<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Art&#039;Empori &#187; Crisi economica</title>
	<atom:link href="https://www.artempori.it/artempori/category/temi/crisi-economica/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.artempori.it/artempori</link>
	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Jul 2021 21:41:15 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=3.7.41</generator>
	<item>
		<title>Mi porto il cibo da casa. La ristorazione in tempo di crisi</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/12/31/mi-porto-il-cibo-da-casa-la-ristorazione-in-tempo-di-crisi/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/12/31/mi-porto-il-cibo-da-casa-la-ristorazione-in-tempo-di-crisi/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 31 Dec 2013 17:06:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Ritrovi di resistenza alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[Bring Your Own]]></category>
		<category><![CDATA[osteria del sole bologna]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.artempori.it/artempori/?p=9756</guid>
		<description><![CDATA[[di Margo Schachter* da Vanity fair] In America e Australia il &#8220;Bring your own&#8221; (portarsi cibo e vino) è ormai una moda, ma anche in Italia sono sempre di più i ristoranti dove si va per stare insieme. E si paga il coperto. Ecco come e dove In inglese si dice BYO – Bring Your Own [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b><i><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/OSTERIA-DEL-SOLE-bn.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9757" alt="OSTERIA-DEL-SOLE-bn" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/OSTERIA-DEL-SOLE-bn-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>[<i>di Margo Schachter* da <a href="http://www.vanityfair.it/vanityfood/luoghi/13/08/26/byo-ristoranti-dove-porti-da-casa-cibo-e-vino" target="_blank">Vanity fair</a>] </i>In America e Australia il &#8220;Bring your own&#8221; (portarsi cibo e vino) è ormai una moda, ma anche in Italia sono sempre di più i ristoranti dove si va per stare insieme. E si paga il coperto. Ecco come e dove</i></b></p>
<div>In inglese si dice BYO – Bring Your Own – ossia portarsi il proprio (cibo o vino da casa) quando si esce a cena, al ristorante o a casa di amici. Una schiscetta (il &#8220;pranzo al sacco) legalizzata, non solo in ufficio o per un picnic, ma nei luoghi classici della ristorazione. Ecco come funziona (sotto). Per i migliori indirizzi</div>
<div></div>
<div><span style="text-decoration: underline;">La tassa del coperto</span></div>
<div>Facciamo un passo indietro. In Italia vige la controversa pratica del Coperto, che è solo il retaggio sopravvissuto di quando nelle osterie ci si poteva sedere e mangiare le proprie cose. Ai tempi del Medioevo infatti le taverne offrivano da mangiare, solo da bere, o anche solo l’alloggio e un tavolo a cui sedersi. In cambio, si pagava un coperto per piatto, bicchiere, pane e disturbo. Oggi si potrebbe definirla una “tassa” come viene effettivamente chiamata nei paesi anglosassoni. Il corkage fee è infatti il contributo chiesto da ristoratore quando è l’ospite a portarsi la bottiglia di vino, un “diritto di tappo” per la sua aperture e l’uso dei bicchieri, del decanter o del refrigeratore. Se in Italia il coperto è prassi del 99% dei ristoranti, all’estero il corkage fee viene applicato solo nei (molti) locali in cui portarsi il proprio vino è una consuetudine. In Inghilterra o negli States il vino è caro, molto caro, o la carta dei vini e troppo limitata per il palato di un estimatore, e quindi per motivi economici o di gusto, si preferisce fare da soli.</div>
<div></div>
<div><span style="text-decoration: underline;">Bring your own bottle</span></div>
<div>BYO, Bring Your Own (&#8220;porta il tuo&#8221;) è una consuetudine nazionale in Australia, al ristorante o persino quando si va a casa d&#8217;altri. Dagli anni Sessanta è ampiamente diffuso in tutto il Paese e non ci si deve stupire di essere invitati ad un BBQ a casa di qualcuno, ma BYO bottle o persino BYO meat. Ci si porta da bere e pure la carne da cuocere sulla griglia – più che altro da condividere in una sorta di spesa collettiva.</div>
<div></div>
<div>L’idea si è diffusa in Canada, attorno agli anni Ottanta, soprattutto nei ristoranti che a fronte di una scarsa offerta di sole birre preferivano non chiudere la porta a clienti più esigenti. Per molti ristoranti la scelta BYO significa infatti limitare le spese di gestione legate alla licenza di vendita per gli alcoolici o anche solo alle spese immani di avere una cantina all’altezza della situazione.</div>
<div></div>
<div>Nel Regno Unito la cosa è sempre stata appannaggio proprio dei posti più popolari, ma nell’era post-crisi globale hanno cominciato anche i ristoranti stellati della City, con cantine di vero prestigio. Il costo e il ricarico delle bottiglie al ristorante stava cominciando a tenere alla larga la clientela e oggi una lunga lista di ristoranti è corsa ai ripari. Anche negli States la moda si è diffusa a partire da un’esigenza “pratica” ma ha trovato grandi estimatori anche fra chi non ha certo bisogno di guardare lo scontrino. Persino Madonna è stata pizzicata nel bel mezzo di un ristorante dell’Upper East Side a tirar fuori dalla borsa bottiglia e tanto di calici adatti!</div>
<div></div>
<div>Dal BYOB al ritorno anche del BYOF (Bring Your Own Food) il passo è stato breve e le formule per conciliare vita sociale ed economia hanno cominciato a diffondersi più che velocemente.  Negli States il New York Times ha sentenziato il trend dei BYOF e dei ristoranti che mettono a disposizione tavoli, bar ben forniti, ma persino griglie e cucine dove prepararsi il proprio cibo da soli o assistiti dal personale. Fioriscono birrerie artigianali che puntano tutto sulla qualità del proprio prodotto, preparano qualche piatto da fast-food ma non fanno di questo il punto di forza del proprio business, lasciando agli ospiti di portarsi da mangiare – massimizzando così la spesa in bevande.</div>
<div></div>
<div>In tutto il mondo cucinare è diventato qualcosa di cui vantarsi, da mostrare e da condividere.   In Italia, la tradizione medioevale del coperto sembra non aver lasciato traccia e i ristoranti che consentono di portarsi il vino da casa sono ancora pochi. Anche se in aumento, come le iniziative di BYOF. La schiscetta è stata eletta oramai “la pausa pranzo degli italiani”  anche in vacanza e nei rifugi alpini, da anni convertiti a trattorie vista monti, e che questa estate hanno segnato il ritorno dei panini al sacco, ormai scomparsi da anni dagli zaini degli ospiti. “Stare a casa” non potrà essere una soluzione a lungo termine per una crisi che è già diventata nuovo stile di vita.</div>
<div>.</div>
<div>per l&#8217;articolo originale <a href="http://www.vanityfair.it/vanityfood/luoghi/13/08/26/byo-ristoranti-dove-porti-da-casa-cibo-e-vino">http://www.vanityfair.it/vanityfood/luoghi/13/08/26/byo-ristoranti-dove-porti-da-casa-cibo-e-vino</a></div>
<div>.</div>
<div>Per alcuni luoghi del cibo portato da casa.</div>
<div>[da <a href="http://bonaciniluca.blogspot.it/2013/08/esco-cena-e-mi-porto-da-mangiare.html" target="_blank">Papille alla riscossa</a>]<a title="Papille alla riscossa" href="http://bonaciniluca.blogspot.it/2013/08/esco-cena-e-mi-porto-da-mangiare.html" target="_blank"><br />
</a></div>
<div><b>BOLOGNA, OSTERIA DEL SOLE</b></div>
<div>A due passi da Piazza Maggiore, fra le viuzze del centro storico, l&#8217;Osteria del Sole è una vera istituzione bolognese. Un viaggio indietro nel tempo (l&#8217;osteria è stata fondata nel 1465)  intorno a un bicchiere di vino. Ci si porta il cibo da casa, si siede ai grandi tavoloni e si conoscono persone nuove. <a href="http://www.osteriadelsole.it/index.htm" target="_blank">www.osteriadelsole.it</a></div>
<div><b>SAVIGNO, DA AMERIGO</b></div>
<div>P.I.V., Alias Porta Il Vino da casa. Da Amerigo, trattoria attiva dal 1934 a Savigno (Bologna) cucinano ancora come una volta, ma hanno importato l’usanza anglosassone, e senza costi aggiuntivi. Anzi, regalano pure un sorriso!</div>
<div>www.amerigo1934.it</div>
<div><b>DIVINOMIO, TRENTO</b></div>
<div>Si è svolta a marzo 2013, e si attendono repliche, l’iniziativa “DiVinoMio” del Maso Franch (Valle di Cembra, Trento). Chi ha una bottiglia speciale a casa e vuole valorizzarla, la può portare al ristorante e lo chef Diego Rigotti creerà un menù “su misura” di tre o quattro portare. Ovviamente, vini esclusi!</div>
<div>www.masofranch.it</div>
<div><b>SORDIGLIO, TORTELLOTERAPIA</b></div>
<div>Il nome del ristorante è tutto un programma e non lascia spazio a dubbi sul contenuto del menù. Li fanno in mille modi in un ambiente popolare e onesto come una festa di paese. Il vino è “quello della casa”, oppure ce lo si porta da soli grazie al servizio “vino in libertà”. A Sordiglio (Reggio Emilia). www.tortelloterapia.it</div>
<div><b>ISOLA DELLA BIRRA, MILANO</b></div>
<div>A Milano, in una piccola birreria con birre artigianali, nel quartiere dell’Isola si può mangiare ottimo sushi. Il menù è quello del ristorante giapponese della via, che porta semplicemente l’ordinazione ad un tavolo diverso – con piatti e stoviglie vere e prezzi da asporto. www.isoladellabirra.com</div>
<div><b>NEW YORK, SYCAMORE</b></div>
<div>A Brooklyn, metà Whiskey bar e metà negozio di fiori. Per metà ristorante visto che ci si può portare il cibo, la carne da cucinare sul grill o si può ordinare dai ristoranti nella zona. www.sycamorebrooklyn.com</div>
<div><b>BASIS BAR, AMSTERDAM</b></div>
<div>Drande libertà di scelta: si può ordinare lì, portare qualcosa da casa o telefonare ai ristoranti vicini. A disposizione, un bar fornito, tavoli e sedie, buona musica, ma anche forni tradizionali o a microonde per prepararsi la cena. www.basisamsterdam.nl</div>
<div><b>GERMANIA, BEERGARDEN</b></div>
<div>In tutta la Germania nei beergarden estivi è tradizione scegliere fra i tavoli “con tovaglia” in cui si viene serviti di cibo e birra dalle camerire, o i tavoli “senza tovaglia” che significa andarsi a prendere da soli la birra e poter portare il proprio cibo. Un classico bavarese.</div>
<div>&#8212;</div>
<div></div>
<div><span style="text-decoration: underline;">*Scritto da Margo Schachter</span></div>
<div>Food editor e giornalista milanese. Vede gente, mangia cose&#8230; legge, scrive e viaggia &#8211; per passione o per lavoro, ormai ha smesso di chiederselo.</div>
<div>Nella vita lavora &#8220;dietro le quinte&#8221; di libri, riviste, magazine online di food e lifestyle. Per Vanityfair.it racconta tutto ciò che fa tendenza nel mondo del food. @MargoSchachter</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/12/31/mi-porto-il-cibo-da-casa-la-ristorazione-in-tempo-di-crisi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Buona crisi e felice nuova paura, &#8220;Merry crisis and a happy new fear”. Il caso greco.</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/12/29/buona-crisi-e-felice-nuova-paura-merry-crisis-and-a-happy-new-fear-il-caso-greco/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/12/29/buona-crisi-e-felice-nuova-paura-merry-crisis-and-a-happy-new-fear-il-caso-greco/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Dec 2013 23:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[BlogDiversità]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.artempori.it/artempori/?p=9724</guid>
		<description><![CDATA[[da Comune-Info]  In greco antico, krisis si riferiva a un punto di svolta, a un momento di separazione. Il termine implica conflitto e di certo le nostre azioni di oggi costruiscono già il mondo di domani. Per questo, l’aiuto reciproco e il senso di comunità di ogni giorno, che emergono tra le persone comuni nei periodi di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/greca-crisi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9743" alt="greca crisi" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2013/12/greca-crisi-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>[<a href="http://comune-info.net/2013/12/buona-crisi/" target="_blank">da Comune-Info</a>]  <strong>In greco antico, krisis si riferiva a<strong> un punto di svolta, a </strong>un momento di separazione. Il termine implica conflitto e di certo le nostre azioni di oggi costruiscono già il mondo di domani. Per questo, l’aiuto reciproco e il senso di comunità di ogni giorno, che emergono tra le persone comuni nei periodi di crisi, sono motivo di speranza. Le cucine collettive in Grecia, le cliniche autogestite che offrono assistenza medica gratuita e i centri sociali che distribuiscono abiti dimostrano che nella società capitalista esistono già relazioni diverse, di altruismo e condivisione.</strong></p>
<p>[di Jérôme Emanuel Roos da <a href="http://comune-info.net/2013/12/buona-crisi/" target="_blank">Comune-Info</a>] Nel mondo occidentale il Natale è un periodo profondamente schizofrenico. Da un lato le festività fanno emergere alcuni degli aspetti migliori di ciò che significa essere umani: ci si riunisce per condividere cibo e doni in uno spirito comunitario che temporaneamente rompe con l’alienazione della vita di ogni giorno. Ma, al tempo stesso, le festività gettano luce su alcuni degli elementi peggiori del consumismo e sulle false apparenze che hanno finito per pervadere il tessuto sociale: file infinite di essere umani ridotti a zombie che si muovono meccanicamente in centri commerciali decorati pretenziosamente alla ricerca del più recente aggeggio o biglietto d’auguri inutile, confermando ancora una volta che il solo modo di esprimere valore nella società tardo capitalista è mediante l’accumulo di merci inutili, pur mentre ci sono persone che di notte dormono per strada all’addiaccio.</p>
<p>Quando Charles Dickens si abbandonò al lirismo a proposito della morte, dell’avidità e della miseria nel suo classico Canto di Natale, ebbe ben presenti le distorsioni sociali causate dal capitalismo industriale. Naturalmente la critica del capitalismo di Dickens mancava di un’analisi politico economica approfondita e alla fine non riuscì ad andare oltre l’indignazione morale per la povertà e il declino delle virtù umane. Ma detto questo, persino Karl Marx espresse il parere che Dickens, nella sua vita, aveva “diffuso nel mondo più verità politiche e sociali di quante fossero state formulate da tutti i politici, i pubblicisti e i moralisti professionisti messi insieme”. Il Canto di Natale fu pubblicato nel 1843, appena cinque anni prima del Manifesto del Partito Comunista e dell’onda rivoluzionaria del 1848. Se dovessimo scrivere un Canto di Natale per i nostri giorni, il racconto sarebbe davvero molto diverso?</p>
<p><strong>Buona crisi e felice nuova paura</strong></p>
<p>Il personaggio di Scrooge sembra tuttora onnipresente, dai ricchi investitori di Wall Street che non hanno pagato un centesimo per il caos finanziario che hanno creato nel portarci alla crisi attuale, ai politici affamati di potere che si circondano letteralmente d’oro mentre annunciano un’Era d’Austerità per tutti gli altri. Sono tuttora diffuse miseria e morte mentre le reti di sicurezza sociale sono sacrificate all’altare del mercato, mentre milioni sudano semplicemente per far quadrare i conti, sopravvivendo con le misere paghe di lavori del tutto privi di significato e sempre più precari, persino mentre sono oberati da tasse e debiti sempre maggiori. E, specialmente in questo periodo dell’anno, non sono solo le privazioni materiali che contano; il trauma psicologico della persistente insicurezza economica e dell’atomizzazione sociale semina disastri su una scala che a fatica possiamo appena immaginare, un assassino che si prende migliaia di vite di cui non sapremo mai nulla.</p>
<p>Mi sono recentemente trasferito ad Atene, dove la rappresentazione dickensiana del capitalismo nudo è in piena mostra ogni singolo giorno: gente comune che dorme di fronte a banche e supermercati come cani randagi; decine di migliaia di cartelli “affittasi” che coprono le pareti degli appartamenti; immigrati che si nascondono in edifici cadenti, troppo impauriti per uscire per il timore di essere aggrediti dalla polizia o dalla feccia razzista. Uno strato di smog incombe sulla città mentre le persone ricorrono al fuoco di legna e plastica per riscaldarsi. I padroni di casa hanno chiuso il riscaldamento centrale in tutto il paese, semplicemente perché gli inquilini non sono più in grado di pagare il combustibile. Solo poche settimane fa una tredicenne è morta per aver respirato monossido di carbonio dopo che sua madre aveva cercato di combattere il freddo gelido del loro appartamento. L’elettricità era stata tagliata perché non era in grado di pagare le bollette. Non si tratta di incidenti isolati. Una povertà da Terzo Mondo si sta facendo strada nel centro stesso dell’occidente “sviluppato”.</p>
<p>La povertà e la disuguaglianza sono in ascesa in tutta Europa e nell’intera America del nord. Una cifra record di 48 milioni di statunitensi – 22 milioni dei quali sono bambini – dipende dai buoni alimentari per sopravvivere. L’Oxfam ha recentemente avvertito che l’Europa rischia un “decennio perduto” di povertà ed emarginazione, con il direttore delle campagne della Ong che lamenta che “siamo stati fondati nel 1942 a causa della carestia in Grecia; nessuno avrebbe creduto che dopo settant’anni saremmo stati ancora qui a dire che la Grecia è in una condizione terribile”. E, di nuovo, la Grecia non è l’eccezione; la cosiddetta culla della democrazia è semplicemente l’esempio universale di una tendenza terrificante in tutto il mondo, con i regimi nominalmente democratici che ricorrono a misure sempre più autoritarie e disumane per far valere il dogma neoliberista che può essere sintetizzato in una formula semplice: privatizzare gli utili, socializzare le perdite. Scrooge incombe oggi su tutti noi, agitando manganelli e candelotti lacrimogeni.</p>
<p>Non è per caso, allora, che i rivoltosi che sono scesi in piazza ad Atene e in città di tutta la Grecia nel dicembre del 2008, dopo l’omicidio, da parte della polizia, del quindicenne Alexis Grigoropoulos, abbiano immediatamente attaccato e incendiato l’enorme albero di Natale che era stato così ostentatamente eretto a piazza Syntagma di fronte al Parlamento. Pochi giorni dopo le parole di un profeta sono state scarabocchiate su un muro cittadino: buona crisi e felice nuova paura! [In inglese l’espressione è meglio assonante con il tradizionale ‘Buon Natale e Felice Anno Nuovo’, rispettivamente: “merry crisis and a happy new fear” e “Merry Christmas and a Happy New Year” – n.d.t.].</p>
<p><strong>Comunismo si ogni giorno e crisi dei nostri tempi</strong></p>
<p>Ma non è tutto qui. Proprio come il Natale, i tempi di crisi tendono a essere profondamente schizofrenici, producendo sia pericoli estremi di disintegrazione sociale sia opportunità senza precedenti di cambiamento sociale radicale, mentre nessuna delle due cose sembrava possibile nel precedente stato di normalità. Incorporato nelle contraddizioni stesse del capitalismo c’è il potenziale latente sia della sua disintegrazione in una mostruosità, sia della sua estinzione e trascendenza in qualcosa di migliore.</p>
<p>In greco antico la parola greca ‘krisis’ si riferiva esattamente a questo: un momento di separazione, di decisione o giudizio, come un punto di svolta in una malattia che decide il destino del paziente: un momento di vita o di morte. In modo determinante, il termine implica ‘conflitto’: due possibili esiti ci sono davanti; le nostre azioni di oggi decideranno del mondo per decenni a venire.</p>
<p>Dopo essermi trasferito ad Atene ho rapidamente scoperto perché il paziente è riuscito sinora a sopravvivere alla sua crisi. Ovviamente ciò non ha nulla a che vedere con i tagli al bilancio dei salvataggi di Ue e Fmi. Tutto dipende dall’aiuto reciproco e dalla solidarietà comunitaria. Senza la gente comune che semplicemente si aiuta vicendevolmente a tirare avanti, la società greca si sarebbe trovata molto peggio. Non fosse stato per i genitori che si sono ripresi in casa giovani disoccupati sulla ventina, le mense dei poveri che hanno offerto cibo agli affamati, per cliniche autonome che hanno offerto assistenza medica gratuita ai non assicurati e centri sociali che hanno distribuito vestiario gratuito a chi ne aveva bisogno, è difficile immaginare come mai la gente ce l’avrebbe fatta. Ciò ci induce a una conclusione ironica: se non fosse stato per il senso di comunità e di aiuto reciproco – che sfidano entrambi la logica dell’egoismo di Smith e di Hayek – il capitalismo di per sé non sarebbe stato in grado di sopravvivere. In realtà nessuna società può funzionare senza una sana dose di altruismo. Il trucco, allora, sta nel produrre tale altruismo non come mezzo per sostenere il capitalismo, bensì come arma con cui ucciderlo.</p>
<p>David Graeber chiama questo caposaldo sociale di solidarietà comunitaria “comunismo di ogni giorno”. Basandosi sull’opera dell’antropologo francese Marcel Mauss, Graeber distingue tra tre tipi diversi di relazioni sociali: relazioni gerarchiche basate sul precedente, relazioni formalmente paritarie basate sullo scambio e relazioni genuinamente paritarie basate sulla condivisione, il vecchio principio comunista “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Questi generi diversi di relazioni sociali non sono mai monolitici e perciò non essere totalizzanti: nessuna società si basa solo sul precedente, lo scambio o la condivisione. Le tre cose, invece, coesistono in gradi diversi in tipi diversi di società. Le società feudali possono essere contrassegnate dalla prevalenza della gerarchia; le società capitaliste dal predominio dello scambio e le società genuinamente comuniste dalla condivisione. Ma anche in quest’ultimo tipo di società, la gerarchia e lo scambio non spariranno mai del tutto; saranno semplicemente subordinate a una logica culturale e sistemica diversa: la logica della condivisione avrà la precedenza nella riorganizzazione radicale delle priorità.</p>
<p>Naturalmente le cose non sono così semplici. Ma in questo periodo dell’anno, e in questo periodo di crisi, Mauss e Graeber indirizzano la nostra attenzione a qualcosa di molto importante: persino nella società capitalista continuano a esistere relazioni “comuniste” (di altruismo e condivisione). In effetti, per molti versi, “siamo già comunisti”, specialmente nei confronti della famiglia e degli amici, e specialmente in un giorno come questo. Sarebbe del tutto inconcepibile per chiunque tra noi presentare ai nostri genitori, fratelli e sorelle o figli il conto del pranzo di Natale che abbiamo appena cucinato per loro; proprio come sarebbe totalmente assurdo che le madri addebitassero ai figli le cure e l’allattamento al seno. Allo stesso modo è totalmente assurdo che gli Scrooge di oggi – di fronte a una crisi che loro stessi hanno causato – oggi cerchino di socializzare le loro perdite forzando giù per la gola a tutti l’austerità e schiaffando un cartellino del prezzo su beni comuni quali l’acqua e il sapere. Se portata ai suoi estremi, questa logica di crudo egoismo alla Rand condurrebbe semplicemente alla totale disintegrazione sociale; ed è precisamente a essa che il neoliberismo sta spingendo oggi il mondo.</p>
<p><strong>Il fantasma dei Natali a venire</strong></p>
<p>Stiamo vivendo un momento del giudizio in cui il destino deve decidersi il destino dell’umanità. In questi tempi bui, quando sembra persa ogni speranza e persino i più comunitari tra i rituali sociali stanno soccombendo allo spettacolo dello stolido consumismo, è cruciale ricordare a noi stessi che i semi di un mondo migliore hanno già radici nella terra bruciata di quello attuale; e che la nostra sfida, da “radicali” o “rivoluzionari”, non consiste necessariamente nella creazione di un’intera società nuova partendo da zero, bensì nella liberazione e attualizzazione delle potenzialità di altruismo e vita comunitaria che attualmente sono represse sotto la minaccia di un fucile. Questo dovrebbe darci speranza per la lotta: non dobbiamo necessariamente innovare tanto il nuovo, quando piuttosto dobbiamo abbattere il vecchio e rafforzare il nuovo che già esiste.</p>
<p>Nel Canto di Natale Scrooge alla fine era trasformato in un uomo migliore, che abbracciava lo Spirito del Natale e il senso di gioia e di comunità che rappresentava, ma non prima di essere visitato da tre fantasmi: il Fantasma dei Natali Passati, il Fantasma del Natale Presente e il Fantasma dei Natali Futuri. Il primo gli mostrava gli mostrava il suo io del passato, il bambino lieto di condividere; il secondo lo metteva di fronte all’uomo totalmente spregevole che era diventato, attaccato al suo denaro come se non ci fosse domani; e l’ultimo gli presentava la terrificante immagine di cosa lo aspettava se avesse insistito nei suoi modi da spilorcio dal cuore di pietra: “Il Fantasma si avvicinò lentamente, gravemente, silenziosamente. Quando gli fu vicino, Scrooge cadde in ginocchio poiché nell’aria stessa attraverso la quale lo Spirito si muoveva esso sembrava gettare tenebre e mistero. Era avvolto da un ampio manto nero, che gli celava la testa, il volto, la forma e non lasciava null’altro di visibile che ma mano tesa … Gli diede un fremito di vago, incerto terrore sapere che sotto il polveroso sudario c’erano occhi spettrali intensamente fissi su di lui, mentre lui, anche se si sporgeva al massimo, non poteva vedere altro che una mano spettrale e un abisso di tenebra”.</p>
<p>Trasformiamoci in questo tetro spirito; nel fantasma del futuro che dal suo manto tormenta il taccagno prima dell’ora di andare a letto. Rendiamoci lo Spirito dei Natali a Venire, lo spettro del comunismo già esistente che perseguita il capitalismo attuale da terreno solido di un futuro ancora da venire. Rendiamoci lo Spirito della Rivoluzione reincarnata, che abbatte gli Scrooge del nostro tempo proprio mentre le tenebre sembrano avviluppare il mondo. Buon Natale a tutti. Il maggio del 2014 sarà la data della nostra spettrale riapparizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="http://roarmag.org/" target="_blank">roarmag.org</a>, traduzione di Giuseppe Volpe per <a title="Nuovo incendio contro la Strada" href="http://znetitaly.altervista.org/" target="_blank">znetitaly.org</a> (che ringraziamo).</p>
<p>*Jérôme Emanuel Roos è un giovane scrittore e film maker</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/12/29/buona-crisi-e-felice-nuova-paura-merry-crisis-and-a-happy-new-fear-il-caso-greco/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Resistenza artistica al paradigma sovraterritoriale. Dizionario del cambiamento</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/09/15/resistenza-artistica-al-paradigma-sovraterritoriale-dizionario-del-cambiamento/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/09/15/resistenza-artistica-al-paradigma-sovraterritoriale-dizionario-del-cambiamento/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 15 Sep 2013 10:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Masone]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Dizionario del cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza artistica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=8081</guid>
		<description><![CDATA[Resistenza artistica ed economica al paradigma sovraterritoriale che sottrae identità, coesione e redditi ai territori Il mondo intellettuale e artistico non può prescindere dall&#8217;emergenza economica e sociale in corso. Ogni gesto culturale non può consistere in una fruizione puramente estetica e individualistica, ma deve essere capace di azione etica, in quanto capace di incidere sul [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><strong><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/08/libreria-masone-caffemporio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8083" alt="libreria-masone-caffemporio" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/08/libreria-masone-caffemporio.jpg?w=300" width="300" height="224" /></a>Resistenza artistica ed economica al paradigma sovraterritoriale che sottrae identità, coesione e redditi ai territori</strong></div>
<div style="text-align: justify;">Il mondo intellettuale e artistico non può prescindere dall&#8217;emergenza economica e sociale in corso. Ogni gesto culturale non può consistere in una fruizione puramente estetica e individualistica, ma deve essere capace di azione etica, in quanto capace di incidere sul mondo e sul bene comune.</div>
<div style="text-align: justify;">.</div>
<div style="text-align: justify;">Secondo il paradigma inclusivo e non delegato di Art&#8217;Empori, il momento creativo non è solo nell&#8217;opera, uguale per tutti e calato dall&#8217;alto, ma è anche nel rapporto tra opera e fruitore. Il momento creativo si rinnova quando il fruitore, se responsabile, da coautore, porta l&#8217;opera nel mondo reale.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Questo avviene quando il fruitore, senza delegare ai critici, ai mass media e alle graduatorie, con approccio esperienziale, verifica quali opere si intrecciano con le specificità del proprio percorso personale e territoriale.</div>
<div style="text-align: justify;">Questo avviene già anche tramite la modalità economica territoriale con cui, agevolando redistribuzione dei redditi e coesione territoriale, si acquista un libro presso una libreria indipendente (invece che on line o nelle librerie di catena) o con cui si fruisce di un film presso un cinema indipendente di città (invece che presso i multisala extraurbani).</div>
<div style="text-align: justify;">.</div>
<div style="text-align: justify;">
<p id="yui_3_7_2_17_1366611146916_39">Il <strong>nazismo </strong>di oggi è rappresentato dal sistema finanziario e sovraterritoriale che sottrae identità e redditi alle popolazioni locali, ormai anche in occidente, mettendo in ginocchio ogni territorio.</p>
<p>I <strong><a href="http://artempori.wordpress.com/2010/03/25/valani-una-storia-nostra-di-peppe-porcaro/" target="_blank">valani</a> </strong>di oggi sono gli esercenti indipendenti, ultimi attori dell&#8217;economia reale e territoriale (negozianti indipendenti, artigiani e produttori rurali): piccoli negozianti e artigiani che per salvare il posto di lavoro dei loro pochi dipendenti, mentre già stanno rischiando di perdere l&#8217;azienda e la casa, vivono con un reddito inferiore a quello dei loro dipendenti, lavorando per molte più ore di questi. Questo avviene nella grande indifferenza della popolazione e delle istituzioni, come accadeva, fino agli anni cinquanta, per i valani, e, durante il nazismo, per gli ebrei.</p>
<p>Parlare, oggi, con il senno di poi, di nazismo e di valani rischia di non realizzare un&#8217;azione culturale ma solo un&#8217;emozione omologante se solleva dal confrontarsi con il genocidio economico che si sta perpetrando nel mondo intero, sotto casa di ognuno. Agire su quello, che avviene adesso e che sfugge alla maggioranza, è un processo che si può responsabilmente definire culturale e capace di cambiamento.</p>
<p>Alessio Masone</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</div>
<div style="text-align: justify;">Dal post:</div>
<div style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.wordpress.com/2013/03/29/manifesto-delle-librerie-indipendenti-e-degli-altri-emporiritrovi-di-resistenza-artistica/" target="_blank"><strong>Manifesto delle librerie indipendenti e degli altri empori/ritrovi di resistenza artistica</strong></a></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">- PER UNA CITTADINANZA NON DELEGATA CHE INIZI DA FRUIZIONI ARTISTICHE RESPONSABILI CAPACI DI REAGIRE ALLA CRISI ECONOMICA E SOCIALE<br />
- PER UN APPROCCIO ESPERIENZIALE CHE CONSENTA IL MOMENTO CREATIVO ANCHE NEL RAPPORTO TRA PERCORSO DEL FRUITORE E OPERA<br />
- PER UNA CITTADINANZA ARTISTICA NON DELEGATA CHE SOLLEVI DA QUELL’ECCELLENZA NELL’ARTE CALATA DALL’ALTO E OMOLOGANTE</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.wordpress.com/2013/03/29/manifesto-delle-librerie-indipendenti-e-degli-altri-emporiritrovi-di-resistenza-artistica/" target="_blank">http://artempori.wordpress.com/2013/03/29/manifesto-delle-librerie-indipendenti-e-degli-altri-emporiritrovi-di-resistenza-artistica/</a></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/09/15/resistenza-artistica-al-paradigma-sovraterritoriale-dizionario-del-cambiamento/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Femminicidio e genocidio economico. Differenze di genere e crisi economica</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/08/22/femminicidio-e-genocidio-economico-differenze-di-genere-e-crisi-economica/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/08/22/femminicidio-e-genocidio-economico-differenze-di-genere-e-crisi-economica/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Aug 2013 06:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Masone]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=8101</guid>
		<description><![CDATA[[di Alessio Masone] Quando accade un fatto di violenza, possiamo approcciarci con metodo escludente concentrandoci sul sintomo, quindi delegando ogni responsabilità all&#8217;autore materiale, o possiamo, in modalità includente, considerarci un tutt&#8217;uno, dove noi, in quanto collettività, siamo coautori di quella violenza. Infatti, l&#8217;autore materiale della violenza rappresenta solo il sintomo di un malessere collettivo che [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="yiv7720034432" style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/08/supermercato.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8106" alt="supermercato" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/08/supermercato.jpg?w=300" width="300" height="216" /></a><em>[di Alessio Masone] Quando accade un fatto di violenza, possiamo approcciarci con metodo escludente concentrandoci sul sintomo, quindi delegando ogni responsabilità all&#8217;autore materiale, o possiamo, in modalità includente, considerarci un tutt&#8217;uno, dove noi, in quanto collettività, siamo coautori di quella violenza.</em><br />
<em> Infatti, l&#8217;autore materiale della violenza rappresenta solo il sintomo di un malessere collettivo che si manifesta negli anelli più deboli della comunità.</em></div>
<div style="text-align: justify;"><em>.</em></div>
<div style="text-align: justify;"><em>Il giudice è retribuito per l&#8217;ingrato compito di colpire il sintomo con altra violenza: punendo il singolo, deleghiamo la responsabilità a un capro espiatorio per assolvere la collettività e conservare, quindi, lo status quo.</em></p>
<div>
<div id="yiv7720034432">
<div id="yui_3_7_2_44_1377151678059_215"><em>Ma la società civile può scegliere il cambiamento: concentrandosi sulla rimozione del malessere collettivo che è causa della violenza, si mira anche a elevare il tasso di coesione e di felicità diffusa.</em></div>
<div>.</div>
<div>Considerando le differenze di genere, possiamo osservare che l&#8217;evoluzione della società è figlia della tensione tra il linguaggio della violenza e quello della pace, dialogo ancestrale tra il paradigma maschile, competitivo ed escludente, e quello femminile, cooperante ed includente: il salto dall&#8217;uomo biologico a quello culturale è merito della donna che, da rivoluzionaria, ha scelto di andare oltre il programmato, smettendo di selezionare il maschio più capace di tutelare, con la sola forza, la prole. Nei secoli, la violenza nel mondo diminuiva tramite la donna che includeva nella sue scelte uomini più simili a sé, più cooperanti e solidali.</div>
<div>.</div>
<div>Mentre era in corso questo equilibrio evoluzionistico tra i due sessi e i relativi paradigmi, la donna, in onore di una presunta parità, in tempi recenti, aderendo al linguaggio della violenza, si è omologata al modello maschile, dando credibilità definitiva, ormai senza alternative, al paradigma della competizione e dell&#8217;esclusione.</div>
</div>
</div>
<p>La stasi sociale che ne consegue causa uno squilibrio evoluzionistico: nonostante i delitti contro la persona siano in diminuzione, una violenza di tipo sociale prende il sopravvento a danno dei più deboli. Tramite i mass media, conosciamo solo i sintomi di una violenza, non solo fisica, sempre più prolifica: nel caso della coppia la vittima è la donna, nell&#8217;economia è il lavoratore che perde il posto o la piccola azienda che chiude.</p>
<p>La donna, quando differente, aveva il ruolo di frenare quella violenza in economia che, estremizzando il liberismo e la delega, tipica del modello occidentale e maschile, sta degenerando in un genocidio economico che, sotto casa di ognuno, colpisce il cittadino medio e i territori.<br />
La donna, sottovalutando la portata rivoluzionaria della cura della casa (e del mondo) e del conseguente linguaggio della non violenza, ormai omologatasi al lavoro maschile, non solo ha smesso la funzione di confronto culturale per il maschio, ma, anche nel concreto degli stili di vita, ha contribuito a un&#8217;economia delegata alle multinazionali.</p>
<p>Le donne in carriera, non avendo tempo per autoprodurre cibo per i propri familiari e per acquistare dal vicino, si affidano alla grande distribuzione: le intolleranze alimentari delle nuove generazioni realizzano il campanello d&#8217;allarme di un malessere sociale ben più rilevante.</p>
</div>
<div id="yiv7720034432">
<div id="yui_3_7_2_44_1377151678059_186" style="text-align: justify;">I figli, per mancanza di tempo, affidati a televisori, computer e videogiochi, sono diventati oggetti strumento delle multinazionali per un ulteriore svuotamento di quell&#8217;economia territoriale che era capace di coesione e felicità diffusa.</div>
<p style="text-align: justify;">Il senso di onnipotenza dei giovani navigatori del web, garantita dai social network delle multinazionali, poi, nel mondo reale e territoriale, si sbriciola di fronte alla mancanza di opportunità lavorative che le stesse multinazionali gli sottraggono.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminicidio è il sintomo di un malessere ben più ampio, dove il colpevole non è il singolo, individuabile e punibile: questo malessere, oggi, si esprime particolarmente come genocidio economico che, anche quando non è causa di suicidi, lascia il nostro vicino senza lavoro, senza casa, senza azienda. Tutto questo sotto lo sguardo indifferente e fatalista della comunità, come per gli ebrei durante il nazismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi vuole manifestare contro il femminicidio, invece di delegare, rivolgendosi retoricamente agli uomini, vada nei parcheggi dei supermercati e protesti contro le donne/maschio che nel quotidiano, con i loro suv, fanno spesa di ingiustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">vedi anche di Alessio Masone:<br />
<a href="http://www.artempori.it/artempori/violenza-sulle-donne-e-societa-competitiva-pensiero-della-differenza-per-una-cultura-non-violenta-e-inclusiva/" target="_blank">Violenza sulle donne e società competitiva. Pensiero della differenza per una cultura non violenta e inclusiva<br />
</a><br />
<a href="http://www.artempori.it/artempori/levoluzione-dellumanita-risiede-nello-sguardo-differente-delle-donne/" target="_blank">L’evoluzione dell’umanità risiede nello sguardo differente delle donne</a></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/2014/12/15/donne-e-ordine-esperienziale-catarsi-e-manualita-versus-potere-e-intellettualita/" target="_blank">Violenza di genere, uno slogan per non confrontarsi con la violenza che è in tutti noi?</p>
<p>Donne e ordine esperienziale: catarsi e manualità versus potere e intellettualità</p>
<p></a></p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/08/22/femminicidio-e-genocidio-economico-differenze-di-genere-e-crisi-economica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Condivisione e mutuo aiuto contro la recessione, in una città americana</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/05/12/condivisione-e-mutuo-aiuto-contro-la-recessione-in-una-citta-americana/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/05/12/condivisione-e-mutuo-aiuto-contro-la-recessione-in-una-citta-americana/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 May 2013 20:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Baratto]]></category>
		<category><![CDATA[Cene condivise]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Economia relazionale e solidale]]></category>
		<category><![CDATA[orti urbani]]></category>
		<category><![CDATA[asheville]]></category>
		<category><![CDATA[potluck]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=7182</guid>
		<description><![CDATA[articolo di Amy Hamilton dal sito comune-info Se c’è una città in cui la condivisione di cibo, cultura, socialità e l’autorganizzazione di servizi e spazi di gratuità sono prassi diffuse, quella è Asheville, negli Stati uniti. Orti urbani liberamente accessibili, banca del tempo, spazi gratuiti per iniziative culturali, ciclofficine, negozi per lo scambio, bar/librerie dell’usato (foto), ma [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>articolo di Amy Hamilton dal sito <a href="http://comune-info.net/2013/01/ci-aiutiamo-a-vicenda-non-e-complicato/" target="_blank">comune-info</a></p>
<h5><strong><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/05/asheville.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7183" alt="asheville" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/05/asheville.jpg?w=300" width="300" height="225" /></a>Se c’è una città in cui la condivisione di cibo, cultura, socialità e l’autorganizzazione di servizi e spazi di gratuità sono prassi diffuse, quella è Asheville, negli Stati uniti. Orti urbani liberamente accessibili, banca del tempo, spazi gratuiti per iniziative culturali, ciclofficine, negozi per lo scambio, bar/librerie dell’usato (foto), ma anche escursioni tra montagne e torrenti, cene collettive, serate di danze popolari e buona musica, attività per bambini, assistenza sanitaria gratuita. In molti casi, qui, i dollari non sono un requisito indispensabile.</strong></h5>
<p>Asheville, nella Carolina del Nord (Usa), si trova tra le montagne dell’Appalachian del sud, una regione ricca di tradizioni di condivisione. Storicamente, il relativo isolamento delle montagne e la necessità di far le cose con poco hanno fatto diventare le relazioni di comunità un mezzo per sopravvivere. Insomma, condividere musica, cibo, storie e medicina non è una novità. Spiega un nativo di Ashevillian: «Ci aiutiamo a vicenda. Non è complicato». Oggi, la cultura di condivisione ad Asheville è un mix di tradizioni e cosmopolitismo. La recessione economica degli ultimi cinque anni ha stimolato una grande varietà di attività comunitarie e progetti per i quali i dollari non sono un requisito.</p>
<p>Sembra quasi impossibile trascorrere del tempo ad Asheville (75.000 abitanti, 400.000 considerando l’intera area metropolitana, <em>ndr</em>) senza condividere il cibo. La cena del potluck («pentola fortunata») è un’istituzione, e se passerete da queste parti sarete invitati da molti, il più delle volte vi offriranno le verdure coltivate, raccolte e tagliate in casa. Se siete in città per la prima volta, sarete invitati da quelli che incontrerete.</p>
<p><strong>È facile aderire alla rete Asheville community garden</strong>, che ha un forte impatto sulla sicurezza alimentare, con molti orti coltivati collettivamente piuttosto che in singoli appezzamenti. Uno degli orti più accessibili è il George Washington Carver Edible Park. Questa città degli orti esiste da oltre dieci anni e ora sta dando i suoi frutti, letteralmente. Una passerella conduce attraverso un boschetto di alberi tra cui pere, castagne, juneberry, papaia, fichi, corniolo, e cachi, da cui ognuno può raccogliere liberamente. Un altro orto gestito dal progetto Città abbondanti è il bellissimo Pearson Garden, che prevede una giornata di lavoro settimanale e la cena condivisa del potluck ogni mercoledì, una cucina all’aperto e un’area coperta, ideale per incontri di comunità. Altri luoghi interessanti se si ha il pollice verde sono il Joyner Community Garden, il Burton Street Community Peace Garden e il Pisgah View Peace Garden.</p>
<p>Food not Bombs opera al Warren Wilson College e serve cibo gratis al Pritchard Park ogni sabato alle 14. Non lontano, Rosetta’s Kitchen propone l’Everybody Eats plate, una piatto colmo di fagioli e riso, il cui costo varia da 2 a 6 dollari. Ma quelli che possono pagare di più contribuiscono a lasciare un piatto a coloro che non possono. Rosetta’s apre anche la domenica per i Community Cauldrons, una cena a base di zuppa i cui fondi raccolti sono destinati a diversi progetti locali.</p>
<p>C’è anche l’accogliente Be Loved House, aperto cinque giorni a settimana, dal lunedì al venerdì, per chi cerca calore, comunità e cibo. Be Loved può sembrare piccolo, ma è un concentrato di condivisione: nel 2012, ha condiviso 4.700 dollari di prodotti raccolti dal mercato dei contadini, e il loro magazzino raccoglie e distribuisce un flusso costante di prodotti riciclati.</p>
<p><strong>Ogni autunno, la Hickory Nut Forest Eco-Community apre il suo frutteto</strong> rivitalizzato al pubblico in occasione dell’Applefest. Gli ospiti possono gustare il sidro di mele, che ognuno può portarsi a casa liberamente (viene suggerita una donazione di 3 dollari per carico).</p>
<p>Una risorsa per tutti da molto tempo è Asheville Lets, acronimo di Sistema locale di scambio, un progetto innovativo di comunità che opera dal 2006. Questa rete ospita un sistema di baratto on-line nel quale i partecipanti possono scambiare beni e servizi (in modo analogo alle nostre «banche del tempo», <em>ndr</em>), e invece di usare dollari, scambiano Lets. Dopo aver frequentato un «orientamento», è possibile barattare qualsiasi cosa, dai trattamenti olistici alla guida all’orto, passando per i prodotti per l’infanzia. Lets promuove anche cene collettive potlucks e altri eventi comunitari durante l’anno, tra cui lo scambio dei semi in primavera. Si tratta davvero di un progetto che rafforza le relazioni sociali: le persone che iniziano a fare gli scambi attraverso i Lets spesso finiscono per diventare amici e continuano gli scambi anche fuori dalla rete.</p>
<p>Per gli appassionati di bicicletta, l’associazione senza scopo di lucro Asheville ReCyclery Bike ha materie prime e volontari per insegnare la riparazione della vostra due ruote, e sono aperti nelle ore pomeridiane del martedì, giovedi e sabato.</p>
<p>Trovare gratis spazi per eventi è sempre difficile, quindi Firestorm Caffè e Libri, la cui proprietà da quasi cinque anni è nelle mani di una cooperativa di lavoratori, è una risorsa preziosa, che ospita a rotazione workshop, incontri, videoproiezioni di film, musica ed eventi. Lo spazio rinnovato di recente comprende gratuitamente anche l’accesso a computer e internet a prezzi molto accessibili, una favolosa selezione di libri di case editrici e riviste indipendenti. Altri luoghi di ritrovo preferiti dai bibliofili sono il Battery Park Book Exchange, un salotto con scaffali di libri usati e angoli confortevoli (insomma un negozio di libri usati e di vino, foto in alto,<em> ndr</em>). Se avete voglia di fare una pazzia, mentre navigate, potete sorseggiare champagne (e potete portare anche il vostro cane). A pochi isolati di distanza, Downtown Books and News è un ottimo posto per l’acquisto di libri.</p>
<p><strong>Se siete alla ricerca di eventi gratuiti, Asheville ha un sacco di offerte</strong>. Nei mesi caldi, ogni venerdì sera c’è un «cerchio del tamburo» al Pritchard Park, un mix divertente di hippies, turisti e bambini, e si può sentire a isolati di distanza (tra il godimento o la costernazione del passante). Downtown After 5, nei mesi estivi, è un a festa di strada gratuita del venerdì notte. Ogni settembre c’è Laaff, la Lexington Avenue Arts and Fun Festival, un evento di arte libera e alternativa che consente ad Asheville di volare alto. La continua espansione del festival sponsorizzato da Arts2People include musica dal vivo, una fantastica area delle arti per bambini, la giostra/bicicletta. In molti luoghi in estate vengono proiettati gratuitamente film all’aperto, tra cui Cinebarre, Wedge building e Carrier Park (gli orari delle proiezioni sono on-line di solito già da maggio).</p>
<p>Per tutta l’estate, Montford Park Players presenta Shakespeare in the Park, con diverse produzioni ogni estate. Portate del vino e un pic-nic, le vostre sedie e qualche coperta. Anche se le produzioni sono gratuite, le donazioni sono benvenute e il cappello passa durante l’intervallo. Shindig on the Green, ogni sabato sera in estate, è un evento musicale con spettacolo e jam session informale (portate uno strumento!) e danza.</p>
<p><strong>Numerose risorse ad Asheville fanno diventare i viaggi al centro commerciale una cosa del passato</strong>. Il mercato gratuito Really Really si è evoluto in un happening mensile, di solito l’ultimo sabato del mese ad Aston Park. Portate i vostri beni non-necessari e tornate a casa con nuovi tesori. L’Asheville Freecycle listserv è una risorsa attiva e ben organizzata. Unc-Asheville e Warren Wilson College sono entrambi negozi dello scambio gratuito, spesso aperti al pubblico alla fine dell’anno scolastico.</p>
<p>Il Circolo Storytelling Asheville, un’organizzazione di narratori di storie professionisti e dilettanti, ha un incontro ogni terzo lunedì del mese, ad eccezione di agosto e dicembre. Anam Cara Theater Collective ospita Tales and Ales, una serata di narrazione libera il primo venerdì di ogni mese. Se volete fare un po’ di movimento, Tomato Cocina Latina promuove ogni settimana il sabato notte di salsa dalle 22,30. Asheville International Folk Dancers ospita invece il martedì serate di danza all’Harvest House, dove vengono condivise danze provenienti da tutto il mondo, in particolare balli dei Balcani. Per chi desidera mettersi in forma prima di scendere sulla pista da ballo, c’è il fitness gratuito settimanale all’Aston Park (yoga il lunedì alle 18 e Tai Chi il mercoledì alle 10,30 nei mesi caldi). Altri luoghi per corsi di yoga di base stanno spuntando in città, come l’Asheville Yoga Community nel Nord e l’Asheville Yoga Center di Montford.</p>
<p>Tutti i corsi possono essere trovati attraverso l’hub Freeskool Asheville, una «rete di insegnamento e di apprendimento organizzato da e per la comunità». Offerte recenti hanno incluso un workshop sulla fermentazione e corsi di improvvisazione.</p>
<p><a href="http://comune-info.net/2013/01/ci-aiutiamo-a-vicenda-non-e-complicato/asheville-botanical-gardens-flickr1-480x360/" rel="attachment wp-att-12924"><img title="asheville-botanical-gardens" alt="" src="http://comune-info.net/wp-content/uploads/2013/01/asheville-botanical-gardens-flickr1-480x360-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a>Una delle gioie del vivere ad Asheville è svolgere attività all’aperto. Ci sono un sacco di opportunità in città, il sempre aperto Botanical Gardens ad Unca (foto a lato), il North Carolina Arboretum, con ingresso gratuito il martedì, e la stupenda Bent Creek Area, i cui sentieri lungo il torrente e il lago di Powhatan sono apprezzati da escursionisti e da ciclisti di montagna. Anche i sentieri al Warren Wilson College lungo il fiume Swannanoa offrono alcuni ottimi posti per rinfrescarsi nell’acqua. Nessuno può davvero definirsi un ashevilliano fino a quando non si è tuffato nel French Broad River nel mese di luglio.</p>
<p>Se ci si avventura un po’ più lontano dalla città, sulle montagne è possibile trovare il paradiso in qualsiasi direzione. Verso nord o verso sud sulla Blue Ridge Parkway, e fermarsi in un luogo diverso ogni volta. Se vi organizzate con un pic-nic, non avete bisogno di spendere soldi. Luoghi per nuotare, per dare la caccia ai funghi e raccogliere frutti di bosco sono coperti da segreto, una parte del divertimento è proprio scoprirli (ma si può ottenere qualche notizia all’Asheville Mushroom Club o su swimmingholes.org).</p>
<p><strong>Asheville è piena di risorse condivise per famiglie e bambini</strong>. Cooperative di asilo nido e case-scuola abbondano in vari quartieri intorno alla città. Caffè con kid-friendly sono ad esempio The Tree House, The Hop, Panificio West End, e Hi 5 Cafe. Una meta estiva preferita dai più giovani è Splashville, una grande fontana liberamente accessibile in Pack Square. Per chi preferisce sborsare cifre non esorbitanti per i regali per bambini, c’è uno scambio di giocattoli ben organizzato che si svolge ogni anno. La sede ruota spesso, ma una ricerca online su «Swap Inverno Toy» dovrebbe portare buoni risultati. Il posto migliore per prendere informazioni su tutte queste risorse è l’Asheville Mamas listserv. Asheville Family Resource ha anche una newsletter mensile con informazioni dettagliate sugli eventi. E diverse bacheche sono sparse per la città, comprese quelle del negozio di abbigliamento Littlest Birds e quelle delle biblioteche pubbliche.</p>
<p>I bambini potranno anche divertirsi passando del tempo all’Asheville Arts Museum e al Museo della Scienza di Colburn nel centro di Pack Place (ingresso gratuito per tutti il primo mercoledì di ogni mese).</p>
<p>Per la salute e il benessere della comunità Asheville ha molto da offrire. Le Sassafras Community Health Collective offre incontri e consulenze di erboristeria e visite guidate gratuite, mentre l’assistenza sanitaria può essere trovata al Firestorm Asheville. Peolple’s Acupunture of Asheville offre sedute a prezzi accessibili di agopuntura presso la propria sede sulla Grove Street. Sheville Radical Mental Health Collective si riunisce settimanalmente (senza alcun costo) il martedì dalle 4,30 alle 6,30 al mercato Downtown. Open umbrella Collective offre offre servizi gratuiti alle persone durante tutta la gravidanza. Per quelli senza assicurazione, Abccm ha una clinica gratuita, e Integrative family medicine gestisce a bassissimi costi visite mensili per i bisogni sanitari di base.</p>
<p>Questi e altri progetti sono costantemente avviati, e se avete un po’ di energia per aiutare a costruire la comunità di condivisione, la vostra partecipazione sarà inestimabile. Le nuove iniziative includono la Libreria delle cose, al momento in fase di organizzazione.</p>
<p>(Articolo pubblicato su <a href="http://www.shareable.net/">Shareable.net</a>).</p>
<p>Traduzione Comune-info: <a href="http://comune-info.net/2013/01/ci-aiutiamo-a-vicenda-non-e-complicato/" target="_blank">http://comune-info.net/2013/01/ci-aiutiamo-a-vicenda-non-e-complicato/</a></p>
<p>per altre fonti su Asheville: <a href="http://tailgatemarketfanclub.wordpress.com/">http://tailgatemarketfanclub.wordpress.com/</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/05/12/condivisione-e-mutuo-aiuto-contro-la-recessione-in-una-citta-americana/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Donne come resistenza all&#8217;economia escludente e recessiva? &#8220;Le società matriarcali&#8221; di Goettner-Abendroth</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/03/30/donne-come-resistenza-alleconomia-escludente-e-recessiva-le-societa-matriarcali-di-heide-goettner-abendroth/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/03/30/donne-come-resistenza-alleconomia-escludente-e-recessiva-le-societa-matriarcali-di-heide-goettner-abendroth/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 30 Mar 2013 15:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[comune-info]]></category>
		<category><![CDATA[Luciana Percovich]]></category>
		<category><![CDATA[matriarcato]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=6520</guid>
		<description><![CDATA[di Luciana Percovich* (dal sito Comune-Info) [...] l’antropologia che viene correntemente insegnata nelle università italiane nega l’esistenza di milioni di donne e uomini che oggi, sparsi nei vari continenti, vivono in una rete di relazioni familiari, economiche e culturali che hanno al loro centro la figura della madre. Heide Goettner Abendroth, filosofa tedesca contemporanea, dopo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/societa-matriarcali-libro.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6525" alt="societa-matriarcali-libro" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/societa-matriarcali-libro.jpg" width="253" height="384" /></a>di Luciana Percovich* (<a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">dal sito Comune-Info</a>)</p>
<p style="text-align:justify;">[...] l’antropologia che viene correntemente insegnata nelle università italiane nega l’esistenza di milioni di donne e uomini che oggi, sparsi nei vari continenti, vivono in una rete di relazioni familiari, economiche e culturali che hanno al loro centro la figura della madre.</p>
<p style="text-align:justify;">Heide Goettner Abendroth, filosofa tedesca contemporanea, dopo aver lavorato per vari anni in ambito accademico, ha dedicato la sua vita a studiare in modo indipendente le società matriarcali, indagate nei loro aspetti sociali, politici, artistici e spirituali. Fondata nel 1986 l’Accademia Hagia per gli Studi Matriarcali Moderni, attraverso una serie di viaggi ma soprattutto basandosi sugli studi di numerosi ricercatori e ricercatrici indigene, ha pubblicato i dati delle sue ricerche in più volumi, usciti in Germania tra il 1988 e il 2000 con la Kohlhammer Verlag di Stuttgart. La traduzione italiana, che qui presentiamo, è stata fatta sulla versione inglese pubblicata nel 2012 da Peter Lang Publishing, New York.</p>
<p style="text-align:justify;">H. G. Abendroth dedica il libro «a tutti i popoli matriarcali, anche a quelli che qui non ho potuto menzionare, da cui ho avuto il privilegio di imparare molte cose. Senza la loro saggezza, non avrei potuto scriverlo».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La prima parte è dedicata a due questioni filosofiche</strong> e metodologiche che da sole coprono un’area di studi vasta e controversa: la definizione della parola «matriarcato» e la storia critica del pensiero sul matriarcato.</p>
<p style="text-align:justify;">La seconda parte invece è interamente dedicata a un’approfondita presentazione dei popoli che vivono attualmente in società che, pur chiamate in maniere diverse nelle lingue diverse parlate dalle singole «etnie», presentano tuttavia alcune caratteristiche che ne fanno dei matriarcati a tutti gli effetti.</p>
<p style="text-align:justify;">Un Glossario dei termini specifici ricorrenti nel testo conclude il volume, insieme a una bibliografia di oltre quaranta pagine.</p>
<p style="text-align:justify;">In un viaggio serrato che parte dall’India nordorientale dei Khasi, dal Nepal e dal Tibet, incontriamo i popoli delle montagne della Cina, della Korea e del Giappone. Dai Minangkabau dell’Indonesia (una delle più numerose popolazioni matriarcali esistenti, con oltre tre milioni di persone che mantengono il loro adaat in uno stato di tipo occidentale, con l’Islam come religione ufficiale, <strong>foto</strong>), il viaggio prosegue incontrando i popoli melanesiani e polinesiani e approda nelle Americhe degli Aruachi, dei Cuna, degli Hopi e degli Irochesi. Attraversa l’oceano e incontra i matriarcati dell’Africa settentrionale (Tuareg e Berberi), occidentale (Akan e Ashanti) e centrale (Bantu e Bemba), per tornare infine nell’India dei Nayar, dei Pulayan e dei Parayan, dove il contrasto con il patriarcato dei bramini induisti si mostra esemplare in tutta la sua violenza.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono settecento pagine che volano via tutte d’un fiato, come se fossimo in un romanzo utopico, solo che questa volta non siamo portati in paesi immaginari, come la letteratura da Platone a Voltaire, dalla Terradilei di Charlotte Perkins Gilman alla Kirghisia di Silvano Agosti o al Waslala di Gioconda Belli ci ha abituato, ma in luoghi reali, che esistono qui e ora, su questo pianeta.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Circa la scelta di usare la parola «matriarcato»</strong>, l’autrice la spiega e sostiene argomentando che «recuperare questo termine significa rivendicare il sapere economico, politico, sociale e culturale di società create dalle donne. La lunga storia di queste culture è stata portata avanti da donne e uomini che hanno contribuito in egual misura a mantenerle in vita e a tramandarle alle generazioni future».</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, la parola greca <em>arché</em> non significa solo «dominio», come ci ha abituato a pensare la parola «patri-arcato», ma «inizio», che è anche il significato più antico della parola. Matri-arcato vuol dire dunque «all’inizio le madri», alludendo sia al dato biologico (le donne generano l’inizio della vita), sia al dato culturale (l’inizio della civiltà è stata creata dalle madri).</p>
<p style="text-align:justify;">«All’inizio le madri» dunque e non «il dominio delle madri», in forma speculare al patriarcato: le pacifiche e ugualitarie civiltà del Neolitico sono state società improntate sui valori materni di cura e di sostegno della vita così come oggi lo sono le società matriarcali che, nascoste sotto forme politiche e religiose importate e imposte dall’esterno, continuano a tenere vivo un diverso modello di civiltà, per donne e uomini.</p>
<p style="text-align:justify;">Nella parte dedicata alla storia critica del pensiero filosofico che si è sviluppato intorno al termine matriarcato, l’autrice introduce i Pionieri (Lafitau, Bachofen, Morgan) e tratta quindi il dibattito marxista, gli studi etno-antropologici, la preistoria, gli studi religiosi, lo studio delle tradizioni orali, gli studi archeologici fino ai moderni studi matriarcali indigeni e femministi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ed è a questi ultimi che va il merito di aver finalmente elaborato una soddisfacente e articolata griglia di condizioni che permette, fuori da ogni confusione più o meno innocente, di riconoscere quali sono le caratteristiche strutturali delle società matriarcali, a livello economico, sociale, politico e religioso.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A livello economico le società matriarcali sono società che creano un’economia bilanciata</strong>: le donne distribuiscono i beni tenendo come obiettivo la «mutualità economica»; una tale economia ha caratteristiche in comune con l’«economia del dono» (teorizzata da Genevieve Vaughan): sono società di mutualità economica, basate sulla circolazione dei doni.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello sociale si basano sulla matrilinearità e la matrilocalità, all’interno di un contesto di uguaglianza di genere: sono società orizzontali, non gerarchiche, di discendenza matrilineare.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello politico si basano sul consenso. La casa del clan è il nodo di connessione del processo decisionale, sia a livello locale che regionale, spesso rappresentata all’esterno da un delegato maschio; la politica rigorosa dei processi di consenso produce e garantisce non solo l’uguaglianza di genere, ma uguaglianza nell’intera società: sono società egualitarie di consenso.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello religioso e culturale sono caratterizzate da una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita; tutto il mondo è considerato divino e ha origine nel divino femminile, e ciò dà vita a una cultura sacra: sono società e culture sacre del divino femminile.</p>
<p style="text-align:justify;">Un libro come questo ha il grande merito di aiutare a costruire uno sguardo davvero diverso su tutto ciò che non rientra tra i prodotti del patriarcato, uno sguardo che l’antropologia, pur interrogandosi in proposito, non era ancora riuscita a generare, perché prigioniera nel grande vicolo cieco della sessuazione non riconosciuta al maschile, spacciata per neutra. Uno sguardo che si libera e con stupore finalmente riesce a vedere e osserva cose che da sempre sono state sotto agli occhi di tutte/i, testimonianze del passato come realtà vive del presente, ma mute perché mancanti di un soggetto determinato a nominarle.</p>
<p style="text-align:justify;">Sicché oggi possiamo ben dire che siamo le prime generazioni, dopo qualche millennio di oscuramento e afasia, che cominciano a «sapere» la storia e le culture indigene del mondo fuori dagli schemi dominanti del pensiero unico e universale. Oggi sappiamo che un altro mondo è stato ed è possibile. Che sostenerlo non è una fantasia consolatoria o un’utopia irraggiungibile. E a questa nuova conoscenza che sa curare le ferite del dominio e dalla necrofilia dei Padri-Padroni, donne e uomini possiamo attingere per riprendere il processo della creazione interrotta. A meno che non decidiamo volutamente di tapparci occhi e orecchie.</p>
<p style="text-align:justify;">«Le Società Matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo» (traduzione di Nicoletta Cocchi e Luisa Vicinelli, Collana Le Civette Saggi, Venexia, 2013, 700 pp., 28 euro),</p>
<p style="text-align:justify;">*Attiva nel movimento delle donne dagli anni Settanta. Luciana Percovich si è occupata di formazione presso la Libera Università delle Donne di Milano, ha diretto collane di saggistica (attualmente la collana Le Civette/Saggi per l’Editrice Venexia) e scritto su varie riviste occupandosi di medicina delle donne, scienza, antropologia, mitologia e spiritualità femminile (tra i suoi libri più importanti «Colei che dà la vita, Colei che dà la forma. Miti di creazione femminili, Venexia, 2009»).</p>
<p style="text-align:justify;">Per l&#8217;articolo completo (<strong><a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">All&#8217;inizio le madri. Esistono società matriarcali? Come e perché provano a rifiutare i principi e le pratiche del dominio e del capitalismo? Recensione di «Le Società Matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo» (Venexia) di Heide Goettner-Abendroth.</a>):</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/03/30/donne-come-resistenza-alleconomia-escludente-e-recessiva-le-societa-matriarcali-di-heide-goettner-abendroth/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Avellino si mobilita per la libreria indipendente Petrozziello: tre articoli</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/05/avellino-si-mobilita-per-la-libreria-indipendente-petrozziello-tre-articoli/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/05/avellino-si-mobilita-per-la-libreria-indipendente-petrozziello-tre-articoli/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2013 16:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Librerie indipendenti]]></category>
		<category><![CDATA[librerie indipendenti]]></category>
		<category><![CDATA[tonino petrozziello avellino]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=6303</guid>
		<description><![CDATA[Ho inserito tre articoli relativi alla mobilitazione degli avellinesi a favore della libreria indipendente Petrozziello. Art&#8217;Empori, solitamente, preferisce che, nell&#8217;affrontare un&#8217;emergenza, si promuova una messa in discussione del cittadino capace di incidere sul complessivo sistema che ha prodotto quel malessere. Quindi, non condivido l&#8217;approccio episodico mostrato nei tre articoli, ma ve li segnalo per evidenziarvi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align:justify;">Ho inserito tre articoli relativi alla mobilitazione degli avellinesi a favore della libreria indipendente Petrozziello.</p>
<p style="text-align:justify;">Art&#8217;Empori, solitamente, preferisce che, nell&#8217;affrontare un&#8217;emergenza, si promuova una messa in discussione del cittadino capace di incidere sul complessivo sistema che ha prodotto quel malessere.</p>
<p id="yui_3_7_2_21_1360077580826_39" style="text-align:justify;">Quindi, non condivido l&#8217;approccio episodico mostrato nei tre articoli, ma ve li segnalo per evidenziarvi la portata della crisi che colpisce le librerie indipendenti e gli altri piccoli negozianti.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando mi trovo in altra città, visito le piccole librerie identitarie del luogo: certo, non vado alla ricerca delle grandi librerie di catena che, efficienti ma spersonalizzanti, sono identiche in ogni luogo. A maggior ragione, quando sono ad Avellino, passo a salutare Tonino Petrozziello, libraio più attento ai fermenti culturali che alle omologanti convenienze economiche.</p>
<p id="yui_3_7_2_21_1360077580826_39" style="text-align:justify;"><em id="__mceDel">Alessio Masone</em></p>
</div>
<div><strong><a href="http://www.corriereirpinia.it/default.php?id=4&amp;art_id=31848" target="_blank">Locali gratuiti per la Libreria Petrozziello, l’appello</a> - 5 febbraio 2013 - www.corriereirpinia.it/</strong></div>
<div></div>
<div style="text-align:justify;"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-6304" alt="libreria petrozziello avellino" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/02/libreria-petrozziello-avellino.jpg" width="320" height="238" /><a href="http://www.corriereirpinia.it/default.php?id=4&amp;art_id=31848" target="_blank">(Corriere dell&#8217;Irpinia)</a> AVELLINO</strong>- Non solo una Cartolibreria dove acquistare semplicemente libri, ma luogo di incontro, confronto, scoperta e stimoli. Una certezza per la cultura di un’intera città.<br />
La Cartolibreria “Petrozziello” ha segnato la storia della città di Avellino e ognuno di noi, almeno una volta, è entrato il quel luogo magico.<br />
Una magia che rischia di essere cancellata per sempre dalla crisi. Prima il cambio di sede, da Corso Vittorio Emanuele a via Fratelli Del Gaudio, poi la notizia delle ultime settimane: le difficoltà negli ultimi tempi sono aumentate e il proprietario, <strong>Tonino Petrozziello</strong>, giorno dopo giorno matura la decisione di chiudere definitivamente i battenti.Una notizia che ha scosso profondamente buona parte degli avellinesi, affezionati a quel luogo e a quello che esso ha rappresentato negli anni. E così subito si è messa in moto una vera e propria macchina della solidarietà per individuare una strada che scongiuri la chiusura della libreria.<br />
Un appello rivolto a chi ha conosciuto la libreria Petrozziello e ne ha fatto un punto di riferimento, a chi questo mondo mancherà e a chi sente anche il bisogno e l’orgoglio di non relegarlo nell&#8217;oblio, ma, invece, vuole sfruttare questa caduta per rilanciare, scommettere, resistere.<br />
Da un’iniziativa di un gruppo di cittadini, ma aperta a quanti hanno a cuore le sorti di Petrozziello, a partire da oggi e per tutti i martedì di febbraio, dalle 18 in poi, verrà letto un libro. Il primo sarà “Bartleby lo scrivano” di Melville, e a chi verrà ad ascoltare si chiederà di versare una quota per la libreria, e insieme di comprare un libro, di portarne uno in dono, e soprattutto si chiederà al comune, a chi governerà dopo le amministrative, di concedere uno spazio alla libreria, senza esigere affitto come riconoscenza della città, e ai parlamentari che vorranno farlo di contribuire con una parte del loro stipendio per aiutare la libreria a vivere, come anche ai grandi imprenditori della città e della provincia, per creare insieme una azione collettiva che permetta alla libreria di avere una rete difensiva certa, incrollabile, e di tornare a stare al centro della città, e a diventare un esempio di reazione nel silenzio delle rese culturali che ci circondano.</div>
<div style="text-align:justify;">&#8212;</div>
<div style="text-align:justify;"></div>
<div style="text-align:justify;"><strong><a href="http://www.piueconomia.it/NewsStampa.aspx?ID_NEWS=5466" target="_blank">(più economia campania &#8211; http://www.piueconomia.it/)</a> 4 febbraio 2013</strong></div>
<div style="text-align:justify;"></div>
<div style="text-align:justify;">L&#8217;iniziativa dei colleghi del giornale on line diretto da Marco Staglianò</div>
<div style="text-align:justify;"><a href="http://www.piueconomia.it/NewsStampa.aspx?ID_NEWS=5466" target="_blank"><strong>C&#8217;è la libreria Petrozziello da salvare: Orticalab e la città di Avellino si mobilitano</strong></a></div>
<div style="text-align:justify;">Da domani, tutti insieme, ogni martedì, per leggere un libro. Si inizia con “Bartleby lo scrivano” di Melville due pagine ciascuno, per dar voce alla cultura che non accetta di morire</div>
<div style="text-align:justify;">
<div></div>
<div>Nell’ultimo periodo sono tante le librerie che stanno chiudendo. Ma salvare una libreria si può? Orticalab risponde con “Avremmo una preferenza:  un’iniziativa per salvare la Libreria Petrozziello”.</div>
</div>
<p style="text-align:justify;">Da martedì 5 febbraio e, poi il 12 il 19 e il 26, dalle 18.00 Orticalab vi aspetta  presso la Libreria Petrozziello via Fratelli del Gaudio Avellino per discutere, leggere, conoscere; per creare una rete, così forte da tenere in vita il circuito dei libri nonostante la crisi del settore editoria.</p>
<p style="text-align:justify;">Da domani, tutti insieme, ogni martedì, per leggere un libro. Si inizia con  “Bartleby lo scrivano” di Melville due pagine ciascuno, per dar voce alla cultura che non accetta di morire.</p>
<p style="text-align:justify;">Le proposte da valutare sono tante: versare una quota per la libreria; comprare un libro; portarne uno in dono per un eventuale mercatino di libri usati; chiedere al Comune di concedere uno spazio alla libreria, senza esigere affitto; chiedere ai parlamentari di contribuire con una parte del loro stipendio per aiutare la libreria a vivere; chiedere ai grandi imprenditori della città e della provincia di aiutare economicamente; cedere la Caffetteria dell’Eliseo a Tonino, in modo che sia centrale e sia vicino alla biblioteca, alla mediateca ed al centro di cultura cinematografica Camillo Marino.</p>
<p style="text-align:justify;">Qual è la tua proposta? Come si possono salvare le librerie?</p>
<p style="text-align:justify;">Un incontro per risollevare le sorti della libreria Petrozziello e per prevenire quella di tante altre librerie italiane!</p>
<p style="text-align:justify;">&#8212;</p>
<h3 style="text-align:justify;">La bellezza ci salverà</h3>
<div id="notizie">
<section>
<article id="prima_notizia">
<h3 style="text-align:justify;"><a title="Preferiamo la bellezza" href="http://www.orticalab.it/Avremmo-preferenza" target="_blank">Preferiamo la bellezza</a></h3>
<p style="text-align:justify;">Domenica, 3 Febbraio 2013 (OrticaLab &#8211; www.orticalab.it/)<a id="stampa" href="http://www.orticalab.it/spip.php?page=article_pdf&amp;id_article=12533"><br />
</a></p>
<div>
<p style="text-align:justify;">Non dice mai che non farà una cosa Bartleby lo scrivano, lui si limita ad esprimere una preferenza. Anche noi avremmo una preferenza. Noi preferiremmo che la Libreria Petrozziello non chiudesse e per questo lo diciamo con Bartleby leggendo ad alta voce il testo di Melville martedì alle 18.30 nella libreria di Tonino in via Fratelli del Gaudio ad Avellino. Una lettura a staffetta, due pagine a testa, per ricordarci quello che preferiamo: avere ancora a disposizione l’unica vera libreria della città, poter ancora chiedere consiglio a Tonino, unico vero libraio, poter ancora trovare rifugio nel posto più rassicurante e caldo di Avellino, avere ancora il nostro centro di gravità.</p>
<p style="text-align:justify;">Ogni martedì saremo residenti temporanei della libreria Petrozziello, ci vivremo un po’, perché per troppo tempo l’abbiamo lasciata da sola. Se qualcuno volesse distoglierci da questo proposito risponderemo: preferiremmo di no. Come Bartleby opporremo una resistenza gentile e sufficientemente surreale. Perché vogliamo ricordarci e ricordare che di quel posto abbiamo bisogno e non abbiamo nessuna intenzione di privarcene. Poiché quella libreria è l’ultimo monumento che sia rimasto in città, perché non è di pietra ma di carne, pretendiamo che venga consacrato come tale e che abbia un luogo degno in una struttura comunale.</p>
<p style="text-align:justify;">Se è un monumento deve essere vivo. Poiché è vivo, di carne, sangue, pensieri, pagine e missioni, poiché baluardo della civiltà potrebbe essere il bastione che difende uno dei monumenti di pietra tornato simbolo della morte culturale: l’Eliseo. Ecco, visto che si vuole accendere la luce su quel monumento perché al più presto diventi vivo e ospiti il centro di cultura cinematografica Camillo Marino e Giacomo D’Onofrio, poiché esiste una porzione di stabile non inclusa nel sequestro che potrebbe essere riaperta, la famosa caffetteria, noi proponiamo che diventi la casa della libreria della città. Così le luci si accendono dentro l’anima delle persone e non solo sulla facciata dell’Eliseo. Per salvare la bellezza che potrà salvarci.</p>
</div>
</article>
</section>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2013/02/05/avellino-si-mobilita-per-la-libreria-indipendente-petrozziello-tre-articoli/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Niente paura, il meglio deve ancora venire</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2012/07/21/niente-paura-il-meglio-deve-ancora-venire/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2012/07/21/niente-paura-il-meglio-deve-ancora-venire/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jul 2012 19:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Mariapaola Bianchini]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ligabue]]></category>
		<category><![CDATA[mariapaola bianchini]]></category>
		<category><![CDATA[napoli]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=5375</guid>
		<description><![CDATA[di Mariapaola Bianchini Paura, un’emozione primaria. Nel senso che si attiva in automatico in caso di pericolo, agisce nel movimento del corpo &#8211; fuga o immobilizzazione &#8211; e nelle espressioni del viso &#8211; sopracciglia sollevate e riavvicinate, ruga al centro della fronte, labbra tese e stirate. Il pericolo in questione puo’ essere qualcosa di oggettivo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Mariapaola Bianchini</em></p>
<p>Paura, un’emozione primaria. Nel senso che si attiva in automatico in caso di pericolo, agisce nel movimento del corpo &#8211; fuga o immobilizzazione &#8211; e nelle espressioni del viso &#8211; sopracciglia sollevate e riavvicinate, ruga al centro della fronte, labbra tese e stirate. Il pericolo in questione puo’ essere qualcosa di oggettivo &#8211; un serpente, un fuoco, un terremoto &#8211; o di soggettivo &#8211; un insetto, un rumore, la crisi che uccide il futuro . Ieri sera ero ad un concerto; nulla a che fare con la paura, anche se mi trovavo nel cuore di Napoli e mi era stato chiesto di portare un marsupio con dentro solo un pacchetto di fazzoletti, una bottiglia d’acqua ed il biglietto per entrare in  piazza Plebiscito. Nient’altro, giusto per stare tranquilla; al massimo potevano rubare solo direttamente me, così mi avevano spiegato. Il cantante, un tipo famoso considerando che in piazza c’erano trentamila persone, per introdurre il secondo pezzo in scaletta ha cominciato a conversare di paura: “<em>il 95% delle paure che abbiamo non esiste, è frutto della nostra mente”</em>. Sull’esattezza della percentuale ho dei dubbi perché i pericoli oggettivi potrebbero essere qualcuno di più. Concordo invece nell’associare le emozioni, paura compresa, alle attribuzioni e interpretazioni degli eventi piuttosto che agli eventi in sé;  ben convinta che gi eventi accadono come fatti e ogni mente vi risponde a suo modo: ognuno ha un suo stile di pensiero nel leggere i fatti e un suo modo di risposta nell’attivare le emozioni. E allora ci posso stare, mi sta bene che lui abbia detto così a trentamila persone me compresa. E mi sta bene che abbia cantato un po’ di coraggio – <em>NIENTE PAURA</em> -  ce n’è bisogno per superare le preoccupazioni soprattutto adesso che non si parla d’altro che di crisi e futuro nero. E magari anche per superare il dolore, qualcosa di più di un’emozione, che quando c’è rende difficile ogni passo, ogni gesto, ogni azione per vivere e si finisce col  sopravvivere. E allora mi sta bene che abbia cantato anche di dolore e che ai  trentamila presenti abbia fatto cantare  <em>“che la vita è sempre forte molto più che facile “</em>.</p>
<p>Il potenziale dell’arte, quello che più mi affascina, è attivare emozioni. Molti pensano che questo crei una realtà fittizia  e pericolosa, in cui c’è il rischio di farsi prendere dalle sensazioni del momento e farsi  portare fuori dal proprio percorso. Io invece penso che le emozioni, che accadano spontaneamente o che le ricerchiamo di proposito o che vi ci imbattiamo casualmente, siano sempre parte del nostro percorso e anzi ne siano la bussola di monitoraggio. Nel percorso , sia esso di “<em>strade strette e diritte</em>” o di “<em>rotte deviate e bloccate”</em>  sono le emozione a informarci su quel che succede; e riconosciute, verbalizzate, scomposte nelle componenti sensazioni del corpo e pensieri della mente, ci guidano nel proseguire il percorso esattamente come farebbe una bussola.</p>
<p>Io questo ieri ce l’avevo ben in mente a piazza del Plebiscito. Sarà che scrivendo di fruizione consapevole ho cominciato a fruire consapevolmente ? O invece fruendo spesso consapevolmente ho cominciato a scrivere di fruizione consapevole ?</p>
<p>La risposta non importa, mi importa aver riconosciuto, a un certo punto della serata, che le emozioni in piazza erano un po’ diverse da quelle che mi aspettavo e a cui ero abituata. Meno emozioni piacevoli, come l’amore, lo stare bene con gli altri, essere positivi sul futuro e più emozioni spiacevoli, come la paura, l’incertezza, il dolore, la rabbia. Si capiva dall’intensità delle voci, nonostante l’entusiasmo di essere presenti alla musica di un così grande artista, in un così <em>“capolavoro di piazza”</em> in un così <em>“capolavoro di città</em>”.</p>
<p>E’ un brutto periodo: non circolano soldi, gli anziani non vanno in pensione e i giovani non lavorano, buona notte all’Italia “<em>che c’ha il suo bel da fare tra un domani che arriva ma che sembra in apnea”</em>. I dati di recenti studi scientifici  hanno mostrato che il picco di depressione nel nostro paese e negli altri paesi dell’Europa centrale si è spostato nella fascia d’età di 30 anni. Chissà perchè ?! E soprattutto chissà come se ne esce ?!</p>
<p>Aumento di depressione clinicamente significativa nella fascia d’età 30 anni vuol dire che sono aumentati e sono in tanti i giovani che reagiscano poco attivamente alle difficoltà del quotidiano, rimanendo bloccati e fermi in emozioni spiacevoli di tristezza, disagio e ansia, sensazioni di malessere psicosomatico e di stress, pensieri negativi e poco funzionali. Io che ho quasi 30 anni i dati delle ricerche riesco a sentirmeli sulla pelle e vedo che i miei amici e colleghi non sono da meno. Siamo la generazione di mezzo tra il progresso e la crisi e stiamo sostenendo costi alti; però vedo anche che inquadrare le situazioni da angolature diverse e riuscire a cogliere gli aspetti costruttivi dei cambiamenti in qualche modo ripaga. Quando mi sono ri-avvicinata a Benevento mi ha colpita l’aver trovato una città ancora piena di problemi ma che in qualche modo tenta di attivarsi, re-inventarsi, cambiare. Come se forse una risposta verso il cambiamento sia cominciare ad avere un pensiero diverso, meno disfunzionale e più positivo. Il che non vuol dire fingere di non vedere la realtà, anche perché quella si impone con così drammatica evidenza, ma piuttosto cercare di inquadrarla in ogni angolo fino a cogliere il potenziale del cambiamento, e realizzarlo con creatività, passione, energia,  pensiero positivo.  Pensiero positivo prima di tutto , perchè è il modo di vedere le cose a fare la differenza, la fiducia nel futuro. Sembra un concetto scontato e invece non lo è per niente dato che in automatico, e i dati sulla depressione lo dimostrano, si ha la tendenza ad attivare pensieri opposti di pessimismo e sfiducia che hanno l’effetto contrario di chiudere al cambiamento, arrendersi all’apatia, accettare compromessi. In automatico significa che la mente li ha memorizzati e generalizzati al punto che si innescano da soli; è come quando si impara a guidare la macchina o la bicicletta, a un certo punto è tutto automatico. Ebbene modificare il modo di pensare è difficile e richiede esercizio ed energia. Comporta allenarsi a riconoscere i pensieri negativi e formulare alternative, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E trovarsi una frase salvagente, magari dentro una canzone visto che la musica potenzia le parole.</p>
<p><em>IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE</em>  mi sembra una buona frase e buono è il discorso che c’è dietro : <em>“se vedete un futuro nero vi prefigurate un futuro nero; al contrario pensare il meglio per voi vi aiuterà a impegnarvi nel raggiungerlo. Non lasciate rubarvi il futuro” .</em></p>
<p>Io questo cantante lo stimo, e piazza Plebiscito anche ha dato prova di stimarlo. Non mi resta che presentarlo, ma un grande artista come Luciano Ligabue si presenta da solo .</p>
<p><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/07/dscn0014-copia.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-5379" title="Luciano Ligabue, sotto bombardamento tour.  Napoli, 20 luglio 2012" alt="" src="http://artempori.files.wordpress.com/2012/07/dscn0014-copia.jpg?w=1024" height="605" width="1024" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2012/07/21/niente-paura-il-meglio-deve-ancora-venire/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per la giustizia sociale: equità degli stipendi</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/22/per-la-giustizia-sociale-equita-degli-stipendi/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/22/per-la-giustizia-sociale-equita-degli-stipendi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 22 Jun 2012 17:02:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Iannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Sprechi di denaro pubblico]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=5193</guid>
		<description><![CDATA[Dieci cittadini hanno preso l’iniziativa di istituire un comitato, “il comitato del sole”, atto a raccogliere le firme necessarie ad ottenere un referendum per la riduzione degli stipendi dei parlamentari. Sul loro sito sono elencate le sedi in cui è possibile firmare. Per quelle non segnalate, come Benevento, sarebbe opportuno organizzarsi per estendere al massimo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5194" style="width: 241px" class="wp-caption alignright"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/stipendipoliticiitalianiedeuropei.jpg"><img src="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/stipendipoliticiitalianiedeuropei.jpg" alt="" title="stipendipoliticiitalianiedeuropei" width="231" height="300" class="size-full wp-image-5194" /></a><p class="wp-caption-text">Gli stipendi dei politici in Europa</p></div>
<p>	Dieci cittadini hanno preso l’iniziativa di istituire un comitato, “<a href="http://www.comitatodelsole.altervista.org/" title="http://www.comitatodelsole.altervista.org/" target="_blank">il comitato del sole</a>”, atto a raccogliere le firme necessarie ad ottenere un <strong><a href="https://www.facebook.com/events/225986690757733/" title="https://www.facebook.com/events/225986690757733/" target="_blank">referendum per la riduzione degli stipendi dei parlamentari</a></strong><a href="https://www.facebook.com/events/225986690757733/" title="https://www.facebook.com/events/225986690757733/" target="_blank"></a>. Sul loro sito sono <a href="http://comitatodelsole.altervista.org/forum/viewtopic.php?f=2&amp;t=16&amp;sid=c76d7d076a73396b49a8e34f1deac1c0" title="http://comitatodelsole.altervista.org/forum/viewtopic.php?f=2&amp;t=16&amp;sid=c76d7d076a73396b49a8e34f1deac1c0 " target="_blank">elencate le sedi</a> in cui è possibile firmare. Per quelle <em>non segnalate, come Benevento, sarebbe opportuno organizzarsi </em>per estendere al massimo questa sacrosanta raccolta firme.</p>
<p>	In Italia, dove i disoccupati arrivano al punto di togliersi la vita, in alcuni casi, anche insieme ai propri cari; dove i piccoli commercianti sono destinati a chiudere; dove famiglie intere non sanno come arrivare a fine mese; c’è chi, paradossalmente, diventa sempre più ricco e che al mese intasca, più di 15.000 €, insieme a privilegi vari. Ma non solo. Grazie a siti internet, primo fra tutti <strong><a href="http://isegretidellacasta.blogspot.it/" title="http://isegretidellacasta.blogspot.it/" target="_blank">I segreti della casta di Montecitorio</a></strong><a href="http://isegretidellacasta.blogspot.it/" title="http://isegretidellacasta.blogspot.it/" target="_blank"></a>, veniamo ogni giorno a conoscenza di scandali e nefandezze di una realtà talmente ripugnante che sembra paradossale esser governati, in un momento tanto difficile e delicato, da chi pensa soltanto ad arricchirsi sulla pelle e sulle tasche dei cittadini. Ultimo lampante esempio, il caso Bossi. Questo tizio, comunque, pur essendo stato scoperto, non pagherà mai per la sua disonestà alla pari di ogni comune mortale. Fra l’altro, aldilà dei loro misfatti, trovo del tutto anticostituzionale che dallo Stato venga retribuito un partito come La lega, innegiante alla disgregazione, sia territoriale che di concetto, tra la padania e il resto d’Italia. Iniziative anticostituzionali di questo tipo dovrebbero essere completamente tagliate fuori dalle spese dello Stato! Non solo lo Stato non dovrebbe assolutamente finanziare il propagarsi di tali presunzioni regionalistiche dannose all’unione e al bene nazionale, ma questo fomentare disprezzo ed esclusione verso i cosiddetti “terroni” dovrebbe proprio essere bandito, come lo è, ad esempio, il razzismo. </p>
<p>	Ritornando alla questione degli stipendi, sarebbe più che giusto ridurre il loro stipendio da 15.000 € a poco più di una decima parte di esso: 2.000 €. Questo permetterebbe, oltre a un risparmio nazionale e a rendere giustizia ai disoccupati suicidati, anche che al “lavoro” restino soltanto persone disinteressate all’arricchimento personale e motivate da veri ideali indispensabili per impegnarsi a salvare questo Paese. Ovviamente il referendum mira a una riduzione minore. Purtroppo, un bel taglio del genere non si otterrà mai, giacché uno stipendio mensile di “appena” 2.000 € è qualcosa di completamente impensabile per loro, pur rimanendo &#8211; temo a lungo &#8211; lo stipendio sognato da tutti i disoccupati, perenni stagisti, precari, sottopagati, e quant’altro&#8230; </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/22/per-la-giustizia-sociale-equita-degli-stipendi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cedesi attività</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/16/cedesi-attivita/</link>
		<comments>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/16/cedesi-attivita/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 16 Jun 2012 10:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Iannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Distretto di Economia Solidale e di Arte Inclusiva]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Stefania Iannella]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://artempori.wordpress.com/?p=5128</guid>
		<description><![CDATA[Intevista a Mariano Fierro realizzata da Stefania Iannella - Prima di spiegarci i motivi di questa decisione, può iniziare col raccontare la storia di FotoCine Fierro? Mio padre ha iniziato a fare il fotografo a 18 anni, quando tornò dalla guerra. Iniziò presso Penza, a quei tempi uno dei fotografi più importanti di Benevento (eccoli [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Intevista a Mariano Fierro realizzata da Stefania Iannella</p>
<p><strong>- Prima di spiegarci i motivi di questa decisione, può iniziare col raccontare la storia di FotoCine Fierro? </strong><br />
 <a href="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/penzafierro.jpg"><img src="http://artempori.files.wordpress.com/2012/06/penzafierro.jpg?w=200" alt="" title="Penza&amp;Fierro" width="200" height="300" class="alignright size-medium wp-image-5138" /></a><br />
Mio padre ha iniziato a fare il fotografo a 18 anni, quando tornò dalla guerra. Iniziò presso Penza, a quei tempi uno dei fotografi più importanti di Benevento (eccoli insieme nella foto sopra l’ingranditore). Nel 1950 aprì un negozio a San Giorgio del Sannio e nel ’58 (l’anno della mia nascita) si spostò in via Traiano. Era uno dei primi laboratori di fotografia a colori dell’Italia meridionale. Essendo a conduzione familiare, io e mio fratello siamo praticamente cresciuti immersi nella fotografia. Nel 1981 mio padre si ammalò e morì di tumore ai polmoni, sicuramente dovuto alle sostanze chimiche (le soluzioni si miscelavano in casa a partire dai materiali grezzi) ed io dovetti quindi assumermi la gestione del negozio.<br />
L&#8217;attività andava bene. Per quasi quindici anni ha lavorato presso il mio studio anche il fotografo Mario Taddeo.<br />
A un certo punto c’è stata la svolta epocale: dall’analogico al digitale.<br />
Mentre prima, quando aprivi i cassetti ci trovavi foto sparse e album fotografici, ora non c’è più niente di tutto questo. La tecnologia e il consumismo hanno portato a scattare di più e a rendere di meno. </p>
<p><strong>- Da quanto tempo ha pensato di chiudere? E quando lo farà?</strong><br />
Ci penso da un paio d’anni. Prima si riusciva a restare a galla, ma ormai le spese superano i profitti e per me non ha più senso continuare a rimetterci.<br />
Chiuderò fra qualche settimana.</p>
<p><strong>- I pochi clienti rimasti sono per lo più dei veterani o ci sono anche giovani?</strong><br />
Sono soltanto i nostalgici, quelli che sono ancora vivi dei miei clienti di una volta. I vecchi padri di famiglia sono diventati nonni. Molti di questi non sono più in vita, altri si sono adeguati alla tecnologia.<br />
Per lo più, i giovani vengono a chiedermi soltanto spiegazioni e aiuti tecnici per macchine fotografiche spesso acquistate su internet.</p>
<p><strong>- Qualche parola sulla pellicola tradizionale&#8230;</strong><br />
Un tempo la media per famiglia era di una pellicola al mese. Dopo le feste estive molti ci portavano anche 3 o 4 pellicole. Poi c’erano le festività: Natale, San Valentino, Pasqua, Pasquetta, compleanni e via dicendo&#8230;<br />
Per ogni rullino si attivava un circuito economico che coinvolgeva produttori di pellicole, batterie, carta, prodotti chimici, ecc. Tutto questo ora è finito. Ora la gente scatta, ma non stampa più. Di conseguenza è stato eliminato tutto l’aspetto economico retrostante. </p>
<p><strong>- Quindi ormai la pellicola è proprio definitivamente in via d’estinzione?</strong><br />
Sì, è finito proprio il settore.<br />
Si era arrivati al massimo che si potesse avere nel campo chimico. Il trapasso non è stato graduale. Perfino la Kodak, il cavallo di battaglia della fotografia, è fallita.<br />
Ci sono soltanto pochi appassionati che ancora preferiscono la pellicola. I giovani d’oggi non hanno proprio la mentalità della fotografia cartacea. Zero. Parecchi non sanno nemmeno che prima le foto si portavano a sviluppare.<br />
In genere, se occasionalmente vogliono stamparle, o lo fanno direttamente con la loro stampante, o  vanno alle macchinette automatiche (la cosiddetta  “stampa a sublimazione”).<br />
Comunque si vocifera che anche il nostro processo chimico, che permette di sviluppare foto di qualità superiore, stia per essere bandito a partire dal 31 dicembre di quest’anno, a causa dell’inquinamento ambientale &#8211; oltre ai danni alla salute (come dicevo prima mio padre, appunto, ci è morto). Secondo queste voci non si eseguiranno più bagni chimici se non in un primo tempo, con gli ultimi prodotti di rimanenza.</p>
<p><strong>- I cari vecchi album fotografici cartacei sono ormai destinati sempre più e soltanto alle  grandi cerimonie? O neanche più a quelle? </strong><br />
Neanche più ai matrimoni. Anche gli album sono diventati digitali.  Quello che prima era un album fotografico ora è tipografia.<br />
Ora non si bada più alla qualità delle foto o a chi ha scattato la foto. Prima dipendeva dalla bravura del fotografo saper cogliere con poche foto l’essenza della cerimonia.<br />
Oggi per un matrimonio si fanno più di 500 scatti. Poi si selezionano al computer; poi si devono montare; poi al laboratorio si fa una campionatura che si presenta ai novelli sposi, prima di procedere alla stampa. Il tutto richiede circa tre mesi e quindi, in alcuni casi, prima di consegnare l’album, i potenziali clienti hanno già divorziato.<br />
In aggiunta a tutto questo, anche in questo caso il lavoro è notevolmente diminuito, prima di tutto perchè tutti si improvvisano fotografi; in secondo luogo sono diminuiti i matrimoni ed infine è diminuito il budget del matrimonio. Spesso, per risparmiare, si fanno  scattare le foto direttamente dai loro amici.</p>
<p><strong>- In questo tempo di crisi, vista la tendenza dominante di speculare sulla disperazione dei disoccupati (per dirne una, cito l&#8217;ultima trovata di far temporeggiare un anno gli aspiranti insegnanti con il TFA, “tirocino formativo attivo”, a pagamento per i partecipanti &#8211; lo specifico visto che per lettori di altre nazionalità sarebbe ovvio il contrario -, per la modica cifra di circa 3000 euro, “test di ammissione” incluso) non le è passato per la mente di proporre alle aspiranti modelle i book fotografici a 300 / 500 euro, come fanno in altre città? </strong><br />
A Benevento non credo proprio che possa funzionare.</p>
<p><strong>- Nonostante tutto, noto che ci sono ancora degli appassionati e dei collezionisti disposti a spendere cifre esorbitanti per uno scatto. Si è da poco conclusa l’asta di fotografia Bloomsbury durante la quale sono state aggiudicate foto, come ad esempio <a href="http://www.bloomsburyauctions.eu/stock-auction-results.asp?lotto=1295" title="http://www.bloomsburyauctions.eu/stock-auction-results.asp?lotto=1295" target="_blank">questa</a> di Irving Penn (1917-2009), a 8.125 € </strong> <strong>o <a href="http://www.bloomsburyauctions.eu/stock-auction-results.asp?lotto=1293" title="http://www.bloomsburyauctions.eu/stock-auction-results.asp?lotto=1293" target="_blank">quest’altra</a> di Berenice Abbott (1898-1991) a 5.750 €. Che ne pensa?</strong></strong><br />
Io quella la considero semplicemente sete di possesso; una competizione a chi può avere ciò che un altro non ha. C’è anche chi compra macchine d’epoca soltanto per averle, non per usarle. Per me non ha valore. Non riusciremo mai a salvare questo settore.</p>
<p><strong>- Che ne pensa della mostra di <a href="http://www.arte.rai.it/articoli/arturo-ghergo-il-fotografo-delle-celebrità/14633/default.aspx" title="http://www.arte.rai.it/articoli/arturo-ghergo-il-fotografo-delle-celebrità/14633/default.aspx" target="_blank">Arturo Ghergo (fotografie 1930-1959)</a> che si terrà fino all’8 luglio al Palazzo delle Esposizioni di Roma? Questo tipo di mostre  possono favorire l’approccio e l’interesse verso l’arte della fotografia? </strong><br />
Non ci spero tanto. In genere la gente è interessata più alle mostre di quadri che a quelle di fotografie. Questo secondo me dipende dal fatto che la mostra di quadri è vista come qualcosa più lontana dal quotidiano. La gente percepisce la pittura come qualcosa che non sa fare, mentre invece tutti credono di saper scattare le foto. Tuttavia essere un buon fotografo non è facile. Un buon fotografo, tramite il suo modo di fotografare, firma le sue foto come lo scrittore firma i suoi libri.</p>
<p><strong>- Ha già qualche idea di cosa farà dopo la chiusura? In che campo cercherà lavoro?</strong><br />
Ancora non lo so, ma non certo nella fotografia. La crisi è incalzata sia nel mio settore che nell’economico e quindi la prima spesa che le famiglie scelgono di tagliare è il superfluo. E questo è visto come superfluo.<br />
C’è da dire che non mi sento ripagato per quanto ho dato. Dopo una vita intera dedicata alla fotografia, ora mi ritrovo senza una professione. Non vedo spiragli perchè è finito proprio il settore.<br />
Non posso neanche pensare di passare semplicemente al commercio degli apparecchi fotografici, perchè neanche quelli si vendono più, a causa delle vendite su internet e della concorrenza dei grandi centri commerciali che vendono a un prezzo più basso.</p>
<p>A 54 anni non sono né vecchio, né giovane e cercare un lavoro è perciò ancora più difficile. Oltretutto io faccio parte del vecchio sistema di vita, quello libero dai computer. Quando ero piccolo e ricevevo un giocattolo, per capire come era fatto lo smontavo. C’era proprio quella curiosità spontanea di scoprire e capire da soli gli ingranaggi e il funzionamento delle cose.<br />
Oggi i bambini non li smontano, perchè sono elettronici. Per questo motivo il computer non rientra nel mio modo di vedere le cose.<br />
Prima c’era un rapporto umano. Ai giorni d’oggi è raro vedere bambini o ragazzi giocare a pallone per strada. Ai nostri tempi il calcio era un modo per socializzare. Da ragazzo il mio il ruolo nel gruppo me lo dovevo conquistare. Se ero amico di tutti era grazie a delle qualità come la disponibilità, la generosità, la fiducia, il modo di fare, ecc.<br />
È assurdo che invece oggi la gente sia capace di litigare, o di giocare con l’amore, virtualmente. Magari scrivono frasi d’amore online a una ragazza, facendola illudere, mentre contemporaneamente  stanno abbracciati a un’altra donna. È qualcosa di stupidamente falso e distruttivo, che non fa parte dei rapporti umani.<br />
È facilissimo scrivere chiacchere senza guardarsi in faccia. Le parole le conosciamo tutti, ma hanno davvero valore solo se sono legate a un’espressione del viso, a un comportamento, a una coerenza con la propria personalità, insomma &#8211; contrariamente all’illusione fittizia e al mascheramento di internet &#8211; a una vera presenza. Solo così si può creare un vero rapporto.<br />
Questa mancanza di raffrontarsi è un handicap dei ragazzi di oggi. Ormai noto una freddezza in tutti i tipi di rapporti. Ad esempio, quando i ragazzi entrano a chiedere informazioni, li vedo impauriti, impacciati&#8230; Hanno perso il contatto con la realtà, il relazionarsi con gli altri. E il prossimo giro di boa delle generazioni future sarà ancora peggiore.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.artempori.it/artempori/2012/06/16/cedesi-attivita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
