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	<title>Art&#039;Empori &#187; Crisi economica</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Decrescita e visione di genere: la politica della prospettiva di sussistenza</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 10:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
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		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
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		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[politica della prospettiva di sussistenza]]></category>
		<category><![CDATA[società matriarcale]]></category>
		<category><![CDATA[Veronika Bennholdt-Thomsen]]></category>

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		<description><![CDATA[[Rassegna stampa] Scritto di Veronika Bennholdt-Thomsen dal sito Comune-Info . Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla Conferenza internazionale sulla decrescita 2012 di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere. I principi di una politica della prospettiva di sussistenza 1. Politica di sussistenza è una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[Rassegna stampa] Scritto di Veronika Bennholdt-Thomsen dal sito <a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">Comune-Info</a> .</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/bennholdt.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7351" alt="bennholdt" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/bennholdt.jpg?w=135" width="135" height="150" /></a>Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla <strong>Conferenza internazionale sulla decrescita</strong> 2012 di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>I principi di una politica della prospettiva di sussistenza<br />
</strong>1. Politica di sussistenza è una politica del quotidiano, praticata dal «basso», dall’individuo attivo e consapevole delle proprie responsabilità e non dall’«alto», da parte di un’autorità superiore.<br />
2. Politica di sussistenza è una politica del necessario, dell’immanenza anziché della trascendenza.<br />
3. La politica per la sussistenza si orienta al concreto, al materiale, al corporeo, al sensoriale e si indirizza contro il denaro e l’anonimia della merce.<br />
4.Orientamento alla sussistenza è una politica per la ricostruzione della comunità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Introduzione. La politica della prospettiva di sussistenza: di cosa si tratta?</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Viviamo in un periodo di trasformazioni radicali. Coloro che vedono in esse una crisi della civiltà sono sempre più numerosi. Con ciò si intende che tutte le varie «crisi»: la crisi climatica e quella ambientale, ovvero le cosiddette catastrofi naturali, la crisi finanziaria e quella economica, la crisi alimentare – che in realtà è una «crisi» dei prezzi dei prodotti alimentari – e infine la catastrofe atomica – eufemisticamente definita come crisi dell’energia atomica – confluiscono in un’unica crisi, vale a dire la crisi dei valori e della cultura, ormai diffusa in tutto il mondo, basata sulla fede nella crescita economica che va perseguita mettendo a repentaglio i singoli, le nazioni e infine l’intera umanità. Il consumo di massa è divenuto il pilastro della crescita del profitto, l’aspirazione alla crescita del profitto a sua volta alimenta il consumismo e insieme sfociano nella distruzione dell’umanità e nel saccheggio della natura. Ciò che legittima il nesso tra la crescita del profitto e la propensione ai consumi è il «vantaggio individuale», o come sin dai tempi di Adam Smith è stata eufemisticamente definita l’avidità, «l’interesse». La sua ben nota tesi centrale è assurta a principio fondamentale dell’economia. Perseguendo il proprio vantaggio ciascuno può contribuire più efficacemente al benessere della nazione che non dedicandosi espressamente al benessere collettivo. La politica dello sviluppo ha diffuso questa fede in tutto il mondo, come fosse una religione. Nella seconda metà del ventesimo secolo l’eresia era il «sottosviluppo».</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Nel ventunesimo questa ortodossia si è definitivamente imposta e si è completata la Conquista. La globalizzazione dei mercati in un unico mercato mondiale ha trionfato. In nome del libero mercato mondiale milioni di contadine e di contadini vengono derubati della propria terra, vale a dire della base di sostentamento, altri sono privati delle proprie sementi e migliaia sono spinti al suicidio a causa dell’indebitamento per le sementi chimiche.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">I profughi vengono respinti verso altri paesi, economicamente più fortunati. A migliaia muoiono durante la fuga. Le grandi imprese nel campo dell’energia non temono di impiegare la tecnologia atomica che minaccia ogni forma di vita, mentre i governi si rendono loro complici per raggiungere la presunta crescita economica. L’economia stessa è diventata guerra, il denaro arma. Il confine con la violenza bellica sanguinaria è fluido. Noi, che apparteniamo alla società globalizzata della massimizzazione, ci troviamo al bivio. Accettiamo che questa civiltà distrugga il mondo oppure no? Si tratta di una questione di vita o di morte, di qualcosa di concreto, fisico e nel contempo di attinente ai valori, alla fede e all’etica sottesi a questa dinamica. È necessario riconoscere che la visione del mondo della «società della crescita» segue l’ordine simbolico della morte. Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo ordinamento economico bensì, fondamentalmente, di un nuovo contratto sociale basato su nuovi valori.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>È essenziale un nuovo contratto sociale</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale che si fondi sulla valorizzazione delle relazioni tra i viventi e non sulla distruzione dell’umanità e sul saccheggio della natura finalizzato alla massimizzazione del profitto e alla crescita dei consumi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale fondato su un sistema di valori che riconosca la fertilità naturale e vivente, in base alla quale i bambini hanno origine dalle donne, e non dalla provetta di laboratorio, e il cibo dalla terra, e non dalla macchina. Noi abbiamo bisogno di un contratto sociale che superi il produttivismo, teso all’incremento delle merci e del profitto, e sia sostituito dalla cooperazione con le forze naturali viventi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale che si ispiri ai valori della cura materna, affinché le generazioni future crescano rettamente e i malati e gli anziani possano vivere e morire con dignità.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Tutti questi aspetti di un nuovo orientamento rappresentano anche i valori centrali nelle società matriarcali. Nella nostra società patriarcale, al contrario, incontrano un’accanita opposizione, e quando vengono identificati come valori materni e matriarcali, sono spesso oggetto di contestazione anche da parte delle donne. Noi femministe conosciamo la critica difensiva che ci viene rivolta con lo scopo di sminuire, che è di biologismo e di essenzialismo. Ma ogni essere umano, uomo o donna, può essere premuroso in modo materno.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Ciò non ha niente a che fare con la biologia. Al contrario, il sentimento materno in tutte le culture è il simbolo del sostegno alla vita, e l’ordine simbolico della madre e della maternità rappresenta l’ordine naturale del divenire e del trascorrere. Lo si ritrova in tutte le culture, a meno che non siano essenzialmente guerriere, come la nostra o quella estremamente oppressiva nei confronti delle donne dei Baruya in Nuova Guinea, con la sua economia primitiva di caccia e raccolta. Fra i Baruya la forza socialmente riconosciuta come decisiva è quella del portare la morte. Ma perfino qui, i portatori di morte si rappresentano come «creatori», come coloro che per mezzo del seme maschile creano la fertilità del campo e che nei riti di iniziazione omosessuali destano i propri figli alla vita.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Anche noi conosciamo la messa in scena della fertilità da parte dell’industria chimica con il suo monopolio sulle sementi, i suoi organismi geneticamente modificati (Ogm), dotati di geni-Terminator incorporati. Esattamente questo è l’autentico biologismo, il<em>logos</em> crea presumibilmente la vita, dopo averla precedentemente strappata alla <em>physis</em> e averla quasi uccisa. Viene separata e divisa, soffocata e poi creata artificialmente («man made»). Naturalmente, si tratta di una presunta nuova creazione. Proprio questo è l’essenzialismo, essenzialismo patriarcale, e precisamente quello che attribuisce al distruttore l’autentica ed essenziale forza creatrice. Claudia von Werlhof la definisce una pratica alchemica. Una civiltà della post-crescita ha bisogno di un modo di pensare decisamente nuovo. Nello specifico, occorre superare il concetto di Natura proprio delle scienze naturali, e tendere a una comprensione della natura come riconoscimento della corporeità, della mater-ia, della concreta e sensoriale materialità, riconoscimento di quello che ci è stato dato e del modo in cui la vita stessa ci è stata data, come dono. La teoria della <em>gift economy</em> di Geneviève Vaughan si basa su questo riconoscimento (G. Vaughan, <em>Per-donare. </em><em>Una critica femminista dello scambio, </em>Meltemi).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La prospettiva della sussistenza e la politica della sussistenza</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Da anni, decenni, noi che lavoriamo alla teoria della sussistenza – e nel frattempo siamo diventate numerose, tutte femministe orientate in senso matriarcale – abbiamo criticato duramente la perversione, il rovesciamento di vita e morte da parte dell’economia della crescita e della sua politica di sviluppo globalizzata. Ma non c’è nulla di più complicato del parlare contro dogmi consolidati. Lo so per amara esperienza. Ma proprio di questo si tratta: analizzare criticamene i dogmi indiscussi e cercare i modi in cui, ai nostri giorni, nel ventesimo e ventunesimo secolo, possano funzionare diversamente, in modo assolutamente pratico e pragmatico.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>«Sussistenza», il concetto e il suo significato</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Sussistenza è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, ciò con cui la vita «prosegue», come asserì Gertrud Mies, la madre di Maria Mies. Lei, contadina di lingua tedesca dell’Eifel, probabilmente non conosceva ancora l’espressione «sussistenza», prima che sua figlia si dedicasse al tema, a differenza delle contadine di lingua inglese in India presso le quali Maria ha compiuto le sue ricerche, o dei contadini di lingua spagnola in Messico, dove ho svolto le mie, o di quelli francofoni in Africa Occidentale o in Svizzera. In latino «subsistere» ha il significato di «ciò da cui deriva la propria esistenza, la propria essenza». Con ciò si fa riferimento al processo che esiste e continua grazie a una certa forza vitale. Gli esseri umani vengono ricompresi come parte della totalità di questo processo. La nostra definizione sottolinea la partecipazione attiva da parte degli umani. «Produzione di sussistenza» – o produzione vitale – comprende tutto il lavoro svolto per la produzione e la conservazione della vita immediata, che ha questo preciso scopo. In questo senso il concetto di produzione di sussistenza si contrappone a quello di produzione di merce e valore aggiunto. Nella produzione di sussistenza l’obiettivo è la «Vita». Nella produzione di merci l’obiettivo è il denaro, che «produce» sempre più denaro oppure l’accumulazione del capitale. La vita si presenta in un certo senso soltanto come effetto «collaterale». Orientamento alla sussistenza, è lo sguardo al necessario, non soltanto per noi stessi, ma anche per gli altri, l’esatto contrario dell’interesse personale. «Vivere e lasciar vivere», dice la gente nella Warburger Börde, nella Westfalia orientale. E questo significa anche vivere in modo tale che non lo si faccia a spese della sussistenza degli altri. La mia sussistenza comprende sempre anche la sussistenza degli altri. Questa morale della sussistenza, che E. P. Thompson ha individuato anche nel comportamento della classe operaia inglese del tardo diciottesimo e dell’inizio del diciannovesimo secolo, e che ha definito <em>moral economy</em>, è più importante che mai in un mondo globalizzato: vivere in modo tale che io con il mio consumo non sottragga niente ad alcuno, in alcun luogo. Think globally, act locally!</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Orientamento alla sussistenza significa liberazione dalla fissazione sul «di più e sempre di più», significa riconoscere ciò che è superfluo, quando interviene la sazietà e quando comincia l’avidità, che divora soltanto tempo e voglia di vivere. Sussistenza significa non fidarsi più del denaro, ma delle forze viventi, anche delle proprie. Sussistenza significa mettere alla prova le proprie capacità, significa fare da sé e, d’altro canto, significa consolidare insieme agli altri le nostre basi di esistenza. Non si può mangiare il denaro, dal denaro non si costruiscono case, il denaro non sostituisce alcuna assistenza e alcuna comunità. Sussistenza non significa autarchia, come è definita nella nostra società frantumata e individualizzata, per sminuirne il significato. Perché nella società della concorrenza inserita nell’economia della crescita, in cui predomina la cultura dell’<em>homo homini lupus</em> (Thomas Hobbes 1651), risulta difficile connettere la sovranità indipendente della persona e la cooperazione comunitaria. Nel nuovo concetto della sovranità alimentare, invece, esse lo sono. Ciò non ha niente a che vedere con l’isolazionismo autarchico.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">[...] <span style="color:#0000ff;">per articolo completo clicca su </span><a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/</a></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>&#8212;</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Titolo originale <a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">&#8220;Il mondo è di tutti, dicono le donne, cambiamolo</a>&#8221; di Veronika Bennholdt-Thomsen | 23 settembre 2012</p>
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		<title>LEO BASSI, UN CLOWN PERICOLOSO CONTRO LA CRISI</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/06/09/leo-bassi-un-clown-pericoloso-contro-la-crisi/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 09:43:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
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		<description><![CDATA[Articolo di Graziano Graziani per &#8220;I quaderni del Teatro di Roma&#8221; maggio 2013 Nel suo ultimo spettacolo Leo Bassi attacca il neoliberismo e la finanza colpevoli di aver scatenato la crisi odierna che sta uccidendo la classe media e la sua cultura. E assegna al teatro il compito di sognare una nuova “Utopia” “Il buffone più pericoloso [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo di Graziano Graziani per <a href="http://www.teatrodiroma.net/quaderni" target="_blank">&#8220;I quaderni del Teatro di Roma&#8221;</a> maggio 2013</p>
<p>Nel suo ultimo spettacolo Leo Bassi attacca il neoliberismo e la finanza colpevoli di aver scatenato la crisi odierna che sta uccidendo la classe media e la sua cultura. E assegna al teatro il compito di sognare una nuova “Utopia”</p>
<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/leo-bassi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7343" alt="leo bassi" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/leo-bassi.jpg?w=211" width="211" height="300" /></a>“Il buffone più pericoloso di Spagna”: così anni fa è stato definito Leo Bassi. Ma forse oggi lo è dell’intera Europa. I poteri forti sono da sempre il bersaglio preferito dei suoi spettacoli corrosivi e “scorretti”. Per questo è naturale che nel suo ultimo lavoro Bassi se la prenda con la deriva economicista che sta spazzando via il pensiero umanista. Ma “Utopia” – che quest’anno ha fatto più volte tappa in Italia – è anche un inno al teatro e al suo potere di rigenerazione della società. E Leo Bassi ci ha raccontato perché.</p>
<p><strong>In “Utopia” parli del rapporto tra teatro e utopia. Di che rapporto si tratta?</strong></p>
<p>Il teatro è cambiato radicalmente negli ultimi cento anni. Per certi versi ha perso molto potere, ma ha anche acquisito nuove prerogative. Quello che ha perso è la sua centralità: prima il teatro era il luogo deputato alla “narrazione” di una società, non c’erano né cinema né televisione. Oggi il rapporto si è ribaltato, per questo assistiamo a spettacoli in cui, ad esempio, si porta a teatro l’attore televisivo. Il senso di una simile operazione è che il “personaggio famoso” è a pochi passi da te, lo vedi “dal vivo”: questo crea un evento. Oggi una grande fetta di pubblico va a teatro solo per vedere operazioni simili, per partecipare all’evento. Ma è una cosa da stupidi. Perché? Perché il teatro deve essere il luogo dell’utopia. Questo era il senso della sua centralità come luogo in cui una società di narra, si comprende e può così immaginarsi diversa, migliore.</p>
<p>La crisi economica sta accelerando l’aggressione al sistema di sovvenzionamento pubblico alla cultura, che si sta sgretolando. Questo marginalizza ancora di più il teatro ma, allo stesso tempo, si stanno sgretolando anche le abitudini del “teatro borghese”. Ad esempio il sistema degli abbonamenti, che va in crisi. Tutto ciò sta obbligando gli artisti a inventare nuovi modi di fare teatro. Faccio un esempio. In Spagna una delle esperienze più significative di questa stagione è stata la trasformazione, da parte di un gruppo di argentini, di un appartamento in luogo alternativo per il teatro. Un luogo totalmente abusivo, senza alcuna licenza, in cui si offrono storie di vita casalinga, storie intense, a gruppi di cinquanta spettatori seduti un po’ dove capita. Negli ultimi mesi a Madrid si è parlato molto più di questo teatro che di tutti gli altri luoghi della città.</p>
<p>Quando non ci sono più soldi chi rimane nella professione è pazzo? Visionario? Di certo chi continua non lo fa per un interesse economico.</p>
<p><strong>Ma cos’è la crisi per Leo Bassi?</strong></p>
<p>È la fine della classe media europea. Le grandi battaglie del XIX secolo e le successive battaglie socialiste, le cui radici affondano nella Rivoluzione Francese e nell’Illuminismo, avevano rappresentato il tentativo di creare una classe intermedia tra aristocrazia e Chiesa da una parte e contadini e servi dall’altra. Questa classe media era istruita, portatrice di un’idea di cultura, dell’orgoglio di non essere e di non voler essere schiava delle classi più ricche. Oggi ci troviamo di fronte alla lotta tra la classe media e la classe più potente, che vuole trasformare di nuovo la prima in servitù. In crisi, oggi, c’è proprio quel mondo intermedio dove nasce l’arte, dove nasce lo spirito rivoluzionario e di libertà. Tutta la logica del sostegno pubblico a favore delle arti, in questi ultimi decenni, può essere vista come uno sforzo disperato di conservare questo spazio intermedio, prendendo soldi ai ricchi. Oggi questo sforzo appare agli occhi di molti “ingiustificato”. È una grande sconfitta della sinistra, che di fondo era “classe media”. L’idea che la sinistra rappresentasse gli operai era un’illusione: casomai rappresentava gli operai istruiti che tentavano di emanciparsi per aprire nuovi spazi di democrazia. Ma tutto questo ormai non esiste più.</p>
<p><strong>Come si traduce tutto questo in campo artistico?</strong></p>
<p>Per me il paradigma sono i musical di Broadway. Lì, nel tempio del teatro americano, le grandi compagnie di produzione si sono impossessate di tutti i teatri: il risultato è che produzioni come “La Bella e la Bestia” o “Il Re Leone” vengono viste come grandi opere artistiche, quando qualsiasi persona vagamente istruita – della classe media, appunto – è in grado di rendersi conto che si tratta di storie per bambini, di cartoni animati trasferiti sul palcoscenico. Certo, sono operazioni “popolari” che hanno un loro pubblico. Ma qual è il criterio che assegna a prodotti simili l’etichetta di operazioni “culturali”? La classe media un criterio di discernimento ce l’aveva. Ma questa classe ormai non ha più potere e anche la sua cultura non è più rispettata.</p>
<p>Quello che resta è questa nuova narrazione dove i “classici” sono i classici Disney, gestiti dai banchieri della Disney, i quali seguono modelli di produzione molto cinici: creano prodotti che vengono visti e godute senza alcun criterio. Il pubblico di questi spettacoli è un pubblico senza orgoglio, asservito, un pubblico di pecore. Questa gente è la negazione di tutte le lotte che negli ultimi tre secoli avevano tentato di affermare una classe libera, indipendente, critica e intelligente. Una classe che aveva messo la propria narrazione nella Storia, affinché la Storia fosse letta come un percorso verso l’eliminazione dei privilegi dei ceti aristocratici e religiosi, un percorso verso l’uguaglianza. Oggi i banchieri sono riusciti a far cambiare questa idea, a cancellare quella narrazione e ad affermare che l’orizzonte culturale coincide con lo stile di vita di chi detiene il potere. La crisi è quindi una materializzazione della fine della classe media, dei suoi divertimenti, del suo mondo intellettuale. Presto non ci saranno persone in grado di stabilire cosa sia la cultura.</p>
<p><strong>E allora qual è oggi il compito dell’artista?</strong></p>
<p>Per me oggi il mio lavoro, come quello di tanta altra gente, serve a contrastare questa deriva. A provarci. Preso in questa accezione, il lavoro dei teatranti è molto vicino ad esempio a quello di gruppi di hacker come Anonymous, informatici che non vogliono piegarsi allo strapotere dei banchieri. Abbiamo possibilità di vincere? Se l’unità di misura temporale sono i secoli, sono molto ottimista. Ma parlando del prossimo futuro, vedo le cose sempre più difficili.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Articolo originale &#8220;Un clown contro la crisi, conversazione con Leo Bassi&#8221; di Graziano Graziani</p>
<p><a href="http://www.teatrodiroma.net/quaderni">http://www.teatrodiroma.net/quaderni</a></p>
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		<title>Fabbriche autogestite in Argentina: un modello per l&#8217;Italia?</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jun 2013 19:23:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Argentina delle fabbriche recuperate &#8211; dal sito Comune-Info A differenza delle diverse esperienze di economia alternativa nate in Argentina durante il periodo della crisi dei primi anni duemila (treque, mercati solidali, mense popolari etc.), spazzate via in un attimo con la crescita degli ultimi anni, le imprese recuperate hanno resistito nel tempo. La conferma di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://comune-info.net/2013/05/rapportoimpreserecuperate/" target="_blank">L&#8217;Argentina delle fabbriche recuperate</a></strong> &#8211; dal sito <a href="http://comune-info.net/" target="_blank">Comune-Info</a></p>
<p>A differenza delle diverse esperienze di economia alternativa nate in Argentina durante il periodo della crisi dei primi anni duemila (treque, mercati solidali, mense popolari etc.), spazzate via in un attimo con la crescita degli ultimi anni, le imprese recuperate hanno resistito nel tempo. La conferma di questa presenza nel tessuto economico del paese, arriva dal nuovo rapporto «Terza guida ai prodotti e servizi delle imprese recuperate e autogestite argentine», pubblicato dal ministero del lavoro argentino.</p>
<p>I dati dimostrano non solo una permanenza di queste esperienze nella società argentina ma anche una forte crescita. Nella prima edizione della guida nel 2005 erano state censite 87 imprese recuperate, già nel 2007 si era arrivati a 137 e in questa ultima edizione (2012) ne sono state documentate 323. In realtà, non tutte le imprese sarebbero state inserite. Spiega Franca Ventura, coordinatrice del progetto di mappatura: «Dalla fine del ultimo rilevamento relativo alla pubblicazione adoggi siamo arrivati a individuarne oltre 700 imprese recuperate a livello nazionale».</p>
<p>«Il fenomeno delle imprese recuperate ha inizio nel 2001 e nel 2002 con la crisi economica – commenta Eduardo Montes, vicepresidente dell’Unión Productiva de Empresas Autogestionadas – Ma oggi che non c’è più la crisi si continuano a recuperare imprese soprattutto per la cattiva gestione degli imprenditori». Del resto sono numerosi gli imprenditori che hanno investito in fallimentari speculazioni finanziarie internazionali, a cause delle quali sono stati costretti a chiudere molte attività.</p>
<p>(per l&#8217;articolo completo <a href="http://comune-info.net/2013/05/rapportoimpreserecuperate/" target="_blank">clicca qui</a>)</p>
<p>Per una serie di articoli sulle fabbriche recuperate con l&#8217;autogestione, clicca su:</p>
<p><a href="http://comune-info.net/2012/11/imprese-autogestite-reinventare-la-vita-dal-lavoro/" target="_blank">http://comune-info.net/2012/11/imprese-autogestite-reinventare-la-vita-dal-lavoro/</a></p>
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