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	<title>Art&#039;Empori &#187; Recensione film</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Nessuno si salva da solo: l&#8217;amore che si ostina a non finire.</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2015 17:41:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; [di Mariapaola Bianchini] La coppia Mazzantini-Castellitto è tornata al cinema con il film “Nessuno si salva da solo“, ispirato al romanzo della scrittrice che il marito, puntuale, ha trasformato restando fedele alle tendenze dei film precedenti: passione cruenta e sentimenti disarmanti. La storia, questa volta, è quella di Delia e Gaetano (Jasmine Trinca e [&#8230;]]]></description>
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<p>[di Mariapaola Bianchini] La coppia Mazzantini-Castellitto è tornata al cinema con il film “Nessuno si salva da solo“, ispirato al romanzo della scrittrice che il marito, puntuale, ha trasformato restando fedele alle tendenze dei film precedenti: passione cruenta e sentimenti disarmanti.</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10978508_397461517097716_5180125447579441179_n.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-16247" alt="10978508_397461517097716_5180125447579441179_n" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10978508_397461517097716_5180125447579441179_n-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>La storia, questa volta, è quella di Delia e Gaetano (Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio) che si incontrano a cena fuori per organizzare le vacanze estive dei loro figli. Si sono lasciati da poco, dopo stanchezza, incompatibilità e tradimenti, secondo un copione nella media. Nella media le loro storie personali, tra insuccessi e disagi antichi (lei nutrizionista anoressica in perenne conflitto con la mamma- lui scrittore mancato)  che si intrecciano negli insuccessi della società attuale,  in apnea, quella dei reality e dei contratti a termine. Si amano ancora, lo si sente dagli sguardi violenti e dagli insulti, dalla rabbia reciproca per non aver difeso abbastanza la loro storia descritta con continui flashback narrativi.</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10367715_397461590431042_4837624888718519942_n.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-16249" alt="10367715_397461590431042_4837624888718519942_n" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10367715_397461590431042_4837624888718519942_n-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a>Proprio per questo “banale” copione, di certo più semplice e scontato dei romanzi/film precedenti, lo spettatore non puo’ scappare da se stesso, dalle sue paure e dai suoi sentimenti, dalle sue storie vissute, dagli sforzi messi in campo, dalle sue passioni viscerali.</p>
<p>Il film puo’ piacere o non piacere. A me è piaciuto, ma io non sono una cinofila esperta, sono solo una fruitrice consapevolmente emozionale. Di certo lascia un messaggio, anche questo banale ma autentico  nella sua sacrosanta verità: nessuno si salva da solo. L’amore verso sé e verso l’altro espresso in infiniti gesti di cura, compresa la preghiera, anche la preghiera disinteressata verso gli sconosciuti, verso i bisogni di questo tempo: la malattia fisica e psicologica, la sofferenza,  il disimpegno, la siccità di valori.</p>
<p>Sarà per i sentimenti messi a nudo, sarà per l’omaggio finale a Lucio Dalla, sarà per i vicoli e i luoghi di una Roma giornaliera mamma, amica, complice di una semplice storia d’amore, che sono  tornata a casa con il viso bagnato e il cuore in subbuglio. L&#8217;amore è l&#8217;energia che ci attiva, ci fa sbattere per poi rialzarci, ci conduce in questa esistenza, ci salva e fine.</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10403340_409049275938940_748551448890839152_n1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16250" alt="10403340_409049275938940_748551448890839152_n" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10403340_409049275938940_748551448890839152_n1-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8221; E se fossimo sogni che qualcuno sogna e pensieri che qualcuno pensa ? &#8220;</em></p>
<p><em>   NESSUNO SI SALVA DA SOLO</em></p>
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		<title>Leggenda delle streghe nel Sannio. Intervista a Marialaura Simeone sul video “A uno a uno le fil cuntavano&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 14:10:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[..Distretto di Economia Solidale e di Arte Inclusiva]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Tullia Bartolini] La leggenda delle streghe nacque e si sviluppò nel nord Europa soprattutto dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum, letteralmente il ‘martello delle streghe’, il manuale anti-stregoneria per eccellenza, che mirava a colpire donne e uomini in grado di praticare la magia nera. In Italia il fenomeno prese piede nonostante il clima di demonomania [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/luoghistreghe.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11223" alt="luoghistreghe" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/luoghistreghe-300x154.jpg" width="300" height="154" /></a>[di Tullia Bartolini] La leggenda delle streghe nacque e si sviluppò nel nord Europa soprattutto dopo la pubblicazione del <i>Malleus Maleficarum</i>, letteralmente il ‘martello delle streghe’, il manuale anti-stregoneria per eccellenza, che mirava a colpire donne e uomini in grado di praticare la magia nera.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia il fenomeno prese piede nonostante il clima di demonomania che vide vittime le donne e i loro saperi: siamo nel 1300, è del 1340 il primo rogo per stregoneria.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non conosce la leggenda delle streghe beneventane? Essa si incardina lungo un lunghissimo asse temporale che vede protagoniste queste <i>dominae nocturnae</i>, legate a doppio filo alla notte (il termine strega deriva infatti da strix, uccello notturno) e ai suoi misteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano conoscitrici di erbe e spesso capaci più dei medici ufficiali (tutti uomini, naturalmente) di curare i malanni.</p>
<p style="text-align: justify;">Venivano chiamare janare, dal termine latino ‘janua’, che, tradotto, vuol dire ‘porta’. Era appunto dinanzi alla porta di casa che veniva collocata una scopa che doveva  distrarre la povera strega dalle sue cattive intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La janara, nella realtà, era un’esperta ‘curandera’, temuta per le sue conoscenze: donna libera, vedova o mai maritata, che se ne fregava delle regole sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documentario  beneventano <b><i>“A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio,</i> </b> nasce da un&#8217;idea di Francesca Gerardo che, con la collaborazione di Marialaura Simeone e per la regia di Umberto Rinaldi, ha scelto di ripercorrere la storia delle streghe nel Sannio.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Sarà presentato a Benevento, al Mulino Pacifico, in Via Appio Claudio,  sabato 22 marzo 2014, alle ore 18 e 30.</b></p>
<p style="text-align: justify;">Ho rivolto alcune domande a Marialaura, incuriosita dal progetto che ha coinvolto miti, leggende e voci di quanti, con le streghe, hanno avuto un rapporto più diretto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Come vi è venuta l’idea di fare quattro passi con le janare?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il progetto, finanziato dal programma  ‘Gioventù in azione’, nasce da un&#8217;idea di Francesca Gerardo e del gruppo informale ‘A spasso con le streghe’, appositamente costituito e di cui è responsabile Titti Saccomanno. Nel documentario, specie in quello non narrativo, ha contato molto il lavoro di squadra e l&#8217;apporto di ognuno di noi. Io, Francesca e il regista Umberto Rinaldi abbiamo lavorato in team sia per la stesura del piano di lavoro del documentario, sia per la ricerca di fonti; assieme ci siamo occupati delle interviste e del montaggio del lavoro. Poi non va dimenticato l&#8217;apporto del direttore della fotografia Giovanni Bocchino, del tecnico audio Angelo Cusano, delle musiche di Enrico Falbo, dell&#8217;arrangiamento, da parte di Natalì Rossi, di una filastrocca su una strega… una chicca, come vedrete!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Pensi si possa realmente valorizzare il Sannio attraverso le sue leggende?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non abbiamo dubbi, in proposito. Direi che l’intento, ab origine, era proprio questo. Poi, in itinere, lo è diventato ancora di più. Il lavoro ci ha portati a riscoprire molti luoghi del nostro territorio.  E poi a Cerreto, San Salvatore Telesino, Pontelandolfo, San Lupo, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio La Molara, in tutti i posti dove, secondo la leggenda o la credenza popolare, si incontravano le streghe, abbiamo potuto constatare la similarità dei paesaggi. Ciò vuol dire che la morfologia di un territorio conta molto, per la diffusione di determinate storie. Diventa così quanto mai importante scoprire ciò che si racconta per capire il luogo che si abita. L&#8217;associazione CAAT, di cui Francesca Gerardo è presidente, ha infatti già nell&#8217;acronimo la parola territorio, come obiettivo programmatico, insieme a cultura, ambiente e arte, gli elementi che costituiscono l&#8217;essenza di una comunità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteZio-Bacco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11224" alt="backstageintervisteZio Bacco" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteZio-Bacco-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a>“Parlami dei personaggi che avete intervistato”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ci sono diversi tipi di interviste, nel documentario. C&#8217;è una parte più “storica” di ricostruzione della leggenda con l&#8217;apporto di Riccardo Valli, Francesco Morante, Paola Caruso. C&#8217;è una parte più suggestiva con Maria Pia Selvaggio e con te, Tullia; poi, ci sono le persone intervistate nei vari contesti: Roberto Pellino (Stretto di Barba), Gianna D&#8217;andrea (Cerreto), Michelangelo Pizzi (San Bartolomeo in Galdo), giusto per ricordarne qualcuno. E poi ci sono le testimonianze di chi con le streghe ha avuto un contatto diretto&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Cosa mi dici delle streghe in chiave iconografica?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Innanzitutto distinguiamo l&#8217;iconografia ‘commerciale’ – quella che ha sfruttato certi simboli – da quella utile a ricostruire la leggenda. C&#8217;è la strega che vola sulla scopa o a cavalcioni del demonio, che si accoppia durante i Sabba e sfida il mos maiorum; ma c’è anche quella raffigurata quale “herbaria”, ossia quale guaritrice che attinge ai segreti medicamentosi di erbe e piante (aspetto non trascurabile nella storia delle streghe e della rappresentazione che di esse è stata fatta).  Questa è la strega più vicina al vero, che creava scompiglio, perché l’attività di guaritrici era spesso accompagnata  da uno stile di vita libero, al di là degli schemi. L&#8217;iconografia entra in parte nel documentario, ma accanto alla scrittura sulle streghe e accanto alla storia orale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteNicolina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11225" alt="backstageintervisteNicolina" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteNicolina-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a>“Penso, a proposito di donne capaci di autodeterminarsi, a Bellezza Orsini: nel cinquecento era in grado &#8211; lei che era stata sguattera e cuoca &#8211; di leggere e scrivere. Cosa non può l’intelligenza! Un’ultima domanda, Marialaura. Qual è il significato del titolo del documentario?” </i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il titolo ‘a uno a uno le fil&#8217; cuntavano’ si riferisce, naturalmente, ai fili della scopa che le streghe erano costrette a contare prima di poter entrare in casa, ma mi fa venire in mente anche che ‘cuntare’ in alcuni dialetti sta per ‘raccontare’. Ecco, il documentario ha tanti fili, tante storie cresciute attorno alla leggenda che volevamo raccontare. Non siamo andati a caccia di streghe, non ci interessava, quello che volevamo fare era raccogliere racconti <i>sulle</i> streghe, sullo sfondo di un paesaggio determinato e determinante”.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">Segue il trailer del videodocumentario <b><i>“A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio</i></b>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://objectwidth=560height=315paramname=movievalue=//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3/paramparamname=allowFullScreenvalue=true/paramparamname=allowscriptaccessvalue=always/paramembedsrc=//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3type=application/x-shockwave-flashwidth=560height=315allowscriptaccess=alwaysallowfullscreen=true/embed/object"><object width="560" height="315" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="560" height="315" type="application/x-shockwave-flash" src="//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></a></p>
<p style="text-align: justify;">La foto in evidenza nello scorrevole è di <a href="http://www.flickr.com/photos/phlegrean/with/7912604350/" target="_blank">Phlegrean</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ciò che mi nutre mi distrugge: documentario sui disturbi del comportamento alimentare</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Sep 2013 12:38:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Mariapaola Bianchini] I Disturbi del Comportamento Alimentare sono una problematica drammatica che compromette significativamente il livello di vita personale e familiare, con esiti spesso irreparabili. Se ne è sempre parlato tanto a livello mediatico e il focus  sulla moda, i canoni di bellezza, le turbe adolescenziali, ha contribuito non poco a connotarlo nel solo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[di Mariapaola Bianchini] I Disturbi del Comportamento Alimentare sono una problematica drammatica che compromette significativamente il livello di vita personale e familiare, con esiti spesso irreparabili. Se ne è sempre parlato tanto a livello mediatico e il focus  sulla moda, i canoni di bellezza, le turbe adolescenziali, ha contribuito non poco a connotarlo nel solo senso estetico nascondendone il significato più profondo. Il corpo è tutto ciò che abbiamo per vivere noi stessi in contatto con il mondo e il modo in cui lo trattiamo esprime significati ben più articolati del desiderio di apparire belli e perfetti. Ecco che il senso più ampio, autentico, complesso dei disturbi del comportamento alimentare lo si può cogliere attraverso una non semplificazione e un ascolto attento. Questo l&#8217;obiettivo del documentario &#8220;Ciò che mi nutre mi distrugge&#8221; , in diretta su rai3 questa sera alle 23,55 all&#8217;interno del programma DOC3. Si tratta di un documentario realizzato da Raffaele Brunetta e Ilaria De Laurentiis entrando con le telecamere direttamente dentro le stanze della terapia, scelta delicata realizzata nel pieno rispetto di tutte le persone coinvolte. Il documentario è stato girato presso il servizio ambulatoriale per la cura dei Disturbi Alimentari della ASL Roma E sito nel Compensorio di Santa Maria della Pietà e diretto dal dottor Armando Cotugno, psichiatra e psicoterapeuta cognitivo comportamentale.</p>
<div id="attachment_8212" style="width: 480px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/09/ciocheminutromidistrugge.jpg"><img class="size-large wp-image-8212" alt="estratto del documentario tratto dal sito www.ciocheminutremidistrugge.com" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/09/ciocheminutromidistrugge.jpg?w=470" width="470" height="264" /></a><p class="wp-caption-text">estratto del documentario tratto dal sito www.ciocheminutremidistrugge.com</p></div>
<p>Da una lettera aperta del dottore, consultabile sul sito del progetto &#8211; www.ciocheminutremidistrugge.com &#8211; si comprende l&#8217;attenzione e la cura messi in campo da tutti gli operatori tecnici e scientifici coinvolti. Sempre dal sito, nella sezione note di regia, è possibile comprendere lo spirito che ha sostenuto il progetto e che ha fatto meritare al documentario il sostegno allo sviluppo del Programma Media della Comunità Europea e il riconoscimento dell’interesse culturale da parte della Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.</p>
<p><span style="font-size: 13px;"> </span><i style="font-size: 13px;">&#8220;Solamente osservando quanto si dice, o non si riesce a dire durante la terapia, osservando i gesti, gli sguardi, le reazioni, si riesce a comprendere le dinamiche che sottendono a questa malattia. Un film che potesse mostrare a tutti cosa avviene durante le terapie, è sembrato quindi il modo più efficace per affrontare questo tema. La scelta presuppone uno stile di regia di tipo “osservazionale”, interferendo il meno possibile con quanto avviene davanti all’occhio della camera, ciò permette di penetrare a fondo nelle singole storie, affrontare il tema senza sentimentalismi o retorica, arrivare lì dove nessun commento, intervista o ricostruzione servirebbe a rendere così nitida la realtà. I silenzi durante le sedute di terapia parlano più delle parole. Gli sguardi, i gesti, le reazioni, raccontano emozioni forti, conflitti interiori, dramma e speranza. Particolare attenzione viene rivolta a non modificare la luce e la generale atmosfera dell’ambiente nel quale hanno luogo le terapie. L’esigenza e la scelta di rendere la nostra presenza il meno invasiva possibile influisce sul risultato del film in termini estetici: il tempo filmico scorre come in tempo reale, la realtà non è rappresentata ma restituita nella sua crudezza, nella sua verità. Il film-documentario trae forza dalla sua “asciuttezza”. Il progetto, per le sue peculiarità, conta sul sostegno e sull’approvazione dell’equipe medica: per la delicatezza del tema trattato è stato indispensabile confrontarsi col parere dei medici e degli operatori che collaborano con noi a stretto contatto.&#8221;</i></p>
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		<title>Molto forte, incredibilmente vicino. Un&#8217;introduzione al libro e al film &#8211; di Mariapaola Bianchini</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 17:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO di Mariapaola Bianchini, psicologa dell’età evolutiva “Molto forte incredibilmente vicino” è un film in uscita al cinema tra febbraio e marzo 2012. Prima ancora è un libro di Jonathan Safran Foer pubblicato nel 2005, che parte dall’attentato  alle torri gemelle per indagare in termini universali i temi di perdita e morte. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;" align="center">MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO<br />
<em>di Mariapaola Bianchini, psicologa dell’età evolutiva<br />
</em><br />
<a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/02/articolo-bianchini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4697" title="articolo bianchini" src="http://artempori.files.wordpress.com/2012/02/articolo-bianchini.jpg?w=300" alt="" width="300" height="200" /></a>“Molto forte incredibilmente vicino” è un film in uscita al cinema tra febbraio e marzo 2012. Prima ancora è un libro di Jonathan Safran Foer pubblicato nel 2005, che parte dall’attentato  alle torri gemelle per indagare in termini universali i temi di perdita e morte. E prima ancora è la storia di un bambino speciale, cui sono arrivata casualmente passeggiando tra gli scaffali della libreria Masone prima di un cortometraggio del giovedì sera. Nel trafiletto della copertina c’era una sintetica presentazione del protagonista: “Oskar è newyorkese di 9 anni a suo modo geniale, ama inventare singolari dispositivi”. Poche informazioni ma sufficienti per incuriosirmi – “che vorrà dire , a suo modo geniale ?”.</p>
<p><span id="more-4696"></span>Comincio a conoscere Oskar e comprendo che “geniale” sta anche e soprattutto per “speciale”.  Uno speciale per pochi, di quelli che i professionisti del settore nominano con un’etichetta precisa. Non cercatela su internet che potreste imbattervi in qualcosa scritto male. Io facendo una ricerca ho letto un po’ di tutto:  - <em>Oskar ha una leggera forma di autismo</em> &#8211; , come se ripararsi sotto il letto o tirare la lampo del sacco a pelo di sé stesso o farsi lividi per proteggersi dalle emozioni, fosse qualcosa di “leggero”. &#8211; <em>Oskar ha un morbo</em>. – Etimologicamente morbo deriva da mors, morte, come se essere in qualche modo speciali e non mangiare il cioccolato, vestirsi solo di bianco, essere rigidi, voler stare soli, conducesse necessariamente alla fine di se stessi. E poi -  <em>Oskar ha la malattia di Asperger </em>– Malattia è il risultato di un’alterazione, fisica, psicologica, sociale, che può o portare alla morte o riassorbirsi e tornare  all’equilibrio attraverso la terapia. Come se nascere in un certo modo fosse già di per sé un’alterazione; ma rispetto a cosa? E poi, quale sarebbe la terapia in grado di guarire da ciò che si è?</p>
<p>Io personalmente ritengo che una persona non abbia bisogno di un’etichetta per essere vissuta, ma vero anche che le etichette servono a riconoscere e a capire la diversità e anche a valorizzare e ad apprezzare la singolarità di ognuno. Singolarità che è sempre sacra.</p>
<p>Oskar è singolare davvero, come certi bambini che ho conosciuto in questi anni. Incredibilmente speciali. Come Lorenzo che mi parlava attraverso i libri e mi regalava disegni che erano opere d’arte. Come Lucia che mi parlava attraverso i suoi occhi da cerbiatta, portandomi velocemente al cuore delle cose.</p>
<p>Oskar, a soli 9 anni, se ne va in giro con già in tasca un biglietto da visita, se mai qualcuno avesse bisogno di un inventore, un designer e fabbricante di gioielli, un entomologo, un francofilo, un vergano, un origamista; e poi ancora di un astronomo o di collezionista di oggetti vari. Insomma, Oskar è un bimbetto intelligente, un mezzo genio. Con degli interessi particolari, di certo diversi da quelli dei coetanei. Ha un linguaggio molto ricercato, con termini da enciclopedia. Però ha un modo particolare di parlare, a cadenza regolare senza un’intonazione. Sta sempre sul letterale e non parlategli con le metafore perché proprio non può capirle. Se non comprende una domanda facile risponda: “È una domanda retorica?”. A quel punto fategliene un’altra, magari accompagnandola con un disegno, che il visivo gli facilita la comprensione. Strano per un bimbetto che sembra avere un quoziente intellettivo sopra la media; eppure è così: il suo linguaggio ha punti di debolezza. Ma chi non ce li ha, i punti di debolezza? Oskar ama fotografare; va in giro per New York con la sua macchinetta fotografica a registrare persone, oggetti, dettagli. Ha bisogno di trasformare la vita che respira in immagini, perché il suo cervello gli chiede così: è come se tutto fosse elaborato attraverso il visivo. È anche il suo punto di forza, quello che spiega come riesce a memorizzare velocemente il contenuto di interi libri, gli incroci di percorsi, le insegne di tutti i negozi di New York, il punto esatto degli alberi, dei fiori, dei laghetti  di Central Park. Insomma, di fare cose che non è dato fare a noi persone normali, con un cervello normale. Ma non provate ad abbracciarlo, altrimenti si agita. E neanche a sfiorarlo con un tocco di dito, che potrebbe scappare. E se lo invitate ad una festa, non alzate il volume della musica perché i suoni alti lo farebbero gridare, non riesce proprio a sopportarli.  E le emozioni? Corre voce che bimbi come Oskar non abbiano emozioni, perché sono solitari, strani , inespressivi .</p>
<p>Ebbene, se avete un po’ di tempo da dedicare alla conoscenza di qualcuno, allora vi consiglio di conoscere Oskar. Se glielo permetterete, vi porterà incredibilmente vicino alle corde più nascoste di voi stessi connettendovi  con emozioni pure e bollenti.</p>
<p>Oskar perde il papà in modo traumatico e non sa come elaborare. Ci prova nei modi più strani perché è un <em>bimbo aspie</em> (bimbo con sindrome di Asperger), non sa comunicare la rabbia, la paura, l’ansia, la tristezza ma assolutamente le ha. Come ha tutte le altre, quelle piacevoli che lo fanno “scompisciare”.  Le emozioni sono la parte più profonda di noi, come profonda è la zona del cervello che le gestisce: differente non significa assente, e le emozioni che provano i bambini aspie possono essere travolgenti come le nostre, spesso anche di più. Tutto questo rientra nel prezioso patrimonio della diversità, motivo per cui vi ho presentato Oskar e la sindrome di Asperger . Ognuno ha il diritto di essere se stesso, e di essere aiutato, come tutti, a superare le proprie difficoltà e far frutto della proprie capacità: la diversità può essere anche una risorsa.</p>
<p><a href="http://wwws.warnerbros.it/extremelyloudandincrediblyclose/index.html">http://wwws.warnerbros.it/extremelyloudandincrediblyclose/index.html</a></p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Molto_forte,_incredibilmente_vicino">http://it.wikipedia.org/wiki/Molto_forte,_incredibilmente_vicino</a></p>
<ul>
<li><cite>Jonathan Safran Foer, <em>Molto forte, incredibilmente vicino</em>, 1 ed., collana Le Fenici tascabili, traduzione di Massimo Bocchiola, Ugo Guanda Editore  <a title="2007" href="http://it.wikipedia.org/wiki/2007">2007</a>, pp. 351, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/9788882469412">ISBN 9788882469412</a></cite></li>
</ul>
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		<title>&#8220;Stand by me&#8221; e &#8220;Il cappellino&#8221; di Giuseppe Marco Albano</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 16:22:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Iannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cort'Ap]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione film]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovedì scorso, per la rassegna “Cort’Ap”, è stato il turno del cortometraggio vincitore (ex aequo con “Dulce” di Ivan Ruiz Flores) del CineFort Festival del 2011: “Stand by me” di Giuseppe Marco Albano. &#8220;Stand by me&#8221; &#8211; Trailer [youtube http://www.youtube.com/watch?v=4caOW9lW0cM] Il caso ha voluto renderci spettatori anche di un altro corto dello stesso regista, “Il cappellino”, fuori [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Giovedì scorso, per la rassegna “<a title="Cort'Ap" href="http://artempori.wordpress.com/2011/10/19/cort%E2%80%99ap-rassegna-di-corti-e-mostra-fotografica-sui-cinema-di-citta-alessandro-caporaso-caffemporio-libreria-masone-dal-20-ottobre-2011-al-16-febbraio-2012/" target="_blank">Cort’Ap</a>”, è stato il turno del cortometraggio vincitore (ex aequo con “Dulce” di Ivan Ruiz Flores) del <a title="Cinefort Festival" href="http://www.cinefort.it" target="_blank">CineFort Festival</a> del 2011: “Stand by me” di Giuseppe Marco Albano.</p>
<p style="text-align:center;"><strong>&#8220;Stand by me&#8221; &#8211; Trailer</strong><br />
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=4caOW9lW0cM]</p>
<p>Il caso ha voluto renderci spettatori anche di un altro corto dello stesso regista, “Il cappellino”, fuori programma, ma proiettato grazie ad un disguido tecnico.</p>
<p style="text-align:center;"><strong>&#8220;Il cappellino&#8221; &#8211; Trailer</strong><br />
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=WRwmhC5r_F0]</p>
<div id="statcounter_image" style="display:inline;"><a class="statcounter" title="wordpress counter" href="http://statcounter.com/wordpress.org/"><img style="border:none;" alt="wordpress counter" src="http://c.statcounter.com/7551612/0/0e575cf0/1/" /></a></div>
<p style="text-align:center;"><strong>&#8220;Il cappellino&#8221; &#8211; Per intero</strong><br />
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=xm_JUfH5_so]</p>
<p>Frutto del caso è anche l’arrivo del cappellino rosso che incoraggia Clara a ritornare finalmente a scuola dopo un lungo periodo di assenza dovuto alla chemioterapia. Assenza scolastica che il regista ripercorre allo stesso tempo del breve, ma piacevole, percorso di Clara verso la scuola.</p>
<p>A mio parere, il titolo “Stand by me”, all’infuori dei noti rimandi musicali (è mai possibile che non ci sia niente di meglio dei titoli di canzoni inglesi? Un altro corto del CineFort Festival del 2011 si chiama infatti “You belong with me”), considerato per il solo senso di quelle parole, sarebbe molto più appropriato a “Il cappellino”, vista la scena finale del ritorno in classe. In quella visione, Clara ritrova ad accoglierla le persone affettuose e cordiali incontrate lungo il cammino (il vigile, la ragazza col cane, la fioraia e gli sposi). Questi personaggi restano sullo sfondo dell’aula, come in risposta a un soggiacente richiamo di <em>starle vicino</em>.</p>
<p>Non è poi ben chiaro se con tanto frastuono i compagni di classe le stessero dando davvero il benvenuto. Clara resta con le mani poggiate sul banco e con la testa china. Il senso di oppressione è reso anche dallo sguardo della telecamera che dall’alto si abbassa sempre più addosso, per poi risollevarsi. Ecco che Clara, dopo quella simbolica oppressione e stordimento, alza la testa e sorride in modo esemplare, dando segno di grande forza d’animo. Ammirevole appare anche, durante l’intera mattinata, la determinazione e il contegno della bambina. La sua sofferenza è profonda e interiore, proprio quanto il suo male.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I dieci film della mia vita. Renzo Vittur, viaggiatore dei Sud (bmagazine giugno &#8217;09)</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 17:37:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[acrilici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Dieci film della mia vita]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione film]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Vittur]]></category>
		<category><![CDATA[artempori]]></category>
		<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Bmagazine]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mio primo film, &#8220;Francis il mulo parlante&#8221; (1956) è sconosciuto a molti perché era parte di una serie comica ad uso interno di avventure di un intelligente mulo dell’esercito americano.Più noto è il film &#8220;Red River&#8221; (1948) della serie western che, in America, chiamano “YEEHA!” dal tipico richiamo dei cow-boy, che, negli anni ’50, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color:#800000;">Il mio primo film, &#8220;Francis il mulo parlante&#8221; (1956) è sconosciuto a molti perché era parte di una serie comica ad uso interno di avventure di un intelligente mulo dell’esercito americano.Più noto è il film &#8220;Red River&#8221; (1948) della serie western che, in America, chiamano “YEEHA!” dal tipico richiamo dei cow-boy, che, negli anni ’50, ci fecero sognare di essere su un carro che passa un fiume “rosso” contro gli indiani, ovviamente cattivi, che vanno uccisi senza pensare al politically correct. Le frontiere di Trieste con la  repubblica Iugoslava si aprono e Zagreb film, gloriosa società croata, si fa conoscere con i suoi film straordinari di animazione ma anche ci fa vedere, per la prima volta, le miserie e i crimini del socialismo reale, in &#8220;LISICE&#8221; (1970). Nei primi anni ‘60, appare  François Truffaut che, nel ’62, con il film “Jules e Jim” ci sorprende: Jules, tedesco, e Jim, francese, sono virilmente amici, fanno la boxe insieme, combattono in due eserciti diversi e amano la stessa donna, ma restano amici. Per noi giovani provinciali italiani, una rivoluzione dolce e sottile. Sembra incredibile, ma sono tutti del ’60: la Dolce vita di Fellini, Rocco e i suoi fratelli di Visconti, e Fino all’ultimo respiro di Jean Luc Godard.<span id="more-1147"></span> Tre film considerati oggi classici assoluti della storia del cinema, tra i quali la mia preferenza va a “Fino all’ultimo respiro”, storia moderna di un piccolo delinquente che va nella vita senza saper dove, con la faccia di Jean Paul Belmondo, girato con budget ridotto e mezzi tecnici minimi che garantivano libertà espressiva assoluta dai produttori. Film geniale con finale indimenticabile. Ultimi tre film: &#8220;Il Dittatore dello stato di Bananas&#8221; di Woody Allen (1971), debutto del regista che faceva star male dal ridere i cinefili più seri di Trieste. Una serie di gag di pura follia giovanile non ancora minata dalle nevrosi successive. Molto intenso il Decalogo (1988) di Krzysztof Kieslowski, in 10 episodi, per la televisione polacca di cui Stanley Kubric ha detto “non riesci a renderti coscientemente conto delle idee che si materializzano nella mente fino a che queste non hanno raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore“. Infine, ragionando sui motivi dell’attuale crisi partita dalla finanza USA, &#8220;Wall Street&#8221; (1987) di Oliver Stone che, tramite il protagonista Gekko, ci spara frasi che oggi appaiono profetiche, tra cui voglio ricordarne una “Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? E’ il libero mercato&#8221;.</span></h3>
<h3><span style="color:#800000;">Renzo Vittur</span></h3>
<h3><span style="color:#800000;">Ho svolto tutta la mia carriera scolastica ed universitaria a Trieste.</span><span style="color:#800000;">Ritenendo, per supponenza giovanile,Trieste una città troppo provinciale rispetto alle mie aspettative, nel 1967, mi trasferii a Milano, specializzandomi nella progettazione ambientale e gestione delle acque, temi di cui ancora oggi sono appassionato. Nel 1992, mi sono trasferito da Milano a Benevento e, fino al 2006, sono stato l’AD di Beneventana Servizi e, poi, di Gesesa. Abito in campagna, amo cavalli e cani; sono iscritto militante del CAI e simpatizzante buddista. Sono qui perché sono un viaggiatore che ama più il sud del mondo e gli spazi ampi e poco antropizzati.</span></h3>
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		<title>I dieci film di Paola Caruso (bmagazine maggio &#8217;09)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 16:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Dieci film della mia vita]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Caruso]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione film]]></category>
		<category><![CDATA[Bmagazine]]></category>

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		<description><![CDATA[Paola Caruso ed il significa nascosto nei film “Devo molto però ad un signore di Mumbay, tale Salman Khan, che, a sua insaputa e del tutto casualmente, mi ha fatto ritrovare il senso del colore, cioè il gusto dell&#8217;emozione” Non dimentico il Neorealismo italiano, amo Pasolini, Antonioni, Bergman, Buñuel. Sono stata sedicenne con “La febbre [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color:#993300;">Paola Caruso ed il significa nascosto nei film</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">“Devo molto però ad un signore di Mumbay, tale Salman Khan, che, a sua insaputa e del tutto casualmente, mi ha fatto ritrovare il senso del colore, cioè il gusto dell&#8217;emozione”</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Non dimentico il Neorealismo italiano, amo Pasolini, Antonioni, Bergman, Buñuel. Sono stata sedicenne con “La febbre del sabato sera”. Mi piace l&#8217;ironia di Gene Wilder, il fascino di Marcello Mastroianni. Ho apprezzato i recentissimi “Fortapàsc” di Marco Risi e “Un altro pianeta” di Stefano Tummolini. I film che ho scelto però significano anche qualcos&#8217;altro: legami con la vita. Come scegliere i film indiani? Quasi inutile il regista, in India quello che conta è l&#8217;attore. Ho avuto difficoltà a scegliere e, di certo, mia nipote Alessandra, cui debbo la scoperta di Swades e di tanti ancora, avrebbe inserito più film di Shahrukh. Devo molto però ad un signore di Mumbay, tale Salman Khan, che, a sua insaputa e del tutto casualmente, mi ha fatto ritrovare il senso del colore, cioè il gusto dell&#8217;emozione. Quando mi giunse tra le mani la videocassetta del primo film in elenco, era il 1998. Fu una specie di folgorazione: la storia era teneramente ingenua, al centro c&#8217;erano sentimenti profondi, come il desiderio di felicità, il diritto a scegliere il proprio futuro, poi la bellezza dei protagonisti, le ambientazioni esotiche, i colori e le musiche. “Tere Naam” l&#8217;ho visto almeno dieci volte (eppure, come tutti i film di Bollywood, dura tre ore), da sola o con amici, parenti ed alunni. Da un inizio entusiasmante e divertente, passa per tutti i generi possibili, finendo in tragedia, un drammone dove si piange a dirotto. Il terzo è una commedia brillante con splendide musiche e coreografie. Anche il grande Shahrukh Khan mi ha regalato bei momenti e questo suo “Swades” è patriottico ed epico, intenso. La cosa più difficile del mondo è poi far ridere e trovo che l&#8217;ineguagliabile Totò, l&#8217;ineffabile Peter Sellers ed il geniale Massimo Troisi siano dei benemeriti dell&#8217;umanità. Gli ultimi tre film ricreano fiabe, nel remoto passato o nel lontano futuro, ma nelle quali trovare gli accadimenti del nostro presente. Cambiare la prospettiva dal quale vederlo, può addirittura aiutare a comprenderlo.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Chi ama non ha paura (Pyaar Kiya To Darna Kya)<br />
di Sohail Khan (con Salman Khan), 1998 India</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;"> </span><span style="color:#993300;">Il tuo nome (Tere Naam)<br />
di Satish Kaushik (con Salman Khan), 2003 India</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Quale cuore amerà (Har Dil Jo Pyar Karega)<br />
di Raj Kanwar (con Salman Khan), 2000 India </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Noi, la gente (Swades: We, the People)<br />
di Ashutosh Gowariker (con Shahrukh Khan), 2004 India </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Totò, Peppino e&#8230; la malafemmina<br />
di Camillo Mastrocinque, 1956 Italia</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Uno sparo nel buio (A shot in the dark)<br />
di Blake Edwards, 1964 Gran Bretagna</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Ricomincio da tre<br />
di Massimo Troisi, 1981 Italia</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Metropolis<br />
di Fritz Lang, 1927 Germania</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">La fortezza nascosta (Kakushi-toride no san-akunin)<br />
di Akira Kurosawa, 1958 Giappone</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Fahrenheit 451</span><span style="color:#993300;"><br />
di François Truffaut, 1966 Francia</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">PAOLA CARUSO<br />
</span><span style="color:#993300;">Sposata con Paolo. Insegna Latino e Greco al Liceo Giannone di Benevento. Giornalista e scrittrice. Dal 2006, coordinatrice della rivista Samnium, ne diventa, nel 2009, vicedirettrice. Ha interessi molteplici, archeologia, cinema indiano, musica, letteratura. Si diletta di cucina con incursioni etniche. A sinistra della sinistra, quando c&#8217;era, non si identifica con nessuna forza politica in campo. Frase preferita, “Tantum religio potuit suadere malorum” del grande Lucrezio.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">(pubblicato su Bmagazine di maggio 2009)</span></h3>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>I dieci film di Giuseppe Cenerazzi (bmagazine marzo 2009)</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2009/04/02/i-dieci-film-di-giuseppe-cenerazzi-bmagazine-marzo-2009/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 20:02:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Dieci film della mia vita]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione film]]></category>
		<category><![CDATA[artempori]]></category>
		<category><![CDATA[benevento]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe cenerazzi]]></category>

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		<description><![CDATA[La vita è bella di Roberto Benigni, Italia 1997 Le fate ignoranti di Ferzan Ozpetek, Italia 2001 Mission di Ronald Joffé, GB 1986  Philadelphia di Jonathan Demme, USA 1993  Bellissima di Luchino Visconti, Italia 1951  Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, Italia 1948 C’era una volta america di Sergio Leone, USA 1984 Parla con [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color:#993300;">La vita è bella<br />
di Roberto Benigni, Italia 1997</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Le fate ignoranti<br />
di Ferzan Ozpetek, Italia 2001</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Mission<br />
di Ronald Joffé, GB 1986 </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Philadelphia<br />
di Jonathan Demme, USA 1993 </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Bellissima<br />
di Luchino Visconti, Italia 1951 </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Ladri di biciclette<br />
di Vittorio De Sica, Italia 1948</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">C’era una volta america<br />
di Sergio Leone, USA 1984</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Parla con lei<br />
di Pedro Almodovar, Spagna 2001 </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Nuovo cinema paradiso<br />
di Giuseppe Tornatore, Italia/Francia 1988 </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Ricordati di me<br />
di Gabriele Muccino, Italia 2002</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Il cinema è un sogno che coinvolge, commuovendomi, a prescindere dal genere del film. I film, che amo sono solo quelli che, spingendo alla riflessione e trasmettondo un insegnamento, mi emozionano. Nella mia vita, ho visto tantissimi film al cinema: pur di non perderli, anche tre, in una settimana, e due, nello stesso giorno. Trovo fondamentale andare a cinema in compagnia, perché, poi, ho bisogno di condividerne i commenti. Ne “La vita è bella”, mi ha emozionato la semplicità di come viene affrontato il tema dell’Olocausto, così come può apparire agli occhi di un bambino. In “Le fate ignorati”, colpisce il tema della diversità che, da motivo di emarginazione, diventa pretesto di crescita relazionale, in una società segregata nei ruoli. “Mission” evidenzia l’ingiusta aggressione dell’uomo occidentale nei confronti dei territori e della cultura altrui. In “Philadelphia”, si respira il razzismo e l’ostracismo che la gente prova verso quel malato di aids che dovrà combattere, dramma nel dramma, contro la malattia e contro il pregiudizio.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">“Bellissima” è un film grottesco sull’illusorio mito del cinema che destina i sogni delle aspiranti attrici a infrangersi di fronte alla ferocia della realtà. In “Ladri di biciclette”, un padre di famiglia, a cui rubano la bicicletta, mezzo fondamentale per il suo lavoro, sarà costretto, a sua volta, a rubarne una, ma verrà umiliato dalla folla che, prima, lo cattura e, poi, lo lascia libero davanti alle lacrime del figlio. In entrambi i film, si prova un vero senso di pietà per la dignità gratuitamente persa dalla madre (Anna Magnani) in “Bellissima”, e dal padre (Maggiorani) in “Ladri di biciclette”.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">In “C’era una volta in America”, ammiriamo tutta la malinconia per i ricordi perduti e i sogni non realizzati. In “Parla con lei”, emozionano le passioni proibite, le lacrime e i casi del destino che, in alucuni momenti, vengono raccontati alla maniera del cinema muto.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">“Nuovo cinema paradiso” è la storia del cinematografo, dove trionfa l’amore per l’immaginario che ci regala il cinema. Per concludere, “Ricordati di me”, raccontando l’odierna società italiana, ne coglie lo spirito dei tempi attuali: matrimoni in crisi, ragazzine che usano il sesso per inseguire il successo, amanti e angosce esistenziali, tutte suggestioni evidenziate dal regista, senza suggerirne soluzione liberatoria allo spettatore.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Giuseppe Cenerazzi</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;"><em>Giuseppe Cenerazzi è nato e vive a Benevento, laureato in Biologia, insegna scienze matematiche all’I.C. Sebastiano Guidi di Guardia Sanframondi, con forte senso di responsabilità, riscuotendo la simpatia degli alunni e colleghi.</em></span></h3>
<h3><span style="color:#993300;"><em>Oltre alla passione per il cinema, ama la musica e la letteratura. Gli amici lo definiscono un “nuovo Paolo Limiti” per la profonda conoscenza di tutto ciò che riguarda la musica, quella italiana, in particolare. E’ stato campione, per due settimane, nel 1988, nel corso della trasmissione, di Canale 5, “Cantando cantando”. Un suo desiderio è scrivere un libro sul cinema o sulla musica.</em></span></h3>
<p><span style="color:#993300;"> (pubblicato su Bmagazine di marzo 2009)</span></p>
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		<title>I dieci film di Pasquale Palmieri (bmagazine aprile 2009)</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 18:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Dieci film della mia vita]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Palmieri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione film]]></category>

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		<description><![CDATA[Stalker Andrej Tarkovskij, 1979 Il sorpasso Dino Risi, 1962 Miracolo a Milano Vittorio De Sica, 1951 Sogni Akira Kurosawa, 1990 Dancer in the dark Lars von Trier, 2000 Totò, Peppino e la  malafemmina Camillo Mastrocinque, 1956 Deserto Rosso Michelangelo Antonioni, 1964 Un Mercoledi da Leoni John Milius, 1978 Il Vento Victor Sjöström, 1928 Quijote Mimmo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color:#993300;">Stalker<br />
</span><span style="color:#993300;">Andrej Tarkovskij, 1979</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Il sorpasso<br />
Dino Risi, 1962</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Miracolo a Milano<br />
Vittorio De Sica, 1951</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Sogni<br />
Akira Kurosawa, 1990</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Dancer in the dark<br />
Lars von Trier, 2000</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Totò, Peppino e la  malafemmina<br />
Camillo Mastrocinque, 1956</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Deserto Rosso<br />
Michelangelo Antonioni, 1964</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Un Mercoledi da Leoni<br />
John Milius, 1978</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Il Vento<br />
Victor Sjöström, 1928</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Quijote<br />
Mimmo Paladino, 2006</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Concordo pienamente con Aldo Rossi quando diceva di essere stato influenzato più dal cinema che dall’architettura. La prefigurazione degli spazi, la struttura narrativa per immagini, la capacità di amplificare gli stati d’animo dei protagonisti restituiscono oggi al cinema il ruolo che, fino all’avvento delle avanguardie, è stato proprio della pittura. Da architetto e fotografo, anche quando ancora non sapevo di esserlo, il cinema è sempre stato per me lo strumento principe per indagare la centralità della visione ed il rapporto dell’uomo con lo spazio ed il tempo.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">I film che hanno avuto un senso nella ricerca di una personale verità?  Non sono necessariamente i più belli, ovvio, ma quelli in cui, per dirla con Andrej Tarkovskij, “un mondo intero si riflette in una goccia d&#8217;acqua, in una goccia d&#8217;acqua solamente”. E la prima, ed in assoluto la più significativa tappa del mio percorso nel cinema è proprio il suo “Stalker”, visionario viaggio nella stanza dei desideri, nello scettico cinismo dell’uomo, condotto con una spettacolare capacità di filmare l’impalpabile. Il mio viaggio prosegue poi nella mitica Aurelia B24 spyder de “Il Sorpasso”, che mette in scena debolezze e mali di un simpatico cialtrone con cui in fondo avrei voluto immedesimarmi, ben sapendo di somigliare al noioso e timido Trintignant, trattenendo il respiro in un finale che ogni volta vorrei che magicamente cambiasse.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Il miracolo della visione prosegue con “Miracolo a Milano”, geniale favola neorealista, delicatissima fusione di denuncia e poesia, e indugia nei “Sogni” di Kurosawa, trasfigurazione del reale in fin troppo pittoriche visioni. Mi è capitato però di precipitare a cinema nel disperato ed agghiacciante “Dancer in the dark” e nel Dogma dello spiazzante e radicale Lars von Trier per poi tornare a casa e anticipare, senza mai stancarsi, le mirabili battute del Principe e della sua memorabile spalla in “Totò, Peppino e la  malafemmina”, ripassato in TV per l’ennesima volta. Ma il disagio e l’estraneità anche a se stessi mi ha fatto vagare nelle pianure del “Deserto Rosso” di Antonioni fino ad approdare sulle spiagge californiane di “Un mercoledì da leoni” di John Milius, nella adolescenziale ricerca di un amico, di quelli che “ti difendono anche quando hai torto”!</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Concludo questo viaggio nei fotogrammi con due film lontanissimi fra loro nel tempo.1928 con “Il Vento” dello svedese Victor Sjöström, perché nulla più di un film muto può farti sentire sulla pelle il contatto della sabbia sospesa nell’aria. 2006 con il “Quijote”, di Mimmo Paladino, perché per la prima volta ho visto il cinema dall’altra parte dello schermo, accompagnando come fotografo di scena il grande artista fra terre familiari alla ricerca di nuovi percorsi narrativi.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Pasquale Palmieri.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;"><em>Pasquale Palmieri. Non sa se definirsi un architetto che ha imparato a percepire e plasmare lo spazio grazie alla fotografia o un fotografo che trasferisce nelle architetture le suggestioni della visione. Di certo affianca i due mestieri. Il primo, che inizia con la fortunata opportunità di realizzare l’Hortus Conclusus al fianco dell’autore Mimmo Paladino e dell’amico e collega Roberto Serino, per approdare ai recenti restauri dell’Arco del Sacramento e la Chiesa di Santa Sofia. Il secondo, che gli ha permesso mostre e pubblicazioni di arte e architettura sulle principali testate del settore e la realizzazione delle fotografie di scena del Quijote dello stesso Paladino, per le quali ha conseguito il primo premio &#8211; serie in bianco e nero -  al concorso nazionale per la fotografia di Scena di Cesena. È responsabile dell’Ufficio per i Beni Culturali del Comune di Benevento.</em></span></h3>
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		<title>I dieci film di Giulio De Cunto (bmagazine di febbraio 2009)</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 17:48:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Dieci film della mia vita]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio De Cunto]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione film]]></category>
		<category><![CDATA[artempori]]></category>
		<category><![CDATA[benevento]]></category>

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		<description><![CDATA[Parenti serpenti  di Mario Monicelli, Italia 1991 Il fiore delle mille e una notte  di Pier Paolo Pisolini, Italia/Francia 1974         Arancia meccanica  di Stanley Kubrick, USA 1971            Pelle alla conquista del mondo di Bille August, Danimarca/Svezia 1987 L’appartamento spagnolo  di Cédric Klapisch, Francia/Spagna 2002        Le invasioni barbariche  di Denys Arcand, Canada/Francia 2003                      Respiro  di Emanuele [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color:#993300;">Parenti serpenti <br />
</span><span style="color:#993300;">di Mario Monicelli, Italia 1991</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Il fiore delle mille e una notte <br />
</span><span style="color:#993300;">di Pier Paolo Pisolini, Italia/Francia 1974        </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Arancia meccanica <br />
</span><span style="color:#993300;">di Stanley Kubrick, USA 1971           </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Pelle alla conquista del mondo<br />
</span><span style="color:#993300;">di Bille August, Danimarca/Svezia 1987</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">L’appartamento spagnolo <br />
</span><span style="color:#993300;">di Cédric Klapisch, Francia/Spagna 2002       </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Le invasioni barbariche <br />
</span><span style="color:#993300;">di Denys Arcand, Canada/Francia 2003                     </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Respiro <br />
</span><span style="color:#993300;">di Emanuele Crialese, Italia/Francia 2002                   </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Piovono pietre <br />
</span><span style="color:#993300;">di Ken Loach, GB 1993                     </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">No man’s land <br />
</span><span style="color:#993300;">di Danis Tanovic, Europa 2001                      </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Buena Vista Social Club<br />
</span><span style="color:#993300;">di Wim Wenders, Germania/Francia 1999</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Negli anni settanta, tutto il cinema italiano attraversava una grave crisi di presenze, ed anche a Benevento, le sale funzionanti avevano in programmazione principalmente film porno. Fu così che dal gruppo di amici, che aveva creato il circolo culturale “Papavero rosso” dell’ARCI (io, Franco Gerardo, Donato Cella, Ornella Verusio, Annamaria e Marilù Panella, Giovanna Fucci, Antonio Carbone, Franco Carolla, Fedele Liscio, Peppe De Rienzo, Arcangelo Iannace), venne fuori l’idea di organizzare, tra le altre cose, una rassegna di cinema, sia per poter tornare a vedere qualcosa di decente, sia per creare momenti di incontro tra le persone. Contattammo l’allora proprietario del “Cinema Massimo”, il cav. Miranda, che intuì subito la potenzialità dell’iniziativa; noi avremmo curato la programmazione ed il cavaliere la parte economica: il 18 febbraio 1981, ebbe inizio (con il film “Jonas che avrà vent’anni nel 2000”) la prima di una lunga serie di rassegne, quelle che ancora oggi si tengono di mercoledì, ininterrottamente da 28 anni, dopo aver cambiato varie sale (dopo il “Massimo” il “Teatro Comunale” ed infine il “S. Marco”), e con l’alternarsi di  vari organizzatori (talvolta con polemiche…). Le rassegne ARCI, come tutti ormai le conoscono, hanno rappresentato un’iniziativa duratura e a costo zero, essendosi rette senza finanziamenti pubblici.</span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">Perché il cinema? Perché un film racconta storie, trasmette emozioni, sollecita riflessioni, evoca ricordi, “rimane dentro” con le immagini, i suoni e le musiche (quante colonne sonore sono impresse nella nostra mente più dello stesso film!). Ed il film va visto al cinema, sullo schermo grande, immersi nel buio, dopo aver spento il cellulare e aver chiuso fuori tutto il resto del mondo. Uscire per andare al cinema, inoltre, è un esercizio di socialità, che non può essere certo vissuto guardando un film sul televisore. Tra i miei ricordi, il tragicamente vero “Parenti serpenti”, la dolcezza de “Il fiore delle mille e una notte”, la violenza delle istituzioni di “Arancia meccanica”, “Pelle alla conquista del mondo” alla fine del quale ho invidiato il protagonista, “L’appartamento spagnolo” per ridere con i giovani d’oggi, la leggerezza per ragionare di cose serissime de “Le invasioni barbariche”, la più bella scena girata nel mare di “Respiro”, l’arte che denuncia un’epoca in “Piovono pietre”, la guerra stupida e terribile di “No man’s land”, la musica che non ha confini e non ha età in “Buena vista social club”.                </span></h3>
<h3><span style="color:#993300;"><em>Giulio De Cunto. Matematico, è dirigente scolastico del 5° Circolo di Benevento. Segretario dell’ARCI di Benevento nei primi anni ottanta, è stato tra gli organizzatori della rassegna del mercoledì “Cinema che passione!”, nonché tra i fondatori dell’ARCI-Ragazzi e della Lega Ambiente di Benevento. Nel 1987, ha fondato la Coop. Sociale “L’isolachenonc’è”. Ha curato da responsabile i1 settore “Ragazzi” della XV Città Spettacolo, nel 1994. E’ stato Presidente del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti di Benevento, dal 1997 al 2002. Nel 2003, è stato tra gli animatori di “FuoriLuogo”. Ha fatto politica attiva nel PCI, prima, e nel PDS e Ds, poi; attualmente non aderisce a nessuna formazione politica.</em></span></h3>
<p><span style="color:#993300;"><em>(pubblicato su Bmagazine di febbraio 2009)</em></span></p>
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