorno venne presentato anche un cucciolo d&#8217;uomo: Mowgli, che la tigre Shere Khan reclamava per sé e che la lupa aveva accolto e protetto. Nello stagno sotto le rocce sicuramente si nascondeva l&#8217;enorme e vecchissimo Ka, boa constrictor, amico di Mowgli con Bagheera (la pantera nera) e Baloo (l&#8217;orso saggio, istruttore del cucciolo d&#8217;uomo). Ma in particolare la mangusta mi ha ricordato il racconto di Rikki Tikki Tavi, la piccola mangusta allevata da un ragazzo inglese che difende strenuamente il suo padrone dall&#8217;attacco di due cobra (Nag e Nagaina) che vogliono avvelenarlo&#8230; e li uccide entrambi in una durissima lotta.</p>
<p style="text-align:justify;">Insomma, emozioni sepolte che riaffiorano&#8230; Siamo vicini alla fine del viaggio ma le emozioni persistono! Visitiamo l&#8217;enorme e affascinante &#8220;città fantasma&#8221; tutta in arenaria rossa. Riusciamo a visitarla quasi deserta perché vicinissimi all&#8217;orario di chiusura, l&#8217;arenaria era rovente per l&#8217;esposizione al sole e nel cielo era imminente un temporale estivo e si rincorrevano nuvole, fulmini e saette. La scena era apocalittica e bellissima insieme e la costruzione ricordava molto la città proibita di Pechino. In un enorme cortile attorno ad un piedistallo era installato sul pavimento una specie di gioco degli scacchi, si vuole che a giocare fossero le concubine ma lo scacco matto lo dava sempre il Maharaja!</p>
<p style="text-align:justify;">Nel forte di Agra le concubine giocavano a nascondino, ma chi vinceva era sempre il Maharaja!!<br />
Il Taj Mahal, tempio dell&#8217;amore, un monumento di una perfezione che affascina, potente e delicato insieme&#8230; E&#8217; incredibile che l&#8217;uomo, che si macchia di misfatti terribili, sia anche in grado di compiere opere cosi eccezionali ed uniche&#8230; E&#8217; incredibile ma forse è anche un valido motivo di speranza per l&#8217;umanità. Uno dei pochi.<br />
Durante l&#8217;ultimo tragitto fino a Delhi mi fulmina una sensazione: c&#8217;è qualcosa che manca in tutti questi paesini che vediamo sfilare nella loro povertà ed operosità. Mancano i cimiteri! Ma mi sembra giusto per un popolo che non ha nella sua lingua la parola morte!<br />
Ogni viaggio che si rispetti è anche un viaggio interiore e questo è stato un viaggio di tutto rispetto! Grazie ad Edmondo!</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Viaggio in India </strong><em id="__mceDel"><em>di Brunello Pezza (Finisterre. Viaggioracconti responsabili)</em></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/01/27/viaggio-in-india-di-brunello-pezza-finistererre-viaggioracconti-responsabili/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Winchester&#8221; di Angelo Imbriani &#8211; Finisterre viaggioracconti responsabili</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/01/13/winchester-di-angelo-imbriani-finisterre-viaggioracconti-responsabili/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/01/13/winchester-di-angelo-imbriani-finisterre-viaggioracconti-responsabili/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 14:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Imbriani]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=6220</guid>
		<description><![CDATA[Winchester 27 luglio 2009 &#8211; di Angelo Imbriani Cinquanta miglia verso sud, su una comoda strada, mi portano da Oxford a Winchester. Il canale radio “Classic event”, dopo giorni in cui mi ha propinato soltanto lagne depressive, accompagna l’ingresso nella nuova città a ritmo di valzer: Wienerblut. Si può persino perdonare lo speaker che pronuncia [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><i><strong>Winchester</strong><br />
<i>27 luglio 2009 &#8211; di Angelo Imbriani</i><br />
</i></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/01/winchester-tavola-rotonda.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6224" alt="winchester tavola rotonda" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/01/winchester-tavola-rotonda.jpg" width="259" height="194" /></a>Cinquanta miglia verso sud, su una comoda strada, mi portano da Oxford a Winchester. Il canale radio “<i>Classic event</i>”, dopo giorni in cui mi ha propinato soltanto lagne depressive, accompagna l’ingresso nella nuova città a ritmo di valzer: <i>Wienerblut</i>. Si può persino perdonare lo speaker che pronuncia “uiner blat”! Winchester oggi è una tranquilla cittadina di provincia, ma un tempo fu gloriosa capitale del regno sassone del Wessex e potente sede arcivescovile. Con l’invasione normanna, Guglielmo il conquistatore pensò bene di crearsi un’altra capitale, Londra, per cercare di sottrarsi al potere condizionante dell’arcivescovo, ma non osò ingaggiare una lotta frontale e degradare Winchester. Così, si fece incoronare sia a Londra che a Winchester e l’Inghilterra per qualche tempo si trovò ad avere due centri! Londra dovette attendere un paio di secoli prima di acquisire il predominio incontrastato, approfittando di un rovinoso incendio che distrusse Winchester.</p>
<p style="text-align: justify;">Parcheggio a nord del centro. Oggi il tempo alterna pioggia e sole, come spesso accade da queste parti. Ora è il momento dell’acqua. Decido di attendere la schiarita in una <i>coffee house</i> su <i>Jewry street</i>, che un tempo era la strada degli ebrei e delle loro botteghe. Il tempo di un <i>mocha </i>e fuori è tornato il sole. La  via più importante della città è <i>High street</i>, che però a un certo punto cambia il nome in <i>Broadway</i>. Il concetto è lo stesso. Ad un estremo, è rimasta una delle antiche porte, <i>Westgate</i>. E’ un bell’esempio di architettura militare medioevale e doveva vigilare sull’accesso occidentale alla città e al castello. Quando il castello fu abbattuto, divenne una prigione per i debitori insolventi. Sulle mura si vedono alcuni graffiti, lasciati dai malcapitati. Il castello fu distrutto per ordine di Cromwell, durante la guerra civile, dopo che la città si era schierata con lo Stuart. Cromwell non volle lasciare in piedi un tale simbolo del dispotismo monarchico, ma salvò dalla distruzione la <i>Great</i><i> Hall</i>, la grande sala del castello, che poteva essere usata per le assemblee. Una bella lezione di democrazia! Del resto, persino nel suo esercito, il <i>new model army</i>, le decisioni importanti venivano discusse e votate e gli ufficiali erano eletti dalla truppa. Non conosco altri casi del genere, di eserciti organizzati democraticamente, se non la milizia anarchica e trotzkista durante la guerra civile spagnola, non a caso combattuta e infine smantellata dai comunisti filo-sovietici, ben prima che Franco prendesse il sopravvento. Vi è anche, in verità, l’episodio tragico e luminoso del comandante italiano di Cefalonia che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’ordine dei tedeschi di arrendersi, convocò in assemblea i suoi uomini perché decidessero fra la resa ignominiosa e una disperata resistenza. Un episodio della lotta di Liberazione, a tutti gli effetti, che pure è stato dimenticato per svariati decenni e solo da qualche anno ha ricevuto la meritata notorietà. E come accade con Garibaldi, pare che gli italiani abbiano la tendenza a rimuovere le vicende più degne e autenticamente nobili della propria storia.</p>
<p style="text-align: justify;">La <i>Great</i><i> Hall</i><i> </i>è una immensa sala a tre navate che avrebbe pure il suo fascino se fosse stata lasciata nella sua grandiosa nudità. E, invece, addossata ad una parete una colossale statua della regina Vittoria – del tutto fuori luogo – e proprio in mezzo alla sala e sulle pareti laterali una mostra di pittura etnica, ancor più dissonante con l’ambiente. Ho letto che qui si conserva la tavola di re Artù, che in realtà è un pregevole falso fabbricato circa sette secoli dopo, ma non riesco proprio a trovarla. Poi, proprio mentre mi chiedo sconcertato che cosa ci faccia un enorme bersaglio per il gioco delle freccette attaccato alla parete di fondo, sopra la statua della regina Vittoria, improvvisamente capisco: è quella la presunta tavola rotonda! Decisamente chi si occupa dell’allestimento della <i>Great Hall</i> meriterebbe il trattamento riservato da Totò al pittore astrattista nel film “Totò a Capri”! Mi avvicino alla tavola rotonda-bersaglio per le freccette. E’ dipinta a colori vivacissimi. Sono ritratti re Artù e i suoi cavalieri. Apprendo dall’opuscolo che questi dipinti non sono originari: furono ordinati da Enrico VIII e, guarda caso, re Artù ha le sembianze del Tudor da giovane, prima che il suo corpo divenisse spropositato per la pinguedine!</p>
<p style="text-align: justify;">In questa sala, nel 1603, si svolse il processo a sir Walter Raleigh, il più famoso dei “corsari” inglesi, dopo Francis Drake. In realtà Raleigh era un aristocratico e fu anche scrittore e poeta, oltre che deputato di varie contee e ricco proprietario terriero. Si attribuisce a lui l’introduzione del tabacco in Gran Bretagna e pare che sia stato anche il primo a piantare patate in Irlanda, nelle sue tenute. Tabacco e patate li aveva portati dalle Americhe, naturalmente. Nel 1584 aveva anche cercato di fondare in America una colonia inglese, la prima, che volle chiamare “Virginia”, in onore di Elisabetta, la regina “vergine”, sua grande benefattrice. Elisabetta, tuttavia, non era molto disposta a rischiare capitali, propri o dello stato, per finanziare il progetto di Raleigh. La Virginia pareva una terra inospitale, per il territorio, il clima e la ferocia degli indigeni. Raleigh dovette autofinanziarsi e l’impresa fallì. Solo nel secolo successivo la colonizzazione ebbe successo, per iniziativa di una compagnia di commercio. Elisabetta preferiva utilizzare l’audace baronetto per azioni militari o di pirateria contro i porti e le navi spagnole. Imprese che evidentemente considerava ben più costruttive e lucrose. Raleigh, però, non si accontentava di impresucole militari, come la presa del porto di Cadice, o dell’assalto a qualche galeone carico di metalli preziosi. La sua sete di gloria pretendeva ben altro: se la regina gli chiedeva metalli preziosi, se voleva che combattesse i nemici spagnoli, allora avrebbe scoperto per lei la mitica città di El Dorado, costruita tutta in oro, quella città di cui gli spagnoli stessi avevano avuto notizia, ma che erano stati incapaci di rintracciare! In effetti, fu proprio Raleigh a far risorgere questa celebre leggenda. Nel 1594 entrò in possesso di una relazione spagnola che conteneva notizie sulla “perduta città dell’oro”. Si mise in viaggio, esplorò il territorio dell’attuale Guyana e, al ritornò in patria, pubblicò un resoconto delle sue scoperte – <i>The discovery of Guyana </i>– che descriveva le favolose ricchezze della regione. In realtà, pare che non avesse scovato nemmeno un misero giacimento d’oro. E di El Dorado nessuna traccia. Quando Elisabetta morì, nel 1603, il suo successore Giacomo I lo prese subito in antipatia: fu accusato di aver partecipato a un complotto contro il monarca e proprio per questa ragione fu processato qui, nella <i>Great Hall </i>di Winchester. Pare che riuscisse a difendersi in modo molto abile, scampando alla pena di morte. D’altra parte, l’accusa nei suoi confronti si basava solo su labili indizi. Dovette comunque restare 13 anni prigioniero nella Torre di Londra. Non era tipo da rinunciare alle grandi imprese e in carcere ne concepì una un po’ diversa dalle precedenti, ma non meno ambiziosa: scrivere una storia universale del mondo! Riuscì anche a terminare il primo volume, sulla storia greca e romana. Non doveva trattarsi comunque di una prigionia molto dura, visto che nello stesso periodo riuscì anche a generare un figlio! Nel 1616 Giacomo I lo fece improvvisamente liberare. Per quale ragione? Le casse dello stato piangevano e al re venne in mente che in fondo Raleigh poteva anche avere ragione sull’esistenza di quella fantastica città d’oro. Fu dunque scarcerato e ricevette l’incarico di mettersi subito alla ricerca di El Dorado. Durante la spedizione, i suoi uomini attaccarono l’avamposto spagnolo di Sao Tomè. Sotto Elisabetta, Raleigh avrebbe forse ricevuto l’ennesima onorificenza per questa impresa, ma l’epoca del conflitto anglo-spagnolo era ormai passata. L’ambasciatore spagnolo, sdegnato, chiese la testa di Raleigh. Giacomo I lo accontentò, perché non voleva guastare i rapporti con Madrid. E poi quel Raleigh si era rivelato un contaballe, lui e la sua El Dorado! Raleigh volle morire coraggiosamente come era indubbiamente vissuto: secondo i biografi le sue  ultime parole, quando vide il boia impugnare la mannaia, furono queste: “Colpisci, uomo, colpisci!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Winchester è famosa nel mondo per la sua splendida cattedrale, uno dei più importanti monumenti del Regno Unito. Molti della mia generazione la cattedrale di Winchester la conoscono anche senza averla mai vista, per la celebre canzone degli anni sessanta. Ci arrivo in cinque minuti, discendendo la collinetta del castello. Di fronte alla facciata credo che molti abbiano la medesima reazione: “Tutto qui? E’ questa la tanto celebrata cattedrale?” Ma l’esterno in tono minore (relativamente) non fa altro che accentuare lo stupore che ti investe non appena hai messo piede dentro. Le massicce colonne e le volte dell’originaria struttura romanica sono state mirabilmente ingentilite e slanciate dal gotico perpendicolare delle arcate ad ogiva. Questo rifacimento in stile gotico delle architetture originarie non fu dovuto, come in tanti altri casi, all’affermarsi di una nuova cultura e di una spiritualità un po’ diversa, ma ad un fattore ben più prosaico: la cattedrale, costruita inopportunamente su un terreno paludoso, stava sprofondando,  già era crollata la torre centrale! Della prima chiesa, costruita in epoca sassone, non resta invece molto, dato che gli invasori normanni la abbatterono per costruire l’attuale magnifica cattedrale, a partire dal 1079. Dopo questa prima e stupefacente visione di insieme, inizio a muovermi lungo la navata destra e, ben presto, dopo i primi quattro pilastri, noto alla parete la lapide funeraria della grande scrittrice Jane Austen. E’ piuttosto recente, in verità. L’iscrizione originaria si trova, infatti, a poca distanza, sul pavimento. Perché questa seconda lapide? Per capirlo, basta leggere con un poco di attenzione l’iscrizione su quella più antica. A giudicare da ciò che è scritto pare che il personaggio importante non fosse la scrittrice ma suo padre, il reverendo George Austen, esponente della piccola nobiltà della regione e pastore anglicano. E’ solo perché figlia di cotanto padre che Jane poté dunque avere l’onore di essere sepolta in cattedrale. Ma non è tutto. L’epitaffio della lapide originaria parla dello “straordinario talento” di Jane, ma non fa alcuna esplicita menzione della sua attività di scrittrice, che pure produsse “Orgoglio e pregiudizio” o “Persuasione”! Evidentemente, all’inizio dell’Ottocento non era ritenuto conveniente per una ragazza di buona famiglia, figlia per giunta di un pastore anglicano, dedicarsi alla letteratura! Peraltro, chissà se il reverendo George, se fosse stato ancora in vita al momento della dipartita di Jane, avrebbe acconsentito a questa singolare “dimenticanza”, che forse sarebbe il caso di definire censura e che fu invece voluta da uno dei fratelli della scrittrice, quello che si incaricò di comporre l’epitaffio. Il reverendo George, infatti, era stato uomo di larghe vedute e aveva incoraggiato le letture e le prove di scrittura di Jane, fin da quando era bambina, ed ella, del resto, doveva proprio a lui la sua prima educazione letteraria. Sta di fatto che oggigiorno il buon reverendo sarebbe completamente dimenticato se non fosse stato per la figlia: ecco la nemesi! La  seconda epigrafe si è dunque resa necessaria per non rendersi ridicoli di fronte al mondo: Jane Austen ha meritato questa sepoltura in cattedrale non per lo <i>status </i>del padre, ma perché è stata una delle maggiori scrittrici britanniche di ogni tempo! A Winchester, peraltro, ci è morta per caso. Da otto anni, infatti, viveva a Chawton, un minuscolo villaggio nell’East Hampshire. All’inizio del 1816 cominciò a star male. Continuò a lavorare, trascurando la sua salute, finché nel marzo del 1817, un fratello – un altro, non quello dell’epitaffio – riuscì a convincerla a trasferirsi a Winchester, per sottoporsi a delle cure mediche. Senza terapie mediche aveva tirato avanti per un anno e mezzo; affidata alla scienza… morì in due mesi! I luminari che la presero in cura non riuscirono nemmeno a fare una diagnosi del male da cui era afflitta: si è parlato di Morbo di Addison, di linfoma di Hodgkin, di tubercolosi bovina…</p>
<p style="text-align: justify;">Le scenografie che vengono allestite nei monumenti di Winchester non cessano di stupirmi: poco oltre il transetto vi è una grande bacheca ove sono affissi dei fogli, come una sorta di volantini. Sono raccolti gli scritti dei cosiddetti <i>magic carpet riders</i>, che dovrebbe significare pressappoco “i viaggiatori del tappeto magico”! Si trattava di svolgere un componimento sulla seguente traccia: “Immagina che un bel giorno un tappeto magico ti trasporti in un luogo lontano e descrivi la tua giornata”. E così l’austera parete della superba cattedrale di Winchester ha subito l’oltraggio di questa esercitazione degna di una maestra deficiente! Ringrazio, commosso, l’autore di uno dei componimenti, un certo Max, che, con vero <i>humour </i>britannico, così parla della sua giornata sul tappeto magico &#8211; o meglio del tempo passato e sprecato nel tentativo di svolgere il compitino: “La vita di Max era di solito eccitante. Occasionalmente, però, egli si annoiava: questa fu una di quelle volte…”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammiro gli splendidi stalli del Trecento e raggiungo il retrocoro, ove sono un gran numero di tombe. Sono alla ricerca, in base a ciò che leggo nell’opuscolo informativo, di un’altra stravaganza posta in questo magnifico sito. Ai piedi della tomba del cardinale di Beaufort, che sarebbe stato il responsabile – uno dei responsabili – della condanna al rogo di Giovanna d’Arco, dovrebbe trovarsi proprio la statua della pulzella d’Orleans, a turbare l’eterno riposo dell’alto prelato. In effetti c’è una statua di marmo che raffigura una giovane donna. Mi avvicino e scopro che si tratta però di Maria Maddalena! E’ forse una censura di stampo nazionalistico? E se la statua intendeva raffigurare davvero l’eroina francese a chi era venuto in mente di collocarla qui, in una delle più importanti cattedrali d’Inghilterra? E se invece si tratta effettivamente della Maddalena come è nata la leggenda che fosse Giovanna d’Arco? E perché la Maddalena, poi? Vuoi vedere che un giorno o l’altro verranno a raccontarci che dopo aver segretamente sposato Gesù ed essere fuggita in Provenza con il Sacro Graal, Maria Maddalena avrebbe poi attraversato la Manica? E che la guerra dei Cento Anni, magari, aveva come vera posta in gioco  la coppa del sangue di Cristo? E che Giovanna d’Arco aveva scoperto una qualche enigmatica mappa che conduceva al luogo dove la Maddalena aveva nascosto il Graal? Ora si spiega come mai qui a Winchester sia finita anche la tavola rotonda dei cavalieri di re Artù che ho visto poco fa! Prima che nella storia compaiano pure gli immancabili Templari mi lascio attrarre da qualcos’altro. Sta per cominciare il concerto delle 13 – il <i>lunch-concert </i>– come dice la locandina e forse vale la pena di ascoltarlo, anche per ritrovare il fascino del luogo. Non me ne pento, in effetti. Suona una bravissima violinista proveniente da Cambridge, accompagnata da una pianista. Sono entrambe giovanissime, a differenza del pubblico nel quale, a occhio e croce, il meno anziano sono io! I giovani saranno finiti chissà dove, sui loro tappeti magici!</p>
<p style="text-align: justify;">Terminato il concerto, trovo l’entrata della vecchia biblioteca della cattedrale, dal transetto destro. Vi è esposta una preziosa Bibbia del XIII secolo, con splendide miniature. All’ingresso mi accoglie una anziana e cortesissima signora che mi fornisce esaurienti spiegazioni sulla Bibbia di Winchester e sulla storia della biblioteca. Parla lentamente e scandisce bene le parole. Mi spiega che le vetrate non sono originali, perché quelle medievali che erano riccamente decorate sono state distrutte durante la guerra civile. Immagina che io sia del tutto all’oscuro della storia del suo paese, come forse la maggior parte dei visitatori stranieri, e così mi “rivela” che l’Inghilterra per 11 anni fu una Repubblica e che il Parlamento fece decapitare il re Carlo I. Fa pure un gesto con la mano sul collo a mimare eloquentemente la testa mozzata! Noto una sorta di compiacimento in lei: pare che gli inglesi siano proprio fieri di aver tagliato la testa a un loro re! “Che cosa sarebbe la vita”, faceva dire Shakespeare a un suo personaggio, “se non potessimo camminare sui cadaveri dei re?”. Come è possibile che questi sentimenti anti-monarchici alberghino nell’animo della nazione che ha mantenuto l’istituzione reale, unica fra le grandi nazioni del mondo? In realtà, in quella guerra civile e negli undici anni di “Repubblica dei santi” gli inglesi hanno imparato a diffidare di ogni eccessivo entusiasmo politico o religioso e hanno consumato tutto il loro ardore rivoluzionario. Quando il male del dispotismo si è di nuovo presentato, gli anticorpi erano belli e formati e la seconda rivoluzione, la “Gloriosa rivoluzione senza sangue”, non fece altro che cacciare l’ultimo Stuart come si trattasse di espellere un corpo estraneo. Da quel momento l’Inghilterra divenne ufficialmente una monarchia liberale e costituzionale o, forse, una repubblica travestita da monarchia, laddove qualche altro paese, di cui non faccio il nome, sembra tuttora una monarchia travestita da repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre termino la mia lunga visita alla cattedrale, mi accorgo che ho letto un paio di brochure,  ho consultato le mie solite guide turistiche – Routard, Lonely Planet, TCI – ho ascoltato anche le chiare ed esaurienti spiegazioni della signora della biblioteca ma nessuna di queste fonti di informazione ha citato un importante evento storico che pure so per certo che ebbe luogo qui dentro, il 25 luglio del 1554: il matrimonio fra Maria Tudor, detta la Sanguinaria, e Filippo II di Spagna, Quel matrimonio fu fortemente avversato allora dagli inglesi ed è oggi rimosso persino dalla memoria storica. Le perplessità e i timori che aveva suscitato la successione femminile al trono vennero allora esasperati dalla circostanza che la nuova regina si legasse al futuro re di Spagna, sovrano di una potenza rivale, strenuo sostenitore della Controriforma. Proprio la Controriforma era del resto il principale e forse l’unico elemento di unione nella coppia reale. La Tudor, all’epoca del matrimonio, aveva 38 anni, un’età che per una donna del XVI secolo significava quasi vecchiaia. Soprattutto, aveva ben undici anni più di Filippo. E Filippo confessò apertamente di ammirare la sua sposa, ma di non provare alcun “amore carnale” per lei. Pare che Maria si fosse invece invaghita del giovane principe spagnolo ammirando un suo ritratto, non quello celebre che gli fu fatto da Tiziano, ma un altro che oggi si trova pur esso al museo del Prado. In effetti nel dipinto il giovane Asburgo fa una magnifica figura, con un’aria da “bel tenebroso”: l’espressione fiera, che qualsiasi sovrano del tempo era chiamato ad assumere quando posava per un artista, si accompagna qui all’austerità e alla severità del contegno che gli appartenevano autenticamente, e lascia trapelare anche una sottile vena di malinconia. Maria aveva forse immaginato che dietro quel portamento si celasse un animo infiammato da passioni ardenti. Come si sbagliava! Filippo II – <i>el rey prudente</i>, come fu pure soprannominato – non nutriva alcun vero trasporto per le donne, che considerava, al massimo, una noiosa necessità, e nemmeno una moglie più giovane e attraente di Maria gli avrebbe acceso i sensi. Non che fosse dell’altra sponda, beninteso! E nemmeno pare che abbia mai lamentato ciò che oggi è “politicamente corretto” definire “disfunzione erettile”. Semplicemente, fra i suoi numerosi interessi mondani &#8211; giardinaggio, pittura, collezionismo di ogni genere di oggetti, pesca e caccia, alchimia e scienze… &#8211; non era compreso l’interesse per le donne. Quando i due si sposarono, proprio in questa cattedrale, si erano conosciuti di persona soltanto da due giorni. Filippo restò poi un anno in Inghilterra e non fu semplicemente un principe consorte, ma un re a tutti gli effetti; ma quando il suo grande genitore, l’imperatore Carlo V, decise di ritirarsi a vita privata, lasciandogli la corona di Spagna e i domini italiani, americani e fiamminghi, Filippo ritornò a Madrid, tutt’altro che a malincuore. Maria, nel frattempo, aveva avuto soltanto due gravidanze-fantasma. Filippo II tornò dalla moglie e in Inghilterra soltanto nel marzo del 1557, dopo 19 mesi di assenza. Forse per un ultimo tentativo di concepimento. O, più probabilmente, perché da tempo insisteva affinché l’Inghilterra si schierasse al fianco della Spagna nel conflitto contro la Francia e sperava con la sua presenza a Londra di abbattere le formidabili resistenze che si opponevano al progetto. Così fu, difatti. Ma in quella circostanza gli inglesi, che hanno indubbiamente combattuto con valore e quasi sempre con successo tutte le loro guerre, si comportarono assai male, forse perché era una guerra che proprio non li convinceva. L’unico risultato, del tutto negativo, fu la perdita del porto di Calais, sull’altra sponda della Manica, che era tutto ciò che era rimasto dei domini inglesi in suolo francese, un tempo vastissimi. A luglio Filippo lasciò definitivamente l’Inghilterra. Maria morì circa un anno e mezzo dopo, senza più rivedere il consorte. Le sue presunte gravidanze erano state solo il sintomo di un cancro alle ovaie. In modo un po’ melodrammatico, aveva confidato ai suoi dignitari che se alla sua morte le avessero aperto il petto avrebbero trovato due spine conficcate nel cuore, una di nome “Filippo” e l’altra chiamata “Calais”. Per una singolare coincidenza poche ore dopo moriva anche il cardinale Pole la “colomba” che era divenuta “falco” in vecchiaia e che, pur animato da una sua nobile visione religiosa, aveva di fatto collaborato con l’opera repressiva di Maria la Sanguinaria.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ ormai pomeriggio e posso raggiungere il mio nuovo bed and breakfast. Devo ritornare sulla strada che ho fatto stamattina, arrivando da Oxford, perché si trova in quella direzione, appena fuori città. Anche stavolta la scelta è stata felicissima: è un graziosissimo, piccolo cottage in una magnifica zona verde. La nuova <i>landlady</i> è affabile come quella di Bourton: niente a che vedere con la post-hippy di Oxford! A proposito, dimenticavo: stamattina mentre imburravo una fetta di pane nero si è avvicinata, la post-hippy, domandandomi se mi piaceva il pane scuro. Le ho risposto di sì, stupito dalla inattesa cortesia e mi sono persino spinto ad immaginare che volesse chiedermi se ne gradivo dell’altro. Cosa che tra l’altro avrebbe reso un po’ meno tristemente misera la colazione continentale. Ma che! Mi ha semplicemente detto che lei invece il pane nero lo odia e mi ha girato le spalle! Anche per questo, sento quasi campane che squillano a festa quando quest’altra <i>landlady</i> si preoccupa invece di chiedermi se all’indomani mattina gradisco un <i>full english breakfast</i>. “<i>Of course!”</i>, le rispondo!</p>
<p style="text-align: justify;">La camera è al primo piano: ha un letto ampio e soffice, moquette, un mobiletto anticato, il solito <i>necessaire</i> per il té e soprattutto un’ampia vetrata che dà sul giardino sottostante e sull’ameno, verdissimo paesaggio delle colline intorno alla città.</p>
<p style="text-align: justify;">Torno in città, più tardi, per seguire le orme di Keats, il grande poeta romantico. No, non è che intenda cimentarmi nella poesia. Ricordo un pensiero di Benedetto Croce: superati i vent’anni di età ci sono solo due categorie di persone che continuano a scrivere poesie: i veri poeti, che sono rarissimi, e gli imbecilli, che sono assai più numerosi. Chi non si può attribuire una capacità di giudizio estetico degna del buon don Benedetto dovrebbe quindi considerare quantomeno i termini squisitamente matematici o statistici del suo monito: dopo i vent’anni, aspirando a salire al cielo dei poeti vi sono altissime probabilità di precipitare nell’altra e più nutrita schiera! Quando mi riferivo alle orme di Keats, non parlavo dunque con linguaggio figurato: intendevo dire che mi accingo a ripetere una passeggiata che egli qui fece, in uno scenario davvero bucolico, e che pare gli abbia ispirato l’ode “Autunno”. Anche Keats era venuto a Winchester, tra l’estate e l’autunno del 1819, per curarsi la salute. Tutti abbiamo ben chiaro nella nostra mente lo stereotipo del “poeta romantico”, ma tendiamo a pensare che la realtà sia più prosaica, che certi tratti e certe esperienze appartengano più che altro alla letteratura, che nella vita reale siano il frutto di atteggiamenti un po’ studiati e artificiosi; ebbene, è impressionante verificare come Keats incarni davvero ogni caratteristica dello stereotipo: quando arriva a Winchester, ed ha già una ricca e importante produzione poetica al suo attivo, ha solo 23 anni ed è ammalato di tubercolosi. Ne morirà giovanissimo, due anni dopo. Le sue condizioni finanziarie sono disastrose: ha abbandonato una promettente carriera di medico, per dedicarsi solo alla poesia; attraversa periodi di profonda depressione; fa uso di oppio, in piccole quantità; ha un grande amore per una fanciulla, Fanny Brawne, che non può sposare per le sue critiche condizioni economiche e per l’ostilità della madre di lei. Si fidanzano segretamente. Solo molti anni dopo la morte di Keats saranno scoperte e pubblicate le sue lettere all’amata e si capirà che la “Stella luminosa” di cui parla nei suoi componimenti era una donna reale. “Io rimasi stupito”, scrive il poeta in una di queste lettere a Fanny, “quando appresi che gli uomini possono morire da martiri per la religione. Io rabbrividivo pensando a ciò, ma ora non più: io potrei essere martirizzato per la mia religione – l’Amore è la mia religione. Io potrei morire per questo. Io potrei morire per te”. Dopo quell’autunno a Winchester, che migliorò almeno temporaneamente le condizioni fisiche e spirituali di Keats, la vita concesse ai due amanti pochi altri mesi: nell’autunno del 1820 le continue emorragie segnalarono un deciso aggravamento della malattia. I medici gli consigliarono di trasferirsi in un paese più caldo e Keats partì per l’Italia. Qui un luminare, inglese, che doveva essere collega di quegli altri medici che avevano “curato” la povera Jane Austen, giunse alla conclusione che l’origine della malattia del poeta fosse negli “strapazzi mentali” e che per fermare le emorragie occorresse ridurre il flusso di sangue verso lo stomaco con una drastica dieta: un’acciuga su un pezzo di pane e nient’altro! Keats fu inoltre sottoposto agli immancabili salassi. Questo trattamento, come era prevedibile, annichilì in breve tempo le già deboli forze del poeta che si spense nel giro di un paio di mesi. Come nel caso di Jane Austen, quattro anni prima, le terapie mediche ne accelerarono il trapasso. Certo, si può anche pensare che in due secoli la medicina ne abbia fatti di progressi, ma io tendo comunque a credere che, finché è possibile, sia buona norma igienica stare alla larga dai medici! Fanny Browne per ben sei anni vestì di nero, in segno di lutto, tenne i capelli cortissimi e portò sempre al dito l’anello che Keats le aveva regalato. Si risolse a prendere marito solo a 12 anni dalla morte del poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sentiero della passeggiata di Keats incomincia a pochi passi dalla cattedrale, ma ben presto si immerge in una campagna lussureggiante. A destra un ruscelletto che ha tutte le tonalità del verde, a sinistra il fiume Itchen. Piante acquatiche, strani fiori, le immancabili anatre…Sta calando la sera, il tempo si è di nuovo rannuvolato e soffia una brezza piuttosto fresca. L’autunno che ispirò Keats non c’è ancora, ma la stagione gli corre incontro e sempre più si allontana dalla primavera: “<i>Where are the Songs of spring? Ay, where are they?</i>”. Il sentiero giunge al vecchio ospizio di St. Cross, che è addirittura la più vecchia istituzione caritatevole d’Inghilterra. Fu fondato da un arcivescovo, Henry de Blois, nipote di Guglielmo il Conquistatore, nel 1133. Ancora oggi ospita 25 anziani (in passato erano oltre 100), i cosiddetti “Fratelli”. Per trovare accoglienza e divenire un “Fratello” occorrono i seguenti requisiti: essere maschi, single, vedovi o divorziati, preferibilmente poveri e con un’età superiore ai sessant’anni. In origine veniva prescelto chi a malapena si reggeva in piedi – come si legge nel documento che istituisce l’ospizio – ma oggi pare che si prescinda da questa condizione per cui concludo che ho proprio tutti i requisiti tranne l’età: che peccato, era il luogo ideale per ritirarmi dal mondo! Dovrò aspettare una dozzina di anni! Posso solo usufruire di una ospitalità simbolica, una antichissima tradizione che è tuttora conservata… mi dirigo verso l’ingresso. Dovrei trovare una guardiola, bussare, vedere affacciarsi il custode e chiedere il <i>dole</i>, l’obolo del viandante! Un tempo si fornivano pasti ai poveri a cui non era possibile dare alloggio. Oggi non accade più, ma si è conservato l’uso del <i>Wayfarer’s dole</i> – l’obolo del viandante, appunto. Consiste in un pezzo di pane e in un sorso di birra e viene offerto a chiunque lo chieda. Il problema è che, invece della guardiola ho trovato un negozietto di souvenir! Mi aggiro perplesso, fingendo di dare uno sguardo alla merce esposta. C’è una coppia di mezza età, in tuta da jogging. Si sono avvicinati alla signora del negozio e mi pare che parlino proprio del <i>dole!</i> A un tratto, la signora estrae da sotto il bancone un vassoio con dei pezzettini di pane. Sono davvero minuscoli, tipo quelli che si usano per la Santa Cena nelle chiese protestanti. Ma ecco che arriva anche la birra! Viene versata in due piccoli boccali di ceramica, con una croce nera di Gerusalemme dipinta sul bordo. Mi faccio coraggio e mi presento anche io al bancone, perché ho capito che in realtà le funzioni del guardiano che mi aspettavo di trovare le svolge questa signora, che non è nemmeno tanto male peraltro. Non ho bisogno neanche di chiedere: ha capito che sono lì per il <i>dole</i> e non per comprare un portachiavi con la cattedrale di Winchester impressa sopra! La birra sarà un terzo di pinta, a occhio e croce, ma è davvero buona e rende meno faticoso il ritorno in città. Qualche sorso di birra, l’ho scoperto in Germania, stimola potentemente l’appetito, anche se qualche ora prima si è mangiato uno stinco di maiale! Non è certo questo il caso: il mio lunch è stato più che frugale, come sempre, e stamane, per giunta, non ho goduto di un breakfast all’inglese, ma della misera colazione continentale della post-hippy! Se a ciò si aggiungono la passeggiata sul sentiero di Keats e il fresco della sera si può immaginare quali pressanti rivendicazioni siano avanzate dal mio stomaco! Mi dirigo, quindi, verso quello che si presenta come il miglior posto dove mangiare, qui a Winchester: il <i>Wykeham arms</i>. Chi ha buona memoria potrebbe ricordare che Wykeham era il nome del vescovo che fondò il <i>New college </i>di Oxford e che costui era per l’appunto vescovo di Winchester. Non è che il locale sia stato fondato dal prelato nel XIV secolo: risale “solo” al Settecento. Sua eminenza, però, ha un ruolo importante anche nella storia di Winchester, perché anche qui fondò una scuola importante, la prima scuola privata d’Inghilterra, destinata alla formazione di studenti di umili origini ma di talento, che avrebbero poi potuto concludere la loro formazione proprio al <i>New college </i>di Oxford. In sostanza, Wykeham realizzò un formidabile progetto educativo e concepì, come si direbbe oggi con insopportabile espressione, una vera e propria “sinergia” fra il college di Winchester e l’università di Oxford. Ancora oggi, il <i>College of Winchester</i> è una delle scuole superiori più prestigiose di tutta la Gran Bretagna. Vi passo davanti, ammirandone, almeno dall’esterno, la sobria ma elegante architettura. Una porta carraia, con arcata ogivale, dominata da una torretta, conduce al cortile interno, al quale purtroppo non si può accedere. Una nicchia nella torretta, ospita una statua, che credo raffiguri proprio il fondatore. Costeggio il lungo edificio in pietra del college, con una serie di trifore e altre piccole finestrelle chiuse da sbarre, più in alto. Proprio accanto, si trova la casa dove morì Jane Austen, nel 1817. Ancora pochi passi e sono finalmente davanti al mio ristorante, che è accanto ad un’altra porta medioevale, la <i>Kingsgate</i><i>, </i>in un angolo tranquillo e oltremodo suggestivo della città. La porta sembra nello stesso stile dell’edificio del college e anche la pietra pare identica. Il palazzetto che ospita il <i>Wykeham arms</i> è invece più recente, di stile ed epoca georgiana, ammesso che io incominci a capire qualcosa dell’architettura britannica.. Oggi è anche un albergo di charme, con mobili antichi e letti a baldacchino, ma in origine era una osteria con annesso bordello! Anche a quei tempi, comunque, doveva avere la sua buona fama, se è vero, come si dice, che l’ammiraglio Nelson fu ospite per una notte. La storia non chiarisce se egli abbia apprezzato la cucina o quell’altro tipo di offerta a cui si accennava. Pare che anche Churchill sia passato di qui. Ai suoi tempi, il <i>Wykeham arms</i> era ormai diventato quel rispettabilissimo albergo-ristorante che è ancora oggi, per cui si può presumere che Sir Winston sia stato attirato solo dalla ottima reputazione gastronomica. Proprio sulla parete accanto al tavolo ove mi hanno fatto accomodare è affissa una foto delle solenni esequie di stato di Churchill, nel gennaio del 1965. Accanto c’è un documento ingiallito: è un <i>pass</i> per presenziare alla cerimonia nella cattedrale di Saint Paul, indirizzato al proprietario del <i>Wykeham arms. </i>Mentre aspetto il mio piatto posso ammirare anche l’immensa collezione di boccali da birra: dovrebbero essere circa 4000, di ogni manifattura, e sono disseminati ovunque, su mobili, scaffali, mensole, e soprattutto pendono dal soffitto. Vi è poi un’altra collezione, più ridotta quanto al numero di esemplari, ma ben più singolare: una serie di bastoni che in un tempo non lontano si utilizzavano per le punizioni corporali a scuola,  nello stesso vicino <i>college</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avventori che si affollano intorno al bancone non sono, purtroppo, i classici tipi da pub: per le movenze e le tonalità e specie per l’abbigliamento li classificherei nel genere “barcaioli” (ossia possessori di yacht). Dato, però, che non siamo a Vulcano o Porto Cervo mi risolvo ad inserirli nella più vasta e generica categoria degli <i>‘mbrellini</i>. L’origine di questo appellativo, che da ragazzi usavamo molto e sempre con un accento di sarcastica riprovazione, è rimasta sempre oscura. <i>‘Mbrellini</i> erano quei giovanotti sfaccendati che vestivano solo capi firmati, avevano capelli impomatati e tagliati corti, non si  sognavano di farsi crescere la barba. “Passeggiavano” per il centro città con i loro fuoristrada, antesignani degli attuali Suv. Non avevano alcuna idea politica. Anzi, non avevano alcuna idea che potesse definirsi tale. Frequentavano discoteche e locali “esclusivi”. Attendevano, senza fretta, di ricoprire il ruolo sociale e professionale a cui erano destinati dalle loro influenti famiglie. Noi li consideravamo ridicoli più che pericolosi. Pensavamo, ed eravamo in errore, che fossero una specie in via di estinzione. Al contrario, ben presto sarebbero venuti fuori dai rifugi ove erano relegati nel mondo giovanile di quegli anni, che era dominato da ben altri tipi antropologici, per invadere il nostro mondo e sovvertirlo, o meglio inquinarlo. Oggi dobbiamo amaramente riconoscere che la specie in via di estinzione eravamo piuttosto noi altri. Ma, a quel tempo, che il mondo avrebbe preso la direzione che poi ha preso, chi lo immaginava? Avevamo un punto di incontro che distava solo poche decine di metri da quello degli <i>‘mbrellini</i>, ma nessun tipo di scambio o di confronto era immaginabile, neanche nelle sere più affollate quando i due rispettivi gruppi finivano fisicamente l’uno accanto all’altro. Tra noi era difficile persino indossare un capo firmato sportivo e solo relativamente costoso, tipo una polo <i>Lacoste</i>. I miei compagni di scuola me ne regalarono una per i 18 anni (che festeggiai in pizzeria, allora non si usavano i ricevimenti tipo matrimonio, completi di inviti e bomboniere, che si fanno oggi). La indossavo a volte, perché era del mio colore preferito e, soprattutto, perché aveva un valore affettivo. E non mi risolsi, per sfuggire alla pena che ora dirò, ad usare il patetico stratagemma che altri, nella mia stessa condizione di destinatari di un regalo simile, avevano usato: strappare il coccodrillo di stoffa! E così’, incontrando qualche membro particolarmente deficiente del mio gruppo allargato di amici, non mi restava che sottostare, con rassegnazione, alla pena; la quale consisteva nel dover sopportare che costui si avvicinasse e chiudesse le dita sul simbolo della <i>lacoste</i>, pizzicando violentemente la stoffa e la carne sottostante, come a simulare il morso del suddetto coccodrillo. L’abbigliamento caratterizzava in modo intransigente l’identità di un gruppo giovanile in quegli anni e le identità erano legate imprescindibilmente agli orientamenti politici. Recentemente, un collega ha creduto di riconoscermi in una foto di quell’epoca. Ma ha preso un abbaglio. Il tipo in questione, infatti, indossava occhiali da sole, marca <i>ray-bain</i> e quel tipo di occhiali, allora, li portavano solo i piloti americani e i fascisti. Anzi, per essere precisi, i “fascisti di merda”, perché allora si usavano questi appellativi tipo poemi omerici – Ulisse dalle mille astuzie, Atena dagli occhi lucenti, Aiace possente nel grido di guerra – per cui non si diceva mai che uno era un fascista e basta. Era sempre fascista e qualche altra cosa. Di solito, “fascista di merda”. O, al limite, “fascista, bigotto e reazionario”. E così un intellettuale o era un “intellettuale di sinistra” o era un “intellettuale del cazzo”, <i>tertium non datur</i>, ed era facilissimo, peraltro, che qualcuno passasse dalla prima alla seconda categoria. E’ inutile dire che sono categorie totalmente inservibili nel mondo di oggi e ne paghiamo il prezzo, sprovvisti come siamo di strumenti di analisi adeguati a capire la realtà odierna, specie quella del mondo giovanile. Sempre che ci sia davvero qualcosa da capire. In ogni caso gli errori di interpretazione in chi si è formato in quegli anni sono frequentissimi. Come quello di stasera: pensavo che quei tipi al bancone del pub fossero <i>‘mbrellini</i>, per le movenze e il vestiario, e invece sono semplicemente, naturalmente… gay! Il primo dubbio mi è venuto quando ho sentito distintamente un <i>“Darling!”</i>, senza che ci fosse alcuna donna nei paraggi. Il dubbio è divenuto una solida ipotesi quando è partito da uno di loro un “<i>Honey!”</i>, rivolto al ragazzo del bar. L’ipotesi ha superato l’<i>istantia crucis</i> quando ho notato che il suddetto, mentre apostrofava così vezzosamente il barista, stringeva la mano dell’amico al suo fianco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, arriva la cena, e mi rinfranco pensando che almeno le mie categorie di analisi gastronomica non sono invecchiate, oppure sono riuscito ad aggiornarle. In fondo, già allora un mio amico aveva profetizzato qualcosa del genere, dopo aver assistito in impassibile silenzio a una delle usuali e interminabili discussioni fra me ed altri amici. Erano dibattiti che iniziavano verso le 22, le 23, quando la notte sommergeva le frivolezze del mondo, e duravano ore ed ore. Ognuno, con ingenuità e audacia, proponeva una sua visione della realtà, una <i>Weltanschauung, </i>continuamente riadattata alla luce delle ultime suggestioni ricevute dalla lettura, dallo studio e da quel poco di esperienza del mondo che ci capitava di avere. Immancabilmente, qualcuno di noi era più convincente degli altri, sicché la sua <i>Weltanschauung </i>si imponeva, almeno per quella sera. Ma sempre con il contributo, ossia con le correzioni e le integrazioni proposte dagli altri. Certo, vi erano anche dei veri scontri polemici, nei quali ognuno restava sulla sua posizione, ma accadeva di rado, perché il terreno comune era ampio e solido. La visione del mondo di quella sera doveva essere oltremodo pessimistica, come del resto capitava spesso. E come capitava sempre avevamo avuto l’impudenza di costruirla su frammenti di filosofia, di storia, di psicologia, di fisica, di antropologia e di qualsiasi altra disciplina avessimo un poco studiato. Così il nostro amico, che era rimasto, come dicevo, in assoluto silenzio, tanto che io avevo finanche creduto che si fosse assopito, mostrò di aver invece seguito tutto lo sconsolato discorso sui fallimenti politici, sulle irrimediabili e congenite tare del nostro paese, sulla tristissima condizione dell’uomo nel cosmo, e di averne anche colto l’intima e profonda essenza, giacché lo concluse con questa sentenza definitiva: “In sostanza, <i>ci so’ rimasti sulo i maccaruni</i>!”</p>
<p style="text-align: justify;">Carlin Petrini in quel momento non aveva ancora fondato lo <i>slow food</i> e probabilmente era ancora immerso nel “tradizionale” impegno politico. Il mio amico, invece, aveva già capito tutto. “Il problema dei filosofi è che hanno cercato di interpretare il mondo mentre si tratta di trasformarlo!”, aveva detto quel signore di Treviri. D’accordo, ma il secondo problema dei filosofi è che hanno pensato di fare la rivoluzione nelle piazze e nelle fabbriche, mentre il mondo si cambia nella “terra madre”, nelle botteghe alimentari, nel sacchetto della spesa, in cucina, e, infine, a tavola!</p>
<p style="text-align: justify;">I <i>maccaruni</i> del mio amico, nel frattempo, si sono andati un po’ raffinando: questa sera, qui al <i>Wykeham arms </i>di Winchester<i>, </i> si traducono in salmone affumicato su crostino di pane, uova in camicia e salsa <i>hollandaise</i>. Grande equilibrio di sapori e ottime materie prime. Ma era solo lo <i>starter </i>– l’<i>entreé </i>dei francesi. Dopo, arriva una lasagna ai funghi selvatici (non meglio identificati, ma sopravvivrò) con panna, pomodorini secchi e insalata di spinacino. Una delizia. Un piatto di ispirazione mediterranea, si potrebbe pensare, ma in realtà le lasagne fanno parte anche della tradizione gastronomica britannica.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la piazza della cattedrale che ora è deserta. Soltanto una coppia di fidanzati. Nessun gruppo di giovani intento a discutere, come facevamo noi allora, nelle sere d’estate (e pure d’inverno). E’ vero, non sono più quegli “anni fatati di miti cantati e di contestazioni”; non sono più quei “giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni”. E’ vero: è passata la primavera della nostra vita e l’estate corre a gran passi verso l’autunno. “<i>Where are the Songs of spring? Ay, where are they?</i>” “Dove sono i canti della primavera? Ah, dove sono?” “<i>Think not of them, thou hast thy music too…” </i>“Non pensarci, o Autunno, hai pure tu la tua musica…”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Finisterre raccontoviaggi responsabili &#8211; &#8220;Winchester&#8221; di Angelo Imbriani)</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/01/13/winchester-di-angelo-imbriani-finisterre-viaggioracconti-responsabili/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Appunti di vacanza consapevole</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2012/08/25/appunti-di-vacanza-consapevole/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2012/08/25/appunti-di-vacanza-consapevole/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 25 Aug 2012 13:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo consapevole]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=5557</guid>
		<description><![CDATA[Quest’anno ho trascorso la mia vacanza estiva in Sardegna. Non ci ero mai stata ma già sapevo che me ne sarei innamorata. Non ho organizzato io il viaggio; un inverno così pieno di pensieri e cose da conciliare mi ha fatto scegliere di delegare. Io ho problemi con il delegare perché delegando si corre il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/08/sardegna-colorata2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5573" title="sardegna colorata" alt="" src="http://artempori.files.wordpress.com/2012/08/sardegna-colorata2.jpg?w=300" width="375" height="281" /></a></p>
<p>Quest’anno ho trascorso la mia vacanza estiva in Sardegna. Non ci ero mai stata ma già sapevo che me ne sarei innamorata. Non ho organizzato io il viaggio; un inverno così pieno di pensieri e cose da conciliare mi ha fatto scegliere di delegare. Io ho problemi con il delegare perché delegando si corre il rischio che le cose alla fine non ci appartengano veramente, ma ho voluto rischiare e mi è andata bene. Eravamo in 8, amici e amici di amici, siamo stati bene e ricorderemo la nostra vacanza come un bel momento di riposo e divertimento. Prima di partire mi è stato regalato un quadernetto per gli appunti di viaggi, giallo, in carta rigorosamente riciclata abbellita con decorazioni floreali ripescate dal XX secolo, così che fosse più facile scrivere di sensazioni e pensieri ispirati dal fruire consapevole della mia vacanza.</p>
<p>Io però al fruire consapevolmente del tempo e del luogo ci ho pensato ben poco tanta era la leggerezza e la spensieratezza del vivermi il tanto meritato momento di pausa, cerebrale prima di tutto. Quindi non sono stata poi così ponderata e analitica nello scegliere le spiagge in cui tuffarmi, i posti da visitare, le storie da ascoltare, i sapori da assaggiare. Delega completa su tutto.</p>
<p>Eppure il quadernetto a fine vacanza era pieno di appunti, forse perché fruire consapevolmente di qualcosa significa anche altro; stare dentro al momento ad esempio, riconoscerne le sensazioni fisiche, i pensieri, le emozioni.  E la Sardegna di stimoli  così completi me ne ha offerti tanti.</p>
<p>Una sintesi dal quadernetto giallo :</p>
<p>Primo, il mare.</p>
<p>La Sardegna la si sceglie soprattutto per lo splendido mare color smeraldo. Acqua trasparente con sabbia sottile, ogni tanto si vedeva qualche pesciolino, e avvicinandosi ai tanti scogli potevo osservare la flora marina direttamente a riva. Acqua che mi allietava piacevolmente dal caldo torrido; acqua da cui farmi cullare , anche. Alleggerire le tensioni, stendere i muscoli, respirare lentamente tanto i migliori salvagenti sono i nostri polmoni. Fare qualcosa di simile al training autogeno come se una sola settimana in questo meraviglioso mare  bastasse a stirare  le pieghe di un anno di lavoro. Ne è valsa la pena.</p>
<p>Secondo, la natura.</p>
<p>Un paesaggio naturale, quasi incontaminato dall’uomo. E dunque un pizzico di paura nell’attraversare le stradine strette e rocciose, senso di spaesamento tanta la disabitudine a posti privi di abitazioni, stupore per la forza delle rocce, del verde e delle pecore nei pascoli. Aria, ancora respiro.</p>
<p>Terzo i tramonti e le stelle la notte.</p>
<p>Il ritmo cosmico del giorno e della notte e le cose della terra che funzionano senza orologio.Una settima è bastata ad imparare come misurare il tempo, tipo aspettare il tramonto alla stessa ora del giorno prima. Doccia veloce ogni sera , fretta nel prepararmi, entusiasmo come  ad un appuntamento importate in cui la puntualità era fondamentale: il sole non aspetta nessuno per riposarsi sotto la linea del mare. E le stelle quante sono ? Tante quanto lo stupore di trovarsi sotto un cielo completamente libero, ampio, senza confini. Ma ero davvero nel XXI secolo ?</p>
<p>Terzo le spiagge.</p>
<p>Libere, nessun biglietto d’entrata, mare gratis, no ombrelloni tutti uguali ed allineati. Spiagge colorate quest’anno, creative, buffe. C’erano ombrelloni di plastica, di legno, di seta, a strisce, a fiori, a pois, a tinta unita, bicolori  o di tutti i colori, alcuni eleganti altri divertenti, mini tende in cui coprirsi dal sole, asciugamani singoli e teli indiani per 8. I miei occhi avevano bisogno anche di questi colori oltre lo smeraldo del mare, percezioni variate , creatività e possibilità di esprimere ognuno un mini pezzettino di sé anche solo dentro un pezzo di spiaggia di 1m². Inevitabile questa attenzione ai dettagli dopo un anno di lavoro trascorso a sensibilizzare la valorizzazione delle particolarità di ognuno.</p>
<p>Quarto i sapori e i lavori del luogo.</p>
<p>Formaggio pecorino da una terra che vive di pascolo, di agricoltura semplice, di pesca. Poche industrie. I sardi sono i  più longevi di Europa ? Pare di si, il vantaggio di vivere in un posto isolato del mediterraneo.   E poi ancora i prodotti tessili del territorio, tutti colorati. Tappeti, cesti, abiti, cappelli, tra le mie mani non è capitato nessun oggetto made in china. Ero davvero nel XXI secolo ?</p>
<p>Ultimo l’isola intera.</p>
<p>Spiata tra gli scaffali di una libreria all&#8217;aeroporto, perché una settimana trascorsa in un pezzo di isola è poco per conoscerla e allora ben venga qualche stimolo preso al volo prima di partire. Spunti di storia e di storie, di gente passata e presente in un luogo in cui il mare imprigiona e  il mare libera. Identità del luogo, qualcosa a cui sono sensibile quando mi presento  e dico : “io sono originaria di Benevento, la città delle streghe”. Città delle streghe ha tutta una sua storia di cui in qualche modo sono responsabile quando la porto in giro.</p>
<p>Turismo consapevole anche questo, apertura, curiosità, riconoscimento e valorizzazione delle specificità territoriali.</p>
<p style="text-align:center;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2012/08/25/appunti-di-vacanza-consapevole/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Notte di resistenza libraria. 29 giugno 2012 &#8211; Libreria Masone Benevento: Letture, monologhi, concerti, proiezioni</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/27/notte-di-resistenza-libraria-venerdi-29-giugno-2012-dalle-21-00-libreria-masone-benevento-letture-monologhi-concerti-proiezioni-di-foto-e-corti/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/27/notte-di-resistenza-libraria-venerdi-29-giugno-2012-dalle-21-00-libreria-masone-benevento-letture-monologhi-concerti-proiezioni-di-foto-e-corti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Jun 2012 07:42:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Comunicati Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[.Eventi locali]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Librerie indipendenti]]></category>
		<category><![CDATA[Libri 2]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Notte di resistenza libraria]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza artistica non delegata]]></category>
		<category><![CDATA[co-libraio e coesione sociale]]></category>
		<category><![CDATA[daniele izzo]]></category>
		<category><![CDATA[decalibro delle librerie indipendenti]]></category>
		<category><![CDATA[economia territoriale]]></category>
		<category><![CDATA[librerie indipendenti]]></category>
		<category><![CDATA[luisa palumbo]]></category>
		<category><![CDATA[maria paola bianchini]]></category>
		<category><![CDATA[stefania iannella]]></category>
		<category><![CDATA[vini mustilli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=5223</guid>
		<description><![CDATA[Una notte a ciclo continuo con Letture, monologhi, concerti, proiezioni di foto e corti Libreria Masone Benevento &#8211; Venerdì, 29 giugno 2012, dalle 21.00 fino a quando si “resiste”  NOTTE DI RESISTENZA LIBRARIA Resistenza contro la crisi economica che colpisce le librerie indipendenti e gli altri piccoli negozianti. Resistenza contro l’omologazione dei gusti letterari e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div></div>
<div><span style="color:#993300;"><strong>Una notte a ciclo continuo con Letture, monologhi, concerti, proiezioni di foto e corti</strong></span></div>
<div></div>
<p><span style="color:#993300;"><strong>Libreria Masone Benevento &#8211; Venerdì, 29 giugno 2012, dalle 21.00 fino a quando si “resiste” </strong></span></p>
<div></div>
<div><em><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/notte-resistenza-libraria-artempori1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5243" title="Notte-resistenza-libraria-artempori" alt="" src="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/notte-resistenza-libraria-artempori1.jpg?w=300" width="300" height="259" /></a><em><strong>NOTTE DI RESISTENZA LIBRARIA</strong></em></em></div>
<div><em>Resistenza contro la crisi economica che colpisce le librerie indipendenti e gli altri piccoli negozianti.</em></div>
<div><em>Resistenza contro l’omologazione dei gusti letterari e degli altri consumi.</em></div>
<div><em>Per una “cittadinanza artistica non delegata” capace di economia condivisa e relazionale.</em></div>
<div><em>Resistenza contro l’economia finanziaria e sovraterritoriale che sottrae reddito e identità ai cittadini e ai territori.<br />
</em></div>
<div></div>
<div><span style="color:#993300;"><em>In formato pdf <a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/notte-resistenza-libraria-benevento.pdf" target="_blank"><span style="color:#993300;">Notte resistenza libraria benevento</span></a></em></span></div>
<div></div>
<div></div>
<div></div>
<div><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/notte-di-resistenza-libraria-benevento.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5225" title="Notte-di-resistenza-libraria-benevento" alt="" src="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/notte-di-resistenza-libraria-benevento.jpg" width="500" height="713" /></a></div>
<div></div>
<div>
<div>
<div>
<div>
<div>
<div><span style="font-family:Arial;"><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-size:large;">“Notte di resistenza libraria”</span></strong> <em>Venerdì, 29 giugno 2012, presso la libreria Masone di Benevento, una notte di coesione tra librai e lettori con letture, monologhi, concerti, proiezioni di corti e di foto</em></span></span></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div></div>
<div>
<div>
<div></div>
<p><span style="color:#000000;font-family:Arial;"><strong>La “Notte di resistenza libraria”,</strong> che si svolgerà venerdì, 29 giugno 2012, presso la libreria Masone di Benevento, <strong>nasce per contrastare </strong></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Arial;"><strong>la crisi economica che colpisce le librerie indipendenti</strong> e gli altri piccoli negozianti, </span><span style="font-family:Arial;"><strong>ma anche per contrastare l’omologazione dei gusti letterari<strong></strong></strong> e degli altri consumi. In un contesto più ampio, <strong>l’evento promuove un’economia condivisa e relazionale per contrastare </strong><span style="font-family:Arial;"><strong>l’economia finanziaria e sovraterritoriale</strong> che sottrae reddito e identità ai cittadini e ai territori.</span></span></span></p>
</div>
<div></div>
</div>
<div>
<div>
<div><span style="font-family:Arial;"><span style="color:#000000;"> La crisi dell’attuale modello di sviluppo diventa <strong>opportunità per una cittadinanza protagonista di un nuovo paradigma relazionale capace di nuova economia e di coesione sociale.</strong></span></span></div>
<div>
<div></div>
<p><span style="color:#000000;font-family:Arial;">Questo cambiamento necessita di una cittadinanza non delegata che inizia da una fruizione artistica responsabile (cittadinanza artistica non delegata).</span></p>
</div>
<div></div>
<div><span style="font-family:Arial;"><span style="color:#000000;"><strong> L’inclusione e la redistribuzione del reddito,</strong> promosse dai movimenti di resistenza contadina e sempre più diffuse nella relazionalità corta del cibo, <strong>possono giungere in ogni ambito se adottate anche nella filiera dei consumi culturali.</strong></span></span></div>
<div></div>
<div>
<div><span style="font-family:Arial;"><span style="color:#000000;"><strong> L’associazione Art’Empori,</strong> promotrice dell’iniziativa che realizzerà <strong>una notte in cui, a ciclo continuo, si alterneranno letture, concerti, monologhi e proiezioni, intende coinvolgere numerose associazioni culturali del territorio</strong> per incentivare un’inclusione e un relazionarsi tramite reti territoriali che, a differenza di quelle sovraterritoriali, agevolano coesione e inclusione.</span></span></div>
<div></div>
<div><span style="font-family:Arial;"><span style="color:#000000;"><strong>Inoltre, grazie a una partecipazione attiva e inclusiva dei frequentatori delle librerie,</strong> coinvolti in quanto lettori, ma anche come musicisti, attori, artisti, fotografi, Art’Empori intende incentivare la &#8220;cittadinanza inclusiva delle specificità&#8221;. </span></span></div>
<div></div>
<div></div>
<div><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Arial;"><strong>Le associazioni culturali interessate a promuovere l’iniziativa e i</strong></span><span style="font-family:Arial;"><strong> lettori e gli artisti interessati a proporsi,</strong> durante la “Notte di resistenza libraria”, nella lettura di poesie e racconti, in concerti, nella proiezione di foto e corti, <strong>scrivano a </strong><a href="mailto:artempori12@gmail.com"><span style="color:#0066cc;"><strong>artempori12@gmail.com </strong></span></a></span><span style="font-family:Arial;"><strong>o,</strong> <strong>comunque, intervengano all’evento.</strong></span></span></div>
</div>
<div></div>
<div></div>
<div></div>
<div><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Arial;">Tra le attività complementari previste durante l’evento: 1. Diffusione del<strong> “Decalogo delle librerie indipendenti”;</strong> 2. Diffusione del documento</span><span style="font-family:Arial;"> <strong>“Crisi economica: cosa posso fare io?</strong> <strong>Decalogo per combattere la recessione”</strong> (Manifesto per un’economia reale, territoriale, di piccola scala, condivisa e relazionale); 3. Diffusione dell’iniziativa</span><span style="font-family:Arial;"><strong> “Co-Libraio e coesione sociale”;</strong> 4. C</span><span style="font-family:Arial;">ompilazione e lettura delle<strong> “Schede di condivisione libraria”</strong> con cui suggerire libri agli altri lettori (per una condivisione di gusti letterari non imposti omologatamente dai mass media); 5. </span><span style="font-family:Arial;"><strong>Scambio di condivisione libraria</strong> (ogni partecipante<strong> </strong>che porterà un libro potrà scambiarlo con gli altri presenti); 6. <strong>D</strong></span><span style="font-family:Arial;"><strong>istribuzione di una piantina di ortaggi</strong> (per agevolare il piacere dell’autoproduzione e una consapevolezza nei consumi); 7. <strong>Convivialità inclusiva grazie alla somministrazione gratuita dei vini della Cantina Mustilli</strong> di Sant’Agata de’ Goti che promuove l’iniziativa.</span></span></div>
<div>
<p align="LEFT"><em>Iniziativa a cura della redazione di Art’Empori (Maria Paola Bianchini, Stefania Iannella, Daniele Izzo, Alessio Masone, Luisa Palumbo).</em></p>
<p align="LEFT"><a href="mailto:artempori12@gmail.com">artempori12@gmail.com</a><br />
0824 31 71 09 (libreria Masone)</p>
</div>
<div>
<div><span style="font-family:Arial;">Le associazioni culturali del territorio che promuovono l’iniziativa:</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Art’Empori – Cittadinanza artistica non delegata e cambiamento dal basso</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Distretto  di EcoVicinanza – Comunità delle aziende corte e cittadinanza delle specificità</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Cervelli in onda – Valle telesina</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- SerenaMente onlus – Psicologia per l’infanzia e adolescenza</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Il salotto delle donne</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Teatri e culture – portale di informazione culturale</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Emergency – gruppo di Avellino/Benevento</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- La Carrucola – agricoltura e natura</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- bMagazine – portale di informazione partecipata</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- La fabbrica della creatività</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Magmazone – portale di informazione artistica e culturale</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Orto di casa betania – Fattoria sociale</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- “E’ più bello insieme” – Centro per disabili</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- GAS Arcobaleno Benevento – Gruppo d’Acquisto Solidale</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Emisfero Sud – commercio equo e solidale</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Il Girasole pi greco – Prevenzione e integrazione</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Mustilli – Wine &amp; Culture</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Caff’Emporio – ritrovo dell’economia solidale e dell’arte biodiversa</span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- L’art du luthier </span></div>
<div><span style="font-family:Arial;">- Vividea – Centro estivo – La città delle arti e dei mestieri</span></div>
<div></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/27/notte-di-resistenza-libraria-venerdi-29-giugno-2012-dalle-21-00-libreria-masone-benevento-letture-monologhi-concerti-proiezioni-di-foto-e-corti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
