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	<title>Art&#039;Empori &#187; janare</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Leggenda delle streghe nel Sannio. Intervista a Marialaura Simeone sul video “A uno a uno le fil cuntavano&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 14:10:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Tullia Bartolini] La leggenda delle streghe nacque e si sviluppò nel nord Europa soprattutto dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum, letteralmente il ‘martello delle streghe’, il manuale anti-stregoneria per eccellenza, che mirava a colpire donne e uomini in grado di praticare la magia nera. In Italia il fenomeno prese piede nonostante il clima di demonomania [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/luoghistreghe.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11223" alt="luoghistreghe" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/luoghistreghe-300x154.jpg" width="300" height="154" /></a>[di Tullia Bartolini] La leggenda delle streghe nacque e si sviluppò nel nord Europa soprattutto dopo la pubblicazione del <i>Malleus Maleficarum</i>, letteralmente il ‘martello delle streghe’, il manuale anti-stregoneria per eccellenza, che mirava a colpire donne e uomini in grado di praticare la magia nera.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia il fenomeno prese piede nonostante il clima di demonomania che vide vittime le donne e i loro saperi: siamo nel 1300, è del 1340 il primo rogo per stregoneria.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non conosce la leggenda delle streghe beneventane? Essa si incardina lungo un lunghissimo asse temporale che vede protagoniste queste <i>dominae nocturnae</i>, legate a doppio filo alla notte (il termine strega deriva infatti da strix, uccello notturno) e ai suoi misteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano conoscitrici di erbe e spesso capaci più dei medici ufficiali (tutti uomini, naturalmente) di curare i malanni.</p>
<p style="text-align: justify;">Venivano chiamare janare, dal termine latino ‘janua’, che, tradotto, vuol dire ‘porta’. Era appunto dinanzi alla porta di casa che veniva collocata una scopa che doveva  distrarre la povera strega dalle sue cattive intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La janara, nella realtà, era un’esperta ‘curandera’, temuta per le sue conoscenze: donna libera, vedova o mai maritata, che se ne fregava delle regole sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documentario  beneventano <b><i>“A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio,</i> </b> nasce da un&#8217;idea di Francesca Gerardo che, con la collaborazione di Marialaura Simeone e per la regia di Umberto Rinaldi, ha scelto di ripercorrere la storia delle streghe nel Sannio.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Sarà presentato a Benevento, al Mulino Pacifico, in Via Appio Claudio,  sabato 22 marzo 2014, alle ore 18 e 30.</b></p>
<p style="text-align: justify;">Ho rivolto alcune domande a Marialaura, incuriosita dal progetto che ha coinvolto miti, leggende e voci di quanti, con le streghe, hanno avuto un rapporto più diretto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Come vi è venuta l’idea di fare quattro passi con le janare?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il progetto, finanziato dal programma  ‘Gioventù in azione’, nasce da un&#8217;idea di Francesca Gerardo e del gruppo informale ‘A spasso con le streghe’, appositamente costituito e di cui è responsabile Titti Saccomanno. Nel documentario, specie in quello non narrativo, ha contato molto il lavoro di squadra e l&#8217;apporto di ognuno di noi. Io, Francesca e il regista Umberto Rinaldi abbiamo lavorato in team sia per la stesura del piano di lavoro del documentario, sia per la ricerca di fonti; assieme ci siamo occupati delle interviste e del montaggio del lavoro. Poi non va dimenticato l&#8217;apporto del direttore della fotografia Giovanni Bocchino, del tecnico audio Angelo Cusano, delle musiche di Enrico Falbo, dell&#8217;arrangiamento, da parte di Natalì Rossi, di una filastrocca su una strega… una chicca, come vedrete!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Pensi si possa realmente valorizzare il Sannio attraverso le sue leggende?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non abbiamo dubbi, in proposito. Direi che l’intento, ab origine, era proprio questo. Poi, in itinere, lo è diventato ancora di più. Il lavoro ci ha portati a riscoprire molti luoghi del nostro territorio.  E poi a Cerreto, San Salvatore Telesino, Pontelandolfo, San Lupo, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio La Molara, in tutti i posti dove, secondo la leggenda o la credenza popolare, si incontravano le streghe, abbiamo potuto constatare la similarità dei paesaggi. Ciò vuol dire che la morfologia di un territorio conta molto, per la diffusione di determinate storie. Diventa così quanto mai importante scoprire ciò che si racconta per capire il luogo che si abita. L&#8217;associazione CAAT, di cui Francesca Gerardo è presidente, ha infatti già nell&#8217;acronimo la parola territorio, come obiettivo programmatico, insieme a cultura, ambiente e arte, gli elementi che costituiscono l&#8217;essenza di una comunità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteZio-Bacco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11224" alt="backstageintervisteZio Bacco" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteZio-Bacco-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a>“Parlami dei personaggi che avete intervistato”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ci sono diversi tipi di interviste, nel documentario. C&#8217;è una parte più “storica” di ricostruzione della leggenda con l&#8217;apporto di Riccardo Valli, Francesco Morante, Paola Caruso. C&#8217;è una parte più suggestiva con Maria Pia Selvaggio e con te, Tullia; poi, ci sono le persone intervistate nei vari contesti: Roberto Pellino (Stretto di Barba), Gianna D&#8217;andrea (Cerreto), Michelangelo Pizzi (San Bartolomeo in Galdo), giusto per ricordarne qualcuno. E poi ci sono le testimonianze di chi con le streghe ha avuto un contatto diretto&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Cosa mi dici delle streghe in chiave iconografica?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Innanzitutto distinguiamo l&#8217;iconografia ‘commerciale’ – quella che ha sfruttato certi simboli – da quella utile a ricostruire la leggenda. C&#8217;è la strega che vola sulla scopa o a cavalcioni del demonio, che si accoppia durante i Sabba e sfida il mos maiorum; ma c’è anche quella raffigurata quale “herbaria”, ossia quale guaritrice che attinge ai segreti medicamentosi di erbe e piante (aspetto non trascurabile nella storia delle streghe e della rappresentazione che di esse è stata fatta).  Questa è la strega più vicina al vero, che creava scompiglio, perché l’attività di guaritrici era spesso accompagnata  da uno stile di vita libero, al di là degli schemi. L&#8217;iconografia entra in parte nel documentario, ma accanto alla scrittura sulle streghe e accanto alla storia orale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteNicolina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11225" alt="backstageintervisteNicolina" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteNicolina-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a>“Penso, a proposito di donne capaci di autodeterminarsi, a Bellezza Orsini: nel cinquecento era in grado &#8211; lei che era stata sguattera e cuoca &#8211; di leggere e scrivere. Cosa non può l’intelligenza! Un’ultima domanda, Marialaura. Qual è il significato del titolo del documentario?” </i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il titolo ‘a uno a uno le fil&#8217; cuntavano’ si riferisce, naturalmente, ai fili della scopa che le streghe erano costrette a contare prima di poter entrare in casa, ma mi fa venire in mente anche che ‘cuntare’ in alcuni dialetti sta per ‘raccontare’. Ecco, il documentario ha tanti fili, tante storie cresciute attorno alla leggenda che volevamo raccontare. Non siamo andati a caccia di streghe, non ci interessava, quello che volevamo fare era raccogliere racconti <i>sulle</i> streghe, sullo sfondo di un paesaggio determinato e determinante”.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">Segue il trailer del videodocumentario <b><i>“A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio</i></b>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://objectwidth=560height=315paramname=movievalue=//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3/paramparamname=allowFullScreenvalue=true/paramparamname=allowscriptaccessvalue=always/paramembedsrc=//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3type=application/x-shockwave-flashwidth=560height=315allowscriptaccess=alwaysallowfullscreen=true/embed/object"><object width="560" height="315" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="560" height="315" type="application/x-shockwave-flash" src="//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></a></p>
<p style="text-align: justify;">La foto in evidenza nello scorrevole è di <a href="http://www.flickr.com/photos/phlegrean/with/7912604350/" target="_blank">Phlegrean</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Streghe, janare e fattucchiere attraverso le nebbie dei secoli</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Feb 2014 13:02:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[di Franco Bove] Le Janare, dette anche fattucchiere, a differenza delle streghe, appartengono alle credenze del mondo contadino della provincia e non alla dimensione urbana. In genere erano donne emarginate che con il loro presunto sapere misterico, in fatto di erbe medicamentose e di pratiche apotropaiche (vedi, ad esempio, la capacità di scongiurare il malocchio) [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/02/Trieste-Parco-di-Miramare.-Dic.2005.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10674" alt="Trieste, Parco di Miramare. Dic.2005" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/02/Trieste-Parco-di-Miramare.-Dic.2005-300x198.jpg" width="300" height="198" /></a>[di Franco Bove] Le Janare, dette anche fattucchiere, a differenza delle streghe, appartengono alle credenze del mondo contadino della provincia e non alla dimensione urbana.</p>
<p style="text-align: justify;">In genere erano donne emarginate che con il loro presunto sapere misterico, in fatto di erbe medicamentose e di pratiche apotropaiche (vedi, ad esempio, la capacità di scongiurare il malocchio) sopperivano alla mancanza nelle campagne meridionali delle cure mediche e, soprattutto, della conoscenza delle vere cause delle malattie e della povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Si inserivano in un contesto culturale dove le durissime condizioni materiali di vita, gli ostacoli insuperabili al pieno soddisfacimento dei naturali desideri e le limitate prospettive esistenziali inducevano a trovare spiegazioni inevitabilmente irrazionali per la sofferenza psichica, il dolore fisico e la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico domenicano Michele Miele racconta di aver scoperto in una delle <i>relationes ad limina</i>, inviate a Roma da un arcivescovo campano nel XVIII secolo, un episodio significativo di tale stato di fatto. Una donna di campagna aveva confessato al proprio parroco di aver copulato con i diavoli, suscitando in lui grande disorientamento. Pur giudicando la confessione poco attendibile, egli non poteva, infatti, far finta di niente, se non altro per non deludere la ravveduta peccatrice. Ma quale penitenza comminare? Escludendo la scomunica e anche procedimenti di tipo esorcistico, del tutto fuori luogo, non ci si poteva ridurre ad un mero predicozzo e a qualche giaculatoria che potevano favorire un certo lassismo di costumi. Di qui la richiesta di chiarimenti al vescovo, il quale a sua volta l’aveva trasferita alla Curia romana, ma non al Sant’Ufficio, interpretando il fatto come un problema di arretratezza culturale e di gestione ecclesiale. La risposta fu di non drammatizzare, di evitare di confondere la fantasia con la realtà e di tentare di incanalare nell’alveo della preghiera le pulsioni insoddisfatte delle misere donne. Nessuno se la sentiva di affondare le mani in quell’oscuro fondo dell’immaginazione umana da cui poteva emergere di tutto, anche quei residui di paganesimo, che Ernesto De Martino mise acutamente in evidenza nei suoi studi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Janare sono sopravvissute alla modernità e l’antropologo sannita Abele De Balsio ne descrive alcune ancora operanti al suo tempo. Non risulta che siano state mai processate nella nostra provincia, dove del resto, non esisteva il tribunale che avrebbe dovuto occuparsene. A Benevento, peraltro, non credo che ci sia stato un clima particolarmente repressivo. Il vero problema per la borghesia cittadina è stato e resta, tuttora, quello dell’identità incerta della comunità beneventana insediata sul confine tra la Campania Felix, la Puglia e il Molise, avendo con ciascuna delle tre qualche tratto in comune. Di qui i continui tentativi di ripescare miti fondativi, elementi caratterizzanti e narrazioni inverosimili nel coacervo di storie del passato..</p>
<p style="text-align: justify;">E’ significativo che ancora negli anni cinquanta del Novecento un raffinato scrittore e giornalista come Guido Piovene, nel corso di un <i>reportage</i> per il Corriere della Sera, riutilizzasse l’argomento delle streghe per dare una coloritura folklorica al suo articolo sull’ambiente sannita e, intervistando Alfredo Zazo, lo inducesse a fornirgli informazioni in merito. Il noto fondatore della rivista <i>Samnium</i> assecondò ingenuamente il gioco sottilmente snobistico che gli si proponeva e così, senza volerlo, finì con l’ammettere le arretratezze della società locale. Era già avvenuto con i viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento che non cercavano nella nostra regione solo le vestigia del mondo classico, ma anche le ultime tracce del paganesimo e, a volte poco nascostamente, la contaminazione con un mondo ritenuto premoderno. Hanno fatto parte di questa rappresentazione poco edificante della realtà meridionale le coreografie libertine di Lady Hamilton e le foto patetiche di poveri pescatori nudi del barone Von Gloeden. Sono immagini denotative di subalternità di cui dovremmo finalmente liberarci, lasciandoci alle spalle le false identità ereditate dal passato.</p>
<p style="text-align: justify;">(la foto utilizzata è di Nicola Rapuano ed è parte della mostra 1&amp;2, presso libreria Masone di Benevento, dal 1° al 28 febbraio 2014)</p>
<p style="text-align: justify;">Sullo stesso argomento e dello stesso autore:<br />
<a title="La costruzione del mito delle streghe di Benevento" href="http://www.artempori.it/artempori/2014/01/12/la-costruzione-del-mito-delle-streghe-di-benevento/" target="_blank">http://www.artempori.it/artempori/2014/01/12/la-costruzione-del-mito-delle-streghe-di-benevento/</a></p>
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