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	<title>Art&#039;Empori &#187; ecologica</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>André Gorz, Ecologica, Edizioni Jaca Book</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 00:09:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Gorz André]]></category>
		<category><![CDATA[Libri - saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Sguera]]></category>
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		<description><![CDATA[Posto &#8211; sulle due liste (Art&#8217;Empori e BeneventoEco) un lungo passo tratto dall&#8217;ultimo libro di André Gorz (Ecologica, Jaca Book). E&#8217; un&#8217;integrazione a quanto scritto da Alessio, ma anche l&#8217;ipotesi di una saldatura tra creatività, ecologia e politica. Nicola Sguera «Ciò che interessa, per il momento, è il fatto che la prin­cipale forza produttiva e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color:#993300;"><em>Posto &#8211; sulle due liste (Art&#8217;Empori e BeneventoEco) un lungo passo tratto dall&#8217;ultimo libro di André Gorz (Ecologica, Jaca Book). E&#8217; un&#8217;integrazione a quanto scritto da Alessio, ma anche l&#8217;ipotesi di una saldatura tra creatività, ecologia e politica. Nicola Sguera</em></span></h3>
<h3><span style="color:#993300;">«Ciò che interessa, per il momento, è il fatto che la prin­cipale forza produttiva e la principale forza di rendita ca­dano progressivamente nel dominio pubblico e tendano verso la gratuità; che la proprietà privata dei mezzi di pro­duzione e dunque il monopolio dell&#8217;offerta diventino pro­gressivamente impossibili; che, di conseguenza, l&#8217;influen­za del capitale sul consumo si attenui e che questo possa tendere a emanciparsi dall&#8217;offerta commerciale.<br />
</span><span style="color:#993300;">Si tratta di una rottura che mina il capitalismo alla base. La lotta ingaggiata tra i «software di proprietà» e i «software libe­ri» (libero, free, in inglese significa anche gratuito) è stata il colpo di inizio del conflitto centrale dell&#8217;epoca. Esso si estende e si prolunga nella lotta contro la mercificazione delle ricchezze primarie: la terra, le semenze, il genoma, i beni culturali, i saperi e le competenze comuni, costitutivi della cultura del quotidiano e che sono i prerequisiti dell&#8217;esistenza di una società. Dalla piega che prenderà questa lotta dipende la forma civilizzata o barbara che prenderà l&#8217;uscita dal capitalismo.<span id="more-1094"></span><br />
Questa uscita implica necessariamente la nostra emanci­pazione dalla signoria che il capitale esercita sul consumo e dal suo monopolio dei mezzi di produzione. Essa significa l&#8217;unità ristabilita del soggetto della produzione e del sog­getto del consumo e dunque l&#8217;autonomia ritrovata nella definizione dei nostri bisogni e dei modi di soddisfarli. L&#8217;o­stacolo insormontabile che il capitalismo aveva eretto su questa strada era la natura stessa dei mezzi di produzione che aveva messo in opera: essi costituivano una megamac­china della quale tutti erano i servitori e che ci dettava i fi­ni da perseguire e la via per raggiungerli. Questo periodo volge al termine. I mezzi di autoproduzione high-tech ren­dono la megamacchina industriale virtualmente obsoleta.<br />
Claudio Prado invoca «l&#8217;appropriazione delle tecnologie» perché la chiave comune per tutti &#8211; l&#8217;informatica è ap­propriabile da parte di tutti. Perché, come chiedeva Ivan Illich, «ognuno può utilizzarla senza difficoltà tanto spesso o raramente quanto desidera&#8230; senza che l&#8217;uso che se ne fa invada la libertà di altri di fare altrettanto»; e perché que­sto uso (si tratta della definizione illichiana degli strumenti conviviali) «stimola la realizzazione personale» e allarga l&#8217;autonomia di tutti. La definizione che Pekka Himanen dà dell&#8217;etica hacker è assai prossima: un modo di vita che mette al primo posto «le gioie dell&#8217;amicizia, dell&#8217;amore, della libera cooperazione e della creatività personale».<br />
Gli strumenti high-tech esistenti o in corso di sviluppo, generalmente comparabili a delle periferiche di computer, puntano verso un avvenire in cui praticamente tutto il ne­cessario e il desiderabile potranno essere prodotti in labo­ratori cooperativi o comunitari; in cui le attività di produ­zione potranno essere combinate con l&#8217;apprendimento e l&#8217;insegnamento, con la sperimentazione e la ricerca, con la creazione di nuovi gusti, profumi e materiali, con l&#8217;inven­zione di nuove forme e tecniche agricole, costruttive, me­diche, ecc. I laboratori comunitari di autoproduzione sa­ranno interconnessi su scala globale, potranno scambiare o mettere in comune le rispettive esperienze, invenzioni, idee, scoperte. Il lavoro sarà produttore di cultura e l&#8217;au­toproduzione un modo di sviluppo.<br />
Due circostanze sostengono questo tipo di cammino. La prima: esistono molte più competenze, talenti e creati­vità di quante l&#8217;economia capitalistica ne possa utilizzare. Questa eccedenza di risorse umane non può diventare produttiva se non in un&#8217;economia in cui la creazione di ricchezza non sia sottomessa ai criteri della redditività. La seconda: «l&#8217;impiego è una specie in via di estinzione».<br />
Non dico che queste trasformazioni radicali si realizze­ranno. Dico soltanto che, per la prima volta, possiamo vo­lere che esse si realizzino. I mezzi esistono, così come le persone che vi si impegnano metodicamente. E probabile che saranno dei Sudamericani o dei Sudafricani, per pri­mi, a ricreare nelle periferie diseredate delle città europee i laboratori di autoproduzione della loro favelas o della lo­ro township d&#8217;origine».</span></h3>
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