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	<title>Art&#039;Empori &#187; Finisterre &#8211; viaggioracconti responsabili</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Per le vie delle nostre terre (II puntata)</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2016 06:58:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmela D'Antonio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Eventi locali]]></category>
		<category><![CDATA[Carmela D'Antonio]]></category>
		<category><![CDATA[Chi ha scelto il cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[Controcultura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia relazionale e solidale]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Storia del Sannio]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo consapevole]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri il meteo ci ha spaventati e ci ha protetti! Dato i temporali previsti lungo le nostre tappe abbiamo deciso di evitare una possibile doccia fredda in moto. Interrompere il viaggio sembrava un po’ come spezzare un incantesimo e così abbiamo deciso di dirigerci verso Ariano Irpino in auto. &#160; Questo paese che oggi si [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri il meteo ci ha spaventati e ci ha protetti!</p>
<p>Dato i temporali previsti lungo le nostre tappe abbiamo deciso di evitare una possibile doccia fredda in moto. Interrompere il viaggio sembrava un po’ come spezzare un incantesimo e così abbiamo deciso di dirigerci verso Ariano Irpino in auto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-18105" alt="IMG_1751" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1751-300x200.jpg" width="180" height="120" /></p>
<p>Questo paese che oggi si presenta su tre colli  non è attraversato dalla via Traiana che invece era stata fatta nella parte bassa, cioè in prossima di contrada Starza. Una contrada in cui sono stati rinvenuti scavi archeologici di capanne preistoriche in realtà molto più a valle dall’attuale centro storico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Aequum Tuticum ( così è denominata questa località) divenne anche una probabile stazione di sosta sul trattuto Pescasseroli- Candela durante il periodo sannita.  Fu un’importante via di  comunicazione e di commercio del passato, soprattutto quando divenne incrocio tra la via Herculea e quella Traiana.</p>
<p>Venne man mano abbandonata nel medio evo a causa delle invasioni barbariche e  dopo che i normanni costruirono un castello militare in cima al colle.</p>
<p>Raccolte  queste informazioni, presi gli ombrelli,  ci siamo diretti alla volta di Ariano Irpino.  Come di tradizione arianese non potevamo non onorare uno dei tanti ristoranti della zona mentre fuori l’acqua veniva giù a catinelle.</p>
<p>Passato il temporale nel pomeriggio ci siamo imbattuti in una cittadina deliziosa, in piena rievocazione storico medievale.<a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1723.jpg"><img class=" wp-image-18112 alignright" alt="IMG_1723" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1723-300x200.jpg" width="180" height="120" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ad accoglierci il gruppo del forum dei giovani che davano indicazioni sul territorio.</p>
<p>L’altitudine di Ariano ci ha regalato un grande freddo. All’inizio abbiamo trovato un po’ di riparo nel  museo delle ceramiche.</p>
<p>La fortuna ha voluto che mentre eravano intenti ad esplorare le torri una voce dall’alto ha attirato la nostra attenzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1732.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18111" alt="IMG_1732" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1732-264x300.jpg" width="158" height="180" /></a>Eravamo capitati difronte alla finestra di Carmen e Francesco che ci hanno protetti dal freddo, coccolato, fatto da cicerone per le torri, il museo medievale e la villa di Ariano e con loro abbiamo concluso la serata guardando la rievocazione storica dell’incendio di Ariano Irpino commissionato da Manfredi, figliastro di Federico II, per punire gli Arianesi che più volte si erano opposti al suo assalto alla cittadina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1812.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18106" alt="IMG_1812" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1812-200x300.jpg" width="120" height="180" /></a><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1719.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18110" alt="IMG_1719" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1719-200x300.jpg" width="120" height="180" /></a><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1769.jpg"><img class="alignleft  wp-image-18108" alt="IMG_1769" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1769-200x300.jpg" width="120" height="180" /></a></p>
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<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1789.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18107" alt="IMG_1789" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2016/08/IMG_1789-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vi salutiamo tutti insieme</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il mio cammino per Santiago.</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Sep 2015 18:58:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Nina Iadanza]]></category>
		<category><![CDATA[cammino di santiago]]></category>
		<category><![CDATA[finisterre]]></category>
		<category><![CDATA[nina iadanza]]></category>
		<category><![CDATA[paola mustilli]]></category>
		<category><![CDATA[scorrevole]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Nina Iadanza] Faccio fatica a trovare le parole per dire, troppe emozioni provate mai prima, tanti sentimenti rimescolati, e tutto nel giro di pochi giorni vissuti intensamente con ritmi che non conoscevo, tempi dimenticati, ma tutto molto a misura di persona. Tanti sono i cammini per raggiungere Santiago de Compostela in Spagna: quello del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[di <a href="http://www.artempori.it/artempori/category/mappa-sito/autori-di-artempori/nina-iadanza-autori-di-artempori-mappa-sito/" target="_blank">Nina Iadanza</a>] Faccio fatica a trovare le parole per dire, troppe emozioni provate mai prima, tanti sentimenti rimescolati, e tutto nel giro di pochi giorni vissuti intensamente con ritmi che non conoscevo, tempi dimenticati, ma tutto molto a misura di persona.<br />
Tanti sono i cammini per raggiungere Santiago de Compostela in Spagna: quello del Nord, il Francese, il Portoghese, l&#8217;Inglese, Via della Plata, il Primitivo.<br />
Insieme ad una mia amica (Paola Mustilli), ho fatto quello del Nord: Lourenza, Gontan, Villalba, Baamonte, Roxica, Sobrado, Brea, Santiago, Finisterre.<br />
Fino a Santiago, 170 km, in sette giorni con una media di 25 km al giorno, camminando di mattina e fermandoci a partire dal tardo pomeriggio.<br />
.<br />
La notte ci siamo fermate negli albergue, pubblici o privati, per pellegrini che sono tenuti abbastanza bene e offrono servizi a costi minimi.<br />
I percorsi sono segnalati in modo puntuale e, se si è attenti, è difficile perdersi. Una colonnina di pietra con una conchiglia indica sempre la direzione giusta.<br />
Lungo il cammino conosci persone che condividono la tua scelta e si adattano, mattina e sera devi sistemare le tue cose nello zaino, quando arrivi all&#8217;albergue, fai una doccia, lavi i pochi panni sporchi, poi te ne vai un po&#8217; in giro a visitare il posto e, di solito, dopo una cena frugale che puoi prepararti in ostello o consumare in qualche locale, con poca spesa, vai a dormire che è ancora giorno, ma qui fa notte tardi.<br />
La mattina ci si alza presto e via, col sole  o con la pioggia, per una nuova tappa.<br />
.<br />
<a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/09/cammino-santiago135-artempori.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-17355" alt="cammino santiago13,5 artempori" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/09/cammino-santiago135-artempori-300x223.jpg" width="300" height="223" /></a>No, non è mai noioso il cammino.<br />
Incontri tante persone e, anche se spesso si parlano lingue diverse, ci si capisce comunque e si lega perché una scelta così particolare diventa un&#8217;affinità di fondo molto forte che fa stringere rapporti. Ascolti le loro storie, racconti la tua, fai un pezzo di strada insieme e poi magari ci si ritrova.<br />
Giovani e meno giovani, a piedi, in bici, con carrellini, con asino, con i cani, una ragazza persino con un gatto nel marsupio, tutti spinti dai motivi più disparati e con i quali condividere un&#8217;esperienza così particolare.<br />
.<br />
E poi vedi posti sempre nuovi, affascinanti e a volte così belli che ti viene da piangere e pensi che comunque valga sempre la pena lo sforzo che fai per affrontarlo giorno dopo giorno.<br />
Le  case in pietra grigia che da queste parti chiamano pizarra, le chiese con i calvarios e i cruceros agli angoli delle strade o nel bel mezzo degli incroci, resti in pietra degli antichi tracciati del cammino, piccoli cimiteri neogotici con le guglie lungo le mura, i ponti medievali, gli horreos per conservare le granaglie, bellissime costruzioni rialzate in pietra e legno o mattone a seconda delle province attraversate.<br />
Brume di mattina, la luce del sole fino a tardi, prati immensi, piove spesso, mucche che pascolano tranquille, boschi di eucalipto che hanno sostituito i lecci spontanei, ma che servono per ricavarne la carta, cavoli piantati dappertutto, si usano molto per fare un piatto assai buono che è il caldo gallego.<br />
.<br />
E che dire della cucina galliega?<br />
Trovi sempre il pulpo gallego o in feira, il &#8220;caldo&#8221; in tutte le stagioni, i famosi pimientos del padron&#8230; unos pican y otros non, la torta santiago, anche se io preferisco il bizcocho, il nostro pan di Spagna.</p>
<p>.<br />
Povera, ma non miserabile, la Galizia.<br />
Tanti vecchi, pochi giovani; molti  sono andati via in cerca di lavoro.<br />
Poche grandi città, tanti piccoli borghi, diverse case abbandonate.<br />
La maggior  parte dei galiziani ritiene di avere radici celtiche, nonostante la Gallaecia e le altre invasioni. Ancora prima della Reconquista, era diventata povera e culturalmente arretrata con i re cattivi.<br />
Il  Rexurdimento, alla fine del XIX sec., fu presto soffocato dal regime franchista e migliaia di galiziani in miseria emigrarono verso l&#8217; America Latina.<br />
Risale al medioevo il ritrovamento della tomba di San Giacomo apostolo,  nella località che sarebbe poi diventata Santiago de Compostela, simbolo della Reconquista cristiana e meta di pellegrinaggio di fedeli di tutta Europa, la città più sacra e spirituale di tutta la Spagna.<br />
Oggi la Galizia è una regione di grande importanza per l&#8217;agricoltura e l&#8217;industria ittica, con 1200 Km di costa selvaggia solcata da profonde rias, isole e villaggi di pescatori dove si possono mangiare pesce e frutti di mare freschissimi con un entroterra che è un labirinto di valli e colline, piccoli borghi e alcuni centri più importanti come A Corugna, Vigo e  Lugo.</p>
<p>.<br />
Ma il cammino è, soprattutto, un viaggio interiore.<br />
Quali che siano le motivazioni che possono aver spinto a fare una simile esperienza, religiose, spirituali, culturali o anche sportive, il cammino resta un esperienza personale e interiore unica.<br />
Porti con te l&#8217;indispensabile, e t&#8217;accorgi di quanto superfluo c&#8217;è nelle nostre vite.<br />
Tutto deve stare in uno zaino che ti porti appresso giorno per giorno e certo anche con fatica.<br />
Ti misuri con le tue sole forze, fai i conti con le tue fragilità, con le tue paure e puoi scoprire l&#8217;impensato, l&#8217;inimmaginabile.<br />
Tutto viene a galla nelle ore di solitario cammino.<br />
.<br />
Oltre alla fatica fisica, ai momenti di inevitabile sofferenza, pensi che puoi correre  dei rischi, spesso ti ritrovi a fare km da sola in posti sperduti, ti può accadere qualsiasi cosa, pensi che ti puoi sentire male e che sarebbe difficile chiedere aiuto, che puoi fare un brutto incontro, perderti.<br />
Sì, le tecnologie, ma in certi posti non sempre funzionano e ti sembra di fare un tuffo nel passato.<br />
In fondo, il cammino è una grande metafora della vita: cominci con qualcuno che poi magari perdi per strada, ma poi ne incontri altri oppure te ne stai da sola per un bel po&#8217;, se non stai attento alle indicazioni, puoi facilmente perderti e allora ti tocca tornare indietro e aumentare le distanze, laddove non ci sono facili indicazioni, ti tocca decidere in breve, altrimenti perdi tempo e corri il rischio di sbagliare strada, allora guardi con circospezione nel giro di poco tempo e devi valutare in che direzione andare e scegli.<br />
E poi salite e discese e sentieri pianeggianti, le distese mozzafiato, i paesaggi bellissimi non raggiungibili se non a piedi, il fresco, mattina e sera, e il caldo del pomeriggio, la pioggia sottile.<br />
E stai attenta a quello che indossi, al cibo che devi consumare, all&#8217;acqua sennò rischi di restare senza e ti potrebbe toccare di chiederla.<br />
E ti può capitare di bussare ad una porta per chiederne e trovi una persona gentile che ti prega di fermarti, ti va a prendere la sedia comoda, ti dice di toglierti le scarpe e ti offre da bere.<br />
.<br />
Linsay Stevenson è un&#8217;anziana signora scozzese che innamorata della campagna galiziana, ormai da anni vive qui. Una persona meravigliosa.<br />
L&#8217;ho conosciuta quando sono rimasta senza acqua per un bel po&#8217; e mi ha offerto ospitalità.<br />
Ma ti capita anche la persona che ti dice che non puoi sdraiarti sulla panchina, che tu credevi pubblica, davanti alla sua casa, perché è privata!<br />
Oppure accade che nell&#8217;albergo per pellegrini non trovi più il tuo caricabatterie e ci rimani così male non tanto per il disagio che si viene comunque a creare, ma perché pensi che non sarebbe dovuto accadere&#8230;<br />
E inoltre capisci che il tempo è un&#8217;invenzione degli uomini, che camminando a piedi lo stravolgi e lo dilati per poi scoprire cose che non avresti mai vissuto altrimenti.<br />
.<br />
Quella distanza che con un mezzo copri in poche ore, a piedi la fai in più giorni, ma ci stai tutta dentro e senti quello che spostandoti con altre modalità non avresti mai potuto avvertire.<br />
Ma è un&#8217;altra dimensione, perduta, che puoi però far rivivere con esperienze come questa.<br />
Senti con tutta te stessa odori, colori, suoni, sapori. Non solo osservi con gli occhi, ma percepisci con tutto il tuo corpo: il profumo balsamico degli eucalipti o anche gli escrementi delle vacche, lo scorrere dell&#8217;acqua dei ruscelli, il vento fra i rami degli alberi o i silenzi assordanti. In certe ore del giorno tutto sembra fermarsi, non un fruscio, non un verso di uccello, le brume di prima mattina che avvolgono ogni cosa, il sapore indimenticabile del latte appena munto a colazione, il vento gradevole che rinfresca il sudore sulla pelle accaldata, la pioggia sulle braccia e sulle gambe nude. L&#8217;odore di stalla è pressoché una costante tra le Asturie e  in tutta la provincia di Lugo e  per buona parte della campagna galiziana.<br />
E ti rimane addosso impregnandoti gli abiti.<br />
Ma a me non dispiace, anzi.<br />
.<br />
A un certo punto ci siamo trovate in un tratto di strada cosparso di escrementi di vacche e la mia compagna di viaggio mi ha ricordato che &#8220;quando si sta nella merda non se ne sente più nemmeno la puzza&#8221;&#8230;<br />
Già, proprio così, spesso e volentieri, anche nella vita di tutti i giorni.<br />
Hai tanto tempo per riflettere o meditare e ti si chiariscono le idee, vai sciogliendo dubbi, hai  delle intuizioni, si definiscono situazioni.<br />
Anche se porti sempre comunque  dentro di te le persone care, sei sola con te stessa e non puoi certo rimandare l&#8217;appuntamento che hai con te, non hai le solite distrazioni, proprio non puoi farlo.<br />
E poi il cuore, gli affetti, i sentimenti.<br />
Ho incontrato persino l&#8217;amore negli sguardi e nelle parole accorate di un uomo anziano alla sua compagna carica di anni e di acciacchi che nonostante tutto faceva il cammino.<br />
Lui indicava a lei i gradini dell&#8217;ingresso di  una casa per non farla inciampare e la portava per mano, lei a piccoli passi lo seguiva.<br />
E hanno continuato insieme.<br />
Mi sono commossa fino alle lacrime.<br />
.<br />
Spesso ho pensato che una fede religiosa  sorregge nei momenti di inevitabile sconforto e incoraggia ad andare avanti nel cammino.<br />
Ho pensato ai pellegrini di ieri e di oggi che con fede hanno affrontato e affrontano un simile viaggio e a cosa può significare per loro l&#8217;arrivo nella cattedrale dell&#8217;apostolo.<br />
Per chi non è mosso da una simile fede, ma ne riconosce il valore e la rispetta, il cammino resta comunque un&#8217;esperienza fuori dal comune, che ti segna la vita, ti prende tutta.<br />
È un&#8217;esperienza così forte e intensa che sembra si mescoli tutta e fai fatica anche a ripercorrerla.<br />
Anche se forse è ancora troppo presto per raccontare, ho preferito fermare negli occhi e nel cuore questi giorni straordinari che di certo un po&#8217; mi cambieranno la vita.<br />
Buon cammino a tutti.</p>

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<a href='https://www.artempori.it/artempori/2015/09/12/il-mio-cammino-per-santiago/cammino-santiago1-artempori/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/09/cammino-santiago1-artempori-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="cammino santiago1 artempori" /></a>
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		<title>La Cina e il cielo dimenticato. Appunti di viaggio.</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 18:14:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Tullia Bartolini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Tullia Bartolini]]></category>
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		<category><![CDATA[reportage dalla cina]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Tullia Bartolini] Questo è il resoconto di un viaggio e di cosa mi sono portata a casa. La Cina non è un paese che possa lasciare indifferenti. Troppa bellezza, troppa bruttezza, troppo smog. Troppa inutile omologazione a un occidente dal quale ha preso (e prende) il peggio. La Cina è un monito su come rischiamo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>[di <a href="http://www.artempori.it/artempori/category/mappa-sito/autori-di-artempori/tullia-bartolini-autori/" target="_blank">Tullia Bartolini</a>] Questo è il resoconto di un viaggio e di cosa mi sono portata a casa.</em></p>
<p><em><strong>La Cina</strong> non è un paese che possa lasciare indifferenti. Troppa bellezza, troppa bruttezza, troppo smog. Troppa inutile omologazione a un occidente dal quale ha preso (e prende) il peggio. La Cina è un monito su come rischiamo seriamente di diventare: indifferenti al passato e alla bellezza</em>.</p>
<p><em>In nome del dio PIL</em>.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Pechino</span></strong>. Sono in una delle città più belle del mondo, come scrisse Pierre Loti, inarrivabile e misteriosa, immersa nella nebbia dei gas di scarico delle auto, circondata dai vapori delle fabbriche che non smettono mai di produrre.</p>
<p>Nella hall dell&#8217;hotel si respira, è un’oasi di pace nel traffico, tra le biciclette, i motorini sfreccianti, le auto. Dico alla guida che vivo in una città con poco più di sessantamila abitanti. Ride: in Cina, quelle come la mia, non le chiamano neppure città.</p>
<p>La prima tappa è Piazza Tienanmen.</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_0850.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-17060" alt="IMG_0850" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_0850-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p>E’ giorno, è estate, non piove. Ma il cielo è offuscato da una caligine biancastra di smog e polveri sottili. Da lontano, si intravede a stento il mausoleo di Mao Zedong. I contadini (che, come tutti i cinesi, hanno un reddito pro capite tra i più bassi al mondo) in visita alla città, si commuovono ancora nel vedere (quando lo smog lo permette) il quadro col faccione di Mao che adorna il mausoleo. L’ultimo imperatore, in fin dei conti, è stato <em>lui</em>.<br />
Di notte, però, la capitale si illumina d’artificio e colori. Pulita come una città europea, splendida nel bagliore dei fari che spezzano le nebbie, dorata nel colore caldo dei lampioni. Il Palazzo d’estate, distrutto e ricostruito, è bello nonostante tutto: il grigio e l’aria spessa e soffocante. Cammino lungo il corridoio dove passeggiava Cixi, la concubina dalle mille vite che usurpò il rango di imperatrice dando il figlio maschio all’Impero. Mao ha distrutto templi, pagode, le mura della città: perdite definitive, irrecuperabili. Le Guardie Rosse hanno tagliato di netto le teste dei leoni che decoravano gli ingressi degli hutong. Dove c’erano case a corte ombreggiate dagli alberi, laghi in cui ondeggiavano i fiori di loto, vivono, dal 1949, numerose famiglie che non hanno neppure un bagno. Ogni cinquanta metri si trova un gabinetto pubblico, che viene pulito a spese dell’amministrazione tre volte al giorno. Costruzioni grigie, tutte uguali, hanno preso il posto delle case di epoca imperiale, rase ovviamente al suolo. I bagni sono sporchi, dagli uscii arriva un odore nauseabondo, la gente fa i propri bisogni davanti a tutti, in molte di queste latrine mancano anche le porte. In centro ci sono isole pedonali che rifanno il verso all’antica Pechino: palazzi restaurati, spesso con parti di altri palazzi, di altre regioni della Cina, in un collage che ha tentato, già all’epoca di Deng Xiaoping, di restituire dignità alla bellezza. Nulla ha avuto un senso, dopo Mao, se non quello di consegnare il Paese al capitalismo: risposta e reazione.<br />
Ora la Cina ha il Pil più alto del mondo, è affollata, soprattutto ad Est del Paese, da un miliardo e quattro di persone; sono pochissimi i ricchi, le campagne limitrofe ai nuclei abitati sono state cementificate, appaiono affollate di costruzioni e fabbriche. Il cielo è quasi ovunque intossicato dai veleni. La Cina delle dinastie è solo un lontanissimo ricordo, buono solo per i turisti in libera uscita. A casa del nipote del cuoco dell’ultimo imperatore (anche lui cuoco) abbiamo imparato a fare i ravioli. Lui gode di un tenore di vita migliore di altri, percepisce una bella pensione; ma preferisce arrotondare le entrate accogliendo i turisti nel suo hutong a due passi dalla Torre del Tamburo. Ci chiede quanto possa costare una casa a Venezia. Molto meno del suo piccolo hutong, paradossalmente. Che è piccolo, arredato in modo kitsch, eppure vi regna la pace e il feng shui pare studiato alla perfezione perché non entri, tra quelle pareti, il caos della città. Ci sto così bene che quasi non me ne andrei…<br />
Lasciamo Pechino dopo una lunga passeggiata lungo la Grande Muraglia: un’esperienza stupenda, non disturbata più di tanto dalla miriade di turisti giapponesi che la invadono ogni giorno. Abbiamo comunque scelto il percorso meno affollato e, nonostante in Cina il recupero dei monumenti abbia uno scarso carattere conservativo, qui resta la bellezza e l’incanto.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Lungo la strada: il Tempio sospeso</span></strong></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_1054.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-17063" alt="IMG_1054" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_1054-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p>In Cina, le distanze sono immense, le città sovrappopolate, i ‘villaggi’ contano milioni di abitanti. Speriamo sempre in un cielo azzurro, aperto. Arriviamo in treno a Datong, dopo una notte insonne, e la guida ci racconta che un sindaco illuminato ha varato una politica che riduce le emissioni dei gas e delle polveri sottili nell’aria. Infatti il cielo appare meno asfittico e, quando visitiamo le sculture nella roccia di Yungang, una gioia profonda ci assale. Una miriade di immagini del Buddha scolpite, di grandi dimensioni ma anche piccolissime, accompagnano il percorso, nel profumo degli incensieri. Poco lontano, le tracce dei carri che hanno scavato la strada, ai tempi delle grandi carovane dei commercianti lungo la Via della Seta. La regione dello Shanxi, scopriremo poi, è una delle più belle della Cina: visitiamo il Tempio sospeso, che sorge ai piedi monte Hen, abitato fino a qualche decennio fa dall’ultimo monaco buddhista. Si raggiunge salendo una comoda scalinata. Un tempo, però, i pellegrini affrontavano strade impervie e numerosi pericoli per andarvi a pregare. Il tempio fu costruito 1500 anni fa da un monaco, Liao Ran, in modo da dominare le inondazioni del fiume, ricorrendo a tecniche raffinatissime e senza adoperare neppure un chiodo. La stanza dove l’ultimo ospite dormiva è ancora lì, pare di vederlo alzarsi nel freddo del mattino per preparare the caldo ai viandanti stremati.<br />
La vera sorpresa , però, ci aspetta a Pingyao: una città intatta, millenaria, protetta da antichissime mura, risparmiata dalle Guardie Rosse di Mao perché, al tempo, era in una posizione isolata rispetto al resto della nazione. Le facciate dei palazzi, l’acciottolato, le porte, i mercati: i colori, le bancarelle (che vendono pura paccottiglia in stile cinese)e le lanterne rosse ondeggianti al vento, ne fanno un luogo incantevole. E’ quello che sogniamo ogni volta che pensiamo alla Cina imperiale: alle pagode, agli imperatori, alle dinastie. Dominata dal colore grigio delle case, purtroppo chiusa da un cielo asfittico (come quasi tutte le città cinesi), non è per questo meno affascinante. Stesso clima si respira nell’antico (e brutto) villaggio Zhangbi, dove Zhang Yimòu girò il film ‘Lanterne rosse’: qui visitiamo la residenza della famiglia Wang, un meraviglioso labirinto di ponti, stanze, strade, cortili, archi, porte e giardini da togliere il fiato.</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_1039-e1438711077341.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-17062" alt="IMG_1039" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_1039-e1438711077341-225x300.jpg" width="225" height="300" /></a>Con l’aereo tagliamo enormi distanze, visitiamo <span style="text-decoration: underline;"><strong>Xian, Chengdu, Leshan</strong></span>. I guerrieri di terracotta (non uno uguale all’altro), patrimonio dell’Umanità, creati per volere dell’Imperatore più crudele di tutte le dinastie, sono presi d’assalto dai turisti. Dispiace sapere che furono tutti distrutti dalla rivolta contadina contro l’Impero, e che molti ancora sono da rimettere assieme, pezzo per pezzo: bellezza faticosamente restituita al tempo, in una città, Xian, che era tra le più antiche della Cina e che, adesso, soffoca dentro una cortina di smog e nebbia. Oltre alla Grande Moschea (dove gli interventi di restauro non hanno tolto fascino all’edificio, fortunatamente) e alla strada musulmana (in cui si vendono oggetti kitsch e solite pacchianerie, ma si può trovare dell’ottimo cibo di strada) non si vede che un caotico ammasso di grattacieli e palazzi costruiti a tempo di record, brutti e disarmonici. Anche la Pagoda dell’Oca, restaurata in modo invasivo come sempre accade, qui in Cina, non esercita alcun fascino, ai miei occhi. Se almeno ci fosse il sole…<br />
Anche a Chengdu poca bellezza e molto traffico: i Panda sono la sola ragione che possa giustificare la visita a questa città. Animali pigri, che trovano noioso anche riprodursi, ma che ho trovato meravigliosi nella loro quieta, pacata presenza. Tutto è così diverso dalla città, nel Giant Panda Breeding Research Base, immerso nel verde, nella pace, sotto una pioggerella che sembra dar tregua alla chiusura del cielo, che fa luccicare le foglie dei bambù.<br />
La tappa successiva, Guilin, non conserva alcuna parte dell’antica bellezza: da lì, però, ci si può imbarcare per attraversare il fiume Li e arrivare, d’incanto, in un luogo sospeso nel tempo. Ecco, appena sbarcati, le case in calce, le piccole strade percorse dalle bici, e poco importa che, all’arrivo, si sia stati presi d’assalto dai venditori di souvenir. Siamo a Yangshuo e il centro del paese è un’infilata di bancarelle e negozi che vendono – talvolta &#8211; oggetti di straordinaria bellezza, manufatti delle minoranze etniche. La struttura in cui ci fermiamo è eco-sostenibile: mobili in bambù e impianti a risparmio energetico. Non c’è neppure la Tv: chi vuole, può prendere dei dvd e godersi i film che desidera. Sembra di essere in un interno come quelli descritti dalla Duras ne ‘L’amante’. Lungo l’affluente del fiume Li scivolano le zattere che trasportano i turisti. Ci concediamo un giro, con tanto di foto scattata da una delle strutture galleggianti disseminate lungo l’argine. Tutto è rallentato, perfino il sole spunta da dietro le nuvole: ci sembra un miracolo. Il mattino dopo, un lungo giro in bici nel cuore delle campagne, tra le case imbiancate e le risaie: campi di fiori di loto, terra rossa, bambini che rincorrono le galline.</p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_1579.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-17065" alt="IMG_1579" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/IMG_1579-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a>Ma poi arriva <strong><span style="text-decoration: underline;">Shanghai</span>. </strong>La città col secondo grattacielo più alto del mondo, oltre seicento metri che svettano nello smog più fitto, è una metropoli senza fascino e senza storia. Negozi grandi firme, solite marche per tutti i gusti, traffico congestionato. Un condensato di ciò che la Cina è diventata. L’economia è perno del sistema; non è sufficiente fuggire lontano, in provincia. Il sistema ti rincorre comunque: la terra è un peso, coltivarla troppo faticoso. Chi nasce in Cina, d’altronde, deve aver dimenticato che colore ha il cielo, e dubito abbia mai visto le stelle. La massa rincorre l’omologazione, la cultura millenaria di questo Paese è stata stravolta, violentata, recuperata in ritardo e malamente. A Shanghai, un tempo, i viaggiatori che approdavano si ritrovavano davanti il Bund: palazzi di inizio novecento, con tutto il fascino coloniale che ancora emanano; e poi c’erano i quartieri delle concessioni inglesi e francesi. Oggi, il quartiere è bello solo di sera, quando si illumina di mille colori e si spezza la cortina di smog che avvolge tutta la città. Allora, una folla di turisti, cittadini, vecchi e bambini, si affanna a fare selfie sullo sfondo dei prodigi del mondo moderno. Palazzi illuminati da scritte pubblicitarie, rutilanti cascate di lustrini, improvvisi lampi d’artificio: tutto secondo il diktat del ‘mangia, consuma, crepa’. Ma pochi sembrano accorgersene. L’artificio viene riprodotto nelle hall dei grandi alberghi, nei negozi dove è possibile farsi rapire dalla tecnologia; ma non fatevi ingannare dalla giada che luccica dietro le vetrine delle gioiellerie. E’ tutto un fake, a meno che non fuggiate dalle grandi città e vi facciate prendere da qualche storia, con un libro nello zaino che vi aiuti a comprendere (senza giustificare) uno dei Paesi più misteriosi e affascinanti del mondo. Allora, dai cortili degli hutong, con un sorriso pacificato, potrà venirvi incontro un funzionario dell’epoca Ming, avvolto ancora nei suoi abiti di seta.<br />
Ha un grillo in una gabbia che gli fa buona compagnia, o un pappagallo che vi saluta cordiale. Con un cenno del capo vi invita a entrare, a godere della frescura del cortile, sotto le tamerici che ondeggiano al vento.<br />
In Cina, forse, è possibile ancora immaginare. Per il resto – ma non voglio crederci fino in fondo – è troppo tardi.</p>
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		<title>I giardini di Ninfa tra poesia, arte e magia.</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jul 2014 17:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Mariapaola Bianchini] Il giardino di Ninfa è un monumento naturale di rara bellezza che somiglia ad un collage dei più bei quadri impressionisti. Si trova vicino la città di Latina e nei pressi di altrettanto bei monumenti quali il Castello di Sermoneta e l&#8217;Abbazia di Valvisciolo. Se siete alla ricerca di un posto poetico [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">[di Mariapaola Bianchini] Il giardino di Ninfa è un monumento naturale di rara bellezza che somiglia ad un collage dei più bei quadri impressionisti. Si trova vicino la città di Latina e nei pressi di altrettanto bei monumenti quali il Castello di Sermoneta e l&#8217;Abbazia di Valvisciolo. Se siete alla ricerca di un posto poetico e silenzioso,  fuori dal tempo e lontano dalla frenesia cittadina, quest&#8217;area dell&#8217;Agro Pontino è una valida opzione per un fine settima estivo alternativo a mare, piscina e città d&#8217;arte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/giardini-di-ninfa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-13285" alt="giardini di ninfa" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/giardini-di-ninfa-300x105.jpg" width="300" height="105" /></a>Partendo dal principio, l&#8217;Agro Pontino è stata per secoli un&#8217;area paludosa e i principali centri urbani, di cui oggi restano importanti testimonianze medioevali come Sermoneta, sorgevano sulle alture. Ninfa era uno dei più antichi borghi medioevali e l&#8217;unico che sorgeva nelle zone più basse. A causa di questa posizione attaccabile da passanti e malarie, fu presto abbandonato dai suoi cittadini. Di quell&#8217;antico periodo rimangono solo dei resti. Proprio su essi, all&#8217;inizio del 1900, Celaseo Caetani cominciò a costruire il giardino destinato a diventare uno dei più belli d&#8217;Italia. Il modello scelto dall&#8217;erede dell&#8217;antica dinastia Caetani, che nel medioevo governava Ninfa, è quello del giardino inglese. Nel tempo il giardino si è impreziosito di specie botaniche occidentali e orientali tanto da diventare giardino botanico protetto. Numerose specie di piante e numerose varietà di fiori abbelliscono oggi le antiche strade, case e chiese di Ninfa. L&#8217;atmosfera poetica e malinconica si arricchisce di una potenza energetica e rigenerativa grazie alla presenza di piccoli corsi d&#8217;acqua, il fiume Ninfa e ruscelli. L&#8217;ultima erede della famiglia, Leila Caetani, aveva l&#8217;abitudine di passeggiare ogni giorno nel giardino e fermarsi nei suoi posti preferiti per dipingere. I quadri che scaturivano erano specchi fedeli della bellezza che la circondava, tanto da somigliare appunto a dipinti impressionisti.</p>
<div id="attachment_13289" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/abbazia-di-Valsisciolo.jpg"><img class="size-medium wp-image-13289" title="Chiostro dell'Abbazia di Valvisciolo " alt="abbazia di Valsisciolo" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/abbazia-di-Valsisciolo-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Chiostro dell&#8217;Abbazia di Valvisciolo</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il giardino di Ninfa è un parco protetto dal WWF. E&#8217; aperto solo in alcuni periodi dell&#8217;anno, a primavera e in estate. La visita non è proprio comoda data  una certa rigidità nei movimenti, c&#8217;è una guida che accompagna nel percorso togliendo la possibilità di libertà. Resta un&#8217;esperienza unica, da non farsi mancare. E dopo qualche ora di poesia naturale, ci si può spostare in poco tempo verso Sermoneta e nel tragitto riposarsi nel bellissimo chiostro dell&#8217;Abbazia di Valvisciolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">[Le foto sono state scattate da Mariapaola Bianchini]</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Per una visione ottimale della photogallery, <strong>cliccare all’interno della foto in testa all’articolo</strong> e, poi (apertasi una nuova finestra), cliccare sulla destra di ogni foto (per andare avanti) o cliccare sulla sinistra della foto (per andare indietro).</span><br />
<span style="color: #993300;">Le foto scorrono più velocemente se si utilizza la rondella del mouse.</span><br />
<span style="color: #993300;"><strong>E’ sconsigliato</strong> cliccare sulle foto in miniatura che qui seguono.</span></p>

<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/07/13/i-giardini-di-ninfa-tra-poesia-arte-e-magia/attachment/1/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="1" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/07/13/i-giardini-di-ninfa-tra-poesia-arte-e-magia/attachment/2/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="2" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/07/13/i-giardini-di-ninfa-tra-poesia-arte-e-magia/attachment/3/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/3-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="3" /></a>
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<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/07/13/i-giardini-di-ninfa-tra-poesia-arte-e-magia/attachment/5/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/5-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="5" /></a>
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<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/07/13/i-giardini-di-ninfa-tra-poesia-arte-e-magia/attachment/7/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/7-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="7" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/07/13/i-giardini-di-ninfa-tra-poesia-arte-e-magia/attachment/8/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/07/8-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="8" /></a>
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		<title>Consigli di viaggio. Pantelleria, l&#8217;isola ecosostenibile.</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jun 2014 18:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Tullia Bartolini] “Peccato che i giapponesi prendano tutto il pesce qui da noi, con i sonar”. La signora ha una lenza in mano ed è molto arrabbiata. Vive a Palermo ma, ogni estate, raggiunge Pantelleria. “L’ennesimo furto, come i capperi che vengono comprati dalla Tunisia a minor prezzo e rivenduti qui”. Pesce e capperi a parte, Pantelleria [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102589" style="text-align: justify;"><span id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102587">[<a href="http://www.artempori.it/artempori/category/mappa-sito/autori-di-artempori/tullia-bartolini-autori/">di Tullia Bartolini</a>] “Peccato che i giapponesi prendano tutto il pesce qui da noi, con i sonar”. </span><span id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102584">La signora ha una lenza in mano ed è molto arrabbiata. </span><span id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102581">Vive a Palermo ma, ogni estate, raggiunge Pantelleria. </span><span id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102578">“L’ennesimo furto, come i capperi che vengono comprati dalla Tunisia a minor prezzo e rivenduti qui”.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102593" style="text-align: justify;"><span id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102591">Pesce e capperi a parte, Pantelleria riluce sotto il sole, vera perla nera del Mediterraneo,  a dispetto della modernità. </span><span id="yui_3_16_0_1_1403678342592_102594">La chiamano l’isola ‘rural chic’, per i suoi resort seminascosti nel verde, i dammusi elegantemente ristrutturati, le case dei vip, le frequentazioni delle star americane.</span></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, a starci qualche giorno, Pantelleria si rivela un’isola da vivere in piena libertà: non ci sono servizi, se non quelli essenziali e, per le saune naturali o i fanghi, non si paga pedaggio. Il lago di Venere non ha neppure un chiosco dove poter bere una bibita, ed è così anche a Gadir dove, mi racconta un isolano, è stato ultimato un ristorante un anno fa ma nessuno ha ancora accordato la licenza perché si aprano i battenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono comode discese a mare. La costa è frastagliata e cade a picco nell’acqua blu scuro, soprattutto nella parte ‘dietro l’isola’, come amano definirla i panteschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Pantelleria è un paradiso per gli amanti del trekking, per chi rispetta la natura, sia che ci si inerpichi verso l’acropoli, lungo una modesta salita con vista sul paese, sia che ci si diriga alla grotta termale.</p>
<p style="text-align: justify;">Guidando verso Scauri ci si imbatte in una ripida scalinata che finisce nella grotta dove Calipso sedusse Ulisse. Vasche d’acqua calda, immerse nell’oscurità,  accolgono i turisti: c’è solo uno spogliatoio malmesso, anni ’70, e neppure una lampadina a rischiarare il buio. Ed è bello così. I posacenere per gli incalliti fumatori sono bottiglie di plastica piene di acqua marroncina dove gettare i mozziconi: un riciclo intelligente di materiale così poco ecosostenibile. Ci sono, qui e lì, piattaforme di legno e minime discese scavate nella lava e rinforzate col cemento; ma gli isolani non vivono di turismo né di pesca, accolgono tutti con gentilezza e il cibo è ottimo, sia che si voglia spendere, sia che si desideri mangiare in modo gustoso ma semplice (ottimi gli spaghetti al nero di seppia del ristorante Acquamarina, al porticciolo).</p>
<p style="text-align: justify;">Pantelleria nasce nel Mediterraneo da enormi colate laviche, alte anche ventine di metri sotto il livello del mare. Trentacinquemila anni fa si formarono molte delle spiagge che vediamo adesso, come i costoni che degradano verso le onde.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ossidiana, che era l’oro del tempo, veniva scavata sin da epoche remote e attrasse qui i Sesioti, un gruppo etnico forse proveniente dalla Tunisia, alla ricerca di ricchezza. Con l’ossidiana – oggi rara da trovare &#8211; , pietra scura e scintillante, era possibile fabbricare utensili, e i Sesioti si adoperarono a tagliarla con maestria inusitata, dati i pochi strumenti a loro disposizione. Parliamo di un popolo vissuto circa 5000 anni fa: a loro si deve il muro primitivo alto otto metri, il più antico del Mediterraneo, che circonda il villaggio. E’ qualcosa che toglie il fiato, per la perfezione con cui è costruito: senza malta, senza calce, in un incastro di pietre laviche imponente. I Sesi sono le tombe che ci hanno lasciato: i corpi dei morti venivano deposti in posizione fetale, con un amore e un’attenzione che stupiscono, dati i tempi. Il villaggio presenta i resti di costruzioni ovoidali &#8211; di cui ci sono rimaste le fondamenta &#8211; addossate le une alle altre, come a proteggere la popolazione. Sotto, lungo il costone, appare la cava di ossidiana e, di fronte, il mare luminoso dove sprofonda il sole: mi piace immaginare uno dei Sesioti con lo sguardo perso lungo la linea dell’orizzonte.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo pochissimo di questo popolo, né conosciamo le ragioni della loro scomparsa. Affrontarono di sicuro un viaggio difficile per raggiungere l’isola. Qui decisero di vivere, di organizzare la loro vita, di seppellire i propri morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Al centro di una capanna, scorgo quattro pietre messe assieme a formare un quadrato dove, probabilmente, le donne di casa mettevano ad arrostire il cibo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto, a Pantelleria, è sorprendente. I giapponesi non ce la faranno a distruggere l’incanto, la meraviglia, che vedi ounque. Penso a come doveva essere il paese prima della seconda guerra mondiale e dei bombardamenti americani, durati trentacinque giorni: una medina araba, pullulante di persone, imbiancata  a calce, ombreggiata dalle palme. Non ne resta che un quadrivio, chiuso al traffico, col selciato intatto.</p>
<p style="text-align: justify;">I panteschi vivono comunque di agricoltura: la potatura bassa dei vitigni e degli olivi consente di tutelare le coltivazioni dal vento forte che soffia sull’isola. Gli alberi da frutto sono protetti nelle caratteristiche costruzioni tonde che li  circondano, alla maniera araba. La piana della Ghirlanda è un luogo fuori dal tempo, con le sue tombe bizantine, il verde delle coltivazioni, la loro disposizione geometrica. Incontriamo un raccoglitore di capperi che, in perfetto italiano, ci parla di sè e del suo lavoro e poi si perde nella spianata.</p>
<p style="text-align: justify;">Dagli uscii delle case si spande un odore di cucinato, mentre fuori, al sole, il bucato s’ asciuga sventolando come un saluto. Non vedo yacht né mega barche ancorate in porto : qui, il mare aperto, fa paura ai naviganti d’assalto. La benzina costa quasi il doppio, e pure il gasolio: un buon motivo per preferire biciclette o altri mezzi di trasporto, che non sembrano spaventare gli isolani.</p>
<p style="text-align: justify;">Pantelleria è un’isola ecosostenibile, poco attratta dalla modernità, fuori dal tempo e collegata alla Sicilia da una nave veloce che porta i più giovani a Trapani in poche ore. La vita ‘isolana’ può annoiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma credo che anche chi parte sia destinato a rimpiangere per sempre quel ritmo lento e conciliante; il riflesso del sole sulla lava bollente; il mugghiare del mare in lontananza, l’urto contro la roccia, il balzo in avanti del cuore.</p>
<p><span style="font-family: Calibri;">
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		<title>La Corsa dell&#8217;Angelo e l&#8217;anima contadina di Forio d&#8217;Ischia</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2014 08:04:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Ciro Iaconis] Quest&#8217;anno ho trascorso la Pasqua a Forio d&#8217;Ischia. I riti pasquali sono molto sentiti dalla popolazione: si inizia con il Venerdì santo con delle scene della vita di Gesù fino alla crocifissione e si finisce con la Corsa dell&#8217;Angelo, la domenica di Pasqua. La Corsa dell&#8217;angelo è un rito che ha 400 anni. Organizzata dall’antica [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p id="yui_3_13_0_7_1398926240074_17" style="text-align: justify;">[di Ciro Iaconis] Quest&#8217;anno ho trascorso la Pasqua a Forio d&#8217;Ischia. I riti pasquali sono molto sentiti dalla popolazione: si inizia con il Venerdì santo con delle scene della vita di Gesù fino alla crocifissione e si finisce con la Corsa dell&#8217;Angelo, la domenica di Pasqua.</p>
<p id="yui_3_13_0_7_1398926240074_17" style="text-align: justify;">La <a href="http://www.ischia.it/la-corsa-dell-angelo-a-forio-isola-d-ischia" target="_blank">Corsa dell&#8217;angelo</a> è un rito che ha 400 anni. Organizzata dall’antica arciconfraternita di Santa Maria Visitapoveri, vede l&#8217;angelo correre tre volte verso la Madonna per convincerla che il figlio è risorto. Quando la Madonna si convince, insieme a Giovanni va incontro al Cristo risorto.</p>
<p id="yui_3_13_0_7_1398926240074_17" style="text-align: justify;">Ischia è detta &#8220;Isola verde&#8221; per la folta e meravigliosa vegetazione presente. Spesso si pensa ad Ischia come vacanza di mare e termale, ma non è corretto perché l&#8217;isola offre grandi passeggiate naturalistiche tra boschi pinete e colline che delineano i vecchi crateri che hanno formato l&#8217;isola con le loro eruzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il comune che prediligo è Forio. Si avverte un&#8217;anima contadina ancora molto forte. Sul suo territorio si coltivano i migliori vitigni dell&#8217;isola: Biancolella, Forastera e Pere e&#8217; palummo della <a href="http://www.dambravini.com/" target="_blank">Casa D&#8217;Ambra</a> e delle <a href="http://www.pietratorcia.it/it/" target="_blank">Cantine Pietratorcia</a> della famiglia Iacono. Quest&#8217;ultima si è preoccupata di riaprire l&#8217;<a href="http://www.pietratorcia.it/it/antica-libreria-mattera.html" target="_blank">Antica libreria Mattera</a> che, dagli anni cinquanta ai settanta, fu crocevia dei fermenti culturali di Forio. Per i golosi è fondamentale una visita alla pasticceria Calise. Consiglio l&#8217;hotel Villa Verde, una piccola struttura al centro di Forio, che, con solo dodici camere a conduzione familiare, fa sembrare di stare a casa propria.</p>
<p id="yui_3_13_0_7_1398926240074_17" style="text-align: justify;">Dal mare si va verso il Monte Epomeo dove ci sono molti ristoranti che offrono il tipico piatto locale: Bucatini col sugo di <a href="http://www.conigliodifosso.it/fosso.htm" target="_blank">coniglio di fossa</a> (ristorante il Bracconiere). Dal monte si vedono panorami indimenticabili ed un tramonto unico essendo il comune a Nord-Ovest.</p>
<p id="yui_3_13_0_7_1398926240074_17" style="text-align: justify;">Forio è da considerarsi il centro culturale dell&#8217;isola, perché è stata meta prediletta di letterati ed artisti. Basta ricordare la Colombaia, storica residenza di Luchino Visconti, e la villa di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/William_Turner_Walton" target="_blank">William Walton</a>, celebre compositore inglese. Lady Susana Walton, dal 1958, volle incorniciare la dimora con il giardino &#8220;<a href="http://www.lamortella.org/" target="_blank">La Mortella</a>&#8221; che è considerato tra i più belli al mondo.</p>
<p id="yui_3_13_0_7_1398926240074_17" style="text-align: justify;">Per le strade si vedono molte torri, fortificazioni di avvistamento e di difesa: la più grande e nota è il Torrione, simbolo del comune. Alcune contrade hanno nomi come Panza, Bocca e Ciglio che rappresentano parti del corpo del gigante Tifeo, prigioniero sotto l&#8217;isola.</p>
<p>—</p>
<p>Foto di Ciro Iaconis (napoletano che, lavorando per la Mondadori, frequenta la comunità del GAS Arcobaleno che si appoggia alla libreria Masone di Benevento).<br />
.<br />
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<p><strong>E’ sconsigliato</strong> cliccare sulle foto in miniatura che qui seguono.</p>

<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/05/01/la-corsa-dellangelo-e-lanima-contadina-di-forio-dischia/forio-ischia20-f-ciro-iaconis/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/05/forio-ischia20-f.ciro-iaconis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="forio ischia20 f.ciro iaconis" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/05/01/la-corsa-dellangelo-e-lanima-contadina-di-forio-dischia/forio-ischia22-f-ciro-iaconis/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/05/forio-ischia22-f.ciro-iaconis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="forio ischia22 f.ciro iaconis" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/05/01/la-corsa-dellangelo-e-lanima-contadina-di-forio-dischia/forio-ischia24-f-ciro-iaconis/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/05/forio-ischia24-f.ciro-iaconis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="forio ischia24 f.ciro iaconis" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/05/01/la-corsa-dellangelo-e-lanima-contadina-di-forio-dischia/forio-ischia25-f-ciro-iaconis/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/05/forio-ischia25-f.ciro-iaconis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="forio ischia25 f.ciro iaconis" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/05/01/la-corsa-dellangelo-e-lanima-contadina-di-forio-dischia/forio-ischia26-f-ciro-iaconis/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/05/forio-ischia26-f.ciro-iaconis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="forio ischia26 f.ciro iaconis" /></a>
<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/05/01/la-corsa-dellangelo-e-lanima-contadina-di-forio-dischia/forio-ischia31-f-ciro-iaconis/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/05/forio-ischia31-f.ciro-iaconis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="forio ischia31 f.ciro iaconis" /></a>
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<a href='https://www.artempori.it/artempori/2014/05/01/la-corsa-dellangelo-e-lanima-contadina-di-forio-dischia/forio-ischia48-f-ciro-iaconis/'><img width="150" height="150" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/05/forio-ischia48-f.ciro-iaconis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="forio ischia48 f.ciro iaconis" /></a>
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		<title>Passione procidana. I Misteri isolani del venerdì santo.</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2014 08:02:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Brunella Severino] La sveglia regolata sulle quattro del mattino, è un piccolo sacrificio che si spende volentieri per entrare nella magica atmosfera che avvolge l&#8217;isola nei giorni della settimana Santa. Se conoscete Procida, non esitate a visitarla in questa occasione, per conoscere i suoi &#8220;misteri&#8221;, e raccogliere il dono dell&#8217;emozionante esperienza che la popolazione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">[di Brunella Severino] La sveglia regolata sulle quattro del mattino, è un piccolo sacrificio che si spende volentieri per entrare nella magica atmosfera che avvolge l&#8217;isola nei giorni della settimana Santa. Se conoscete Procida, non esitate a visitarla in questa occasione, per conoscere i suoi &#8220;misteri&#8221;, e raccogliere il dono dell&#8217;emozionante esperienza che la popolazione condividerà con voi, accogliendovi ospitale nella sua Processione.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scenari caratteristici che spuntano da ogni angolo, mentre si attraversano vicoli, piazzette e cortili, il mare che si affaccia improvviso ad una svolta o affacciata, non smettono mai di stupire ed incantare: non so trovare parola diversa dall&#8217;incanto, che poi diventa incantesimo, per esprimere le sensazioni che animano chi scopre questo piccolo grande mondo. Ho visitato altre isole, ma Procida mi ha rubato il cuore, e non mi basta mai il tempo che riesco a strappare al mio, per  tornare a lei, e continuare ad esplorarla, per innamorarmene ancora di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Come in questi ultimi due giorni, trascorsi in passione, contagiata e animata dal fermento generale annunciato dallo struggente suono delle trombe, che ti trafigge l&#8217;anima di brividi e ti rimanda al Cristo trafitto per noi. Il susseguente battito unico sul tamburo, sospende per un attimo  il tuo cuore e pensi a quella fine sacrificale, che non si  può dimenticare, anzi si vuole ricordare, attraverso tante tradizioni, che tanti popoli diversamente  rinnovano con fede.</p>
<p style="text-align: justify;">E Procida ricorda con i suoi Misteri: spettacolari creazioni scultoree che rappresentano vari momenti della Passione, interpretati con devota dedizione e talento  artistico, montate su piattaforme che poi pesantissime, vengono trasportate dai gruppi appartenenti alla congrega dei Turchini: la più antica che ha il compito di condurre la processione. La sera del giovedì santo,  ci si  reca in visita al Sepolcro,  dove il Cristo morto, realizzato in una realistica antica scultura in legno, giace al centro della piccola chiesa allestita dai membri della congrega.</p>
<p style="text-align: justify;">Una visita e poi l&#8217;attesa della sua uscita nella prima processione, per la quale io ed i miei amici, ci siamo affrettati su, verso Terra Murata, il punto più alto e panoramico dell&#8217;isola, che si raggiunge dalla ripida salita di Semmarezio, per giungere ai &#8220;cantieri &#8221; dei Misteri, dove fervono gli ultimi ansiosi preparativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Grossi tendoni, nascondono le opere che seppure ancora da ritoccare, già rivelano la propria bellezza e genialità di ispirazione, e ti affretti per non mancare di vederne  alcuno, perché adesso sono proprio lì vicinissimi, e puoi sfiorarli nello splendore dei volti di antichi e possenti personaggi , che abili mani hanno saputo caratterizzare di pensose espressioni, di sguardi che si posano su scenari di navi, di pesca,  di quotidianità .Vite tramandate  nelle tradizioni, come  questa dei Misteri, che racconta generazioni di gente semplice ma fiera, ospitale ma misteriosa, come le sue genìe, che cerchi di capire attraverso i libri di talenti locali.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi giunge l&#8217;ora in cui tutto si ferma, perché le trombe suonano più vicine, e precedono di poco  il sacro corteo mentre il crepuscolo avvolge anche l&#8217;anima. Io ho scelto il muretto di Piazza dei Martiri per scattare i miei ricordi, dall&#8217;alto di una posizione mozzafiato, dove il mio sguardo  oscilla incessante, mentre scorge il lento sfilare della sottostante processione, tracciata dalla scia di candele, per poi spostarsi sul  mare che di fronte si scorge calmo, baciato dalla luna, mentre accarezza la sottostante Corricella.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno sguardo che cattura il tutto di questi luoghi: il mare, la sua gente, e ancora il mare. Non ho parole per descrivere queste immagini, né le mie foto ne sono all&#8217;altezza, ma so che mi mancheranno e che ad occhi chiusi cercherò di ripassarle con nostalgia, assaporando ancora le emozioni vissute. Seguiamo il corteo che accompagna il Cristo nell&#8217;Abbazia di S. Michele dove resterà per la veglia notturna; scrigno prezioso incorporato nella roccia, eretta intorno all&#8217;anno mille, distrutto e poi recuperato, per continuare a sovrastare nella sua  dura  bellezza, imponente guardiana di questo scoglio, al quale il mare ha condotto tanta storia nei secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Rientro per poche ore di sonno, per poi ritornare quando è  ancora al buio, dopo il risveglio alle quattro del mattino, quando assonnata ed infreddolita, mi ritrovo con gli amici per salire di nuovo a piazza dei Martiri dove ci abbandoniamo allo spettacolo dell&#8217;alba che lentamente ci rivela il mare e le case colorate della Corricella ritrovata. Risaliamo verso Terra Murata: Luciano Ferrara frenetico si sposta da un punto all&#8217;altro per provare le migliori postazioni, per quelle che saranno le sue prossime opere d&#8217;arte.</p>
<p style="text-align: justify;">Un nuovo progetto anima il suo rinnovato amore per Procida dove  ha vissuto per dodici anni, e che adesso clicca affidandolo ad immagini di talento, che attendiamo ansiosi di vedere. Nello spazio antistante l&#8217;Abbazia, gli ultimi preparativi, tra vestizioni appartate, suoni di tromba e tamburo, accordi organizzativi, mentre qualcuno si affretta portando in braccio angioletti addormentati, nei tipici costumi neri ricamati in oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è pronto e noi spezziamo l&#8217;ansia dell&#8217;attesa mettendoci a turno in posa, per immortalare la gioia di condividere questa esperienza, scambiandoci macchinette fotografiche e lazzi di commento alle pose. Giunge l&#8217;ora e noi ci separiamo dirigendoci ognuno nel luogo scelto  per assistere alla processione, catturando in fretta i buchi rimasti nella folla di spettatori. Io, Rosaria e Roberto ci sistemiamo davanti ad una casa circondata di piante e fiori, che la proprietaria cerca di proteggere dall&#8217;invadente assalto della folla, ma poi rassegnata offre  anche qualche caffè alla troupe televisiva cui offre il suo balcone.</p>
<p style="text-align: justify;">Giunge il corteo dei Misteri, quest&#8217;anno quarantaquattro, che sfilano rivelando la finale bellezza e peculiarità, ed io attendo con ansia il mio preferito, che avevo individuato nei tendoni cantieri, e che adesso si para maestoso con l&#8217;aggiunta del tempietto, come mi era stato illustrato  dai ragazzi del gruppo che lo ha realizzato: una nave con gli affascinanti naviganti, un po’ greci, un po’ saraceni, abilmente scolpiti da un giovane artista, ispiratosi alle statue della  fontana di Trevi. Una scena di pesca, di vita di mare, con i suoi pesci e una grande rete  di vicende umane, trascorse &#8220;nell&#8217;acqua salata&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo in piedi, distrutti per i debito di sonno degli ultimi due giorni, ma resistiamo fino alla fine: il corteo sacro dell&#8217;Addolorata, sostenuta anche dal mio amico Antonio, poi il Cristo morto,  e in chiusura la sfilata degli angioletti , vestiti dei neri costumi antichi, per fortuna spezzati da un ciucciotto o pupazzetto, che ci riporta alla loro fragile tenerezza; qualcuno addormentato, qualcuno piange spaventato: nel loro sfilare, la consegna degli avi, per il tramando di  una tradizione che crescendo loro onoreranno nel passaggio di ruoli conquistati. La chiusura affidata ad un corteo di catene di varie misure, che trascinate a terra suonano una triste, colpevole, crudele musica funebre.</p>
<p style="text-align: justify;">Una tradizione forte dei suoi simboli, che non puoi dimenticare, e che una volta conosciuta vorrai rivivere attraverso questa processione, famosa nel mondo: per me la più incisiva che  ho vissuto, un&#8217;altra mia passione procidana.</p>
<p style="text-align: justify;">Brunella Severino da Benevento</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">per informazioni sul rito organizzato dalla Confraternita dei Turchini: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Procida" target="_blank">http://it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Procida</a></p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">Per una visione ottimale delle foto: CLICCARE ALL’INTERNO DELLA IMMAGINE IN ALTO.<br />
Apertasi una finestra fotografica, poi, cliccare sulla destra della foto, per andare avanti, e sulla sinistra della foto, per andare indietro.<br />
E’ <strong>sconsigliato</strong> cliccare sulle piccole foto in miniatura che qui seguono.</p>

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		<title>Passeggiando tra le erbe del Lungarno. Finisterre-Viaggioracconti responsabili</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2014 13:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
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		<category><![CDATA[firenze]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Franca Molinaro] Mi alzo all’alba, insofferente di sprecare a letto minuti preziosi. Sono a Firenze per una mostra di pittura, potrei andare per musei e piazze ma il mio spirito un po’ selvatico mi spinge oltre le mura della città. Una telefonata e il mio collega Emilio, mattiniero anche lui, mi raggiunge dall’albergo di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/04/lungarno-di-giampaolo-del-guasta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11629" alt="lungarno di giampaolo del guasta" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/04/lungarno-di-giampaolo-del-guasta-300x158.jpg" width="300" height="158" /></a>[di Franca Molinaro] Mi alzo all’alba, insofferente di sprecare a letto minuti preziosi. Sono a Firenze per una mostra di pittura, potrei andare per musei e piazze ma il mio spirito un po’ selvatico mi spinge oltre le mura della città. Una telefonata e il mio collega Emilio, mattiniero anche lui, mi raggiunge dall’albergo di fronte. Prendiamo il caffè in fretta, con gli amici fiorentini che si apprestano alle loro mansioni, poi via, ci dirigiamo verso il Lungarno del Tempio, in periferia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per strada poca gente, quest’angolo di Firenze è tranquillo. In mezz’ora siamo alla meta, l’Arno è di fronte a noi e scorre piatto e silenzioso. Il tratto di fiume è affiancato da diversi servizi, parchi per cani, piste ciclabili, chioschetti. Siepi di gelsomino (Trachelospermun jasminoides) e ligustro (Ligustrum vulgare) profumano l’aria inebriando i sensi. Gli alberi di tiglio, anch’essi in fiore, confondono gli aromi che si moltiplicano e s’intensificano col levarsi del sole.</p>
<p style="text-align: justify;">Il professore, convinto di essere uscito per una semplice passeggiata, cammina con andamento lineare e composto sciorinando gradevolmente la sua preparazione in storia dell’arte ma, ritrovandosi, più volte, a parlare da solo. Io rallento continuamente per avvicinarmi al fiume allontanandomi dalla pista, così lui, rassegnato, prosegue in solitudine, assorto in pensieri indecifrabili nascosti oltre la fronte spaziosa. Presa dal desiderio di esplorare le sponde, non curo la sua aria un po’ triste, e mi inoltro tra l’erba ancora bagnata di rugiada. Gli argini del fiume accusano il passaggio di una discreta piena, le erbe sono piegate e sporche di sabbia. L’acqua, mista a melma, è ocra liquida, nel letto non v’è vegetazione, emergono solo le foglie di stiancia (Typha angustifolia).</p>
<p style="text-align: justify;">In alcune pozzanghere, presso un sottopassaggio, è fiorito il crescione (Nasturtium officinale), una eccellente pianta rimineralizzante, ottima da consumare cruda ma, in quest’ambiente, non è proprio consigliabile. La vegetazione delle sponde è molto simile alle nostre valli, abbondano le Graminacee che, in questo momento, sono in fiore, vi scorgo avena selvatica (Avena fatua), logliarella ( Lolium perenne), gramigna (Agropyrum repens), forasacco (Bromus ramosus), mazzolina (Dactylis glomerata), orzo selvatico (Ordeum murrinum).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli alberi sugli argini si limitano a pochi esemplari di salici, olmi, Robinia pseudoacacia, sambuco (Sambucus niger). Sui loro tronchi si arrampicano l’edera (Hedera Helix) e la vitalba lianosa (Clematis vitalba). Le ortiche (Urtica dioica e pilulifera) sono in agguato con i loro peli urticanti, pronte a irritare le gambe dei numerosi ciclisti o semplici pedoni. Numerose colonie di geranio (Geranium lucido), toccamano (Galium aparine), fumaria (Fumaria capreolata), Parietaria officinalis, Artemisia vulgaris, ricoprono i bordi del vialetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli spazi interni ospitano una gran quantità di vegetazione spontanea tanto da farli apparire poco curati ma l’occhio esperto sa cogliere la bellezza anche in queste coraggiose colonizzatrici della periferia. C’è il cardo (Carduus pycnocephalus) con i suoi piccoli capolini spinosi, i crespigni (Sonchus oleraceus e tenerrimum), la lattugaccia (Lactuga integrifolia), l’aspraggine (Picris echioides), il farinello (Chenopodium album), tutte buone per le minestre, il romice (Rumex) in diverse specie, la Malva negletta con piccoli fiori rosa, il Trifolium dubium dai fiori globosi, la Campanula arvensis dalle campanelle profumate, la Ballotta nigra dall’odore nauseabondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una modesta colonia di fitolacca (Phytolacca decandra) invade un’aiuola costellata di margherite (Bellis perennis) dai petali ancora serrati, mista a euforbia (Euphorbia dulcis), e acetosella (Oxalis articulata). È reperibile qualche esemplare di piantaggine (Plantago major), di saeppola (Erigeron bonariensis), di pimpinella (Potherium sanguisorba). La vegetazione spontanea, nata dalle mani del creatore fa invidia al più bravo pittore fiorentino, ovunque l’occhio si posa  scorge un fiore e il naso avverte un profumo. Maggio esplode in tutto il suo splendore in ogni provincia temperata dell’emisfero boreale ed ogni erba, ogni creatura loda la magnificenza della creazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Assorta nelle considerazioni continuo a trascurare il mio compagno di passeggiata, pazientemente contrariato dalla mia perseveranza nel voler trasformare il soggiorno fiorentino in una ricerca botanica. Avverto i suoi impenetrabili pensieri oltre la fronte accigliata, ornata dalla capigliatura canuta, avrei dovuto ascoltare come una persona educata approfittando per migliorare le mie conoscenze ma lui, ormai, ha rinunciato alla lezione. Guardo l’ora, è il caso di rientrare, gli amici ci aspettano. Ci incamminiamo in silenzio, io con l’amarezza di non aver incontrato piante nuove, nessuna pianta sconosciuta, tutto incredibilmente familiare. –Mi sento proprio a casa- dico a Emilio mentre ripercorriamo via Orcagna… quant’è piccolo il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p><em>Franca Molinaro è autrice, fra l&#8217;altro, di &#8221;Menesta asciatizza. A tavola con le piante spontanee dell&#8217;appennino meridionale&#8221; e &#8220;Almanacco della Grande Madre&#8221;.</em></p>
<p><em>Contadina e studiosa della cultura rurale, cura il blog &#8220;La grande madre &#8211; Centro ricerca tradizioni popolari&#8221; e cura una rubrica settimanale dedicata alla Grande Madre, sul quotidiano &#8220;Ottopagine.</em></p>
<p>&#8212;</p>
<p>La foto del lungarno è di Giampaolo Del Guasta (presa in prestito dal web).</p>
<div></div>
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		<title>Una giornata a Bacoli, tra orti di mare e l&#8217;osteria resistente La Catagna</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jan 2014 22:07:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[Nina Iadanza]]></category>
		<category><![CDATA[Osterie resistenti]]></category>
		<category><![CDATA[Ritrovi di resistenza alimentare]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Nina Iadanza] Non bisogna andare poi tanto lontano per arrivare ai Campi Flegrei. ”La terra che brucia”, anche se oggi, ahimè, l’espressione ci ricorda tristemente altri luoghi, è una sorta di museo diffuso dove la natura ancora si manifesta imponente e la cultura greco-romana ha lasciato evidenti i segni della sua presenza. Una grande caldera, il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/15bacoli-poggio-artempori.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9928" alt="15bacoli-poggio-artempori" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/15bacoli-poggio-artempori-300x188.jpg" width="300" height="188" /></a>[di Nina Iadanza] Non bisogna andare poi tanto lontano per arrivare ai Campi Flegrei. ”La terra che brucia”, anche se oggi, ahimè, l’espressione ci ricorda tristemente altri luoghi, è una sorta di museo diffuso dove la natura ancora si manifesta imponente e la cultura greco-romana ha lasciato evidenti i segni della sua presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Una grande caldera, il Parco regionale dei Campi Flegrei, con sorgenti termali, fumarole, bradisismo, laghi di origine vulcanica o di sbarramento, zone di particolare valore biologico e naturale come Capo Miseno, il Parco sommerso di Baia, il Cratere degli Astroni, riserva di caccia dei Borboni. Luoghi che soprattutto ti lasciano la possibilità di scoprire ancora qualcosa di inaspettato.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle nostre parti ci si arriva facilmente. Lasciando la tangenziale a Fuorigrotta e passando da piazzale Tecchio, si può fare la via che passa lungo l’area dell’ex Italsider di Bagnoli, ora, in parte, Città della scienza, e costeggia poi il mare. Poco prima di arrivare a Pozzuoli, alberi di tamerici accompagnano il tratto di strada e sembra di stare in un posto d’altri tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci vado ogni tanto, sia d’estate che d’inverno, e ogni volta  per me è una scoperta. Il giorno di Capodanno sono stata a Bacoli e questa volta ho proseguito oltre la già nota Piscina Mirabilis per arrivare nella zona del Poggio, la parte più alta e isolata che si affaccia direttamente sul Golfo di Miseno, l’antico porto militare dei Romani.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui, Enea seppellì il timoniere Miseno, prima di scendere negli inferi e dopo aver consultato la Sibilla che sulle foglie al vento faceva i suoi vaticini. Fuori dai percorsi più conosciuti, ci si ritrova tra fazzoletti di terra in mezzo alle case tipiche del posto che ancora resistono fra le più recenti costruzioni i cui muri di recinzione impediscono viste mozzafiato e ci si chiede perché si permettano simili scempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Orti di mare fatti di filari di viti sotto cui si coltivano in bella fila, in questa stagione, finocchi, broccoli e carciofi; riquadri di terra in mezzo ai quali intravedi casotti di assi di legno inchiodate alla buona, che conservano attrezzi, e piante di mandarini. Nella vegetazione spontanea ruta, fichi d’india e cespugli di malvarosa insieme al lentisco.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra di stare su un’isola: stradine strette, case coi segni della salsedine addossate le une alle altre, persone affacciate ai balconi, piccoli slarghi dove ci si ritrova per chiacchierare. La barca al posto dell’auto.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa stagione, nonostante le festività, non avverto frenesia nell’aria, tutto sembra più pacato, lento. La gente, prevalentemente pescatori-contadini, da queste parti, veste in maniera semplice, è cordiale, ci scambiamo volentieri saluti e auguri di buon anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla zona del Poggio si giunge al lungo isolotto ricurvo di Punta Pennata, bordo residuo del porto di Miseno, insieme con Punta Terone e Punta della Sarparella, un tempo collegato con una striscia di terra al resto dell’abitato. Ospitava una villa imperiale i cui resti ancora si intravedono tra la vegetazione e fino alla fine dell’Ottocento era la sede del vecchio cimitero.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è ancora la stradina scoscesa che porta all’isolotto: si chiama Cupetelle e quelli del posto dicono che il nome è legato ai tristi accompagnamenti. La si percorre senza non qualche disagio per raggiungere un lembo di costa che affaccia su un mare trasparente, nonostante tutto, e che offre una vista mozzafiato su tutto Capo Miseno. Gli abitanti del luogo d’estate qui si fanno i bagni e dicono che farlo altrove non è la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Accanto c’era una grotta conosciuta per i poteri benefici delle esalazioni di zolfo dove si  curavano le malattie della pelle, ma da qualche tempo non è più accessibile per via di una frana che ne ha ostruito l’ingresso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Catagna, osteria che resiste all’omologazione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio tra la Punta del Poggio e la Piscina Mirabilis, si trova un’osteria, ricavata in una piccola casa del posto con un terrazzo di rampicanti fiorite anche d’inverno, che affaccia su Capo Miseno.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo letto della sua esistenza sulla guida Osterie d’Italia. Ma a Bacoli non c’è nessuna indicazione, non un’insegna e, per raggiungerla, mi sono sentita più volte con uno dei proprietari che mi ha spiegato come arrivarci. Alla terza telefonata mi ha detto di non “arruvogliarci le cervella”, così ho fatto leva sul mio intuito e, alla fine, sono riuscita a trovarla! Quando siamo arrivati, mi ha detto che le donne sono brave a guidare, vanno piano e non fanno incidenti. Ma le indicazioni deve chiederle chi guida e io non avevo certo guidato…</p>
<p style="text-align: justify;">Ve la segnalo, vale la pena andarci. Si chiama “La Catagna” che, in dialetto bacolese e procidano, sta ad indicare la tana del polpo. Ncatagnare, nascondersi, infrattarsi, da cui il termine anfratto nascosto e tana di pesci.</p>
<p style="text-align: justify;">La gestiscono da una decina d’anni i fratelli Della Ragione, Crescenzo ed Elio con Amalia, la mamma, cuoca naturale per vocazione, dopo aver deciso di trasformare la cucina di casa in un’attività economica in prima persona, grazie anche alle esperienze fatte da Crescenzo, in Inghilterra e poi in zona flegrea, e alla passione condivisa e vitale per il mare che dura da sei generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non essendo dotati di un’insegna e di segnaletica stradale che li pubblicizza, come a farci conoscere l’interezza del luogo, ci hanno costretto a interagire con vari residenti per avere indicazioni dell’osteria.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono presenti su internet con un proprio sito e, quando gli ho chiesto un indirizzò di posta elettronica, Elio è andato a controllarlo su una rubrica. Lui ritiene che il passaparola sia ancora il sistema migliore per farsi conoscere ed apprezzare. Fanno rinunce capaci di identità, come la scelta di non servire coca cola e patate fritte. Locale piccolo con camino e moderna cucina a vista. Tutto il contesto privilegia i contenuti sulle forme, l’economia reale rispetto a quella degli intermediari. Un esempio concreto di come si possa realizzare un cambiamento partendo da sé e investendo in un’attività che consente di vivere dignitosamente nel rispetto dell’ambiente e delle altre persone: senza pesare sulla collettività, reinventando, in versione responsabile, un mestiere identitario. Mentre, a pochi metri di distanza, fuori contesto, una società di investitori sta realizzando un elegante resort, al contrario, come a portare la bandiera del borgo, “La catagna” interpreta l’anima del luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sole rendeva accogliente il terrazzo e abbiamo preferito  mangiare all’aperto, sotto un pergolato di buganville ancora fiorite, che affaccia sul mare, e con una famiglia di gatti, a poca distanza, che ci guardavano sornioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pranzo lo decide il cuoco, in base al pescato del giorno e con citazioni alla macrobiotica, disciplina cara alla compagna del cuoco. Antipasto e primo, non di più, dopo l’abbondante cenone a casa dei miei amici Mustilli, vignaioli indipendenti di Sant’Agata de’ Goti.</p>
<p style="text-align: justify;">Insalata di rinforzo con alici di Cetara, cuppettiello di crocchette di ricciola e patate, polpo affogato con crostini di pane e hummus di ceci con tahin (salsa di sesamo), riso venere e calamari con salsa shoyu (salsa di soia), sfoglie di baccalà e patate con pomodorini invernali, per antipasto. Il primo, spaghettoni  al nero di seppia. Un vino, malvasia e falanghina, biologico fermentato in bottiglia. A conclusione, un mandarino profumato, regalato dai vicini ai padroni di casa e molto apprezzato da me.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stata bene, io e il mio compagno ci siamo concessi un tempo e una dimensione diversa, dopo tanto lavoro. La bellezza di alcuni posti e l’energia che trasmettono certe persone incontrate, che mettono in pratica, pur fra mille difficoltà, ciò in cui credono è sempre sicuro nutrimento. Una buona fine e un buon principio.</p>
<p style="text-align: justify;">Auguri di Buon Anno a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla prossima.</p>
<p><em><b>«</b> Lasciai quel luogo perché c’era pericolo che se mi fossi affezionato troppo al soggiorno di Bauli, tutti gli altri luoghi che mi restano da vedere non mi sarebbero piaciuti <b>» </b>(Simmaco)</em></p>
<p>Osteria La Catagna, Bacoli (NA), Via Pennata 26<br />
081 5234 218</p>

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		<title>L&#8217;Irlanda, in direzione ostinata e contraria. Prima parte.</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Dec 2013 18:43:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Imbriani]]></category>
		<category><![CDATA[Finisterre - viaggioracconti responsabili]]></category>
		<category><![CDATA[scorrevole]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Angelo Imbriani] “Be nice or leave!” “Signore, benedici chi non mi fa perdere tempo!” Mentre attendo che il titolare del negozio concluda la sua transazione con il signore che mi precede, noto la  scritta alle sue spalle. Passano i minuti e attendo pazientemente il mio turno. Ecco, l’altro avventore ha avuto la merce che [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[di Angelo Imbriani]</p>
<p><b><i>“Be nice or leave!”</i></b></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda8-angelo-imbriani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9768" alt="irlanda8-angelo-imbriani" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda8-angelo-imbriani-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a>“Signore, benedici chi non mi fa perdere tempo!” Mentre attendo che il titolare del negozio concluda la sua transazione con il signore che mi precede, noto la  scritta alle sue spalle. Passano i minuti e attendo pazientemente il mio turno. Ecco, l’altro avventore ha avuto la merce che cercava, ha anche pagato, ma la discussione tra lui e il negoziante, che pare verta su dei loro comuni conoscenti, non accenna a concludersi. Spero che l’esercente si ricordi quanto prima di quel cartello affisso in bella posta nel suo negozio, a guisa di monito per chi entra e quasi di manifesto programmatico del suo “stile commerciale”. Ma non è così, purtroppo. Provo ad avanzare di un passo. Niente. Del resto, quando sono entrato, nessuno dei due ha risposto al mio “buongiorno” ed ora continuo evidentemente ad essere invisibile. In altre circostanze la cosa non mi dispiacerebbe affatto, ma qui dentro oltretutto fa anche piuttosto caldo. Ora i due sono passati a dibattere le scelte lavorative ed esistenziali, nonché le note caratteriali specifiche dei figli di quei comuni conoscenti di cui stavano già parlando. Faccio un altro passo avanti. Forse lo hanno notato. Si salutano, finalmente. Avanzo. Il commerciante mi guarda, con espressione interrogativa e vagamente infastidita; non dice una parola. “Mi occorrerebbe una pila come questa, per favore”. Prende la batteria che ho in mano, la valuta, si china sotto il bancone, cerca per qualche secondo e infine me ne mostra una simile. Sempre senza proferire parola. “Ok”, dico. “Quant’è?”. “Cinquanta centesimi”. Gli porgo la moneta e saluto. Non risponde. Stavo quasi per mormorare un “grazie, mille” perché dal suo atteggiamento sembrava che stesse lì a farmi un favore e non che si trattasse di un normale scambio commerciale del quale, al limite, era lui a doversi rallegrare, visto che io avrei anche potuto scegliere un&#8217;altra bottega.</p>
<p>Appena in strada, ecco un automobilista che suona a distesa il clacson. Supera un’altra vettura e si sbraccia contro il conducente di quest’ultima che, evidentemente, non rispettava il suo personalissimo limite minimo di velocità. Dopo un attimo, una scena analoga, con altre due automobili. Ancora il suono violento del clacson da una, ma stavolta è inteso a bloccare sul posto quell’altra che accennava a immettersi sulla strada principale, rischiando di far perdere al conducente della prima i suoi preziosissimi secondi.</p>
<p>Sospiro, già rassegnato, e penso all’Irlanda da cui ho appena fatto ritorno.</p>
<p>In Irlanda (ma anche in Inghilterra, in Scozia e di sicuro in cento altri paesi), se entri in un pub e chiedi una pinta, dimenticando di dire per favore (da noi spesso la formula di cortesia si omette: chiedere “un caffè!”, si ritiene che basti e avanzi), il barista ti guarda un po’ interdetto, non irritato, semmai lievemente spaventato, e ti risponde “Certo! Subito!” E’ che in quel modo la richiesta gli pare quasi un ordine; o magari pensa che tu abbia una gran fretta…</p>
<p>Anche in Irlanda, in molti esercizi pubblici, c’è un cartello, come nel negozio di prima, ma sopra vi è scritto: “<i>Be nice or leave!”</i> Sii gentile oppure va via! E’ questo cartello, e tutto lo stile di vita a cui allude, ancor più della lingua straniera, della pioggia d’estate, dei paesaggi, del cibo, che ti fa sentire lontano dall’Italia. Lontano molto più di quelle mille miglia che separano geograficamente i due paesi. Lontano, ma positivamente, felicemente lontano, anche se solo per il tempo di un viaggio, di una vacanza. Perché in Italia tanti, tantissimi, forse la grande maggioranza non danno più valore alla gentilezza. Anzi, molti sembrano addirittura pensare che essere gentili sia un segno di debolezza o forse una perdita di tempo o una formalità superflua. Milioni di italiani non sanno più cosa sia la cortesia, come renda più piacevole la vita, più facili i rapporti umani, anche nel caso che fosse solo un abito esteriore. Milioni di italiani si comportano in modo arrogante e prepotente, noncuranti del prossimo, e probabilmente molti di loro non sono neanche così per carattere; piuttosto, si sentono obbligati ad atteggiarsi in simil modo, temendo di perdere qualche punto nella competizione sociale selvaggia che coinvolge tutti o quasi, nelle piccole cose quotidiane e in quelle più importanti. Chi gira un po’ per l’Europa sa che su questo non è affatto vero che tutto il mondo è paese. L’Italia, che un tempo dicono sia stata terra gentile, ha maturato ormai una sua negativa peculiarità.</p>
<p>E non è certo questo l’unico motivo per fuggire lontano dal Bel Paese, almeno per qualche settimana, non è l’unica ragione che fa sentire l’esigenza di disintossicarsi dall’italianità. Caso mai qualcuno ci rispondesse che le considerazioni di prima sono solo inezie, caso mai qualcuno obiettasse, con un sorrisetto, che sono anche cose importanti, “ma fino a un certo punto…” passiamo allora dai minimi ai massimi sistemi, dalle minime alle massime questioni della vita civile di un popolo. Magari un giorno riusciremo perfino a cogliere il legame fra i due livelli…</p>
<p>A spingerci lontano dall’Italia c’è, al di sopra di tutto, lo sdegno, quasi disperato, che suscita un paese che assiste indifferente o senza alcuna consapevolezza allo stupro della Costituzione repubblicana. Quella Costituzione che era l’unico vero e nobile fattore di una identità nazionale rimasta sempre incerta e precaria, ammantata sempre di vuota retorica e luoghi comuni, manipolata in modo criminale dal fascismo, boicottata dal Vaticano e riscattata soltanto dalla Resistenza. Quella Costituzione che sola ci rendeva orgogliosi della cittadinanza italiana. Quella Costituzione che doveva fondare un paese nuovo e civile, che forse non è mai nato.</p>
<p>E allora viene voglia di andare lontano da un Bel Paese che ama il 25 luglio più del 25 aprile, il Gattopardo più di Garibaldi, le riforme che non riformano nulla, i cambiamenti di facciata.</p>
<p>Lontano da chi si vende per 30 o per 30000 denari, da chi vende la coscienza e l’anima nel bunga bunga quotidiano e poi depreca le Ruby che almeno vendono soltanto il corpo. Lontano da chi abusa ordinariamente del suo piccolo o grande potere e non troverà mai una Boccassini sulla sua strada. Lontano da chi usa privatisticamente i soldi pubblici nell’assordante silenzio della Corte dei Conti, oltre che in quello delle coscienze. Lontano da un paese sessuofobico perché sessuomane, e sessuomane perché sessuofobico, che tutto legge nell’ottica del sesso, per giustificare, invidiare e ammirare o per deprecare e condannare, ma sempre inquinando ogni criterio di giudizio con lo spirito greve della commedia all’italiana. Lontano dal paese dove le morali familistiche hanno sempre soffocato ogni barlume di etica pubblica. Lontano dal paese dove tutti urlano per coprire il vuoto delle loro parole, per sopraffare la voce dell’altro. Lontano dal paese dove ognuno si crede furbo e questa grande folla di furbi produce una immane stupidità civile e collettiva.</p>
<p>In Irlanda, in molti esercizi pubblici, c’è un cartello con su scritto: “<i>Be nice or leave!”</i>. Ecco, milioni di italiani dovrebbero allora andare via. Ma non lo faranno di certo. E allora vado via io, almeno per un po’. Chi vuole venire con me in Irlanda può accomodarsi: purché sia gentile!</p>
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<p><b>Il Donegal e… gli italiani in vacanza</b></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda6-angelo-imbriani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9766" alt="irlanda6-angelo-imbriani" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda6-angelo-imbriani-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a>I suoi abitanti, con quella vocazione all’autocommiserazione che ci è ormai ben nota, definiscono il Donegal la <i>forgotten county</i>, la contea dimenticata. E non hanno poi torto. La natura, innanzitutto, non è stata certo generosa con questa regione che ha la stessa asprezza di territorio del vicino Mayo e dello stesso Connemara – un paesaggio di torbiere, acquitrini e sassi – ma con un clima ancora più inclemente, sferzata come è dai freddi venti atlantici che spesso si portano dietro acqua a valanghe.</p>
<p>Ciò che ha segnato definitivamente il destino della contea è però avvenuto in tempi recenti, al momento della <i>Partition of Ireland</i> del 1920. Londra decise allora la divisione dell’isola, fra la parte settentrionale, storicamente chiamata Ulster, quella ove secoli prima si era realizzata la colonizzazione protestante e che sarebbe rimasta sotto la sovranità inglese, e la restante parte che avrebbe formato l’EIRE, la libera repubblica d’Irlanda. Ora, il Donegal storicamente era indubbiamente parte dell’Ulster. Geograficamente il Donegal è addirittura la regione più settentrionale dell’Isola. Pertanto, il Donegal prima di ogni altra provincia avrebbe dovuto rimanere sotto la sovranità di sua maestà britannica e far parte dell’Irlanda del Nord. E invece gli inglesi e sua maestà britannica si “dimenticarono” del Donegal che fu assegnato quindi all’EIRE. Soluzione singolare visto che solo una stretta striscia di terra collegava e collega questa contea alle altre della Repubblica. Soluzione catastrofica per il Donegal che si vedeva tagliato fuori dalle sue tradizionali vie di comunicazione e di commercio, che si vedeva privato del suo naturale sbocco commerciale che era la città di Derry, con il suo porto. E la Repubblica, peraltro, non tutelò in alcun modo questa sua disgraziata “appendice” settentrionale, anzi, secondo la gente del posto anche Dublino si è “dimenticata” del Donegal!</p>
<p>Del Donegal si dimenticano anche i turisti, a dispetto della selvaggia e incontaminata bellezza dei luoghi: se il Mayo è molto, ma molto meno visitato del Connemara, il Donegal è molto meno visitato del Mayo! Sono tanti i turisti in Irlanda ma ben pochi si spingono fin quassù. E proprio per questo ci siamo venuti noi!</p>
<p>Nel Donegal ho trascorso sei magnifici giorni, fra le scogliere vertiginose delle <i>Sleave League, </i>i capi e i promontori tempestosi della costa nord, come Malin Head e Horn Head (ebbene sì, in Irlanda c’è pure capo Horn), la cittadina omonima di Donegal con le sue memorie storiche, i rovesci d’acqua, le raffiche di vento e certe inattese schiarite che proprio ti spingono a inneggiare al Signore… ora restano le foto e gli appunti di viaggio, ma questi temo che siano – per dirla con il Gulliver di Francesco Guccini – soltanto dei “vuoti gusci di parole”.</p>
<p>Che solo questo sarebbe rimasto delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri del viaggio nel Donegal l’ho capito assai presto, a Derry, mentre facevo colazione…</p>
<p>Ecco, il proprietario sta finalmente portando il mio <i>Irish breakfast, </i>quando<i> </i>vedo entrare una coppia di mezza età, lei con un braccio fratturato al collo, un incedere pesante; lui pelato, abbronzato e un tantino più atletico. Il <i>landlord</i> li saluta, si ferma con il mio piatto tra le mani, li fa accomodare al mio tavolo, fa un gesto come se volesse presentarci e, lasciando ondeggiare pericolosamente il piatto con la mia preziosa colazione, esclama: “Siete tutti italiani”. Che ci vuoi fare, penso tra me: sono disgrazie!</p>
<p>E così per tre quarti d’ora sarò impegnato in una “amabile” conversazione con i due connazionali. Devo aver recitato bene la parte, perché alla fine addirittura mi ringrazieranno caldamente per la compagnia e le preziose informazioni. Di compagnia non so, ma di certo di qualche informazione avevano un gran bisogno, anche se dubito che la mia opera pedagogica abbia potuto smuovere abitudini così saldamente sedimentate. Dunque, sono di Grosseto; il braccio lei se lo è rotto prima di partire e non certo arrampicandosi per qualche pendio irlandese. Se lo è rotto, banalmente, scivolando in casa sua. L’altra sera erano a Drogheda che è appena a nord di Dublino, molto lontano da qui. Nella giornata di ieri sostengono di aver visto le <i>Glens of Antrim</i> e la <i>Giant Causeway</i>, ovviamente senza fare escursioni a piedi. Sono arrivati a Derry alle 9 di sera e si sono infilati nel primo bed and breakfast. Il mio, purtroppo. La stanza è piccolissima, mi spiega la signora, abbassando il tono della voce fino a un sussurro, e c’è un imprecisato e imprecisabile rumore di sottofondo che li ha disturbati per tutta la notte.</p>
<p>Mi chiede se conosco la zona, che cosa vale la pena di vedere. Dico che vengo dal Donegal. Come è, mi chiedono, vale la pena di passarci? Noi siamo diretti a Sligo&#8230; Potremmo fermarci anche a Donegal, però, precisa il marito. Dipende, dico: se piacciono i paesaggi selvaggi… La signora annuisce entusiasta. Accenno allora a Malin Head, poi a Horn Head, infine alle Slieve league. Guarda caso c’è una cartina dell’Ulster alla parete. Si alzano entrambi, marito e moglie, vanno a rintracciare i luoghi sulla carta, mentre glieli descrivo sommariamente. Il marito parla poco, ma segue con attenzione. Però, dico, bisogna camminare un po’. Ah ecco, fa la donna raggelata, perché arrivi a questi parcheggi, ma poi devi camminare per questi sentieri, in mezzo a queste pecore… eh sì, faccio io e infierisco sadicamente, ma in macchina uno si perde il meglio, anzi si perde proprio tutto. Comunque insistono, sia pure con meno entusiasmo, e mi chiedono: e lei ce l’ha fatta a vedere tutto in un giorno, i due capi, come si chiamano? Head qualcosa, e poi Donegal, la città, le scogliere?</p>
<p>Un giorno? – sgrano gli occhi: ci sono stato sei giorni! Ah, ma noi siamo di corsa… E questo parco, fa la signora, cercando il luogo sulla cartina, senza naturalmente trovarlo… dicono che c’è un bel castello… Sì, il <i>Glenveagh National Park</i>, sono stato anche lì, ma solo, penso tra me, perché dovevo ingannare il tempo: la <i>landlady</i> di Horn Head, dove ero diretto, mi aveva ingiunto di presentarmi esattamente fra le 17 e le 18, come se il suo <i>bed and breakfast</i> fosse lo studio di un avvocato! C’è un bel un paesaggio di laghi, torbiere, macchie di querce e betulle, ma purtroppo c’è anche un orrido castello finto-gotico che poi è la grande attrazione turistica. Dal parcheggio al castello ci sono quattro chilometri: i britannici e gli altri europei (spagnoli compresi) li percorrono a piedi, sul sentiero che costeggia il lago, ed eventualmente proseguono anche oltre il castello, fino alle cascate. Gli italiani si servono regolarmente del servizio navetta, arrivano al castello, fanno la foto ricordo e, constatando l’assenza di qualsiasi bar o punto ristoro, riprendono la navetta per tornare alla loro adorata automobile… e difatti, al banco che fungeva da biglietteria per la navetta e da centro informazioni, ho subito sentito risuonare la lingua di Dante. Per la verità, dato l’accento, si dovrebbe parlare della lingua di Alberto Sordi. Mentre i romani facevano i biglietti per la navetta, mi sono avvicinato all’altro signore dietro il banco, per chiedere una mappa del parco; e quello ha provato a indovinare la mia nazionalità: “La vuole in italiano o in francese?” “In francese”, ho risposto senza alcuna esitazione e mi sono avviato verso il sentiero, aggirando i connazionali.</p>
<p>Ecco, rispondo ora a questi altri due, lasciate perdere Horn Head e Malin Head, lasciate perdere le scogliere, e andate al parco, c’è quel bel castello e una comoda navetta…</p>
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<p><b>Rathlin Island</b></p>
<p><i>“Absolutely lovely!”</i>, mi fa Maggie, la <i>landlady</i>, nel salutarmi, quando le dico che sono diretto all’isola di Rathlin, la più settentrionale dell’Irlanda; l’unica abitata fra le isolette dell’Irlanda del Nord. Abitata per modo di dire: solo un centinaio di residenti!</p>
<p>Appena sbarcati ci si trova di fronte una grande casa signorile, bianca, solenne. Non può che essere questa la <i>Manor House,</i> il mio alloggio, dato che veniva descritto come l’edificio più imponente del villaggio. Tutte le camere dell’albergo danno sul porticciolo e sulla piccola baia. <i>Church bay</i> viene chiamata, perché per tanto tempo la storia dell’isola si è ritenuto incominciasse con la costruzione di un monastero nel 580 e.v., seguito dalla fondazione della prima chiesa, mezzo secolo dopo. In realtà, le recentissime ricerche archeologiche e i reperti trovati hanno stabilito che l’isola è abitata fin dal 6000 a.e.v.! Del primitivo monastero non resta nulla, mentre di chiese ora ce ne sono due: la più antica, la <i>St. Thomas</i> <i>Church, è </i>della Chiesa d’Irlanda, ossia anglicana, ed è costruita esattamente sul sito del monastero; si trova all’estremità della baia, poco dopo la <i>Manor House.</i> In seguito, però, anche il papa ha voluto segnare la sua presenza nell’isola, con la chiesetta dell’Immacolata Concezione.</p>
<p>L’edificio più importante di tutti è comunque proprio la <i>Manor House</i>, che risale al 1756 ed è stata per lungo tempo la residenza del <i>landlord</i>, ossia del signore dell’isola. Anche gli edifici nelle adiacenze, che condividono lo stile e il colore, erano nelle disponibilità del <i>landlord</i> e servivano da appartamenti per i dipendenti e per la servitù, da stalle o magazzini. In quello dove c’erano i magazzini si provò ad allestire, tempo fa, un ostello della gioventù, ma l’impresa non ebbe successo: Rathlin non è l’isola di Wight! Proseguendo lungo la baia, lasciandosi alle apalle la <i>Manor House</i> e le sue <i>dipendences</i> si trova un negozietto, allestito in una casa semidiroccata, che vende un po’ di pescato locale: sgombri, salmone, astici, aragoste, granchi. Uno squisito patè di granchio oppure la polpa cruda e <i>nature </i>dello stesso crostaceo, si può acquistare in delle ciotoline e mangiare sul posto. Segue una breve fila di <i>cottage</i>, quattro o cinque in tutto. Quindi, un po’ arretrato rispetto alla stradina che costeggia la baia, il grande <i>Mc Cuaig’s bar</i>, unico pub del luogo, dove si può anche mangiare del cibo semplice, tipo <i>fish and chips, burger and chips, chicken…and chips!</i> Noto con sollievo che è almeno provvisto della grande birra <i>Smithwick’s</i>! Infine un negozietto di articoli locali, che non assomiglia proprio ai consueti negozi di souvenir, e dall’altro lato, sul mare, una casetta di pietra, un tempo postazione della guardia costiera, che ora ospita il bel centro di documentazione sulla storia e il paesaggio dell’isola. Ecco, è proprio tutto: in fatto di insediamenti umani, se si esclude qualche altro raro cottage nei dintorni, a Rathlin non c’è altro! Il resto dell’isola è abitato soltanto da tantissimi uccelli, da lepri, pecore, qualche mucca e parecchie foche che sugli scogli si crogiolano al sole – quando c’è!</p>
<p>Ci sono paesini minuscoli, che contano poche centinaia di abitanti, ma d’estate si riempiono di orde turistiche, sicché la loro popolazione aumenta di dieci,  cinquanta, cento volte. E nonostante tutte le strutture turistiche e i servizi, l’abitato resta tragicamente sottodimensionato, inadeguato ad accogliere tante persone. Il paradosso, ma io parlerei proprio di perversione, è che più un luogo è intasato di gente (e di automobili) più viene considerato come un luogo “in”, un posto dove al ritorno dalle vacanze ci si può vantare di esser stati, raccontando agli amici: “non puoi immaginare quanta gente che c’era!” Ecco, Rathlin è precisamente l’opposto: se normalmente conta 100 abitanti, nell’alta stagione estiva può arrivare al massimo a raddoppiarli. Si può pensare che ciò corrisponda a una logica di mercato: poca domanda e dunque poca offerta. Nei luoghi del turismo di massa, invece, grande domanda grande offerta. Ma spesso è il contrario: è l’offerta che modella la domanda. I turisti vanno nei luoghi dove si fa di tutto per attirarli. In fondo, si muovono come le greggi nella transumanza, ma a differenza di queste credono di essere loro a scegliere direzione e meta! E non è detto, poi, che una offerta di strutture turistiche ridotta o ridottissima significhi scarso spirito imprenditoriale e si debba leggere come un’occasione perduta di sviluppo. I luoghi come Rathlin, la pace ed il benessere che ci offrono, ci aiutano a liberarci dall’ideologia della crescita, dall’equazione crescita=benessere.</p>
<p>L’isola ha tre fari, uno per ciascuna delle sue tre punte, tre splendide occasioni di trekking. Tre scenari differenti, specie riguardo ai suoni: alla <i>Southlight</i>, il richiamo inquietante delle foche che riecheggia tra le spettrali macerie della “Casa dei contrabbandieri”; alla <i>Westlight</i>, tutt’altro ambiente, con il grido di mille e mille uccelli marini che quasi copre il chiacchierio della gente giunta con la navetta (tanti), con le bici (pochi) o a piedi (praticamente io solo!); dietro la <i>Eastlight</i>, infine, solo il silenzio e la risacca dell’Oceano, che giunge come ovattata. E nella luce del crepuscolo pare quasi di veder passare una grande nave mercantile, ansiosamente attesa dai Lloyd’s e dai mercanti che vi hanno investito, e incrociarsi con un bastimento che invece parte or ora per l’America, con il suo carico di derelitti in cerca di fortuna o di semplice sopravvivenza. E tra l’uno e l’altro battello che sono quelle agili barchette e quegli uomini dagli strani costumi che lo guidano? Ma sì, sono i vichinghi che proprio da Rathlin incominciarono la loro invasione dell’Irlanda!</p>
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<p><b>il Mayo, Parnell e il “boicottaggio”</b></p>
<p>Eccoci nel Mayo, contea a nord del Connemara, stesso paesaggio aspro, ma molti turisti in meno. Il Mayo è forse il simbolo delle sofferenze di Irlanda. A suo confronto il desolato Connemara è una terra ridente! C’è un vecchio detto fra gli abitanti di questa contea, poche ed eloquenti parole: “<i>The Mayo: oh my God!”</i></p>
<p>La passeggiata di oggi parte dalla spiaggia di Dooagh, un villaggio fra Keel e il capo Achill, e si snoda per oltre 12 chilometri. La strada presto si inerpica regalando belle vedute della costa. In basso si scorge un grande <i>cottage; </i>è legato ad una storia importante e sarà il caso di rifiatare, sedersi un po’ qui, volgere lo sguardo indietro a contemplare l’oceano e la scogliera e ascoltare questa storia, sotto gli sguardi preoccupati delle pecore e quello vigile dell’ariete…</p>
<p>Dunque, siamo sul finire dell’Ottocento e anche per l’ Irlanda erano ormai “i tempi in cui si incominciava la guerra santa dei pezzenti” e qui i pezzenti erano soprattutto irlandesi e cattolici, contadini senza terra, giacché le <i>Penal laws</i> avevano di fatto escluso i cattolici – o più precisamente i non-anglicani &#8211; dalla proprietà delle terre. I proprietari terrieri, contro i quali i contadini cominciavano ad organizzarsi per rivendicare i loro diritti, erano quindi di regola protestanti e molto spesso inglesi. Ma il grande leader delle lotte contadine in Irlanda, l’”apostolo” dei pezzenti, come si usava dire nel linguaggio messianico della politica tardo ottocentesca, fu un ricco proprietario terriero, protestante e addirittura di origini inglesi! Si chiamava Charles Stewart Parnell. Del resto, non sarà certo l’unico protestante a guidare una lotta per i diritti civili che andava a beneficio soprattutto dei cattolici irlandesi. Chi ha visto il bel film <i>Bloody Sunday</i>, o conosce la vicenda, sa già a chi mi riferisco. E così, mentre nello stesso momento la chiesa cattolica d’Irlanda condannava i “tumulti” e gli “agitatori”, che poi erano quasi sempre suoi fedeli, Parnell si comportava da vero cristiano!</p>
<p>Parnell fu eletto ben presto deputato a Westminster, dove c’erano ormai una ottantina di rappresentanti irlandesi che si battevano per l’autonomia legislativa del loro paese, il cosiddetto progetto di <i>Home rule</i>. In una delle prime sedute a cui prese parte, egli rimase colpito dall’interminabile discorso tenuto da un altro deputato irlandese, Joseph Biggar. Biggar, in realtà, stava magistralmente adottando la tattica del <i>filibustering</i> – da noi conosciuto come ostruzionismo parlamentare – fondamentale strumento di lotta e di tutela delle minoranze parlamentari. Si trattava di bloccare un decreto coercitivo ai danni dell’Irlanda e soprattutto di indurre il Parlamento a guardare con più attenzione alla questione irlandese. Biggar, che si stava mostrando un così abile oratore, di mestiere faceva il macellaio ed era un presbiteriano: ancora un protestante alla testa delle battaglie civili irlandesi! Del resto, le <i>penal laws</i> e, in generale, la politica inglese di occupazione dell’Irlanda avevano discriminato non solo i cattolici, ma anche i protestanti cosiddetti “non-conformisti”, ossia tutte quelle chiese e denominazioni che erano al di fuori della chiesa anglicana.</p>
<p>Un paio di anni dopo ci fu nuovamente nelle regioni dell’Ovest una grave carestia: le piogge incessanti distrussero l’avena e fecero marcire le patate nel terreno. Nel semestre tra marzo e settembre piovve per 125 giorni su 183. Di nuovo, come nella Grande Carestia di qualche anno prima, molti contadini non furono più in condizione di pagare l’affitto; di nuovo i <i>landlords</i> incominciarono a cacciarli dalle terre. Ma nel giro di qualche decennio la situazione era molto cambiata, in Irlanda e nel mondo: erano nate le organizzazioni sindacali, le leghe contadine, ci si univa, ci si organizzava, si scioperava, si lottava. Parnell accolse l’invito a partecipare ad una assemblea che doveva tenersi nella città di Westport, qui nel Mayo, per organizzare la reazione, la protesta e la lotta contadina contro i provvedimenti di espulsione. Parnell vi giunse mentre, come al solito, cadeva una pioggia torrenziale. Ma né quel tempo così inclemente, né l’aperta condanna dell’arcivescovo cattolico nei confronti dell’iniziativa, impedirono a tantissimi contadini di accorrere ad ascoltare quel deputato, anglo-irlandese, protestante e <i>landlord </i>lui stesso, che però aveva abbracciato con generosità la loro causa. Lo accolsero grida di “la terra al popolo!”, “l’Irlanda agli Irlandesi!”, “basta con i ladri di terre!”. Il discorso di Parnell convinse ed entusiasmò i contadini. Così proprio la remota contea del Mayo assumeva la leadership delle lotte contadine. La folla era però esasperata ed era tentata dal ricorrere alla violenza contro i <i>landlords. </i>Ma Parnell si ricordava del suo ingresso alla Camera dei Comuni, si ricordava di Biggar, il macellaio presbiteriano e della tattica del <i>filibustering. </i>E si ricordava anche di essere un vero cristiano.</p>
<p>“Che cosa si dovrebbe fare con un affittuario che fa un’offerta per comprare una fattoria da cui il suo vicino è stato sfrattato?” (<i>Una voce</i>: “Sparargli!”). “Ho sentito qualcuno gridare che bisognerebbe sparargli”, continuò Parnell, “ma io voglio ora mostrarvi una via molto migliore, più cristiana, una via più caritatevole, che darà al peccatore perduto un’opportunità di pentirsi”.</p>
<p>Il silenzio più assoluto calò a questo punto sulla grande folla, il capo di ognuno si protese in avanti, come per ascoltare meglio e per non perdere una parola di ciò che quell’uomo straordinario stava per dire. Immaginiamo che Parnell abbia fatto una breve pausa a questo punto, giocando con la viva attesa che le sue parole avevano suscitato nella folla. Ed ecco che, seguendo la descrizione che fece del suo aspetto anni dopo la figlia di Sir Gladstone, il grande statista inglese, ecco che ci pare quasi di vederlo sorridere, con il suo sorriso luminoso, puntare verso la folla i suoi occhi che lanciavano dardi di fuoco e riprendere, finalmente, il suo vibrante discorso: “Quando un uomo si prende una fattoria da cui un altro è stato sfrattato, voi dovete additarlo al lato della strada, quando lo incontrate; voi dovete additarlo mentre sta dinanzi alla cassa del negozio, voi dovete additarlo al mercato e perfino nella casa di Dio, lasciandolo assolutamente solo, isolandolo dal resto dell’umanità come se fosse un lebbroso dei tempi antichi; voi dovete mostrargli in tal modo il vostro disprezzo per il crimine che egli ha commesso”.</p>
<p>Immaginiamo che alcuni, molti, abbiano applaudito entusiasti, conquistati dalla nuova prospettiva di lotta che Parnell mostrava loro. Immaginiamo che altri abbiano applaudito più timidamente, quasi sedotti, ma ancora un po’ perplessi. Immaginiamo che altri ancora abbiano mormorato qualche parola al loro vicino, per esprimere un dubbio, per esorcizzare con una battuta ironica la speranza che sorgeva e la paura che ancora una volta si andasse incontro a una delusione da scontare poi a caro prezzo.</p>
<p>L’efficacia del nuovo metodo di lotta avrebbero potuto mostrarla solo i fatti. Come sempre. E l’occasione non tardò a presentarsi, prendendo il nome e il volto del capitano Charles Boycott. Suo malgrado.L&#8217;</p>
<p>Il grande cottage abbandonato che risalta un po’ inquietante laggiù, tra pascoli e pietre, appartenne un tempo proprio al capitano Boycott.</p>
<p>Egli era stato un ufficiale dell’esercito britannico, ma ora era l’agente di Lord Erne, uno dei più ricchi proprietari terrieri di tutta l’Irlanda.</p>
<p>Quando sul Mayo si abbattè la carestia, il capitano non fece altro che quello che facevano tanti altri <i>landlord</i> e i loro agenti: sfrattò dalle proprietà di Lord Erne i contadini che non riuscivano più a pagare il canone di affitto. Per sua disgrazia, le proprietà suddette si trovavano però nel Mayo, e Parnell aveva da poco tenuto il discorso che abbiamo citato.</p>
<p>Il 18 ottobre 1880 <i>The Times</i> dette risalto a una lettera dall’Irlanda, a firma di un certo capitano Boycott. Costui raccontava, presentandola come decisione inevitabile e comunque normalissima, di aver spedito l’ingiunzione di sfratto ai contadini che non pagavano più l’affitto, ma proseguiva, con tono sconcertato, dichiarando che gli agenti da lui incaricati di notificare l’atto erano stati minacciati e rispediti indietro. Ma la cosa singolare, anzi inaudita, era ancora un’altra, proseguiva il capitano: da quel momento, il fabbro e la lavandaia non volevano più lavorare per la sua famiglia, i negozianti si rifiutavano di servirlo quando scendeva in paese; gli impiegati delle poste non gli recapitavano la corrispondenza e addirittura nessuno gli rivolgeva la parola! Quando andava in chiesa, i banchi vicini venivano lasciati desolatamente vuoti; perfino i suoi domestici si erano licenziati…</p>
<p>Non è chiaro chi abbia usato per primo il neologismo “boicottare”, se sia stato <i>The Times </i>stesso o <i>Le Figaro</i>, ma quel che è sicuro è che il capitano Boycott avrebbe volentieri evitato di passare alla storia in tal modo! Divenuto scomodo, ormai, per il suo stesso padrone, lord Erne, che doveva ormai venire a patti con i dimostranti e aveva bisogno di uomini più malleabili, Boycott fu costretto a lasciare la zona e a ritirarsi a vita privata. Con i proventi della sua lauta “liquidazione” pensò a un ritiro dorato, benché remoto, e venne così nell’isola di Achill. L’aspetto paradossale della vicenda è che in quest’isola tante volte nel corso della storia avevano trovato asilo i ribelli irlandesi. Ora diveniva invece l’ultimo rifugio di un aguzzino, uno che i moderni ribelli aveva cercato di liquidarli con le maniere forti. Boycott sperava forse di restare sconosciuto ai rustici abitanti di queste lande e comprò una bella casa in riva al mare, proprio sulla spiaggia di Keem, nei pressi del punto estremo dell’isola, il capo Achill. Ma l’eco del suo caso era giunta persino in questo posto ai confini dell’Irlanda, se non del mondo: qualcuno appiccò il fuoco alla sua dimora! E così Boycott si trasferì in un luogo ancora più isolato, affittando il cottage su cui si è soffermata la nostra attenzione. Ma neanche così trovò pace, a quanto sembra, perché di lì a poco dovette lasciare anche questa casa e abbandonare l’Irlanda. Quali altri manifestazioni di ostilità abbia dovuto subire non è noto. Certo è che il cottage ha un aspetto piuttosto sinistro…</p>
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<p><b>Cucina irlandese!</b></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda92-angelo-imbriani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9770" alt="irlanda92-angelo-imbriani" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/irlanda92-angelo-imbriani-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a>A Inis Oirr c’è un solo vero ristorante, il <i>Fisherman’s cottage</i>, ma fa un’ottima cucina, utilizzando prodotti locali freschi. Del resto, fa parte dell’associazione irlandese dello <i>slow food! </i>Potete trovare agnello con aromi, pollo ruspante, <i>cassoulet</i> di fagioli. Ma sarà il caso di andare sul pesce, anche per fare onore al nome del locale e al luogo! Potete cominciare con un antipastino: per esempio una scapece di sgombro, che pare una preparazione ligure più che irlandese (forse per questo la servono con una sorta di focaccia genovese?) Per il piatto forte, occorre vedere quale è il pescato del giorno; di solito si tratta dell’<i>haddock</i>, che è un ottimo pesce del nord-Atlantico, più saporito e pregiato del merluzzo. In ogni caso, trovate sempre nel menu la <i>fish pie</i>, una sorta di cremosa zuppa di pesce con granchio e merluzzo e accompagnata da purea di patate. E’ davvero eccellente. Un’altra possibilità sono i <i>linguini</i>, ossia le linguine al granchio, pescato nelle acque dell’isola. Non sperate di trovarle al dente, però: usano pasta di riso. Badate piuttosto alla freschezza del granchio.</p>
<p>A Keel, minuscolo villaggio della remota isola di Achill, nella desolata contea del Mayo, incredibile a dirsi, ci sono almeno tre ristoranti di pregio. Scelgo <i>Calvey’s</i>, ristorante sorto accanto alla rinomata e omonima macelleria. Una pausa nella sinfonia del pesce. L’agnello di Achill, che si nutre solo di erbe spontanee dell’isola, è celebratissimo. Ma io non ho cuore di mangiare agnelli. Un manzo o un maiale, perlomeno hanno vissuto abbastanza da essere stanchi di questa valle di lacrime. Ma un agnellino… lasciamo che faccia le sue dolenti esperienze! Il ristorante a prima vista ha un’aria chic che non mi attendevo (sai, i pregiudizi: ristorante annesso a una macelleria…). Addirittura una gentile donzella mi blocca e mi fa accomodare sul divanetto all’ingresso come si usa nei posti di classe. Però non mi fornisce del menu, né mi offre l’aperitivo. Per giunta il ristorante è quasi vuoto… Difatti, dopo quarantacinque secondi torna e mi accompagna al tavolo. E’ tutta una sceneggiata per darsi un tono. Ma li capisco: è dura gestire un ristorante chic nella sperduta isola di Achill, nella desolazione del Mayo. E per giunta con la gente che mormora: “<i>Calvey’s </i>chi? Ah, il ristorante che ha aperto il macellaio!”.</p>
<p>Escluso l’agnello, sarebbe da considerare il sontuoso <i>special of the </i>day: mezza aragosta, granchio, gamberi, ostriche…Ma si era detto che stasera si andava sulla carne: e allora, bistecca di  Angus irlandese, con introduzione di salmone locale affumicato. Hanno bottigline da un quarto e mezze bottiglie. Tra le mezze l’alternativa è fra il Chianti e un Bordeaux. Bordeaux tutta la vita! E’ della tenuta del barone Rotschild, nientemeno! Classico uvaggio bordolese: cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot. Perfetto. Il salmone è abbondante e squisito. La bistecca è imponente, alta tre dita, con una salsa di pepe (nero!), funghi e cipolle. Ora capisco perché Tex Willer e il suo pard Kit Carson si entusiasmano fino alla commozione quando nel villaggio dove sono capitati inseguendo il lestofante di turno trovano addirittura un ristorante francese! Mi sono sempre chiesto quale fosse la ragione di tale tripudio visto che comunque ordinano sempre una bistecca alta tre dita con una montagna di patatine fritte! Ma evidentemente la bistecca del ristorante francese di Tex e Carson è come questa di <i>Calvey’s</i>, con la salsina di cipolle, funghi e pepe nero. Le patatine fritte non sono una montagna, ma ci sono anche zucca arrostita e carote. E tutte insieme fanno una montagna. Purtroppo, al tavolo di fronte c’è una famigliola. Il ragazzo beve una birra Corona. Direttamente dalla bottiglia. La fine del mondo è vicina.</p>
<p>All’<i>Harbour restaurant, </i>a Donegal, è proprio un tripudio di sapori atlantici. Prendo come <i>starter </i>una zuppa di pesce che, come in tutto il nord Europa non è ciò che noi intendiamo per zuppa di pesce, ma è una crema, una vellutata molto saporita, di solito con dei pezzetti di pesce, dei molluschi e dei crostacei. Poi, la specialità del posto che è la casseruola di pesce con salmone, merluzzo, gamberi, cozze, chele di granchio, cucinata in un fumetto di aragosta e vino bianco. La sera successiva è andata ancora meglio in un rinomato ristorante di Mountcharles, paesino costiero a pochi chilometri da Donegal. Il ristorante si chiama <i>Village Tavern </i>e qui ciò che incuriosiva e intrigava nel menu era innanzitutto l’antipasto così battezzato: <i>our signature seafood taste. </i>La scelta è stata felicissima: in cinque ciotoline mi sono giunti, delle frittelle di merluzzo con salsa piccante/dolce (tipo cucina indonesiana, a mio avviso la migliore del mondo); chele di granchio intinte in un pesto di basilico, vellutata di pesce tipo quella della sera precedente, ma ovviamente in formato mignon; haddock con burro fuso; il classico cocktail di gamberi in salsa rosa. Come <i>main course</i> sono andato sulla <i>black sole, </i>sogliola nera, che però di nero non ha nulla, ma in compenso ha carni gustose e compatte. E ora se qualcuno sostiene che in Irlanda o più in generale all’estero si mangia proprio male e che “come si mangia in Italia..” beh è uno che non studia, che non incrocia le fonti, che non sa fare esegesi delle guide turistiche!</p>
<p>FINE PRIMA PARTE</p>
<p>Le foto sono di Angelo Imbriani.</p>
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