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	<title>Art&#039;Empori &#187; cura del sé</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Narrare, vivere: le narrazioni tra arte e cura della persona (di Carmela Longo)</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 01:37:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Carmela Longo]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[asclepiadi]]></category>
		<category><![CDATA[cura del sé]]></category>
		<category><![CDATA[narrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Narrare, vivere: Le narrazioni tra arte e cura della persona di Carmela Longo  …. La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire… Sogna ragazzo sogna (Roberto Vecchioni) Le parole dei poeti, dei letterati e le varie espressioni artistiche in generale ci aiutano a [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color:#993300;"><em><strong>Narrare, vivere: Le narrazioni tra arte e cura della persona</strong></em><br />
di Carmela Longo</span></p>
<p style="text-align:right;"><strong><span style="color:#993300;"> </span></strong><span style="color:#993300;"><em>…. La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire<br />
pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire…<br />
</em>Sogna ragazzo sogna (Roberto Vecchioni)</span></p>
<p><span style="color:#993300;">Le parole dei poeti, dei letterati e le varie espressioni artistiche in generale ci aiutano a ritrovare dentro di noi  significati universali, in cui potersi rispecchiare, di cui potersi nutrire, a cui poter attingere, in ogni momento della nostra vita. Ed è così che l’esperienza dell’artista  diventa la <em>nostra</em> esperienza, il suo sentimento il <em>nostro</em> sentimento, le sue parole le <em>nostre</em> parole. Inoltre ci sono gesti che narrano, ci sono sculture, scritture, disegni, musiche, rumori. Ci sono scempi che narrano. Anche il silenzio narra.</span></p>
<p><span style="color:#993300;">C’è un narrare che cura, un narrare che semina odio, un narrare che lenisce le ferite, un narrare che le acuisce e le rende putride. Attraverso il narrare diciamo chi siamo, gettiamo la maschera anche quando mettiamo la maschera (chi narra bugie parla comunque di sé). Il narrare ci espone, il narrare <em>narra</em> di noi, della nostra vita, di ciò che vogliamo, dei nostri rimpianti, dei rimorsi, dei dubbi. Nelle narrazioni che di giorno in giorno ci diciamo nell’intimo del nostro cuore, nelle narrazioni che talvolta prepariamo per gli altri, in queste narrazioni prende forma il nostro essere persone, padri, madri, gente che vive, che discute, che affronta problemi e difficoltà,  che costruisce, che sogna. Il narrare è dunque un atto profondamente umano, connaturato nel nostro essere-al-mondo.</span></p>
<p><span style="color:#993300;">C’è un <em>narrare individuale</em> e un <em>narrare collettivo</em>, ci sono le narrazioni dei singoli, le narrazioni dei governi, le narrazioni  delle masse. C’è un narrare che giustifica guerre preventive e un narrare che cerca altre vie per la  pace. C’è un narrare che occulta e mistifica e un narrare che grida e mette a nudo. C’è un narrare che mette gli eretici di turno sui vari roghi e un narrare che inorridisce.  C’è un narrare che in un dato momento storico classifica alcune persone come pazze e un narrare che cerca di trovare il senso profondo, non soggetto a <em>clusters</em>, dell’esperienza umana. L’etimologia ci dice che la parola <em>narrare</em> deriva dal latino <em>(g)narus</em> (informato, esperto), la cui radice <em>gna-</em> indica il conoscere. Dunque anche quando facciamo scienza narriamo: narriamo conoscenze acquisite e/o condivise, ipotesi, teorie. Anche la  scienza <em>positiva</em> è narrata e narra, anche il metodo scientifico è frutto di narrazioni: non vi si può sottrarre. Questo legame inscindibile che  vincola ogni scienza alla soggettività, pur se a vari livelli e con diverse sfumature, dovrebbe esso stesso diventare prioritario oggetto di studio e non scansato o, peggio, misconosciuto e rinnegato come nella maggior parte delle cosiddette scienze nomotetiche (1).</span></p>
<p><span style="color:#993300;">Fritjof Capra esorta gli scienziati a comprendere come “<em>la dimensione soggettiva sia sempre implicita nella pratica della scienza, anche se generalmente non viene esplicitata</em>” (2).<span id="more-2140"></span></span></p>
<p><span style="color:#993300;">Moravia (1998) aggiunge: <em>“L’esperienza umana non appartiene tout court al regno della natura, non è una cosa; inoltre è largamente eccedente il nostro linguaggio e incommensurabile rispetto alle nostre possibilità cognitive</em>”(3).</span></p>
<p><span style="color:#993300;">Questa <em>complessità</em> deve essere considerata  in qualsiasi ambito della vita umana, e a maggior ragione nei contesti di cura, come quello della medicina e della psicoterapia. Il medico ha a che fare con le narrazioni che la persona fa della sua malattia, e da quelle narrazioni deve estrapolare il problema focus del suo intervento. Chi lavora in questo campo sa come la stessa malattia possa essere presentata con parole e vissuti diversi a seconda della persona che la vive.</span></p>
<p><span style="color:#993300;">In alcuni casi il medico  non troverà una malattia, ma avrà a che fare con una <em>malattia solo narrata</em>. In quei casi non c’è la malattia, o meglio, essa esiste solo nelle parole di chi, in questo modo, esprime e comunica  un disagio comunque degno di attenzione e calore umano ed, eventualmente, di approfondimento specialistico. Una sorta di medicina di quello che non c’è, oltre alla tradizionale medicina di quello che c’è. La clinica di ciò che è assente.</span></p>
<p><span style="color:#993300;">Ma è nella psicoterapia che le narrazioni diventano esse stesse terreno fertile su cui impostare il progetto terapeutico. In diversi studi si mette in risalto “<em>l’idea che i nostri processi di conoscenza sono di natura essenzialmente narrativa  e che un cambiamento della struttura delle narrazioni è un obiettivo essenziale della psicoterapia (…) al fine di sviluppare una nuova semantica quotidiana e il senso di essere autore della propria vita</em>” (4). Cliente e terapeuta hanno entrambi delle narrazioni su se stessi e sull’altro. Per il terapeuta è fondamentale (oltre  che impegno etico!) essere consapevole, innanzitutto, delle narrazioni che fa di se stesso, come si vede ai suoi occhi, come pensa che lo vedano gli altri, cosa si aspetta la comunità da lui, quale è il suo quadro di riferimento, quali pregiudizi ha, quali pensa di non avere, e così via. C’è poi la narrazione che il terapeuta fa dell’altro, a partire dal modo in cui l’altro parla di sé. Non si illuda il terapeuta di sfuggire alle narrazioni solo perché usa tests standardizzati o interviste diagnostiche annesse ai vari manuali: sono le narrazioni che conducono il gioco,  e possiamo nonostante tutto cercare di esserne consapevoli il più  possibile, o, al contrario, negarle. La narrazione che il terapeuta fa dell’altro ha a che vedere  con la sua personale storia: tanto più il terapeuta ha scandagliato i suoi intimi meandri, tanto più saprà cogliere la verità dell’altro <em>come l’altro la racconta</em>, e saprà dare parole pregnanti all’esperienza di cui l’altro gli chiede di essere <em>custode e garante</em>.</span></p>
<p><span style="color:#993300;">Le narrazioni che la persona fa di sé quando chiede l’aiuto dello psicoterapeuta ci conducono a una domanda fondamentale: perché <strong>questa</strong> persona è venuta <strong>qui</strong>, <strong>ora</strong>? Il linguaggio, verbale e non verbale, che prende forma agli inizi del rapporto e le conseguenti narrazioni varieranno nel corso della psicoterapia, lasciando spazio a narrazioni di sé come agente, capace cioè di azione: la persona è sempre più in grado di scrivere finali diversi a storie antiche. La narrazione è inoltre terapeutica perché spesso il raccontarsi scioglie vecchie cristallizzazioni, diluisce i rancori, dice l’indicibile, affronta i fantasmi,  ripara i torti, stempera le colpe, dà forza ai sogni, scioglie il dolore, rinnova la pietà. Parlare di sé, a sé, per sé, assume valore perché è un parlare <em>con</em>, all’interno di una relazione  terapeutica significativa, dove lo spazio terapeutico si configura come  <em>temenos</em>, catalizzatore di narrazioni vivificanti e trasformatrici.</span></p>
<p><span style="color:#993300;"><em>I have not the right to want to change another</em><br />
</span><span style="color:#993300;"><em>if I am not open to be changed.<br />
</em>Martin Buber <em></em></span></p>
<p><span style="color:#993300;"><em>(1) Le <strong>scienze nomotetiche</strong>, o scienze della natura, si rivolgono essenzialmente a ciò che è esterno al soggetto, e dunque rimandano a una realtà che può essere spiegata. Le <strong>scienze</strong> dello spirito, o <strong>idiografiche</strong>, si occupano della realtà interna al soggetto, che deve perciò stesso essere compresa”</em> (Allport, 1962; trad. it. <em>Universale e particolare nella scienza psicologica</em>, in G.V. Caprara, R. Luccio, <em>Teorie della personalità</em>, Bologna, Il Mulino, 1986).</span></p>
<p><span style="color:#993300;">(2) Capra F., <em>La scienza della vita</em>, Rizzoli ed., Milano, 2002, pag.80.</span></p>
<p><span style="color:#993300;">(3)Moravia S., in Camarlinghi R., <em>Tornare a progettare. Intervista a Sergio Moravia</em>, in Animazione Sociale, n.11, novembre 1998, pag.3.</span></p>
<p><span style="color:#993300;">(4) Gonçalves O., <em>Narrazioni e cognizioni: implicazioni cliniche</em>, in <strong>Psicoterapia</strong>. Clinica, Epistemologia, Ricerca, anno 2, n.5, giugno 1996, pag.13.</span></p>
<p><span style="color:#993300;"><em>(Pubblicato su Asclepiadi nel terzo millennio, Periodico di Medicina e cultura di Telese Terme, n.7, 2004)</em></span></p>
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