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	<title>Art&#039;Empori &#187; Peppe Porcaro</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Paesologo &#8211; Peppe Porcaro su Franco Arminio</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 23:34:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Arminio Franco]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Porcaro]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie]]></category>
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		<description><![CDATA[Paesologo 27 aprile 2010 &#8211; di Peppe Porcaro (da Sanniopress) “Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo, ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno. Per uscire dall’autismo corale ci vogliono posture nuove. È tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria, a un quieto vagabondare nel mondo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a title="Permanent Link: Paesologo" rel="bookmark" href="http://www.campaniapress.com/?p=5694">Paesologo </a></h3>
<div id="content-in" style="text-align:justify;">
<div>
<div>
<p>27 aprile 2010 &#8211; di <strong>Peppe Porcaro <a href="http://www.campaniapress.com/?p=5694">(da Sanniopress)</a></strong></p>
</div>
<p><em>“Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo,<br />
ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno.<br />
Per uscire dall’autismo corale ci vogliono posture nuove.<br />
È tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria,<br />
a un quieto vagabondare nel mondo che gira,<br />
nell’aria che non sta mai ferma,<br />
nella polvere in cui luccichiamo ad occhi aperti<br />
insieme al sole e alle stelle”.</em></p>
<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2010/04/franco-arminio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2650" title="franco arminio" src="http://artempori.files.wordpress.com/2010/04/franco-arminio.jpg" alt="" width="87" height="131" /></a>Franco Arminio è poeta minore, perché minore è la terra nella quale si trova a vagabondare. Egli vaga, con il suo incedere lento, per paesi abbandonati. Non sono però paesi fantasmi quelli visitati da Arminio, ma paesi ripudiati. Paesi a orfanità ribaltata. Borghi del grano e del vento, orfani della loro migliore gioventù.<br />
Sono i paesi dell’osso quelli visitati da Arminio, perché la polpa è altrove. La polpa per trovarla bisogna andare giù giù fino al mare. Per la polpa tocca intraprendere il viaggio. Senza voltarsi. Senza rimorsi.<br />
E pure il vento, ruffiano, che qui soffia forte e indisturbato e qualche succo, così si sperava, pure poteva lasciare, sembra aver fretta di raggiungere quei paesi della polpa.<br />
Corre forte verso il mare il vento, verso le città costiere, là dove qualcuno, nottetempo, ha nascosto i forzieri di Eolo. Vento ingrato che prende e porta via…</p>
<p><em>“A luglio i campi gialli delle stoppie,<br />
il nero a settembre,<br />
il verde stempiato e basso di novembre.<br />
L’inverno a marzo finisce la prima volta<br />
ma dovrà finire molte volte ancora<br />
prima di finire veramente.<br />
Il vento soffia ovunque sei,<br />
il bianco della neve è ancora quello<br />
del Cinquantasei”.</em></p>
<p style="text-align:justify;">E’ un paesologo Franco Arminio, perché come un pigro entomologo studia i paesi nel loro divenire (” 25 anni dopo il terremoto, dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno”), amorevolmente segue le loro pigri trasformazioni. Si interroga sul mutare del lessico paesano, sull’alfabeto dimenticato di una civiltà che ha perso, tra le altre, la A di asino, la C di contadino, la M di mulo, la Z di zappa. Ma conserva, somma sventura, la G di geometra, la P di pro loco, la S di sindaco…<!--Post Meta--><!--Rateing--><!--Rateing end--></p>
</div>
</div>
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		<title>&#8220;Valani, una storia nostra&#8221; di Peppe Porcaro</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 22:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Porcaro]]></category>
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		<description><![CDATA[Posto l&#8217;ottimo articolo di Peppe Porcaro sullo spettacolo “Valani”. Lo definisce &#8220;una storia nostra&#8221; perché “Valani” descrive una consuetudine radicata nella normalità della vita beneventana, poi, riconosciuta vergognosa. Ma è &#8220;una storia nostra&#8221; anche perché le attività per la realizzazione dello spettacolo, “iniziate” negli anni cinquanta, vedono, come protagonisti, l&#8217;indimenticabile don Ciccio Romano (avvocato beneventano), Elisabetta Landi (Libreria Luidig, BN), Michelangelo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;">Posto l&#8217;ottimo articolo di Peppe Porcaro sullo spettacolo “Valani”. Lo definisce &#8220;una storia nostra&#8221; perché “Valani” descrive una consuetudine radicata nella normalità della vita beneventana, poi, riconosciuta vergognosa.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;">Ma è &#8220;una storia nostra&#8221; anche perché le attività per la realizzazione dello spettacolo, “iniziate” negli anni cinquanta, vedono, come protagonisti, l&#8217;indimenticabile don Ciccio Romano (avvocato beneventano), Elisabetta Landi (Libreria Luidig, BN), Michelangelo Fetto e Tonino Intorcia (Solot) e i Sancto Ianne. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;">Ritengo di ringraziare tutti questi per aver fatto giustizia due volte: nell&#8217;innescare processi culturali che procurano giustizia (ai valani di ieri) e nell&#8217;utilizzare temi e risorse locali che agevolano una comunità che, identitaria e coesa, è portatrice naturale di giustizia (ai valani di oggi).</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;">Alessio Masone</span></p>
<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2010/03/valani-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2565" title="valani 2" src="http://artempori.files.wordpress.com/2010/03/valani-2.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p><a title="Permanent Link: Valani, una storia nostra" rel="bookmark" href="http://www.campaniapress.com/?p=5298">Valani, una storia nostra </a></p>
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<p>di <strong>Peppe Porcaro &#8211; </strong>23 marzo 2010 &#8211; Sanniopress</p>
</div>
<p style="text-align:justify;">C’è una storia mai raccontata che riguarda noi tutti, una storia negata, nascosta. Una storia da non divulgarsi, da tenersi  <em>ammucciata</em> tra le rive del sabato e del Calore.  Una storia che i più preferirebbero dimenticare, tanto la vergogna che si porta dietro.</p>
<p>Una storia di ordinario sfruttamento e schiavitù andata in scena nelle campagne del beneventano fino agli anni sessanta del secolo scorso, quando giovani fanciulli di sesso maschile, e in qualche caso anche i loro padri, venivano venduti agli agrari, notabili proprietari terrieri, per qualche sacco di grano e poche lire.</p>
<p style="text-align:justify;">Il prezzo veniva concordato nella centralissima piazza Orsini di Benevento, all’ombra delle macerie del Duomo fatto oggetto del bombardamento alleato. Tutto accadeva alla luce del sole,dunque. Sotto gli occhi della città ignava. Il 15 di agosto, giorno dedicato all’Assunta, le famiglie povere del contado beneventano portavano i loro figli sul candido marmo degli scalini del Duomo perché, acquistati dal Padrone, diventassero infine Valani.</p>
<p style="text-align:justify;">L’acquisto del Valano da parte del Padrone avveniva dietro  un’attenta valutazione morfofunzionale del candidato: al malcapitato veniva richiesto di aprire la bocca perché si constatasse lo stato di salute. Poi il Padrone controllava spalle e gambe per sincerarsi della capacità del <em>Ualano</em> a sopportare lo sforzo fisico. Infine si pattuiva il prezzo, che per un anno di lavoro non andava oltre 2-3 quintali di grano e mille-duemila lire! </p>
<p style="text-align:justify;">I giovani <em>valani</em> così acquistati  passavano, per un intero anno, nella piena disponibilità degli agrari il giorno 8 settembre, natività della vergine Maria non a caso Protettrice dei <em>Ualani</em>. Presso il padrone il valano si occupava in genere del lavoro in stalla e di ogni altra attività propria del calendario agricolo. Tornava il valano  presso la sua famiglia per poche ore ogni 2-3 settimane per la cambiata, ossia per depositare panni sporchi e prenderne di puliti, quando c’erano. Per il resto ai giovani schiavi non restava che lavoro a servizio e sopraffazione, anche fisica, fino al 15 agosto successivo quando, tornati in piazza Orsini, ci si poteva ancora una volta vendere ad un nuovo padrone. E così via, di catena in catena.</p>
<p style="text-align:justify;">La città di Benevento, come detto, assisteva con ignavia  al mercato dei <em>Ualani.</em> Per molti beneventani, in verità, il giorno dell’Assunta era un diversivo importante, un modo come un altro per godersi lo spettacolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci volle la penna e la sensibilità dell’indimenticato Francesco “Ciccio” Romano per denunciare pubblicamente l’ignobile mercato. Romano pubblicò un primo articolo nel 1950 sul Secolo Nuovo (Uomini venduti in cambio di sacchi di grano) cui fecero seguito altri due articoli-denunce. Successivamente all’avvocato Francesco Romano dell’ignobile tratta si interessano Corrado Alvaro, Luigi Einaudi, Gaetano Salvemini. Ci fu anche un’interrogazione parlamentare, nel 1952, a firma del socialista Luigi Renato Sansone. Grande scandalo per la pubblica esposizione di carne umana nel mercato di piazza Duomo Benevento.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci si interrogò sulla stampa nazionale delle condizioni in cui versavano le popolazioni rurali nel Mezzogiorno. Poi i cambiamenti economici che investirono l’Italia del secondo dopoguerra (campagne comprese) posero fine alla tratta dei <em>Ualani</em> oggi in verità sostituita, in molte realtà agricole del Paese, dal vergognoso sfruttamento degli immigrati, soprattutto africani ma anche rumeni e indiani, i nuovi valani.</p>
<p style="text-align:justify;">Quella dei <em>Ualani</em>, gli schiavi bambini, rischiava di essere una storia non raccontata, una storia persa. Dunque, una non storia. Ci ha pensato però una giovane studiosa sannita, Elisabetta Landi, a dare voce ai <em>Ualani </em>con la sua pregevole Tesi in storia moderna e contemporanea<em> “Valani e Varzoni: la schiavitù nel beneventano nel secondo dopoguerra (1945-1960</em>)”. Ora quel lavoro della Landi, liberamente adattato dalla Solot compagnia stabile di Benevento,  è diventata un’opera teatrale e magistralmente rivive con le parole di Michelangelo Fetto e Tonino Intorcia e le musiche originali, eseguite dal vivo, dei Sancto Ianne chiamati pure a sostenere il ruolo del Coro recitante, come da migliore tradizione. Valani, questo il titolo, è andato in scena con gran successo al Mulino Pacifico il 20 e 21 marzo.</p>
<p style="text-align:justify;">Due sole serate per ricordare l’immane dramma che ha riguardato diverse centinaia di giovani <em>Ualani</em> e una fetta di storia della nostra città.  L’augurio è che la città voglia ora riscattarsi da questa sua storia, vergognandosene quanto basta ma non nascondendola, come sua consuetudine. La si porti in giro nei teatri, dunque. Che se ne faccia un libro, e poi un altro ancora. E magari un film, perché no? Ma soprattutto, che qualche docente coraggioso, o forse soltanto curioso, ne parli a scuola a quei ragazzi che oggi hanno la stessa età dei <em>Ualani</em> di allora.</p>
</div>
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		<title>I paradossi di Facebook: &#8220;Farmville&#8221; di Peppe Porcaro</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 00:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Farmville di Peppe Porcaro &#8211; 11 febbraio 2010 &#8211; da Sanniopress Confesso, mi sono iscritto da poco a fascbuc. Per meglio dire, al cazzatoio gigante mi ha iscritto mia nipote Laura: “Zio, non troglodire, come fai a rinunciare a fascbuc? Non sai che ti perdi. E poi vedi che di fatto gia ci sei su fascbuc [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Farmville di <strong>Peppe Porcaro &#8211; </strong>11 febbraio 2010 &#8211; da Sanniopress</p>
</div>
<p><img alt="" src="http://clubs.ncsu.edu/tappi/facebook_1.jpg" width="350" height="263" /></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Confesso, mi sono iscritto da poco a <em>fascbuc</em>. Per meglio dire, al cazzatoio gigante mi ha iscritto mia nipote Laura:</strong> “Zio, non troglodire, come fai a rinunciare a <em>fascbuc</em>? Non sai che ti perdi. E poi vedi che di fatto gia ci sei su <em>fascbuc</em> perché Ugo (fetente!) ha attivato un <em>parla con peppe porcaro</em>. Dunque, rilassati. Ora ci penso io, non ti preoccupare. Ti metto su <em>fascbuc, ti faccio il profilo</em>”. Detto fatto, in un solo colpo sono fregato. Mi ritrovo su <em>fascbuc</em> con la mia bella foto, il mio bel profilo. Sono un uomo nuovo, ora. Più leggero, dicono. Tutto spirito e niente carne. E non sono passato neppure da Lourdes.</p>
<p style="text-align:justify;">Devo confessare però che ai tempi del <em>fanculofascbuc</em> vivevo bene. Quanto bastava. <strong>Conservo ancora, per fortuna la mia bella email. Da anni grazie a quella casella di posta ho contatti quotidiani con amici vicini e lontani, ci si scambia riflessioni più o meno serie e pensieri leggeri in assoluta libertà. </strong>Certe volte, faccio ammenda, troppo in libertà. A volte ci si scambia vere e proprie puttanate, naturalmente. <strong>Tutto però avviene con il giusto tempo tra uno scritto e l’altro. Perché il pensiero, debole o forte che sia, ha bisogno di una giusta fase di sedimentazione affinché qualcosa resti infine nella zucca.</strong> E poi il concetto di base, il non detto tra noi ma sempre rispettato è: mai troppe puttanate in una volta sola… <strong>E poi vuoi mettere: uno parla (scrive) l’altro ascolta (legge).  Poi se vuole, se ha qualcosa da aggiungere, con il tempo, il suo tempo, risponde. </strong></p>
<p style="text-align:justify;">Da quando però sto su <em>fascbuc</em> la cosa è diversa, una corsa continua, le parole si mischiano, una sull’altra. E le persone, pure. Una promiscuità mai vista.<strong> Tutti a chiederti l’amicizia. E tu che fai rifiuti? Gli dici, scusa ma se per strada quando mi incontri manco mi saluti e ora mi vedi su <em>fascbuc</em> e mi chiedi l’amicizia?</strong> Bene, se davvero la vuoi, tieni allora la mia amicizia. Poi però arriva il pentimento: cazzo, perché mi svendo così, potevo rifiutare. E la domanda che nasce da dentro: <strong>ma ora che siamo amici su <em>fascbuc</em> che farà, mi saluterà quando capiterà di incontrarsi o che?</strong> Come ci si comporta in questi casi, c’è un galateo in <em>fascbuc</em> o è terra di nessuno?</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Intanto il guaio è bello che fatto, ho un nuovo amico. Un amico, peraltro, per nulla discreto. Me lo ritrovo continuamente a rovistare tra le mie cose: quante volte mi collego, a che ora, con chi parlo, che dico.</strong> Un impiccione. Ma <em>l’amico </em>(somma sventura)<em> </em>, come le peggiori disgrazie, non viene mai da solo. Il malefico ha i suoi di amici, troppi, che ti vedono (toh, c’è pure lui) e, come non aspettassero altro, pronti ripetono la fatidica, disperata, domanda: voglio essere tuo amico, mi vuoi? Ma che è, un’epidemia? Capisco la solitudine (la paura della) ma qui si esagera. Tu naturalmente quelli manco li conosci, però puoi dare ragione a Laura? Che fai, troglodisci? E poi si sa, è costume, gli amici degli amici sono miei amici. E dunque ci ricaschi. E si ricomincia. Una sorta di girone dantesco senza il conforto della poesia del Sommo.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Da qualche tempo tutti questi amici</strong> <strong>mi inondano di messaggi perché hanno deciso, punto, di diventare agricoltori.</strong> <strong>Si sono addirittura fatti una propria <em>Farmville</em>.</strong> <strong>Auguri allora, a voi che piantate patate e fagioli, e grano e tutto il ben di dio e solo dopo pochi giorni raccogliete e portate al mercato. </strong>E che allevate animali, costruite stalle e fienili e dio sa cosa altro ancora. Sono felici i nuovi contadini. Però vogliono il tuo aiuto. Lo pretendono. E mi dai questo, e mi serve quest’altro. Questo mi avanza, lo vuoi? No, non voglio niente, grazie. Davvero. Non mi serve il tuo cavolo, anzi non mi serve un cavolo di niente. <strong>Contrattacco: in verità io un’azienda agricola (sai la terra, le piante che crescono lentamente con i loro tempi e non con quelli di <em>fascbuc</em>?) la gestisco per davvero. Mi servirebbero braccia per dissodare il terreno e metterlo in coltura. E braccia, tante, per la raccolta.</strong> <strong>Quest’anno penso di metter su fagioli e ceci, carciofi e grano. C’è pure la vigna e l’ulivo da accudire:</strong> <strong>che fai vieni? ho chiesto ad un amico qualche giorno fa. Mi ha tolto il saluto. Anche su <em>fascbuc.</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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