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	<title>Art&#039;Empori &#187; Angelo Imbriani</title>
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		<title>Contro il cattivo uso della memoria (e della Shoa&#8217;)</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jan 2014 18:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Angelo Imbriani] In questi giorni esce un libro di Elena Loewenthal, una scrittrice italiana ed ebrea, che si intitola Contro il giorno della memoria. La Loewenthal spiega così questo suo volume: il giorno della Memoria è figlio delle istituzioni che lo hanno ideato ed è un figlio che assomiglia in tutto ai genitori: è [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/Auschwitz-birkenau-main_track.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10483" alt="Auschwitz" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/Auschwitz-birkenau-main_track-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a>[di Angelo Imbriani] In questi giorni esce un libro di Elena Loewenthal, una scrittrice italiana ed ebrea, che si intitola <i>Contro il giorno della memoria</i>. La Loewenthal spiega così questo suo volume: il giorno della Memoria è figlio delle istituzioni che lo hanno ideato ed è un figlio che assomiglia in tutto ai genitori: è noioso, è ricattatorio, è retorico, cerca lo spettacolo, bada all’”immagine”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarò sincero: condivido pienamente queste parole e se sono qui è solo perché penso che si possa e che si debba vivere in ben altro modo, specie nelle scuole, questa giornata. E mi sforzerò, per quanto mi riesce, di dare un contributo in tal senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, il motivo che ha portato a istituire questa celebrazione non si può non condividere: dobbiamo impegnarci affinché quel crimine, quell’orrore non si verifichi <i>mai più</i>. E perché questo <i>mai più </i>si avveri noi dobbiamo conservare e coltivare la memoria. “Coloro che non ricordano la propria storia”, è stato scritto nel campo di sterminio di Auschwitz, “sono condannati a riviverla”. Questo è vero, ma è solo una parte della verità. E una mezza verità non è altro che una mezza menzogna e non è meno pericolosa di una palese bugia, anzi spesso è ancora più pericolosa, proprio perché è una mezza bugia che veste i panni della verità sacrosanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è, allora, quell’altra parte della verità che non viene esplicitata? E’ che tutto dipende dall’<i>uso </i>della memoria storica. Quello che non si dice è che non basta ricordare, ma occorre chiedersi come si ricorda, ossia, per l’appunto, che uso si fa della memoria. La memoria storica, infatti, può essere anche usata male, può essere manipolata, strumentalizzata, deformata. Pensate solo a questo: alla persecuzione antiebraica contribuì certamente anche un uso distorto e strumentale della memoria storica. Si erano inventate tutta una serie di menzogne e di leggende storiche intorno agli ebrei, a partire dall’uccisione di Cristo ad andare avanti fino al presunto complotto giudaico-massonico dell’età moderna. Anche il disastro tedesco nella prima guerra mondiale venne attribuito dai nazionalisti tedeschi a questo fantomatico complotto o comunque all’opera disgregatrice dello spirito patriottico che gli ebrei avrebbero svolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come facciamo a difenderci dal cattivo uso della memoria storica? Innanzitutto, con la conoscenza, liberandoci dai pregiudizi. La memoria tanto più si presta alle manipolazioni e alle falsificazioni quanto più punta a suscitare emozioni che non sono accompagnate da una adeguata conoscenza, ma nascono da pregiudizi e finiscono poi per rinforzare potentemente questi stessi pregiudizi. E’ proprio questo il punto: mi pare che molto spesso la giornata della Memoria finisca proprio per suscitare emozioni scollegate dalla conoscenza storica o che si associano a una conoscenza molto superficiale e approssimativa. Certo, si tratta di emozioni “positive”, rispettabili, buone, nobili: la pietà, la compassione per le vittime del genocidio. Tutto o quasi si gioca sul registro della pietà: ci commuoviamo dinanzi a uno dei tanti bei film sulla <i>shoa’</i>; ci commuoviamo dinanzi a certe immagini; ci commuoviamo ascoltando i racconti dei sopravvissuti, ci commuoviamo visitando Auschwitz o un altro dei campi di sterminio…</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, quando si investe solo sulle emozioni e passioni elementari si corrono gravi rischi: perché queste emozioni e passioni ora possono essere quelle nobili e rispettabili, ma un domani, come appunto è già accaduto in passato, come è accaduto proprio nel periodo della <i>shoa’, </i>potranno prendere il sopravvento le emozioni e le passioni negative: l’odio, l’istinto di sopraffazione, la diffidenza e l’ostilità per l’altro, per il diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un cattivo uso della memoria è poi anche e soprattutto quello che non solo non evidenzia le nostre responsabilità collettive, ma al contrario le elude, le elimina, le rimuove. Ma la giornata della memoria può dare un contributo al <i>mai più </i>soltanto se ci porta ad assumerci le nostre responsabilità, collettive e storiche. Purtroppo questo non avviene quasi mai: la <i>shoa’</i> viene ricostruita e rievocata come un crimine perpetrato nel passato e da un altro popolo, un popolo ammaliato da una ideologia demoniaca. Noi, in fondo, che colpa abbiamo? Noi siamo i “buoni”, noi siamo quelli che si commuovono dinanzi al film e dinanzi al sopravvissuto, noi siamo quelli che celebrano la giornata della Memoria!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questa autoassoluzione e autocelebrazione si basa su una formidabile rimozione storica e su un uso mistificante della memoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice: la colpa del fascismo italiano furono le leggi razziali del 1938. Una colpa gravissima, certo, ma queste leggi – si dice, ancora – furono adottate solo per “imitazione” della Germania nazista, perché Mussolini si era ormai sciaguratamente legato al carro di Hitler. Il fascismo italiano, si sostiene, prima del 1938 non aveva conosciuto l’antisemitismo, anche perché gli italiani sono refrattari al razzismo, gli italiani sono “brava gente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di smontare queste teoria di luoghi comuni assolutamente infondati occorre comunque sottolineare la barbarie delle leggi razziali del 1938, una barbarie che resterebbe intatta, seppure queste leggi fossero state soltanto “importate” dalla Germania e non rispondessero, come invece è vero, alla reale essenza politica del fascismo. Sapete che cosa significarono queste leggi per gli ebrei italiani? Gli studenti ebrei, da un giorno all’altro, furono cacciati dalle scuole; gli impiegati pubblici persero il lavoro; gli ebrei non poterono più avere una licenza commerciale, né esercitare una professione e furono vietati i cosiddetti matrimoni “misti”, quelli fra ebrei ed “ariani”. Badate che non furono colpiti degli “stranieri”, né, in molti casi, degli oppositori del regime, cosa che ovviamente sarebbe stata comunque esecrabile: la persecuzione si abbatté su tutti coloro che avevano almeno un genitore di stirpe ebraica, senza tenere in nessun conto il fatto che si trattasse di cittadini italiani, che fino a quel momento avevano goduto degli stessi diritti di tutti gli altri cittadini italiani, senza considerare minimamente l’importante contributo che gli ebrei italiani avevano dato al Risorgimento o il loro sacrificio nelle trincee della prima guerra mondiale, senza badare nemmeno alla loro fede religiosa, perché in molti casi si trattava di persone che non praticavano la religione ebraica, senza tener conto neanche delle loro idee politiche, perché furono discriminati anche gli ebrei fedeli al regime fascista. Si trattava, insomma, di leggi fondate sul più puro razzismo, che, come dice una storica ebrea Anna Foa, distrussero quanto ancora restava del Risorgimento e dei suoi principi ispiratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma guardiamo ora ciò che era accaduto prima e ciò che purtroppo accadrà dopo il 1938, per sgombrare il campo da certi luoghi comuni senza base storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è vero, anzitutto, che il fascismo italiano sia stato estraneo all’antisemitismo e più in generale al razzismo fino al 1938 e comunque nel periodo che precede l’alleanza con il nazismo. Al contrario, se si considerano certe correnti e certi personaggi del fascismo si potrebbe finanche rovesciare l’idea convenzionale e sostenere che sono queste correnti e questi personaggi ad aver influenzato il razzismo nazista e non viceversa. Dopo le leggi razziali si cominciò a pubblicare anche una famigerata rivista razzista che si chiamava <i>La difesa della razza. </i>E anche questa rivista, per quanto odiosa, non sarebbe altro che una imitazione delle pubblicazioni antisemite del nazismo, quasi che il fascismo volesse accreditarsi in questo triste modo agli occhi del potente alleato. Se non che, recandovi alla Biblioteca Provinciale di Avellino, potete trovarvi tutte le annate di un’altra rivista, <i>La vita italiana</i>, che precede di molto <i>La difesa della razza</i>, dato che esce a partire dall’inizio degli anni Venti &#8211; in un periodo in cui Hitler è ancora un oscuro personaggio, noto solo per un ridicolo tentativo di golpe, e il nazismo è una formazione politica del tutto irrilevante. Se sfogliate quest’altra rivista vi accorgete subito che si tratta di una pubblicazione razzista e antisemita. Quando poi i nazisti prendono il potere, gli autori de <i>La vita italiana</i>, guardano con un po’ di sufficienza al loro razzismo, li trattano come dei rozzi apprendisti, pretendono di insegnar loro il “vero” razzismo. Sapete perché la Biblioteca Provinciale di Avellino possiede la collezione completa di questa rivista? E’ molto semplice: il suo direttore e fondatore, personaggio emblematico dell’antisemitismo italiano e fascista si chiamava Giovanni Preziosi ed era di Torella dei Lombardi! Non è precisamente un personaggio di cui vantarsi, come irpini! Si dice, però, che Mussolini addirittura si sforzasse di evitare ogni contatto e ogni incontro con questo Preziosi, benché lui gli fosse fanaticamente devoto (infatti, alla caduta del fascismo fu uno dei pochi che coerentemente si suicidò). Ma non è che Mussolini non volesse incontrarlo perché gli ripugnava l’antisemitismo del Preziosi: no, il motivo era un altro ed era ben più frivolo. Preziosi aveva una funesta fama di grande iettatore e Mussolini era piuttosto superstizioso: per questo lo evitava! A proposito di Mussolini e a riprova del fatto che egli sarebbe stato estraneo ai pregiudizi razziali si citano sempre le sue relazioni intime con donne ebree. Solo che si trattava di donne, e in certi casi come quello di Margherita Sarfatti, anche di donne molto affascinanti, mentre non risultano grandi amicizie fra il Duce ed ebrei maschi. Quindi questo dato non attesta affatto che Mussolini fosse immune da pregiudizi razziali, ma dimostra solo ciò che era già ampiamente noto: che non aveva pregiudizi nei confronti delle donne con cui intrecciare relazioni di un certo tipo, come del resto altri uomini politici, anche più vicini ai nostri tempi!</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, è vero, Giovanni Preziosi non è un personaggio di primissimo piano nel regime fascista. Ma fra gli alti gerarchi non mancano altri casi di antisemiti della primissima ora. Uno è Roberto Farinacci, il ras di Cremona, secondo lo storico Renzo De Felice, l’unico vero antagonista interno di Mussolini. Un altro è Edmondo Rossoni, il principale esponente del sindacalismo fascista. E del resto non si tratta solo di singoli personaggi, ma di tutta una corrente razzista che il fascismo eredita dal nazionalismo del primo Novecento e anche – qualcuno si stupirà – da certi ambienti socialisti (Rossoni, come Mussolini, veniva dal socialismo). Il problema, con il quale occorre fare i conti, al di là delle comode rimozioni, è che la politica e la cultura europea, e quindi la politica e la cultura italiana, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento sono largamente permeate dal razzismo e dall’antisemitismo, che sono tipiche espressioni del nazionalismo che fiorisce in quel periodo, ma sono anche correnti “trasversali” che inquinano anche il socialismo. Ad esempio c’è un diffuso antisemitismo nel socialismo e nel sindacalismo cristiano a Vienna, che è poi la città dove si forma il giovane Hitler.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, è ben più significativo ciò che accade dopo il 1938, dopo le leggi razziali. Intanto, quale fu la reazione degli altri italiani alla discriminazione degli ebrei? Questi italiani “brava gente”, che certo non espressero il minimo cenno di protesta nei confronti di quei provvedimenti (non si poteva protestare, si dice, perché si viveva sotto una dittatura, si correvano grandi rischi… ma su questo ci torneremo) si affrettarono a manifestare almeno una personale, privata solidarietà a quegli ebrei che tante volte erano i loro vicini di casa o i loro compagni di banco o i loro colleghi di lavoro? A leggere le preziosi e toccanti testimonianze raccolte in un libro che è in edicola in questi giorni e che si intitola significativamente <i>La shoa’ italiana</i>, non si direbbe proprio. Molti che allora erano studenti, e come dicevamo si trovarono cacciati dalle loro scuole da un giorno all’altro, dovettero dolorosamente notare come i vecchi compagni di classe fingessero di non conoscerli quando li incontravano per strada. Una ragazza, un giorno, incontra il suo professore, il professore che – lei dice – “l’adorava”, perché lei era “la prima della classe”. Gli corre incontro e gli fa: “professore, avete visto che cosa ci hanno fatto?” E il professore, gelido: “Sì, ma Mussolini ha sempre ragione…”.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi arriva la guerra, poi l’armistizio, l’occupazione tedesca. Il 16 ottobre del 1943 c’è il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, i nazisti catturano e deportano gran parte degli abitanti. Alcuni storici, intellettuali, giornalisti, pochi per la verità, quei pochi che si sottraggono all’unanimismo e al conformismo celebrativo, si sono chiesti perché quando è stata istituita la giornata della Memoria non si è scelta questa data, il 16 ottobre, la data del rastrellamento del ghetto di Roma, piuttosto che il 27 gennaio, che ricorda invece la “liberazione” del lager di Auschwitz. Si è replicato che la liberazione di Auschwitz ha un valore più universale, perché ad Auschwitz non morirono solo gli ebrei, ma anche – come in altri lager – i rom, gli omosessuali, gli oppositori politici, i testimoni di Geova. Auschwitz, quindi, rappresenta la lotta contro ogni persecuzione, chiunque ne sia vittima. Questo può essere vero, ma anche in questo caso si tratta di una verità parziale. La giornata della memoria è una istituzione italiana e dovrebbe servire a richiamare anche e soprattutto le nostre responsabilità in questa tragica vicenda. Auschwitz, come sapete, è geograficamente molto lontano dall’Italia e gli aguzzini di Auschwitz, i persecutori di Auschwitz ed i loro complici, erano soltanto tedeschi. C’è quindi il rischio che la scelta di questa data e di questo evento simbolico favorisca quella rimozione delle nostre responsabilità di cui parlavamo.  Il 16 ottobre avrebbe evitato questo pericolo: quello che accadde il 16 ottobre del 1943 accadde a Roma, nel cuore di Roma. Forse le scuole sarebbero state incoraggiate ad organizzare qualche viaggio in meno ad Auschwitz, dove peraltro è bene andare &#8211; ma forse sarebbe meglio andarci da soli e non in comitiva scolastica &#8211; e avrebbero organizzato qualche visita in più a Roma, al ghetto, dove si possono vedere ed ascoltare, dalla voce delle bravissime guide ebree, molte cose importanti sulla <i>shoa’ </i>italiana, cose che demoliscono molti luoghi comuni e che soprattutto ci fanno capire che la <i>shoa’</i> non è una vicenda lontana da noi, ma ci riguarda direttamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 16 ottobre incomincia, appunto, la <i>shoa’ </i>italiana. Anche qui c’è una ricostruzione di comodo: una parte dell’Italia era sotto l’occupazione nazista e furono i tedeschi a catturare gli ebrei e a deportarli nei campi di concentramenti. Gli italiani, al contrario, si impegnarono come poterono, per nascondere gli ebrei, ne salvarono parecchi. Gli italiani, “brava gente”… Purtroppo, la storia non andò così.  Anzitutto, i nazisti, dopo essersi occupati direttamente del rastrellamento del ghetto di Roma, nei mesi, negli anni successivi, lasciarono questo compito ai fascisti italiani. I tedeschi davano le direttive, ma erano gli italiani in camicia nera che facevano il “lavoro sporco” e solitamente non lo facevano affatto malvolentieri, ma con zelo, con accanimento. Questi, si dirà, erano i fascisti della prima o dell’ultima ora, fanatici, invasati, criminali… una minoranza, in fondo, nella popolazione italiana. Gli altri italiani non parteciparono a questo abominio e quando poterono lo ostacolarono. Certamente, ci furono parecchi italiani che si adoperarono, correndo anche seri rischi, per nascondere e salvare gli ebrei. Ma dovremmo avere l’onesta di non contare e di non ricordare solo loro, ma di contare e ricordare tutti quelli, e sono purtroppo molto numerosi, che fecero la spia, che tradirono e denunciarono gli ebrei che conoscevano e li consegnarono alla morte nei lager. Nel libro che vi ho prima citato vi sono tante testimonianze di sopravvissuti: quasi sempre raccontano di come siano stati arrestati traditi e venduti da qualche conoscente, da un vicino, dal loro fruttivendolo, dal portiere del loro palazzo, da una persona di servizio&#8230; Venduti non l’ho detto a caso, perché il governo di Salò mise una taglia sugli ebrei: per ogni ebreo denunciato alle autorità si intascavano 5000 lire e purtroppo molti italiani si adoperarono per intascare la taglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedete, sempre in una certa rappresentazione di maniera, in un certo diffusissimo stereotipo dell’italiano si vuole che gli italiani siano certo meno ordinati, meno disciplinati, meno dotati di senso civico dei popoli del nord Europa, ma in compenso siano dotati di più “umanità”, di un maggiore senso di solidarietà. Questo stereotipo viene smentito, e purtroppo solo nella parte che sarebbe a noi favorevole, da un altro libro uscito in questi giorni e che racconta la vicenda della deportazione degli ebrei in un paese del Nord Europa, la Danimarca. Anche la Danimarca era sotto l’occupazione nazista, anche in Danimarca correva gravi rischi chi fosse stato sorpreso ad aiutare un ebreo. Eppure i danesi si comportarono un po’ meglio di noi, di noi italiani “brava gente”: sui 7000 ebrei che vivevano lì, soltanto 500 furono catturati dai nazisti e deportati. 6500, oltre il 90% si salvarono, perché furono protetti dai danesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Come italiani, dunque, dovremmo fare i conti con la<i> shoa’</i>, assumendoci le nostre responsabilità storiche, perché in questa vicenda certamente non fu innocente il regime fascista, né si può dire che esso si macchiò solo di peccati veniali o di colpe secondarie, ma non furono innocenti neanche gli italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Se poi leggiamo la cosa in una prospettiva storica più ampia, come è necessario fare, dobbiamo riconoscere che non solo non siamo innocenti come italiani, ma soprattutto non siamo innocenti come cristiani. L’antisemitismo contemporaneo, che culmina nel genocidio nazista, ha infatti il suo retroterra storico nell’antigiudaismo che la chiesa cristiana ha inventato, elaborato, propagandato e praticato per secoli. Quando si parla della <i>shoa’</i> certamente vi vengono in mente cose come la stella di Davide gialla usata come segno di riconoscimento per gli ebrei; vi vengono in mente i ghetti, quello di Roma appena citato, quello di Varsavia, dove sono ambientate le storie di alcuni film; se avete approfondito lo studio vi verranno in mente magari certe caricature che raffigurano l’ebreo col naso grosso, lo sguardo rapace, le mani adunche o certe descrizioni stereotipate del presunto carattere ebraico: l’ebreo avaro, avido, lussurioso, e così via. Ebbene, nessuna di queste cose fu inventata dai nazisti, i nazisti utilizzarono i materiali e le simbologie che nei secoli precedenti erano stati costruiti dalla chiesa. Nel IV Concilio lateranense, anno 1215, si deplorò il fatto che gli ebrei non portassero alcun segno che consentisse di distinguerli dal resto della popolazione, sicché, cito testualmente “succede talvolta che, per errore, dei cristiani si uniscano a donne giudee, o dei giudei a donne cristiane”. Per evitare “unioni tanto riprovevoli”, continua il documento, si stabilì che gli ebrei dovessero portare nell’abito un chiaro segno di riconoscimento. Nel 1555, poi, il papa Paolo IV, al secolo cardinale Giampietro Carafa, di famiglia napoletana e nato, ahimè, a Capriglia Irpina, promotore del Santo Offizio dell’Inquisizione, notò – cito dalla bolla papale <i>Cum nimis absurdum – </i>che gli ebrei di Roma erano giunti “a tale livello di insolenza da presumere di poter coabitare mescolati ai cristiani e vicini alle loro chiese”, quegli ebrei “condannati per loro colpa alla schiavitù eterna”. Ed allora istituì il ghetto, il primo in Europa. Il primo ghetto in Europa fu costruito proprio a Roma e per volontà di un papa! Si potrebbe pensare che questi errori ed orrori appartengano a un remoto passato, ai cosiddetti “secoli bui”. Ma, a parte il fatto che con Paolo IV siamo in pieno Rinascimento, non è affatto così. Nel 1893, al culmine dell’epoca del positivismo, che celebra l’idea di progresso e il primato della civile Europa moderna, con il trionfo della ragione, della scienza e della tecnica, <i>Civiltà cattolica, </i>la rivista dei gesuiti, in fondo l’elite culturale della chiesa cattolica, riprende in alcuni articoli l’infame leggenda dell’omicidio rituale che sarebbe perpetrato dagli ebrei. Per secoli si era accreditata la diceria secondo cui gli ebrei, per celebrare la loro Pasqua, usassero uccidere un neonato cristiano ed usarne il sangue per impastare il pane azzimo. Ebbene la <i>Civiltà cattolica</i>, nel 1893 non nei “secoli bui” medioevali, afferma riferendosi alla grande diffusione di questa tristissima fandonia, che “una così universale persuasione deve avere un fondamento”!</p>
<p style="text-align: justify;">E veniamo così all’atteggiamento della chiesa cattolica negli anni in cui il nazismo organizzava lo sterminio. Sapete forse della polemica sulle responsabilità e sulle omissioni del papa del tempo che era Pio XII. Non abbiamo il tempo di affrontare la questione, ma vi consiglio di documentarvi per conto vostro, di ascoltare il punto di vista degli ebrei romani se andate a Roma – e dovreste andarci! – a visitare il ghetto, la sinagoga, il museo ebraico, e magari vedere il bel film di Costa Gavras, <i>Amen</i>. Voglio citarvi, invece, due brevi affermazioni, molto sintomatiche. Una è del papa precedente, Pio XI, che pure poco prima di morire stava per pubblicare un’enciclica di dura condanna del nazismo per la persecuzione antiebraica. Il suo successore, Pio XII, lasciò cadere purtroppo questo progetto. Ma lo stesso Pio XI nel 1939 si riferisce comunque agli ebrei come a “un malaugurato popolo, che è affondato da solo nella disgrazia, i cui capi accecati hanno chiamato sulle proprie teste la maledizione divina”. L’altra citazione è di padre Agostino Gemelli, un nome che forse non vi è nuovo. Molti studenti dell’ultimo anno di qui a poco faranno i test di ammissione alla Università Cattolica di Roma e l’ospedale di questa università, il policlinico, è appunto intitolato a questo personaggio. In una conferenza tenuta all’università di Bologna il 9 gennaio del 1939, padre Gemelli, che tra l’altro scriveva anche sulla rivista <i>La difesa della razza</i>, sottolineò la tragica e dolorosa condizione degli ebrei italiani, che in seguito alle leggi razziali, non potevano far parte “e per il loro sangue, e per la loro religione di questa magnifica patria”. Ma in questa tragica condizione, proseguì, “noi vediamo, una volta di più come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé […] e le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo”. Parole che fanno davvero rabbrividire.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Concilio Vaticano II ha certamente rappresentato una svolta e messo fine a questa storia vergognosa, deplorando nella dichiarazione che si intitola <i>Nostra aetate, </i>tutte le manifestazioni antisemite. Spesso, però, i lodatori del Vaticano II mancano di ricordare come in quella stessa dichiarazione si afferma ancora che è la chiesa “il nuovo popolo di Dio” e gli ebrei non sono definiti pur essi popolo di Dio, ma semplicemente, si dice, non devono essere presentati come “rigettati da Dio” e “maledetti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Io so e vedo che in molte scuole la giornata della Memoria viene organizzata dagli insegnanti di religione cattolica. La cosa, lo confesso, un po’ mi sorprende, ma non entro nelle scelte e nelle sensibilità altrui, e capisco che alcuni intenderanno così rimarcare il pentimento della loro chiesa per gli errori e gli orrori del passato. Mi limito a dire che, se fossi a mia volta cattolico, sceglierei forse di passare questa giornata soltanto in silenzio e in preghiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Le altre confessioni cristiane, peraltro, non sono certo esenti da colpe. Lutero che durante la sua vita aveva spesso mostrato una certa comprensione per gli ebrei, magari solo per polemizzare con il papato (una volta, con il suo bel linguaggio sanguigno, disse che in fondo non c’era da biasimare gli ebrei se non si volevano convertire a Cristo: anche lui, se avesse ascoltato il Vangelo solo per bocca di quegli scellerati preti e vescovi e papi, piuttosto che farsi cristiano si sarebbe fatto scrofa!), in vecchiaia scrisse un tristissimo libello nel quale esortava i principi tedeschi a cacciare gli ebrei e a bruciare le sinagoghe. Diversa è invece la situazione nell’altra corrente protestante, quella delle chiese riformate nate dall’opera di Calvino, Zwingli e Bucero. Queste ebbero subito un atteggiamento molto più tollerante nei confronti degli ebrei, anzi manifestarono quasi un “filo ebraismo” e l’Olanda riformata, nel ‘600, fu il primo paese del mondo a concedere agli ebrei la libertà religiosa. Ma da cosa dipende questa differenza? Non è che i protestanti riformati fossero “buoni” e i cattolici o i luterani “cattivi”. Il motivo è teologico: mentre la chiesa cattolica e quella luterana ponevano una radicale differenza fra l’Antico e il Nuovo Testamento, il Patto stretto da Dio con il popolo ebraico e la nuova alleanza che si realizza grazie a Gesù, Calvino, invece, riteneva che vi fosse un unico Patto che aveva assunto storicamente due forme diverse e successive. Questo spinse le chiese riformate a valorizzare l’Antico Testamento, che è innanzitutto – non bisogna dimenticarlo – il libro sacro degli ebrei e che narra la vicenda di Dio, dell’unico Dio, con il popolo di Israele. Fin dal XVI secolo si sono quindi cominciati ad utilizzare i passi dell’Antico Testamento nella liturgia delle chiese riformate e questi passi, come in tutti i paesi della Riforma, erano letti nelle varie lingue volgari. Nella chiesa cattolica, invece, fino agli anni Sessanta del Novecento, fino al Concilio Vaticano II, la liturgia è in latino e l’Antico Testamento è quasi assente dalle letture domenicali e dalla predicazione.  Allora la differenza vera è decisiva non è tra bontà e malvagità, ma tra conoscenza e ignoranza: la conoscenza delle Scritture ebraiche, e quindi anche della storia e della cultura di Israele, favorisce l’apertura e la tolleranza nei confronti del popolo ebraico, mentre l’ignoranza, come sempre, genera pregiudizi, fanatismo, ostilità.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia gli ebrei si sono trovati accomunati e spesso affratellati all’altra storica minoranza religiosa, vittima pur essa di persecuzioni violente e tentativi di genocidio: si tratta dei Valdesi, una comunità che ha origini medioevali, ma che nel Cinquecento è divenuta una chiesa protestante riformata. Un vecchio professore della Facoltà Valdese di Teologia amava raccontare un aneddoto, che mi pare piuttosto significativo e che credo risalga agli anni Trenta o Quaranta (oggi le cose sono cambiate). Quando, dal paese di origine, in una della valli alpine dove è forte la presenza valdese, scese a Torino per frequentare l’università, la madre gli espresse in questo modo le sue preoccupazioni: “Adesso te ne vai in città e sicuramente te ne torni con qualche ragazza che vorrai poi sposare: ma non portarmela cattolica! Se non è valdese, che sia almeno ebrea!”. Un pregiudizio al contrario, insomma! I pregiudizi sono sempre negativi, e, tuttavia, c’è una differenza fra i pregiudizi dei persecutori e i pregiudizi dei perseguitati. In questo caso, si tratta del pregiudizio dei perseguitati e quindi ci turba di meno e ci fa persino sorridere. Dobbiamo comunque liberarci da tutti i pregiudizi, questo è ovvio, dobbiamo coltivare da un lato il pentimento e dall’altro il perdono e favorire la riconciliazione, ma questo non vuol dire che si debba anche dimenticare chi sono stati storicamente i persecutori e chi siano stati i perseguitati: non si deve dimenticare e non si deve far confusione, mai!</p>
<p style="text-align: justify;">Questi cenni sommari al retroterra storico su cui si innesta la <i>shoa’</i> pongono un serissimo problema: quando andiamo a sottolineare le radici e le premesse dell’antisemitismo contemporaneo che poi culmina nello sterminio nazista, rischiamo di relativizzare quest’ultimo, sicché rischiamo di perdere di vista le sue caratteristiche di male radicale, incommensurabile e che deve suscitare in noi un orrore assoluto. Se però prescindiamo da quel retroterra storico rischiamo di trasformare la <i>shoa’</i> in un fenomeno unico e quindi irripetibile, siamo indotti ad abbassare la guardia rispetto al rischio che esso si possa ripresentare e soprattutto eludiamo la questione delle nostre responsabilità. Siamo quindi costretti a muoverci tra questi due rischi opposti, come tra Scilla e Cariddi. Con un difficile equilibrio dobbiamo tener conto sia degli elementi di continuità, sia delle differenze. A livello di continuità abbiamo visto come i nazisti utilizzino i pregiudizi, gli stereotipi, i materiali simbolici costruiti per secoli dall’antigiudaismo cristiano. A livello delle differenze dobbiamo sottolineare quella tra l’antigiudaismo cristiano (e anche pagano, perché il fenomeno riguardò anche il mondo antico, sia pure in modo differente) e l’antisemitismo contemporaneo: l’antigiudaismo è l’avversione, non agli ebrei come “razza” o come gruppo socio-culturale, ma come comunità religiosa. L’antisemitismo è invece l’ostilità all’ebreo come appartenente a un determinato ceppo etnico ed è dunque vero e proprio “razzismo”. Questa differenza implica una conseguenza che non è certo di poco conto: in secoli e secoli di persecuzioni antigiudaiche si erano anche verificati stragi e massacri di ebrei – come quelli in occasione della prima crociata o durante la peste del Trecento – ma non si era mai giunti a progettare lo sterminio totale del popolo ebraico, la cosiddetta “soluzione finale”, secondo l’inquietante espressione coniata dai nazisti. L’antigiudaismo, infatti, non mira alla eliminazione dell’ebreo, ma alla sua conversione. Anzi, l’antigiudaismo prevede la sopravvivenza di una certa quota di ebrei, di un nucleo di giudei irriducibili, ma ciò, purtroppo, non per spirito di tolleranza, ma per quella concezione del “popolo testimone”, che risale ad Agostino e che poi è stata ripresa e riformulata numerose volte all’interno della chiesa. “Popolo testimone” significa che la stessa esistenza storica degli ebrei, le loro disgrazie, il loro andare raminghi per il mondo, testimonierebbe della loro presunta iniquità, del loro errore, della loro cecità e della conseguente maledizione divina. E testimoniando questo, indirettamente gli ebrei attesterebbero la verità della chiesa; smascherando se stessi come popolo rinnegato da Dio, testimonierebbero la chiesa come vero Israele, come vero popolo di Dio. In quest’ottica si riteneva necessario che Israele continuasse ad esistere ,e non se ne voleva la totale distruzione, ma doveva esistere in condizioni marginali e di inferiorità, a propria vergogna e in modo che fosse immediatamente riconoscibile rispetto al resto della popolazione (da qui i segni di riconoscimento). Scriverà papa Innocenzo III nella sua bolla del 17 gennaio 1206: “Dio ha fatto di Caino un errante e un fuggiasco. Ma l’ha segnato affinché non venga ucciso. Così gli ebrei, contro i quali il sangue di Cristo grida vendetta, anche se non devono essere uccisi, affinché il popolo cristiano non dimentichi la legge divina, devono restare gli erranti sulla terra, finché il loro volto sia coperto di vergogna e cerchino Gesù Cristo, il Signore”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’antigiudaismo della chiesa fornisce quindi ai nazisti il materiale simbolico della persecuzione antiebraica e questo è l’elemento di continuità che chiama in causa le responsabilità del cristianesimo. Hitler, su questa base materiale e storica, costruirà l’idea follemente criminale dello sterminio sistematico e scientifico, del genocidio, dell’eliminazione di tutto il popolo ebraico. E questo è l’elemento di differenza che deve indurci a guardare alla <i>shoa’</i> come a un male assoluto, al di là di ogni doverosa storicizzazione del fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify;">La memoria della <i>shoa’</i> deve quindi chiamarci in causa, deve porci di fronte alle nostre responsabilità storiche e collettive, di italiani e di cristiani. Immagino l’obiezione che si presenta nella testa di molti di voi: “d’accordo, ma non siamo noi <i>quegli</i> italiani e <i>quei </i>cristiani che hanno contribuito, attivamente o passivamente, direttamente o indirettamente, a quel crimine. Noi non eravamo neppure nati!”</p>
<p style="text-align: justify;">Questa obiezione è comprensibile e legittima, in quanto è figlia, in fondo, di quel principio della responsabilità individuale e personale che è una importante e anche preziosa conquista dell’epoca moderna. Io sono chiamato a rispondere soltanto di ciò di cui sono personalmente responsabile e ciò non solo individua un cardine dello stato di diritto, ma implica pure che io sia riconosciuto come persona, che siano riconosciuti il mio libero arbitrio e la mia libertà personale. Tuttavia, in certi casi e quello di cui parliamo oggi è forse uno di questi casi, sarebbe bene non opporre, ma almeno associare al principio moderno della responsabilità individuale quello ben più antico della responsabilità collettiva. Un principio ben noto al mondo classico, ma che troviamo chiaramente espresso e applicato anche nell’Antico Testamento, ossia proprio nel libro sacro condiviso da ebrei e cristiani. Se avete letto qualche volta l’Antico Testamento avrete notato come l’iniquità di alcuni, di pochi e persino di uno solo si ripercuota su tutto il popolo di Israele, attirando su Israele il castigo divino e persino la rovina. Se ragioniamo soltanto con la categoria moderna della responsabilità personale e individuale troviamo tutto ciò insensato ed anzi profondamente ingiusto. Ma proviamo a collocarci nell’altra ottica. Il ragionamento, allora, è quest’altro: se in una comunità qualcuno – fosse pure una piccola minoranza &#8211; commette un grave, esecrabile delitto, un’azione nefanda e se quella di cui stiamo parlando è davvero una comunità e non un aggregato di individui, famiglie e gruppi estranei gli uni agli altri, allora tutti i membri di quella comunità si devono sentire interpellati, chiamati in causa e di fronte a quel crimine di cui pure non sono direttamente autori devono chiedersi che cosa hanno fatto e anche e soprattutto che cosa non hanno fatto, devono chiedersi come hanno contribuito anche loro con la loro condotta quotidiana, con le loro opere e le loro omissioni, a  creare le condizioni per  perché quel crimine avvenisse. Perché, nella logica della responsabilità collettiva, è tutta la comunità che viene macchiata, lesa, compromessa dall’azione nefanda di pochi. E quindi anche le generazioni che vengono dopo devono porsi il problema e sentirsi responsabili perché nascono in una comunità che ha perduto la sua integrità: ciò non è avvenuto per loro colpa, non è avvenuto per nostra colpa, ma sarebbe una nostra colpa non prendere atto del problema e non dare il nostro contributo al risanamento della comunità di cui siamo parte.</p>
<p style="text-align: justify;">A Gerusalemme, nell’area del museo di Yad Vashem, dedicato alla memoria della <i>shoa’</i>, c’è un giardino con tanti alberi. E’ chiamato <i>Giardino dei giusti, </i>perché ognuno di quegli alberi porta un’iscrizione con un nome ed è dedicato ad uno degli uomini giusti, di quegli uomini e quelle donne, non ebrei, che si prodigarono per salvare gli ebrei dalla morte nei campi di concentramento. Anche 500 italiani hanno il loro albero lì. Comportarsi da uomini giusti è certamente difficile: sotto un regime totalitario comporta gravissimi pericoli, ma anche ai nostri tempi è complicato e non solo perché tante volte significa mettere in secondo piano i propri interessi egoistici ma soprattutto perché un dubbio ci assale ogni volta che ci proponiamo di comportarci da uomini giusti: “Sì va bene” diciamo a noi stessi,  “se faccio questa cosa e non faccio quell’altra, starò pure in pace con la mia coscienza, ma dopotutto che cosa cambierà? Che cosa cambierà concretamente, visto che tanti altri, un’immensa maggioranza continueranno tranquillamente a rubare, a truffare, a inquinare, a esercitare violenza e prepotenza?” E’ la riflessione elementare che qualche settimana fa correva sulla bocca di un contadino di una terra dove forse si sta consumando un nuovo genocidio, un genocidio e un ecocidio, la terra che chiamano “terra dei fuochi”. Questo contadino, in cambio di denaro, aveva lasciato interrare dei veleni nel suo terreno e all’intervistatore diceva: “se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto certamente il mio vicino, avremmo avuto ugualmente questi rifiuti tossici qui sotto e i soldi se li sarebbe presi lui”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci chiediamo: è possibile un altro punto di vista, un punto di vista che forse non sarà mai adottato da quel contadino cinico e ignorante, ma che forse potrebbe conquistare dei giovani ancora integri nell’animo? Sì, c’è, e anche stavolta lo troviamo nel libro che condividiamo con gli ebrei. Nella Bibbia si racconta la storia di Sodoma e Gomorra, due città dominate dalla peggiore corruzione ed empietà. Dio decide perciò di distruggerle, ma Abramo insinua un dubbio nella mente del Signore: “e se a Sodoma ci fossero cinquanta giusti, faresti perire quei giusti insieme agli empi”. E Dio  si convince di ciò che dice Abramo e alla fine gli promette che se a Sodoma si troveranno anche soltanto dieci giusti tutta la città sarà risparmiata. A Sodoma, i dieci giusti non c’erano e quindi fu distrutta, ma il punto è un altro: su quale principio di giustizia si basa qui la promessa divina? Se ci pensate bene questa promessa è piuttosto sconcertante, perché noi ci saremmo aspettati che Dio dicesse: “se si troveranno dieci giusti li salverò e farò morire tutti gli altri”. Perché invece la presenza di dieci giusti dovrebbe rendere tutta la città meritevole di salvezza? Perché dopo aver deciso di castigarli, Dio dovrebbe salvare gli empi per un merito che non è loro? Quale è la logica, quale è questo punto di vista che non ci è familiare, ma che potrebbe essere assai importante considerare? Si tratta di questo: se in una comunità si trova anche una piccola minoranza di giusti, dato che il giusto di solito è uno che, come si dice, non si fa i fatti suoi, non volta il capo dall’altra parte, non attacca il ciuccio dove vuole il padrone, allora questa minoranza può essere capace di incidere positivamente sui malvagi e sulla comunità tutta! E’ un punto di vista, quello che ci suggerisce il racconto biblico, che io credo valga proprio la pena di adottare se vogliamo cercare di migliorare un poco questo mondo e soprattutto se vogliamo evitare che i genocidi possano ancora accadere!</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo articolo nasce come lezione tenuta da Angelo Imbriani, docente di storia presso il liceo Coletta di Avellino, nonché storico della Resistenza, agli alunni del liceo scientifico di Montella che lo hanno invitato in occasione della giornata della Memoria.</em></p>
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		<title>L&#8217;Irlanda, in direzione ostinata e contraria. Prima parte.</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Dec 2013 18:43:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Imbriani]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>[di Angelo Imbriani]</p>
<p><b><i>“Be nice or leave!”</i></b></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda8-angelo-imbriani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9768" alt="irlanda8-angelo-imbriani" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda8-angelo-imbriani-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a>“Signore, benedici chi non mi fa perdere tempo!” Mentre attendo che il titolare del negozio concluda la sua transazione con il signore che mi precede, noto la  scritta alle sue spalle. Passano i minuti e attendo pazientemente il mio turno. Ecco, l’altro avventore ha avuto la merce che cercava, ha anche pagato, ma la discussione tra lui e il negoziante, che pare verta su dei loro comuni conoscenti, non accenna a concludersi. Spero che l’esercente si ricordi quanto prima di quel cartello affisso in bella posta nel suo negozio, a guisa di monito per chi entra e quasi di manifesto programmatico del suo “stile commerciale”. Ma non è così, purtroppo. Provo ad avanzare di un passo. Niente. Del resto, quando sono entrato, nessuno dei due ha risposto al mio “buongiorno” ed ora continuo evidentemente ad essere invisibile. In altre circostanze la cosa non mi dispiacerebbe affatto, ma qui dentro oltretutto fa anche piuttosto caldo. Ora i due sono passati a dibattere le scelte lavorative ed esistenziali, nonché le note caratteriali specifiche dei figli di quei comuni conoscenti di cui stavano già parlando. Faccio un altro passo avanti. Forse lo hanno notato. Si salutano, finalmente. Avanzo. Il commerciante mi guarda, con espressione interrogativa e vagamente infastidita; non dice una parola. “Mi occorrerebbe una pila come questa, per favore”. Prende la batteria che ho in mano, la valuta, si china sotto il bancone, cerca per qualche secondo e infine me ne mostra una simile. Sempre senza proferire parola. “Ok”, dico. “Quant’è?”. “Cinquanta centesimi”. Gli porgo la moneta e saluto. Non risponde. Stavo quasi per mormorare un “grazie, mille” perché dal suo atteggiamento sembrava che stesse lì a farmi un favore e non che si trattasse di un normale scambio commerciale del quale, al limite, era lui a doversi rallegrare, visto che io avrei anche potuto scegliere un&#8217;altra bottega.</p>
<p>Appena in strada, ecco un automobilista che suona a distesa il clacson. Supera un’altra vettura e si sbraccia contro il conducente di quest’ultima che, evidentemente, non rispettava il suo personalissimo limite minimo di velocità. Dopo un attimo, una scena analoga, con altre due automobili. Ancora il suono violento del clacson da una, ma stavolta è inteso a bloccare sul posto quell’altra che accennava a immettersi sulla strada principale, rischiando di far perdere al conducente della prima i suoi preziosissimi secondi.</p>
<p>Sospiro, già rassegnato, e penso all’Irlanda da cui ho appena fatto ritorno.</p>
<p>In Irlanda (ma anche in Inghilterra, in Scozia e di sicuro in cento altri paesi), se entri in un pub e chiedi una pinta, dimenticando di dire per favore (da noi spesso la formula di cortesia si omette: chiedere “un caffè!”, si ritiene che basti e avanzi), il barista ti guarda un po’ interdetto, non irritato, semmai lievemente spaventato, e ti risponde “Certo! Subito!” E’ che in quel modo la richiesta gli pare quasi un ordine; o magari pensa che tu abbia una gran fretta…</p>
<p>Anche in Irlanda, in molti esercizi pubblici, c’è un cartello, come nel negozio di prima, ma sopra vi è scritto: “<i>Be nice or leave!”</i> Sii gentile oppure va via! E’ questo cartello, e tutto lo stile di vita a cui allude, ancor più della lingua straniera, della pioggia d’estate, dei paesaggi, del cibo, che ti fa sentire lontano dall’Italia. Lontano molto più di quelle mille miglia che separano geograficamente i due paesi. Lontano, ma positivamente, felicemente lontano, anche se solo per il tempo di un viaggio, di una vacanza. Perché in Italia tanti, tantissimi, forse la grande maggioranza non danno più valore alla gentilezza. Anzi, molti sembrano addirittura pensare che essere gentili sia un segno di debolezza o forse una perdita di tempo o una formalità superflua. Milioni di italiani non sanno più cosa sia la cortesia, come renda più piacevole la vita, più facili i rapporti umani, anche nel caso che fosse solo un abito esteriore. Milioni di italiani si comportano in modo arrogante e prepotente, noncuranti del prossimo, e probabilmente molti di loro non sono neanche così per carattere; piuttosto, si sentono obbligati ad atteggiarsi in simil modo, temendo di perdere qualche punto nella competizione sociale selvaggia che coinvolge tutti o quasi, nelle piccole cose quotidiane e in quelle più importanti. Chi gira un po’ per l’Europa sa che su questo non è affatto vero che tutto il mondo è paese. L’Italia, che un tempo dicono sia stata terra gentile, ha maturato ormai una sua negativa peculiarità.</p>
<p>E non è certo questo l’unico motivo per fuggire lontano dal Bel Paese, almeno per qualche settimana, non è l’unica ragione che fa sentire l’esigenza di disintossicarsi dall’italianità. Caso mai qualcuno ci rispondesse che le considerazioni di prima sono solo inezie, caso mai qualcuno obiettasse, con un sorrisetto, che sono anche cose importanti, “ma fino a un certo punto…” passiamo allora dai minimi ai massimi sistemi, dalle minime alle massime questioni della vita civile di un popolo. Magari un giorno riusciremo perfino a cogliere il legame fra i due livelli…</p>
<p>A spingerci lontano dall’Italia c’è, al di sopra di tutto, lo sdegno, quasi disperato, che suscita un paese che assiste indifferente o senza alcuna consapevolezza allo stupro della Costituzione repubblicana. Quella Costituzione che era l’unico vero e nobile fattore di una identità nazionale rimasta sempre incerta e precaria, ammantata sempre di vuota retorica e luoghi comuni, manipolata in modo criminale dal fascismo, boicottata dal Vaticano e riscattata soltanto dalla Resistenza. Quella Costituzione che sola ci rendeva orgogliosi della cittadinanza italiana. Quella Costituzione che doveva fondare un paese nuovo e civile, che forse non è mai nato.</p>
<p>E allora viene voglia di andare lontano da un Bel Paese che ama il 25 luglio più del 25 aprile, il Gattopardo più di Garibaldi, le riforme che non riformano nulla, i cambiamenti di facciata.</p>
<p>Lontano da chi si vende per 30 o per 30000 denari, da chi vende la coscienza e l’anima nel bunga bunga quotidiano e poi depreca le Ruby che almeno vendono soltanto il corpo. Lontano da chi abusa ordinariamente del suo piccolo o grande potere e non troverà mai una Boccassini sulla sua strada. Lontano da chi usa privatisticamente i soldi pubblici nell’assordante silenzio della Corte dei Conti, oltre che in quello delle coscienze. Lontano da un paese sessuofobico perché sessuomane, e sessuomane perché sessuofobico, che tutto legge nell’ottica del sesso, per giustificare, invidiare e ammirare o per deprecare e condannare, ma sempre inquinando ogni criterio di giudizio con lo spirito greve della commedia all’italiana. Lontano dal paese dove le morali familistiche hanno sempre soffocato ogni barlume di etica pubblica. Lontano dal paese dove tutti urlano per coprire il vuoto delle loro parole, per sopraffare la voce dell’altro. Lontano dal paese dove ognuno si crede furbo e questa grande folla di furbi produce una immane stupidità civile e collettiva.</p>
<p>In Irlanda, in molti esercizi pubblici, c’è un cartello con su scritto: “<i>Be nice or leave!”</i>. Ecco, milioni di italiani dovrebbero allora andare via. Ma non lo faranno di certo. E allora vado via io, almeno per un po’. Chi vuole venire con me in Irlanda può accomodarsi: purché sia gentile!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Il Donegal e… gli italiani in vacanza</b></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda6-angelo-imbriani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9766" alt="irlanda6-angelo-imbriani" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda6-angelo-imbriani-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a>I suoi abitanti, con quella vocazione all’autocommiserazione che ci è ormai ben nota, definiscono il Donegal la <i>forgotten county</i>, la contea dimenticata. E non hanno poi torto. La natura, innanzitutto, non è stata certo generosa con questa regione che ha la stessa asprezza di territorio del vicino Mayo e dello stesso Connemara – un paesaggio di torbiere, acquitrini e sassi – ma con un clima ancora più inclemente, sferzata come è dai freddi venti atlantici che spesso si portano dietro acqua a valanghe.</p>
<p>Ciò che ha segnato definitivamente il destino della contea è però avvenuto in tempi recenti, al momento della <i>Partition of Ireland</i> del 1920. Londra decise allora la divisione dell’isola, fra la parte settentrionale, storicamente chiamata Ulster, quella ove secoli prima si era realizzata la colonizzazione protestante e che sarebbe rimasta sotto la sovranità inglese, e la restante parte che avrebbe formato l’EIRE, la libera repubblica d’Irlanda. Ora, il Donegal storicamente era indubbiamente parte dell’Ulster. Geograficamente il Donegal è addirittura la regione più settentrionale dell’Isola. Pertanto, il Donegal prima di ogni altra provincia avrebbe dovuto rimanere sotto la sovranità di sua maestà britannica e far parte dell’Irlanda del Nord. E invece gli inglesi e sua maestà britannica si “dimenticarono” del Donegal che fu assegnato quindi all’EIRE. Soluzione singolare visto che solo una stretta striscia di terra collegava e collega questa contea alle altre della Repubblica. Soluzione catastrofica per il Donegal che si vedeva tagliato fuori dalle sue tradizionali vie di comunicazione e di commercio, che si vedeva privato del suo naturale sbocco commerciale che era la città di Derry, con il suo porto. E la Repubblica, peraltro, non tutelò in alcun modo questa sua disgraziata “appendice” settentrionale, anzi, secondo la gente del posto anche Dublino si è “dimenticata” del Donegal!</p>
<p>Del Donegal si dimenticano anche i turisti, a dispetto della selvaggia e incontaminata bellezza dei luoghi: se il Mayo è molto, ma molto meno visitato del Connemara, il Donegal è molto meno visitato del Mayo! Sono tanti i turisti in Irlanda ma ben pochi si spingono fin quassù. E proprio per questo ci siamo venuti noi!</p>
<p>Nel Donegal ho trascorso sei magnifici giorni, fra le scogliere vertiginose delle <i>Sleave League, </i>i capi e i promontori tempestosi della costa nord, come Malin Head e Horn Head (ebbene sì, in Irlanda c’è pure capo Horn), la cittadina omonima di Donegal con le sue memorie storiche, i rovesci d’acqua, le raffiche di vento e certe inattese schiarite che proprio ti spingono a inneggiare al Signore… ora restano le foto e gli appunti di viaggio, ma questi temo che siano – per dirla con il Gulliver di Francesco Guccini – soltanto dei “vuoti gusci di parole”.</p>
<p>Che solo questo sarebbe rimasto delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri del viaggio nel Donegal l’ho capito assai presto, a Derry, mentre facevo colazione…</p>
<p>Ecco, il proprietario sta finalmente portando il mio <i>Irish breakfast, </i>quando<i> </i>vedo entrare una coppia di mezza età, lei con un braccio fratturato al collo, un incedere pesante; lui pelato, abbronzato e un tantino più atletico. Il <i>landlord</i> li saluta, si ferma con il mio piatto tra le mani, li fa accomodare al mio tavolo, fa un gesto come se volesse presentarci e, lasciando ondeggiare pericolosamente il piatto con la mia preziosa colazione, esclama: “Siete tutti italiani”. Che ci vuoi fare, penso tra me: sono disgrazie!</p>
<p>E così per tre quarti d’ora sarò impegnato in una “amabile” conversazione con i due connazionali. Devo aver recitato bene la parte, perché alla fine addirittura mi ringrazieranno caldamente per la compagnia e le preziose informazioni. Di compagnia non so, ma di certo di qualche informazione avevano un gran bisogno, anche se dubito che la mia opera pedagogica abbia potuto smuovere abitudini così saldamente sedimentate. Dunque, sono di Grosseto; il braccio lei se lo è rotto prima di partire e non certo arrampicandosi per qualche pendio irlandese. Se lo è rotto, banalmente, scivolando in casa sua. L’altra sera erano a Drogheda che è appena a nord di Dublino, molto lontano da qui. Nella giornata di ieri sostengono di aver visto le <i>Glens of Antrim</i> e la <i>Giant Causeway</i>, ovviamente senza fare escursioni a piedi. Sono arrivati a Derry alle 9 di sera e si sono infilati nel primo bed and breakfast. Il mio, purtroppo. La stanza è piccolissima, mi spiega la signora, abbassando il tono della voce fino a un sussurro, e c’è un imprecisato e imprecisabile rumore di sottofondo che li ha disturbati per tutta la notte.</p>
<p>Mi chiede se conosco la zona, che cosa vale la pena di vedere. Dico che vengo dal Donegal. Come è, mi chiedono, vale la pena di passarci? Noi siamo diretti a Sligo&#8230; Potremmo fermarci anche a Donegal, però, precisa il marito. Dipende, dico: se piacciono i paesaggi selvaggi… La signora annuisce entusiasta. Accenno allora a Malin Head, poi a Horn Head, infine alle Slieve league. Guarda caso c’è una cartina dell’Ulster alla parete. Si alzano entrambi, marito e moglie, vanno a rintracciare i luoghi sulla carta, mentre glieli descrivo sommariamente. Il marito parla poco, ma segue con attenzione. Però, dico, bisogna camminare un po’. Ah ecco, fa la donna raggelata, perché arrivi a questi parcheggi, ma poi devi camminare per questi sentieri, in mezzo a queste pecore… eh sì, faccio io e infierisco sadicamente, ma in macchina uno si perde il meglio, anzi si perde proprio tutto. Comunque insistono, sia pure con meno entusiasmo, e mi chiedono: e lei ce l’ha fatta a vedere tutto in un giorno, i due capi, come si chiamano? Head qualcosa, e poi Donegal, la città, le scogliere?</p>
<p>Un giorno? – sgrano gli occhi: ci sono stato sei giorni! Ah, ma noi siamo di corsa… E questo parco, fa la signora, cercando il luogo sulla cartina, senza naturalmente trovarlo… dicono che c’è un bel castello… Sì, il <i>Glenveagh National Park</i>, sono stato anche lì, ma solo, penso tra me, perché dovevo ingannare il tempo: la <i>landlady</i> di Horn Head, dove ero diretto, mi aveva ingiunto di presentarmi esattamente fra le 17 e le 18, come se il suo <i>bed and breakfast</i> fosse lo studio di un avvocato! C’è un bel un paesaggio di laghi, torbiere, macchie di querce e betulle, ma purtroppo c’è anche un orrido castello finto-gotico che poi è la grande attrazione turistica. Dal parcheggio al castello ci sono quattro chilometri: i britannici e gli altri europei (spagnoli compresi) li percorrono a piedi, sul sentiero che costeggia il lago, ed eventualmente proseguono anche oltre il castello, fino alle cascate. Gli italiani si servono regolarmente del servizio navetta, arrivano al castello, fanno la foto ricordo e, constatando l’assenza di qualsiasi bar o punto ristoro, riprendono la navetta per tornare alla loro adorata automobile… e difatti, al banco che fungeva da biglietteria per la navetta e da centro informazioni, ho subito sentito risuonare la lingua di Dante. Per la verità, dato l’accento, si dovrebbe parlare della lingua di Alberto Sordi. Mentre i romani facevano i biglietti per la navetta, mi sono avvicinato all’altro signore dietro il banco, per chiedere una mappa del parco; e quello ha provato a indovinare la mia nazionalità: “La vuole in italiano o in francese?” “In francese”, ho risposto senza alcuna esitazione e mi sono avviato verso il sentiero, aggirando i connazionali.</p>
<p>Ecco, rispondo ora a questi altri due, lasciate perdere Horn Head e Malin Head, lasciate perdere le scogliere, e andate al parco, c’è quel bel castello e una comoda navetta…</p>
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<p><b>Rathlin Island</b></p>
<p><i>“Absolutely lovely!”</i>, mi fa Maggie, la <i>landlady</i>, nel salutarmi, quando le dico che sono diretto all’isola di Rathlin, la più settentrionale dell’Irlanda; l’unica abitata fra le isolette dell’Irlanda del Nord. Abitata per modo di dire: solo un centinaio di residenti!</p>
<p>Appena sbarcati ci si trova di fronte una grande casa signorile, bianca, solenne. Non può che essere questa la <i>Manor House,</i> il mio alloggio, dato che veniva descritto come l’edificio più imponente del villaggio. Tutte le camere dell’albergo danno sul porticciolo e sulla piccola baia. <i>Church bay</i> viene chiamata, perché per tanto tempo la storia dell’isola si è ritenuto incominciasse con la costruzione di un monastero nel 580 e.v., seguito dalla fondazione della prima chiesa, mezzo secolo dopo. In realtà, le recentissime ricerche archeologiche e i reperti trovati hanno stabilito che l’isola è abitata fin dal 6000 a.e.v.! Del primitivo monastero non resta nulla, mentre di chiese ora ce ne sono due: la più antica, la <i>St. Thomas</i> <i>Church, è </i>della Chiesa d’Irlanda, ossia anglicana, ed è costruita esattamente sul sito del monastero; si trova all’estremità della baia, poco dopo la <i>Manor House.</i> In seguito, però, anche il papa ha voluto segnare la sua presenza nell’isola, con la chiesetta dell’Immacolata Concezione.</p>
<p>L’edificio più importante di tutti è comunque proprio la <i>Manor House</i>, che risale al 1756 ed è stata per lungo tempo la residenza del <i>landlord</i>, ossia del signore dell’isola. Anche gli edifici nelle adiacenze, che condividono lo stile e il colore, erano nelle disponibilità del <i>landlord</i> e servivano da appartamenti per i dipendenti e per la servitù, da stalle o magazzini. In quello dove c’erano i magazzini si provò ad allestire, tempo fa, un ostello della gioventù, ma l’impresa non ebbe successo: Rathlin non è l’isola di Wight! Proseguendo lungo la baia, lasciandosi alle apalle la <i>Manor House</i> e le sue <i>dipendences</i> si trova un negozietto, allestito in una casa semidiroccata, che vende un po’ di pescato locale: sgombri, salmone, astici, aragoste, granchi. Uno squisito patè di granchio oppure la polpa cruda e <i>nature </i>dello stesso crostaceo, si può acquistare in delle ciotoline e mangiare sul posto. Segue una breve fila di <i>cottage</i>, quattro o cinque in tutto. Quindi, un po’ arretrato rispetto alla stradina che costeggia la baia, il grande <i>Mc Cuaig’s bar</i>, unico pub del luogo, dove si può anche mangiare del cibo semplice, tipo <i>fish and chips, burger and chips, chicken…and chips!</i> Noto con sollievo che è almeno provvisto della grande birra <i>Smithwick’s</i>! Infine un negozietto di articoli locali, che non assomiglia proprio ai consueti negozi di souvenir, e dall’altro lato, sul mare, una casetta di pietra, un tempo postazione della guardia costiera, che ora ospita il bel centro di documentazione sulla storia e il paesaggio dell’isola. Ecco, è proprio tutto: in fatto di insediamenti umani, se si esclude qualche altro raro cottage nei dintorni, a Rathlin non c’è altro! Il resto dell’isola è abitato soltanto da tantissimi uccelli, da lepri, pecore, qualche mucca e parecchie foche che sugli scogli si crogiolano al sole – quando c’è!</p>
<p>Ci sono paesini minuscoli, che contano poche centinaia di abitanti, ma d’estate si riempiono di orde turistiche, sicché la loro popolazione aumenta di dieci,  cinquanta, cento volte. E nonostante tutte le strutture turistiche e i servizi, l’abitato resta tragicamente sottodimensionato, inadeguato ad accogliere tante persone. Il paradosso, ma io parlerei proprio di perversione, è che più un luogo è intasato di gente (e di automobili) più viene considerato come un luogo “in”, un posto dove al ritorno dalle vacanze ci si può vantare di esser stati, raccontando agli amici: “non puoi immaginare quanta gente che c’era!” Ecco, Rathlin è precisamente l’opposto: se normalmente conta 100 abitanti, nell’alta stagione estiva può arrivare al massimo a raddoppiarli. Si può pensare che ciò corrisponda a una logica di mercato: poca domanda e dunque poca offerta. Nei luoghi del turismo di massa, invece, grande domanda grande offerta. Ma spesso è il contrario: è l’offerta che modella la domanda. I turisti vanno nei luoghi dove si fa di tutto per attirarli. In fondo, si muovono come le greggi nella transumanza, ma a differenza di queste credono di essere loro a scegliere direzione e meta! E non è detto, poi, che una offerta di strutture turistiche ridotta o ridottissima significhi scarso spirito imprenditoriale e si debba leggere come un’occasione perduta di sviluppo. I luoghi come Rathlin, la pace ed il benessere che ci offrono, ci aiutano a liberarci dall’ideologia della crescita, dall’equazione crescita=benessere.</p>
<p>L’isola ha tre fari, uno per ciascuna delle sue tre punte, tre splendide occasioni di trekking. Tre scenari differenti, specie riguardo ai suoni: alla <i>Southlight</i>, il richiamo inquietante delle foche che riecheggia tra le spettrali macerie della “Casa dei contrabbandieri”; alla <i>Westlight</i>, tutt’altro ambiente, con il grido di mille e mille uccelli marini che quasi copre il chiacchierio della gente giunta con la navetta (tanti), con le bici (pochi) o a piedi (praticamente io solo!); dietro la <i>Eastlight</i>, infine, solo il silenzio e la risacca dell’Oceano, che giunge come ovattata. E nella luce del crepuscolo pare quasi di veder passare una grande nave mercantile, ansiosamente attesa dai Lloyd’s e dai mercanti che vi hanno investito, e incrociarsi con un bastimento che invece parte or ora per l’America, con il suo carico di derelitti in cerca di fortuna o di semplice sopravvivenza. E tra l’uno e l’altro battello che sono quelle agili barchette e quegli uomini dagli strani costumi che lo guidano? Ma sì, sono i vichinghi che proprio da Rathlin incominciarono la loro invasione dell’Irlanda!</p>
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<p><b>il Mayo, Parnell e il “boicottaggio”</b></p>
<p>Eccoci nel Mayo, contea a nord del Connemara, stesso paesaggio aspro, ma molti turisti in meno. Il Mayo è forse il simbolo delle sofferenze di Irlanda. A suo confronto il desolato Connemara è una terra ridente! C’è un vecchio detto fra gli abitanti di questa contea, poche ed eloquenti parole: “<i>The Mayo: oh my God!”</i></p>
<p>La passeggiata di oggi parte dalla spiaggia di Dooagh, un villaggio fra Keel e il capo Achill, e si snoda per oltre 12 chilometri. La strada presto si inerpica regalando belle vedute della costa. In basso si scorge un grande <i>cottage; </i>è legato ad una storia importante e sarà il caso di rifiatare, sedersi un po’ qui, volgere lo sguardo indietro a contemplare l’oceano e la scogliera e ascoltare questa storia, sotto gli sguardi preoccupati delle pecore e quello vigile dell’ariete…</p>
<p>Dunque, siamo sul finire dell’Ottocento e anche per l’ Irlanda erano ormai “i tempi in cui si incominciava la guerra santa dei pezzenti” e qui i pezzenti erano soprattutto irlandesi e cattolici, contadini senza terra, giacché le <i>Penal laws</i> avevano di fatto escluso i cattolici – o più precisamente i non-anglicani &#8211; dalla proprietà delle terre. I proprietari terrieri, contro i quali i contadini cominciavano ad organizzarsi per rivendicare i loro diritti, erano quindi di regola protestanti e molto spesso inglesi. Ma il grande leader delle lotte contadine in Irlanda, l’”apostolo” dei pezzenti, come si usava dire nel linguaggio messianico della politica tardo ottocentesca, fu un ricco proprietario terriero, protestante e addirittura di origini inglesi! Si chiamava Charles Stewart Parnell. Del resto, non sarà certo l’unico protestante a guidare una lotta per i diritti civili che andava a beneficio soprattutto dei cattolici irlandesi. Chi ha visto il bel film <i>Bloody Sunday</i>, o conosce la vicenda, sa già a chi mi riferisco. E così, mentre nello stesso momento la chiesa cattolica d’Irlanda condannava i “tumulti” e gli “agitatori”, che poi erano quasi sempre suoi fedeli, Parnell si comportava da vero cristiano!</p>
<p>Parnell fu eletto ben presto deputato a Westminster, dove c’erano ormai una ottantina di rappresentanti irlandesi che si battevano per l’autonomia legislativa del loro paese, il cosiddetto progetto di <i>Home rule</i>. In una delle prime sedute a cui prese parte, egli rimase colpito dall’interminabile discorso tenuto da un altro deputato irlandese, Joseph Biggar. Biggar, in realtà, stava magistralmente adottando la tattica del <i>filibustering</i> – da noi conosciuto come ostruzionismo parlamentare – fondamentale strumento di lotta e di tutela delle minoranze parlamentari. Si trattava di bloccare un decreto coercitivo ai danni dell’Irlanda e soprattutto di indurre il Parlamento a guardare con più attenzione alla questione irlandese. Biggar, che si stava mostrando un così abile oratore, di mestiere faceva il macellaio ed era un presbiteriano: ancora un protestante alla testa delle battaglie civili irlandesi! Del resto, le <i>penal laws</i> e, in generale, la politica inglese di occupazione dell’Irlanda avevano discriminato non solo i cattolici, ma anche i protestanti cosiddetti “non-conformisti”, ossia tutte quelle chiese e denominazioni che erano al di fuori della chiesa anglicana.</p>
<p>Un paio di anni dopo ci fu nuovamente nelle regioni dell’Ovest una grave carestia: le piogge incessanti distrussero l’avena e fecero marcire le patate nel terreno. Nel semestre tra marzo e settembre piovve per 125 giorni su 183. Di nuovo, come nella Grande Carestia di qualche anno prima, molti contadini non furono più in condizione di pagare l’affitto; di nuovo i <i>landlords</i> incominciarono a cacciarli dalle terre. Ma nel giro di qualche decennio la situazione era molto cambiata, in Irlanda e nel mondo: erano nate le organizzazioni sindacali, le leghe contadine, ci si univa, ci si organizzava, si scioperava, si lottava. Parnell accolse l’invito a partecipare ad una assemblea che doveva tenersi nella città di Westport, qui nel Mayo, per organizzare la reazione, la protesta e la lotta contadina contro i provvedimenti di espulsione. Parnell vi giunse mentre, come al solito, cadeva una pioggia torrenziale. Ma né quel tempo così inclemente, né l’aperta condanna dell’arcivescovo cattolico nei confronti dell’iniziativa, impedirono a tantissimi contadini di accorrere ad ascoltare quel deputato, anglo-irlandese, protestante e <i>landlord </i>lui stesso, che però aveva abbracciato con generosità la loro causa. Lo accolsero grida di “la terra al popolo!”, “l’Irlanda agli Irlandesi!”, “basta con i ladri di terre!”. Il discorso di Parnell convinse ed entusiasmò i contadini. Così proprio la remota contea del Mayo assumeva la leadership delle lotte contadine. La folla era però esasperata ed era tentata dal ricorrere alla violenza contro i <i>landlords. </i>Ma Parnell si ricordava del suo ingresso alla Camera dei Comuni, si ricordava di Biggar, il macellaio presbiteriano e della tattica del <i>filibustering. </i>E si ricordava anche di essere un vero cristiano.</p>
<p>“Che cosa si dovrebbe fare con un affittuario che fa un’offerta per comprare una fattoria da cui il suo vicino è stato sfrattato?” (<i>Una voce</i>: “Sparargli!”). “Ho sentito qualcuno gridare che bisognerebbe sparargli”, continuò Parnell, “ma io voglio ora mostrarvi una via molto migliore, più cristiana, una via più caritatevole, che darà al peccatore perduto un’opportunità di pentirsi”.</p>
<p>Il silenzio più assoluto calò a questo punto sulla grande folla, il capo di ognuno si protese in avanti, come per ascoltare meglio e per non perdere una parola di ciò che quell’uomo straordinario stava per dire. Immaginiamo che Parnell abbia fatto una breve pausa a questo punto, giocando con la viva attesa che le sue parole avevano suscitato nella folla. Ed ecco che, seguendo la descrizione che fece del suo aspetto anni dopo la figlia di Sir Gladstone, il grande statista inglese, ecco che ci pare quasi di vederlo sorridere, con il suo sorriso luminoso, puntare verso la folla i suoi occhi che lanciavano dardi di fuoco e riprendere, finalmente, il suo vibrante discorso: “Quando un uomo si prende una fattoria da cui un altro è stato sfrattato, voi dovete additarlo al lato della strada, quando lo incontrate; voi dovete additarlo mentre sta dinanzi alla cassa del negozio, voi dovete additarlo al mercato e perfino nella casa di Dio, lasciandolo assolutamente solo, isolandolo dal resto dell’umanità come se fosse un lebbroso dei tempi antichi; voi dovete mostrargli in tal modo il vostro disprezzo per il crimine che egli ha commesso”.</p>
<p>Immaginiamo che alcuni, molti, abbiano applaudito entusiasti, conquistati dalla nuova prospettiva di lotta che Parnell mostrava loro. Immaginiamo che altri abbiano applaudito più timidamente, quasi sedotti, ma ancora un po’ perplessi. Immaginiamo che altri ancora abbiano mormorato qualche parola al loro vicino, per esprimere un dubbio, per esorcizzare con una battuta ironica la speranza che sorgeva e la paura che ancora una volta si andasse incontro a una delusione da scontare poi a caro prezzo.</p>
<p>L’efficacia del nuovo metodo di lotta avrebbero potuto mostrarla solo i fatti. Come sempre. E l’occasione non tardò a presentarsi, prendendo il nome e il volto del capitano Charles Boycott. Suo malgrado.L&#8217;</p>
<p>Il grande cottage abbandonato che risalta un po’ inquietante laggiù, tra pascoli e pietre, appartenne un tempo proprio al capitano Boycott.</p>
<p>Egli era stato un ufficiale dell’esercito britannico, ma ora era l’agente di Lord Erne, uno dei più ricchi proprietari terrieri di tutta l’Irlanda.</p>
<p>Quando sul Mayo si abbattè la carestia, il capitano non fece altro che quello che facevano tanti altri <i>landlord</i> e i loro agenti: sfrattò dalle proprietà di Lord Erne i contadini che non riuscivano più a pagare il canone di affitto. Per sua disgrazia, le proprietà suddette si trovavano però nel Mayo, e Parnell aveva da poco tenuto il discorso che abbiamo citato.</p>
<p>Il 18 ottobre 1880 <i>The Times</i> dette risalto a una lettera dall’Irlanda, a firma di un certo capitano Boycott. Costui raccontava, presentandola come decisione inevitabile e comunque normalissima, di aver spedito l’ingiunzione di sfratto ai contadini che non pagavano più l’affitto, ma proseguiva, con tono sconcertato, dichiarando che gli agenti da lui incaricati di notificare l’atto erano stati minacciati e rispediti indietro. Ma la cosa singolare, anzi inaudita, era ancora un’altra, proseguiva il capitano: da quel momento, il fabbro e la lavandaia non volevano più lavorare per la sua famiglia, i negozianti si rifiutavano di servirlo quando scendeva in paese; gli impiegati delle poste non gli recapitavano la corrispondenza e addirittura nessuno gli rivolgeva la parola! Quando andava in chiesa, i banchi vicini venivano lasciati desolatamente vuoti; perfino i suoi domestici si erano licenziati…</p>
<p>Non è chiaro chi abbia usato per primo il neologismo “boicottare”, se sia stato <i>The Times </i>stesso o <i>Le Figaro</i>, ma quel che è sicuro è che il capitano Boycott avrebbe volentieri evitato di passare alla storia in tal modo! Divenuto scomodo, ormai, per il suo stesso padrone, lord Erne, che doveva ormai venire a patti con i dimostranti e aveva bisogno di uomini più malleabili, Boycott fu costretto a lasciare la zona e a ritirarsi a vita privata. Con i proventi della sua lauta “liquidazione” pensò a un ritiro dorato, benché remoto, e venne così nell’isola di Achill. L’aspetto paradossale della vicenda è che in quest’isola tante volte nel corso della storia avevano trovato asilo i ribelli irlandesi. Ora diveniva invece l’ultimo rifugio di un aguzzino, uno che i moderni ribelli aveva cercato di liquidarli con le maniere forti. Boycott sperava forse di restare sconosciuto ai rustici abitanti di queste lande e comprò una bella casa in riva al mare, proprio sulla spiaggia di Keem, nei pressi del punto estremo dell’isola, il capo Achill. Ma l’eco del suo caso era giunta persino in questo posto ai confini dell’Irlanda, se non del mondo: qualcuno appiccò il fuoco alla sua dimora! E così Boycott si trasferì in un luogo ancora più isolato, affittando il cottage su cui si è soffermata la nostra attenzione. Ma neanche così trovò pace, a quanto sembra, perché di lì a poco dovette lasciare anche questa casa e abbandonare l’Irlanda. Quali altri manifestazioni di ostilità abbia dovuto subire non è noto. Certo è che il cottage ha un aspetto piuttosto sinistro…</p>
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<p><b>Cucina irlandese!</b></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda92-angelo-imbriani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9770" alt="irlanda92-angelo-imbriani" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda92-angelo-imbriani-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a>A Inis Oirr c’è un solo vero ristorante, il <i>Fisherman’s cottage</i>, ma fa un’ottima cucina, utilizzando prodotti locali freschi. Del resto, fa parte dell’associazione irlandese dello <i>slow food! </i>Potete trovare agnello con aromi, pollo ruspante, <i>cassoulet</i> di fagioli. Ma sarà il caso di andare sul pesce, anche per fare onore al nome del locale e al luogo! Potete cominciare con un antipastino: per esempio una scapece di sgombro, che pare una preparazione ligure più che irlandese (forse per questo la servono con una sorta di focaccia genovese?) Per il piatto forte, occorre vedere quale è il pescato del giorno; di solito si tratta dell’<i>haddock</i>, che è un ottimo pesce del nord-Atlantico, più saporito e pregiato del merluzzo. In ogni caso, trovate sempre nel menu la <i>fish pie</i>, una sorta di cremosa zuppa di pesce con granchio e merluzzo e accompagnata da purea di patate. E’ davvero eccellente. Un’altra possibilità sono i <i>linguini</i>, ossia le linguine al granchio, pescato nelle acque dell’isola. Non sperate di trovarle al dente, però: usano pasta di riso. Badate piuttosto alla freschezza del granchio.</p>
<p>A Keel, minuscolo villaggio della remota isola di Achill, nella desolata contea del Mayo, incredibile a dirsi, ci sono almeno tre ristoranti di pregio. Scelgo <i>Calvey’s</i>, ristorante sorto accanto alla rinomata e omonima macelleria. Una pausa nella sinfonia del pesce. L’agnello di Achill, che si nutre solo di erbe spontanee dell’isola, è celebratissimo. Ma io non ho cuore di mangiare agnelli. Un manzo o un maiale, perlomeno hanno vissuto abbastanza da essere stanchi di questa valle di lacrime. Ma un agnellino… lasciamo che faccia le sue dolenti esperienze! Il ristorante a prima vista ha un’aria chic che non mi attendevo (sai, i pregiudizi: ristorante annesso a una macelleria…). Addirittura una gentile donzella mi blocca e mi fa accomodare sul divanetto all’ingresso come si usa nei posti di classe. Però non mi fornisce del menu, né mi offre l’aperitivo. Per giunta il ristorante è quasi vuoto… Difatti, dopo quarantacinque secondi torna e mi accompagna al tavolo. E’ tutta una sceneggiata per darsi un tono. Ma li capisco: è dura gestire un ristorante chic nella sperduta isola di Achill, nella desolazione del Mayo. E per giunta con la gente che mormora: “<i>Calvey’s </i>chi? Ah, il ristorante che ha aperto il macellaio!”.</p>
<p>Escluso l’agnello, sarebbe da considerare il sontuoso <i>special of the </i>day: mezza aragosta, granchio, gamberi, ostriche…Ma si era detto che stasera si andava sulla carne: e allora, bistecca di  Angus irlandese, con introduzione di salmone locale affumicato. Hanno bottigline da un quarto e mezze bottiglie. Tra le mezze l’alternativa è fra il Chianti e un Bordeaux. Bordeaux tutta la vita! E’ della tenuta del barone Rotschild, nientemeno! Classico uvaggio bordolese: cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot. Perfetto. Il salmone è abbondante e squisito. La bistecca è imponente, alta tre dita, con una salsa di pepe (nero!), funghi e cipolle. Ora capisco perché Tex Willer e il suo pard Kit Carson si entusiasmano fino alla commozione quando nel villaggio dove sono capitati inseguendo il lestofante di turno trovano addirittura un ristorante francese! Mi sono sempre chiesto quale fosse la ragione di tale tripudio visto che comunque ordinano sempre una bistecca alta tre dita con una montagna di patatine fritte! Ma evidentemente la bistecca del ristorante francese di Tex e Carson è come questa di <i>Calvey’s</i>, con la salsina di cipolle, funghi e pepe nero. Le patatine fritte non sono una montagna, ma ci sono anche zucca arrostita e carote. E tutte insieme fanno una montagna. Purtroppo, al tavolo di fronte c’è una famigliola. Il ragazzo beve una birra Corona. Direttamente dalla bottiglia. La fine del mondo è vicina.</p>
<p>All’<i>Harbour restaurant, </i>a Donegal, è proprio un tripudio di sapori atlantici. Prendo come <i>starter </i>una zuppa di pesce che, come in tutto il nord Europa non è ciò che noi intendiamo per zuppa di pesce, ma è una crema, una vellutata molto saporita, di solito con dei pezzetti di pesce, dei molluschi e dei crostacei. Poi, la specialità del posto che è la casseruola di pesce con salmone, merluzzo, gamberi, cozze, chele di granchio, cucinata in un fumetto di aragosta e vino bianco. La sera successiva è andata ancora meglio in un rinomato ristorante di Mountcharles, paesino costiero a pochi chilometri da Donegal. Il ristorante si chiama <i>Village Tavern </i>e qui ciò che incuriosiva e intrigava nel menu era innanzitutto l’antipasto così battezzato: <i>our signature seafood taste. </i>La scelta è stata felicissima: in cinque ciotoline mi sono giunti, delle frittelle di merluzzo con salsa piccante/dolce (tipo cucina indonesiana, a mio avviso la migliore del mondo); chele di granchio intinte in un pesto di basilico, vellutata di pesce tipo quella della sera precedente, ma ovviamente in formato mignon; haddock con burro fuso; il classico cocktail di gamberi in salsa rosa. Come <i>main course</i> sono andato sulla <i>black sole, </i>sogliola nera, che però di nero non ha nulla, ma in compenso ha carni gustose e compatte. E ora se qualcuno sostiene che in Irlanda o più in generale all’estero si mangia proprio male e che “come si mangia in Italia..” beh è uno che non studia, che non incrocia le fonti, che non sa fare esegesi delle guide turistiche!</p>
<p>FINE PRIMA PARTE</p>
<p>Le foto sono di Angelo Imbriani.</p>
<p>Rubrica <a href="http://www.artempori.it/artempori/category/mappa-sito/rubriche/finisterre-viaggioracconti-responsabili/" target="_blank">Finisterre. Viaggioracconti responsabili</a></p>

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		<title>&#8220;Winchester&#8221; di Angelo Imbriani &#8211; Finisterre viaggioracconti responsabili</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 14:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Imbriani]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Winchester 27 luglio 2009 &#8211; di Angelo Imbriani Cinquanta miglia verso sud, su una comoda strada, mi portano da Oxford a Winchester. Il canale radio “Classic event”, dopo giorni in cui mi ha propinato soltanto lagne depressive, accompagna l’ingresso nella nuova città a ritmo di valzer: Wienerblut. Si può persino perdonare lo speaker che pronuncia [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><i><strong>Winchester</strong><br />
<i>27 luglio 2009 &#8211; di Angelo Imbriani</i><br />
</i></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/01/winchester-tavola-rotonda.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6224" alt="winchester tavola rotonda" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/01/winchester-tavola-rotonda.jpg" width="259" height="194" /></a>Cinquanta miglia verso sud, su una comoda strada, mi portano da Oxford a Winchester. Il canale radio “<i>Classic event</i>”, dopo giorni in cui mi ha propinato soltanto lagne depressive, accompagna l’ingresso nella nuova città a ritmo di valzer: <i>Wienerblut</i>. Si può persino perdonare lo speaker che pronuncia “uiner blat”! Winchester oggi è una tranquilla cittadina di provincia, ma un tempo fu gloriosa capitale del regno sassone del Wessex e potente sede arcivescovile. Con l’invasione normanna, Guglielmo il conquistatore pensò bene di crearsi un’altra capitale, Londra, per cercare di sottrarsi al potere condizionante dell’arcivescovo, ma non osò ingaggiare una lotta frontale e degradare Winchester. Così, si fece incoronare sia a Londra che a Winchester e l’Inghilterra per qualche tempo si trovò ad avere due centri! Londra dovette attendere un paio di secoli prima di acquisire il predominio incontrastato, approfittando di un rovinoso incendio che distrusse Winchester.</p>
<p style="text-align: justify;">Parcheggio a nord del centro. Oggi il tempo alterna pioggia e sole, come spesso accade da queste parti. Ora è il momento dell’acqua. Decido di attendere la schiarita in una <i>coffee house</i> su <i>Jewry street</i>, che un tempo era la strada degli ebrei e delle loro botteghe. Il tempo di un <i>mocha </i>e fuori è tornato il sole. La  via più importante della città è <i>High street</i>, che però a un certo punto cambia il nome in <i>Broadway</i>. Il concetto è lo stesso. Ad un estremo, è rimasta una delle antiche porte, <i>Westgate</i>. E’ un bell’esempio di architettura militare medioevale e doveva vigilare sull’accesso occidentale alla città e al castello. Quando il castello fu abbattuto, divenne una prigione per i debitori insolventi. Sulle mura si vedono alcuni graffiti, lasciati dai malcapitati. Il castello fu distrutto per ordine di Cromwell, durante la guerra civile, dopo che la città si era schierata con lo Stuart. Cromwell non volle lasciare in piedi un tale simbolo del dispotismo monarchico, ma salvò dalla distruzione la <i>Great</i><i> Hall</i>, la grande sala del castello, che poteva essere usata per le assemblee. Una bella lezione di democrazia! Del resto, persino nel suo esercito, il <i>new model army</i>, le decisioni importanti venivano discusse e votate e gli ufficiali erano eletti dalla truppa. Non conosco altri casi del genere, di eserciti organizzati democraticamente, se non la milizia anarchica e trotzkista durante la guerra civile spagnola, non a caso combattuta e infine smantellata dai comunisti filo-sovietici, ben prima che Franco prendesse il sopravvento. Vi è anche, in verità, l’episodio tragico e luminoso del comandante italiano di Cefalonia che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’ordine dei tedeschi di arrendersi, convocò in assemblea i suoi uomini perché decidessero fra la resa ignominiosa e una disperata resistenza. Un episodio della lotta di Liberazione, a tutti gli effetti, che pure è stato dimenticato per svariati decenni e solo da qualche anno ha ricevuto la meritata notorietà. E come accade con Garibaldi, pare che gli italiani abbiano la tendenza a rimuovere le vicende più degne e autenticamente nobili della propria storia.</p>
<p style="text-align: justify;">La <i>Great</i><i> Hall</i><i> </i>è una immensa sala a tre navate che avrebbe pure il suo fascino se fosse stata lasciata nella sua grandiosa nudità. E, invece, addossata ad una parete una colossale statua della regina Vittoria – del tutto fuori luogo – e proprio in mezzo alla sala e sulle pareti laterali una mostra di pittura etnica, ancor più dissonante con l’ambiente. Ho letto che qui si conserva la tavola di re Artù, che in realtà è un pregevole falso fabbricato circa sette secoli dopo, ma non riesco proprio a trovarla. Poi, proprio mentre mi chiedo sconcertato che cosa ci faccia un enorme bersaglio per il gioco delle freccette attaccato alla parete di fondo, sopra la statua della regina Vittoria, improvvisamente capisco: è quella la presunta tavola rotonda! Decisamente chi si occupa dell’allestimento della <i>Great Hall</i> meriterebbe il trattamento riservato da Totò al pittore astrattista nel film “Totò a Capri”! Mi avvicino alla tavola rotonda-bersaglio per le freccette. E’ dipinta a colori vivacissimi. Sono ritratti re Artù e i suoi cavalieri. Apprendo dall’opuscolo che questi dipinti non sono originari: furono ordinati da Enrico VIII e, guarda caso, re Artù ha le sembianze del Tudor da giovane, prima che il suo corpo divenisse spropositato per la pinguedine!</p>
<p style="text-align: justify;">In questa sala, nel 1603, si svolse il processo a sir Walter Raleigh, il più famoso dei “corsari” inglesi, dopo Francis Drake. In realtà Raleigh era un aristocratico e fu anche scrittore e poeta, oltre che deputato di varie contee e ricco proprietario terriero. Si attribuisce a lui l’introduzione del tabacco in Gran Bretagna e pare che sia stato anche il primo a piantare patate in Irlanda, nelle sue tenute. Tabacco e patate li aveva portati dalle Americhe, naturalmente. Nel 1584 aveva anche cercato di fondare in America una colonia inglese, la prima, che volle chiamare “Virginia”, in onore di Elisabetta, la regina “vergine”, sua grande benefattrice. Elisabetta, tuttavia, non era molto disposta a rischiare capitali, propri o dello stato, per finanziare il progetto di Raleigh. La Virginia pareva una terra inospitale, per il territorio, il clima e la ferocia degli indigeni. Raleigh dovette autofinanziarsi e l’impresa fallì. Solo nel secolo successivo la colonizzazione ebbe successo, per iniziativa di una compagnia di commercio. Elisabetta preferiva utilizzare l’audace baronetto per azioni militari o di pirateria contro i porti e le navi spagnole. Imprese che evidentemente considerava ben più costruttive e lucrose. Raleigh, però, non si accontentava di impresucole militari, come la presa del porto di Cadice, o dell’assalto a qualche galeone carico di metalli preziosi. La sua sete di gloria pretendeva ben altro: se la regina gli chiedeva metalli preziosi, se voleva che combattesse i nemici spagnoli, allora avrebbe scoperto per lei la mitica città di El Dorado, costruita tutta in oro, quella città di cui gli spagnoli stessi avevano avuto notizia, ma che erano stati incapaci di rintracciare! In effetti, fu proprio Raleigh a far risorgere questa celebre leggenda. Nel 1594 entrò in possesso di una relazione spagnola che conteneva notizie sulla “perduta città dell’oro”. Si mise in viaggio, esplorò il territorio dell’attuale Guyana e, al ritornò in patria, pubblicò un resoconto delle sue scoperte – <i>The discovery of Guyana </i>– che descriveva le favolose ricchezze della regione. In realtà, pare che non avesse scovato nemmeno un misero giacimento d’oro. E di El Dorado nessuna traccia. Quando Elisabetta morì, nel 1603, il suo successore Giacomo I lo prese subito in antipatia: fu accusato di aver partecipato a un complotto contro il monarca e proprio per questa ragione fu processato qui, nella <i>Great Hall </i>di Winchester. Pare che riuscisse a difendersi in modo molto abile, scampando alla pena di morte. D’altra parte, l’accusa nei suoi confronti si basava solo su labili indizi. Dovette comunque restare 13 anni prigioniero nella Torre di Londra. Non era tipo da rinunciare alle grandi imprese e in carcere ne concepì una un po’ diversa dalle precedenti, ma non meno ambiziosa: scrivere una storia universale del mondo! Riuscì anche a terminare il primo volume, sulla storia greca e romana. Non doveva trattarsi comunque di una prigionia molto dura, visto che nello stesso periodo riuscì anche a generare un figlio! Nel 1616 Giacomo I lo fece improvvisamente liberare. Per quale ragione? Le casse dello stato piangevano e al re venne in mente che in fondo Raleigh poteva anche avere ragione sull’esistenza di quella fantastica città d’oro. Fu dunque scarcerato e ricevette l’incarico di mettersi subito alla ricerca di El Dorado. Durante la spedizione, i suoi uomini attaccarono l’avamposto spagnolo di Sao Tomè. Sotto Elisabetta, Raleigh avrebbe forse ricevuto l’ennesima onorificenza per questa impresa, ma l’epoca del conflitto anglo-spagnolo era ormai passata. L’ambasciatore spagnolo, sdegnato, chiese la testa di Raleigh. Giacomo I lo accontentò, perché non voleva guastare i rapporti con Madrid. E poi quel Raleigh si era rivelato un contaballe, lui e la sua El Dorado! Raleigh volle morire coraggiosamente come era indubbiamente vissuto: secondo i biografi le sue  ultime parole, quando vide il boia impugnare la mannaia, furono queste: “Colpisci, uomo, colpisci!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Winchester è famosa nel mondo per la sua splendida cattedrale, uno dei più importanti monumenti del Regno Unito. Molti della mia generazione la cattedrale di Winchester la conoscono anche senza averla mai vista, per la celebre canzone degli anni sessanta. Ci arrivo in cinque minuti, discendendo la collinetta del castello. Di fronte alla facciata credo che molti abbiano la medesima reazione: “Tutto qui? E’ questa la tanto celebrata cattedrale?” Ma l’esterno in tono minore (relativamente) non fa altro che accentuare lo stupore che ti investe non appena hai messo piede dentro. Le massicce colonne e le volte dell’originaria struttura romanica sono state mirabilmente ingentilite e slanciate dal gotico perpendicolare delle arcate ad ogiva. Questo rifacimento in stile gotico delle architetture originarie non fu dovuto, come in tanti altri casi, all’affermarsi di una nuova cultura e di una spiritualità un po’ diversa, ma ad un fattore ben più prosaico: la cattedrale, costruita inopportunamente su un terreno paludoso, stava sprofondando,  già era crollata la torre centrale! Della prima chiesa, costruita in epoca sassone, non resta invece molto, dato che gli invasori normanni la abbatterono per costruire l’attuale magnifica cattedrale, a partire dal 1079. Dopo questa prima e stupefacente visione di insieme, inizio a muovermi lungo la navata destra e, ben presto, dopo i primi quattro pilastri, noto alla parete la lapide funeraria della grande scrittrice Jane Austen. E’ piuttosto recente, in verità. L’iscrizione originaria si trova, infatti, a poca distanza, sul pavimento. Perché questa seconda lapide? Per capirlo, basta leggere con un poco di attenzione l’iscrizione su quella più antica. A giudicare da ciò che è scritto pare che il personaggio importante non fosse la scrittrice ma suo padre, il reverendo George Austen, esponente della piccola nobiltà della regione e pastore anglicano. E’ solo perché figlia di cotanto padre che Jane poté dunque avere l’onore di essere sepolta in cattedrale. Ma non è tutto. L’epitaffio della lapide originaria parla dello “straordinario talento” di Jane, ma non fa alcuna esplicita menzione della sua attività di scrittrice, che pure produsse “Orgoglio e pregiudizio” o “Persuasione”! Evidentemente, all’inizio dell’Ottocento non era ritenuto conveniente per una ragazza di buona famiglia, figlia per giunta di un pastore anglicano, dedicarsi alla letteratura! Peraltro, chissà se il reverendo George, se fosse stato ancora in vita al momento della dipartita di Jane, avrebbe acconsentito a questa singolare “dimenticanza”, che forse sarebbe il caso di definire censura e che fu invece voluta da uno dei fratelli della scrittrice, quello che si incaricò di comporre l’epitaffio. Il reverendo George, infatti, era stato uomo di larghe vedute e aveva incoraggiato le letture e le prove di scrittura di Jane, fin da quando era bambina, ed ella, del resto, doveva proprio a lui la sua prima educazione letteraria. Sta di fatto che oggigiorno il buon reverendo sarebbe completamente dimenticato se non fosse stato per la figlia: ecco la nemesi! La  seconda epigrafe si è dunque resa necessaria per non rendersi ridicoli di fronte al mondo: Jane Austen ha meritato questa sepoltura in cattedrale non per lo <i>status </i>del padre, ma perché è stata una delle maggiori scrittrici britanniche di ogni tempo! A Winchester, peraltro, ci è morta per caso. Da otto anni, infatti, viveva a Chawton, un minuscolo villaggio nell’East Hampshire. All’inizio del 1816 cominciò a star male. Continuò a lavorare, trascurando la sua salute, finché nel marzo del 1817, un fratello – un altro, non quello dell’epitaffio – riuscì a convincerla a trasferirsi a Winchester, per sottoporsi a delle cure mediche. Senza terapie mediche aveva tirato avanti per un anno e mezzo; affidata alla scienza… morì in due mesi! I luminari che la presero in cura non riuscirono nemmeno a fare una diagnosi del male da cui era afflitta: si è parlato di Morbo di Addison, di linfoma di Hodgkin, di tubercolosi bovina…</p>
<p style="text-align: justify;">Le scenografie che vengono allestite nei monumenti di Winchester non cessano di stupirmi: poco oltre il transetto vi è una grande bacheca ove sono affissi dei fogli, come una sorta di volantini. Sono raccolti gli scritti dei cosiddetti <i>magic carpet riders</i>, che dovrebbe significare pressappoco “i viaggiatori del tappeto magico”! Si trattava di svolgere un componimento sulla seguente traccia: “Immagina che un bel giorno un tappeto magico ti trasporti in un luogo lontano e descrivi la tua giornata”. E così l’austera parete della superba cattedrale di Winchester ha subito l’oltraggio di questa esercitazione degna di una maestra deficiente! Ringrazio, commosso, l’autore di uno dei componimenti, un certo Max, che, con vero <i>humour </i>britannico, così parla della sua giornata sul tappeto magico &#8211; o meglio del tempo passato e sprecato nel tentativo di svolgere il compitino: “La vita di Max era di solito eccitante. Occasionalmente, però, egli si annoiava: questa fu una di quelle volte…”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammiro gli splendidi stalli del Trecento e raggiungo il retrocoro, ove sono un gran numero di tombe. Sono alla ricerca, in base a ciò che leggo nell’opuscolo informativo, di un’altra stravaganza posta in questo magnifico sito. Ai piedi della tomba del cardinale di Beaufort, che sarebbe stato il responsabile – uno dei responsabili – della condanna al rogo di Giovanna d’Arco, dovrebbe trovarsi proprio la statua della pulzella d’Orleans, a turbare l’eterno riposo dell’alto prelato. In effetti c’è una statua di marmo che raffigura una giovane donna. Mi avvicino e scopro che si tratta però di Maria Maddalena! E’ forse una censura di stampo nazionalistico? E se la statua intendeva raffigurare davvero l’eroina francese a chi era venuto in mente di collocarla qui, in una delle più importanti cattedrali d’Inghilterra? E se invece si tratta effettivamente della Maddalena come è nata la leggenda che fosse Giovanna d’Arco? E perché la Maddalena, poi? Vuoi vedere che un giorno o l’altro verranno a raccontarci che dopo aver segretamente sposato Gesù ed essere fuggita in Provenza con il Sacro Graal, Maria Maddalena avrebbe poi attraversato la Manica? E che la guerra dei Cento Anni, magari, aveva come vera posta in gioco  la coppa del sangue di Cristo? E che Giovanna d’Arco aveva scoperto una qualche enigmatica mappa che conduceva al luogo dove la Maddalena aveva nascosto il Graal? Ora si spiega come mai qui a Winchester sia finita anche la tavola rotonda dei cavalieri di re Artù che ho visto poco fa! Prima che nella storia compaiano pure gli immancabili Templari mi lascio attrarre da qualcos’altro. Sta per cominciare il concerto delle 13 – il <i>lunch-concert </i>– come dice la locandina e forse vale la pena di ascoltarlo, anche per ritrovare il fascino del luogo. Non me ne pento, in effetti. Suona una bravissima violinista proveniente da Cambridge, accompagnata da una pianista. Sono entrambe giovanissime, a differenza del pubblico nel quale, a occhio e croce, il meno anziano sono io! I giovani saranno finiti chissà dove, sui loro tappeti magici!</p>
<p style="text-align: justify;">Terminato il concerto, trovo l’entrata della vecchia biblioteca della cattedrale, dal transetto destro. Vi è esposta una preziosa Bibbia del XIII secolo, con splendide miniature. All’ingresso mi accoglie una anziana e cortesissima signora che mi fornisce esaurienti spiegazioni sulla Bibbia di Winchester e sulla storia della biblioteca. Parla lentamente e scandisce bene le parole. Mi spiega che le vetrate non sono originali, perché quelle medievali che erano riccamente decorate sono state distrutte durante la guerra civile. Immagina che io sia del tutto all’oscuro della storia del suo paese, come forse la maggior parte dei visitatori stranieri, e così mi “rivela” che l’Inghilterra per 11 anni fu una Repubblica e che il Parlamento fece decapitare il re Carlo I. Fa pure un gesto con la mano sul collo a mimare eloquentemente la testa mozzata! Noto una sorta di compiacimento in lei: pare che gli inglesi siano proprio fieri di aver tagliato la testa a un loro re! “Che cosa sarebbe la vita”, faceva dire Shakespeare a un suo personaggio, “se non potessimo camminare sui cadaveri dei re?”. Come è possibile che questi sentimenti anti-monarchici alberghino nell’animo della nazione che ha mantenuto l’istituzione reale, unica fra le grandi nazioni del mondo? In realtà, in quella guerra civile e negli undici anni di “Repubblica dei santi” gli inglesi hanno imparato a diffidare di ogni eccessivo entusiasmo politico o religioso e hanno consumato tutto il loro ardore rivoluzionario. Quando il male del dispotismo si è di nuovo presentato, gli anticorpi erano belli e formati e la seconda rivoluzione, la “Gloriosa rivoluzione senza sangue”, non fece altro che cacciare l’ultimo Stuart come si trattasse di espellere un corpo estraneo. Da quel momento l’Inghilterra divenne ufficialmente una monarchia liberale e costituzionale o, forse, una repubblica travestita da monarchia, laddove qualche altro paese, di cui non faccio il nome, sembra tuttora una monarchia travestita da repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre termino la mia lunga visita alla cattedrale, mi accorgo che ho letto un paio di brochure,  ho consultato le mie solite guide turistiche – Routard, Lonely Planet, TCI – ho ascoltato anche le chiare ed esaurienti spiegazioni della signora della biblioteca ma nessuna di queste fonti di informazione ha citato un importante evento storico che pure so per certo che ebbe luogo qui dentro, il 25 luglio del 1554: il matrimonio fra Maria Tudor, detta la Sanguinaria, e Filippo II di Spagna, Quel matrimonio fu fortemente avversato allora dagli inglesi ed è oggi rimosso persino dalla memoria storica. Le perplessità e i timori che aveva suscitato la successione femminile al trono vennero allora esasperati dalla circostanza che la nuova regina si legasse al futuro re di Spagna, sovrano di una potenza rivale, strenuo sostenitore della Controriforma. Proprio la Controriforma era del resto il principale e forse l’unico elemento di unione nella coppia reale. La Tudor, all’epoca del matrimonio, aveva 38 anni, un’età che per una donna del XVI secolo significava quasi vecchiaia. Soprattutto, aveva ben undici anni più di Filippo. E Filippo confessò apertamente di ammirare la sua sposa, ma di non provare alcun “amore carnale” per lei. Pare che Maria si fosse invece invaghita del giovane principe spagnolo ammirando un suo ritratto, non quello celebre che gli fu fatto da Tiziano, ma un altro che oggi si trova pur esso al museo del Prado. In effetti nel dipinto il giovane Asburgo fa una magnifica figura, con un’aria da “bel tenebroso”: l’espressione fiera, che qualsiasi sovrano del tempo era chiamato ad assumere quando posava per un artista, si accompagna qui all’austerità e alla severità del contegno che gli appartenevano autenticamente, e lascia trapelare anche una sottile vena di malinconia. Maria aveva forse immaginato che dietro quel portamento si celasse un animo infiammato da passioni ardenti. Come si sbagliava! Filippo II – <i>el rey prudente</i>, come fu pure soprannominato – non nutriva alcun vero trasporto per le donne, che considerava, al massimo, una noiosa necessità, e nemmeno una moglie più giovane e attraente di Maria gli avrebbe acceso i sensi. Non che fosse dell’altra sponda, beninteso! E nemmeno pare che abbia mai lamentato ciò che oggi è “politicamente corretto” definire “disfunzione erettile”. Semplicemente, fra i suoi numerosi interessi mondani &#8211; giardinaggio, pittura, collezionismo di ogni genere di oggetti, pesca e caccia, alchimia e scienze… &#8211; non era compreso l’interesse per le donne. Quando i due si sposarono, proprio in questa cattedrale, si erano conosciuti di persona soltanto da due giorni. Filippo restò poi un anno in Inghilterra e non fu semplicemente un principe consorte, ma un re a tutti gli effetti; ma quando il suo grande genitore, l’imperatore Carlo V, decise di ritirarsi a vita privata, lasciandogli la corona di Spagna e i domini italiani, americani e fiamminghi, Filippo ritornò a Madrid, tutt’altro che a malincuore. Maria, nel frattempo, aveva avuto soltanto due gravidanze-fantasma. Filippo II tornò dalla moglie e in Inghilterra soltanto nel marzo del 1557, dopo 19 mesi di assenza. Forse per un ultimo tentativo di concepimento. O, più probabilmente, perché da tempo insisteva affinché l’Inghilterra si schierasse al fianco della Spagna nel conflitto contro la Francia e sperava con la sua presenza a Londra di abbattere le formidabili resistenze che si opponevano al progetto. Così fu, difatti. Ma in quella circostanza gli inglesi, che hanno indubbiamente combattuto con valore e quasi sempre con successo tutte le loro guerre, si comportarono assai male, forse perché era una guerra che proprio non li convinceva. L’unico risultato, del tutto negativo, fu la perdita del porto di Calais, sull’altra sponda della Manica, che era tutto ciò che era rimasto dei domini inglesi in suolo francese, un tempo vastissimi. A luglio Filippo lasciò definitivamente l’Inghilterra. Maria morì circa un anno e mezzo dopo, senza più rivedere il consorte. Le sue presunte gravidanze erano state solo il sintomo di un cancro alle ovaie. In modo un po’ melodrammatico, aveva confidato ai suoi dignitari che se alla sua morte le avessero aperto il petto avrebbero trovato due spine conficcate nel cuore, una di nome “Filippo” e l’altra chiamata “Calais”. Per una singolare coincidenza poche ore dopo moriva anche il cardinale Pole la “colomba” che era divenuta “falco” in vecchiaia e che, pur animato da una sua nobile visione religiosa, aveva di fatto collaborato con l’opera repressiva di Maria la Sanguinaria.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ ormai pomeriggio e posso raggiungere il mio nuovo bed and breakfast. Devo ritornare sulla strada che ho fatto stamattina, arrivando da Oxford, perché si trova in quella direzione, appena fuori città. Anche stavolta la scelta è stata felicissima: è un graziosissimo, piccolo cottage in una magnifica zona verde. La nuova <i>landlady</i> è affabile come quella di Bourton: niente a che vedere con la post-hippy di Oxford! A proposito, dimenticavo: stamattina mentre imburravo una fetta di pane nero si è avvicinata, la post-hippy, domandandomi se mi piaceva il pane scuro. Le ho risposto di sì, stupito dalla inattesa cortesia e mi sono persino spinto ad immaginare che volesse chiedermi se ne gradivo dell’altro. Cosa che tra l’altro avrebbe reso un po’ meno tristemente misera la colazione continentale. Ma che! Mi ha semplicemente detto che lei invece il pane nero lo odia e mi ha girato le spalle! Anche per questo, sento quasi campane che squillano a festa quando quest’altra <i>landlady</i> si preoccupa invece di chiedermi se all’indomani mattina gradisco un <i>full english breakfast</i>. “<i>Of course!”</i>, le rispondo!</p>
<p style="text-align: justify;">La camera è al primo piano: ha un letto ampio e soffice, moquette, un mobiletto anticato, il solito <i>necessaire</i> per il té e soprattutto un’ampia vetrata che dà sul giardino sottostante e sull’ameno, verdissimo paesaggio delle colline intorno alla città.</p>
<p style="text-align: justify;">Torno in città, più tardi, per seguire le orme di Keats, il grande poeta romantico. No, non è che intenda cimentarmi nella poesia. Ricordo un pensiero di Benedetto Croce: superati i vent’anni di età ci sono solo due categorie di persone che continuano a scrivere poesie: i veri poeti, che sono rarissimi, e gli imbecilli, che sono assai più numerosi. Chi non si può attribuire una capacità di giudizio estetico degna del buon don Benedetto dovrebbe quindi considerare quantomeno i termini squisitamente matematici o statistici del suo monito: dopo i vent’anni, aspirando a salire al cielo dei poeti vi sono altissime probabilità di precipitare nell’altra e più nutrita schiera! Quando mi riferivo alle orme di Keats, non parlavo dunque con linguaggio figurato: intendevo dire che mi accingo a ripetere una passeggiata che egli qui fece, in uno scenario davvero bucolico, e che pare gli abbia ispirato l’ode “Autunno”. Anche Keats era venuto a Winchester, tra l’estate e l’autunno del 1819, per curarsi la salute. Tutti abbiamo ben chiaro nella nostra mente lo stereotipo del “poeta romantico”, ma tendiamo a pensare che la realtà sia più prosaica, che certi tratti e certe esperienze appartengano più che altro alla letteratura, che nella vita reale siano il frutto di atteggiamenti un po’ studiati e artificiosi; ebbene, è impressionante verificare come Keats incarni davvero ogni caratteristica dello stereotipo: quando arriva a Winchester, ed ha già una ricca e importante produzione poetica al suo attivo, ha solo 23 anni ed è ammalato di tubercolosi. Ne morirà giovanissimo, due anni dopo. Le sue condizioni finanziarie sono disastrose: ha abbandonato una promettente carriera di medico, per dedicarsi solo alla poesia; attraversa periodi di profonda depressione; fa uso di oppio, in piccole quantità; ha un grande amore per una fanciulla, Fanny Brawne, che non può sposare per le sue critiche condizioni economiche e per l’ostilità della madre di lei. Si fidanzano segretamente. Solo molti anni dopo la morte di Keats saranno scoperte e pubblicate le sue lettere all’amata e si capirà che la “Stella luminosa” di cui parla nei suoi componimenti era una donna reale. “Io rimasi stupito”, scrive il poeta in una di queste lettere a Fanny, “quando appresi che gli uomini possono morire da martiri per la religione. Io rabbrividivo pensando a ciò, ma ora non più: io potrei essere martirizzato per la mia religione – l’Amore è la mia religione. Io potrei morire per questo. Io potrei morire per te”. Dopo quell’autunno a Winchester, che migliorò almeno temporaneamente le condizioni fisiche e spirituali di Keats, la vita concesse ai due amanti pochi altri mesi: nell’autunno del 1820 le continue emorragie segnalarono un deciso aggravamento della malattia. I medici gli consigliarono di trasferirsi in un paese più caldo e Keats partì per l’Italia. Qui un luminare, inglese, che doveva essere collega di quegli altri medici che avevano “curato” la povera Jane Austen, giunse alla conclusione che l’origine della malattia del poeta fosse negli “strapazzi mentali” e che per fermare le emorragie occorresse ridurre il flusso di sangue verso lo stomaco con una drastica dieta: un’acciuga su un pezzo di pane e nient’altro! Keats fu inoltre sottoposto agli immancabili salassi. Questo trattamento, come era prevedibile, annichilì in breve tempo le già deboli forze del poeta che si spense nel giro di un paio di mesi. Come nel caso di Jane Austen, quattro anni prima, le terapie mediche ne accelerarono il trapasso. Certo, si può anche pensare che in due secoli la medicina ne abbia fatti di progressi, ma io tendo comunque a credere che, finché è possibile, sia buona norma igienica stare alla larga dai medici! Fanny Browne per ben sei anni vestì di nero, in segno di lutto, tenne i capelli cortissimi e portò sempre al dito l’anello che Keats le aveva regalato. Si risolse a prendere marito solo a 12 anni dalla morte del poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sentiero della passeggiata di Keats incomincia a pochi passi dalla cattedrale, ma ben presto si immerge in una campagna lussureggiante. A destra un ruscelletto che ha tutte le tonalità del verde, a sinistra il fiume Itchen. Piante acquatiche, strani fiori, le immancabili anatre…Sta calando la sera, il tempo si è di nuovo rannuvolato e soffia una brezza piuttosto fresca. L’autunno che ispirò Keats non c’è ancora, ma la stagione gli corre incontro e sempre più si allontana dalla primavera: “<i>Where are the Songs of spring? Ay, where are they?</i>”. Il sentiero giunge al vecchio ospizio di St. Cross, che è addirittura la più vecchia istituzione caritatevole d’Inghilterra. Fu fondato da un arcivescovo, Henry de Blois, nipote di Guglielmo il Conquistatore, nel 1133. Ancora oggi ospita 25 anziani (in passato erano oltre 100), i cosiddetti “Fratelli”. Per trovare accoglienza e divenire un “Fratello” occorrono i seguenti requisiti: essere maschi, single, vedovi o divorziati, preferibilmente poveri e con un’età superiore ai sessant’anni. In origine veniva prescelto chi a malapena si reggeva in piedi – come si legge nel documento che istituisce l’ospizio – ma oggi pare che si prescinda da questa condizione per cui concludo che ho proprio tutti i requisiti tranne l’età: che peccato, era il luogo ideale per ritirarmi dal mondo! Dovrò aspettare una dozzina di anni! Posso solo usufruire di una ospitalità simbolica, una antichissima tradizione che è tuttora conservata… mi dirigo verso l’ingresso. Dovrei trovare una guardiola, bussare, vedere affacciarsi il custode e chiedere il <i>dole</i>, l’obolo del viandante! Un tempo si fornivano pasti ai poveri a cui non era possibile dare alloggio. Oggi non accade più, ma si è conservato l’uso del <i>Wayfarer’s dole</i> – l’obolo del viandante, appunto. Consiste in un pezzo di pane e in un sorso di birra e viene offerto a chiunque lo chieda. Il problema è che, invece della guardiola ho trovato un negozietto di souvenir! Mi aggiro perplesso, fingendo di dare uno sguardo alla merce esposta. C’è una coppia di mezza età, in tuta da jogging. Si sono avvicinati alla signora del negozio e mi pare che parlino proprio del <i>dole!</i> A un tratto, la signora estrae da sotto il bancone un vassoio con dei pezzettini di pane. Sono davvero minuscoli, tipo quelli che si usano per la Santa Cena nelle chiese protestanti. Ma ecco che arriva anche la birra! Viene versata in due piccoli boccali di ceramica, con una croce nera di Gerusalemme dipinta sul bordo. Mi faccio coraggio e mi presento anche io al bancone, perché ho capito che in realtà le funzioni del guardiano che mi aspettavo di trovare le svolge questa signora, che non è nemmeno tanto male peraltro. Non ho bisogno neanche di chiedere: ha capito che sono lì per il <i>dole</i> e non per comprare un portachiavi con la cattedrale di Winchester impressa sopra! La birra sarà un terzo di pinta, a occhio e croce, ma è davvero buona e rende meno faticoso il ritorno in città. Qualche sorso di birra, l’ho scoperto in Germania, stimola potentemente l’appetito, anche se qualche ora prima si è mangiato uno stinco di maiale! Non è certo questo il caso: il mio lunch è stato più che frugale, come sempre, e stamane, per giunta, non ho goduto di un breakfast all’inglese, ma della misera colazione continentale della post-hippy! Se a ciò si aggiungono la passeggiata sul sentiero di Keats e il fresco della sera si può immaginare quali pressanti rivendicazioni siano avanzate dal mio stomaco! Mi dirigo, quindi, verso quello che si presenta come il miglior posto dove mangiare, qui a Winchester: il <i>Wykeham arms</i>. Chi ha buona memoria potrebbe ricordare che Wykeham era il nome del vescovo che fondò il <i>New college </i>di Oxford e che costui era per l’appunto vescovo di Winchester. Non è che il locale sia stato fondato dal prelato nel XIV secolo: risale “solo” al Settecento. Sua eminenza, però, ha un ruolo importante anche nella storia di Winchester, perché anche qui fondò una scuola importante, la prima scuola privata d’Inghilterra, destinata alla formazione di studenti di umili origini ma di talento, che avrebbero poi potuto concludere la loro formazione proprio al <i>New college </i>di Oxford. In sostanza, Wykeham realizzò un formidabile progetto educativo e concepì, come si direbbe oggi con insopportabile espressione, una vera e propria “sinergia” fra il college di Winchester e l’università di Oxford. Ancora oggi, il <i>College of Winchester</i> è una delle scuole superiori più prestigiose di tutta la Gran Bretagna. Vi passo davanti, ammirandone, almeno dall’esterno, la sobria ma elegante architettura. Una porta carraia, con arcata ogivale, dominata da una torretta, conduce al cortile interno, al quale purtroppo non si può accedere. Una nicchia nella torretta, ospita una statua, che credo raffiguri proprio il fondatore. Costeggio il lungo edificio in pietra del college, con una serie di trifore e altre piccole finestrelle chiuse da sbarre, più in alto. Proprio accanto, si trova la casa dove morì Jane Austen, nel 1817. Ancora pochi passi e sono finalmente davanti al mio ristorante, che è accanto ad un’altra porta medioevale, la <i>Kingsgate</i><i>, </i>in un angolo tranquillo e oltremodo suggestivo della città. La porta sembra nello stesso stile dell’edificio del college e anche la pietra pare identica. Il palazzetto che ospita il <i>Wykeham arms</i> è invece più recente, di stile ed epoca georgiana, ammesso che io incominci a capire qualcosa dell’architettura britannica.. Oggi è anche un albergo di charme, con mobili antichi e letti a baldacchino, ma in origine era una osteria con annesso bordello! Anche a quei tempi, comunque, doveva avere la sua buona fama, se è vero, come si dice, che l’ammiraglio Nelson fu ospite per una notte. La storia non chiarisce se egli abbia apprezzato la cucina o quell’altro tipo di offerta a cui si accennava. Pare che anche Churchill sia passato di qui. Ai suoi tempi, il <i>Wykeham arms</i> era ormai diventato quel rispettabilissimo albergo-ristorante che è ancora oggi, per cui si può presumere che Sir Winston sia stato attirato solo dalla ottima reputazione gastronomica. Proprio sulla parete accanto al tavolo ove mi hanno fatto accomodare è affissa una foto delle solenni esequie di stato di Churchill, nel gennaio del 1965. Accanto c’è un documento ingiallito: è un <i>pass</i> per presenziare alla cerimonia nella cattedrale di Saint Paul, indirizzato al proprietario del <i>Wykeham arms. </i>Mentre aspetto il mio piatto posso ammirare anche l’immensa collezione di boccali da birra: dovrebbero essere circa 4000, di ogni manifattura, e sono disseminati ovunque, su mobili, scaffali, mensole, e soprattutto pendono dal soffitto. Vi è poi un’altra collezione, più ridotta quanto al numero di esemplari, ma ben più singolare: una serie di bastoni che in un tempo non lontano si utilizzavano per le punizioni corporali a scuola,  nello stesso vicino <i>college</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avventori che si affollano intorno al bancone non sono, purtroppo, i classici tipi da pub: per le movenze e le tonalità e specie per l’abbigliamento li classificherei nel genere “barcaioli” (ossia possessori di yacht). Dato, però, che non siamo a Vulcano o Porto Cervo mi risolvo ad inserirli nella più vasta e generica categoria degli <i>‘mbrellini</i>. L’origine di questo appellativo, che da ragazzi usavamo molto e sempre con un accento di sarcastica riprovazione, è rimasta sempre oscura. <i>‘Mbrellini</i> erano quei giovanotti sfaccendati che vestivano solo capi firmati, avevano capelli impomatati e tagliati corti, non si  sognavano di farsi crescere la barba. “Passeggiavano” per il centro città con i loro fuoristrada, antesignani degli attuali Suv. Non avevano alcuna idea politica. Anzi, non avevano alcuna idea che potesse definirsi tale. Frequentavano discoteche e locali “esclusivi”. Attendevano, senza fretta, di ricoprire il ruolo sociale e professionale a cui erano destinati dalle loro influenti famiglie. Noi li consideravamo ridicoli più che pericolosi. Pensavamo, ed eravamo in errore, che fossero una specie in via di estinzione. Al contrario, ben presto sarebbero venuti fuori dai rifugi ove erano relegati nel mondo giovanile di quegli anni, che era dominato da ben altri tipi antropologici, per invadere il nostro mondo e sovvertirlo, o meglio inquinarlo. Oggi dobbiamo amaramente riconoscere che la specie in via di estinzione eravamo piuttosto noi altri. Ma, a quel tempo, che il mondo avrebbe preso la direzione che poi ha preso, chi lo immaginava? Avevamo un punto di incontro che distava solo poche decine di metri da quello degli <i>‘mbrellini</i>, ma nessun tipo di scambio o di confronto era immaginabile, neanche nelle sere più affollate quando i due rispettivi gruppi finivano fisicamente l’uno accanto all’altro. Tra noi era difficile persino indossare un capo firmato sportivo e solo relativamente costoso, tipo una polo <i>Lacoste</i>. I miei compagni di scuola me ne regalarono una per i 18 anni (che festeggiai in pizzeria, allora non si usavano i ricevimenti tipo matrimonio, completi di inviti e bomboniere, che si fanno oggi). La indossavo a volte, perché era del mio colore preferito e, soprattutto, perché aveva un valore affettivo. E non mi risolsi, per sfuggire alla pena che ora dirò, ad usare il patetico stratagemma che altri, nella mia stessa condizione di destinatari di un regalo simile, avevano usato: strappare il coccodrillo di stoffa! E così’, incontrando qualche membro particolarmente deficiente del mio gruppo allargato di amici, non mi restava che sottostare, con rassegnazione, alla pena; la quale consisteva nel dover sopportare che costui si avvicinasse e chiudesse le dita sul simbolo della <i>lacoste</i>, pizzicando violentemente la stoffa e la carne sottostante, come a simulare il morso del suddetto coccodrillo. L’abbigliamento caratterizzava in modo intransigente l’identità di un gruppo giovanile in quegli anni e le identità erano legate imprescindibilmente agli orientamenti politici. Recentemente, un collega ha creduto di riconoscermi in una foto di quell’epoca. Ma ha preso un abbaglio. Il tipo in questione, infatti, indossava occhiali da sole, marca <i>ray-bain</i> e quel tipo di occhiali, allora, li portavano solo i piloti americani e i fascisti. Anzi, per essere precisi, i “fascisti di merda”, perché allora si usavano questi appellativi tipo poemi omerici – Ulisse dalle mille astuzie, Atena dagli occhi lucenti, Aiace possente nel grido di guerra – per cui non si diceva mai che uno era un fascista e basta. Era sempre fascista e qualche altra cosa. Di solito, “fascista di merda”. O, al limite, “fascista, bigotto e reazionario”. E così un intellettuale o era un “intellettuale di sinistra” o era un “intellettuale del cazzo”, <i>tertium non datur</i>, ed era facilissimo, peraltro, che qualcuno passasse dalla prima alla seconda categoria. E’ inutile dire che sono categorie totalmente inservibili nel mondo di oggi e ne paghiamo il prezzo, sprovvisti come siamo di strumenti di analisi adeguati a capire la realtà odierna, specie quella del mondo giovanile. Sempre che ci sia davvero qualcosa da capire. In ogni caso gli errori di interpretazione in chi si è formato in quegli anni sono frequentissimi. Come quello di stasera: pensavo che quei tipi al bancone del pub fossero <i>‘mbrellini</i>, per le movenze e il vestiario, e invece sono semplicemente, naturalmente… gay! Il primo dubbio mi è venuto quando ho sentito distintamente un <i>“Darling!”</i>, senza che ci fosse alcuna donna nei paraggi. Il dubbio è divenuto una solida ipotesi quando è partito da uno di loro un “<i>Honey!”</i>, rivolto al ragazzo del bar. L’ipotesi ha superato l’<i>istantia crucis</i> quando ho notato che il suddetto, mentre apostrofava così vezzosamente il barista, stringeva la mano dell’amico al suo fianco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, arriva la cena, e mi rinfranco pensando che almeno le mie categorie di analisi gastronomica non sono invecchiate, oppure sono riuscito ad aggiornarle. In fondo, già allora un mio amico aveva profetizzato qualcosa del genere, dopo aver assistito in impassibile silenzio a una delle usuali e interminabili discussioni fra me ed altri amici. Erano dibattiti che iniziavano verso le 22, le 23, quando la notte sommergeva le frivolezze del mondo, e duravano ore ed ore. Ognuno, con ingenuità e audacia, proponeva una sua visione della realtà, una <i>Weltanschauung, </i>continuamente riadattata alla luce delle ultime suggestioni ricevute dalla lettura, dallo studio e da quel poco di esperienza del mondo che ci capitava di avere. Immancabilmente, qualcuno di noi era più convincente degli altri, sicché la sua <i>Weltanschauung </i>si imponeva, almeno per quella sera. Ma sempre con il contributo, ossia con le correzioni e le integrazioni proposte dagli altri. Certo, vi erano anche dei veri scontri polemici, nei quali ognuno restava sulla sua posizione, ma accadeva di rado, perché il terreno comune era ampio e solido. La visione del mondo di quella sera doveva essere oltremodo pessimistica, come del resto capitava spesso. E come capitava sempre avevamo avuto l’impudenza di costruirla su frammenti di filosofia, di storia, di psicologia, di fisica, di antropologia e di qualsiasi altra disciplina avessimo un poco studiato. Così il nostro amico, che era rimasto, come dicevo, in assoluto silenzio, tanto che io avevo finanche creduto che si fosse assopito, mostrò di aver invece seguito tutto lo sconsolato discorso sui fallimenti politici, sulle irrimediabili e congenite tare del nostro paese, sulla tristissima condizione dell’uomo nel cosmo, e di averne anche colto l’intima e profonda essenza, giacché lo concluse con questa sentenza definitiva: “In sostanza, <i>ci so’ rimasti sulo i maccaruni</i>!”</p>
<p style="text-align: justify;">Carlin Petrini in quel momento non aveva ancora fondato lo <i>slow food</i> e probabilmente era ancora immerso nel “tradizionale” impegno politico. Il mio amico, invece, aveva già capito tutto. “Il problema dei filosofi è che hanno cercato di interpretare il mondo mentre si tratta di trasformarlo!”, aveva detto quel signore di Treviri. D’accordo, ma il secondo problema dei filosofi è che hanno pensato di fare la rivoluzione nelle piazze e nelle fabbriche, mentre il mondo si cambia nella “terra madre”, nelle botteghe alimentari, nel sacchetto della spesa, in cucina, e, infine, a tavola!</p>
<p style="text-align: justify;">I <i>maccaruni</i> del mio amico, nel frattempo, si sono andati un po’ raffinando: questa sera, qui al <i>Wykeham arms </i>di Winchester<i>, </i> si traducono in salmone affumicato su crostino di pane, uova in camicia e salsa <i>hollandaise</i>. Grande equilibrio di sapori e ottime materie prime. Ma era solo lo <i>starter </i>– l’<i>entreé </i>dei francesi. Dopo, arriva una lasagna ai funghi selvatici (non meglio identificati, ma sopravvivrò) con panna, pomodorini secchi e insalata di spinacino. Una delizia. Un piatto di ispirazione mediterranea, si potrebbe pensare, ma in realtà le lasagne fanno parte anche della tradizione gastronomica britannica.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la piazza della cattedrale che ora è deserta. Soltanto una coppia di fidanzati. Nessun gruppo di giovani intento a discutere, come facevamo noi allora, nelle sere d’estate (e pure d’inverno). E’ vero, non sono più quegli “anni fatati di miti cantati e di contestazioni”; non sono più quei “giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni”. E’ vero: è passata la primavera della nostra vita e l’estate corre a gran passi verso l’autunno. “<i>Where are the Songs of spring? Ay, where are they?</i>” “Dove sono i canti della primavera? Ah, dove sono?” “<i>Think not of them, thou hast thy music too…” </i>“Non pensarci, o Autunno, hai pure tu la tua musica…”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Finisterre raccontoviaggi responsabili &#8211; &#8220;Winchester&#8221; di Angelo Imbriani)</em></p>
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