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	<title>Art&#039;Empori &#187; streghe</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Leggenda delle streghe nel Sannio. Intervista a Marialaura Simeone sul video “A uno a uno le fil cuntavano&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 14:10:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Tullia Bartolini] La leggenda delle streghe nacque e si sviluppò nel nord Europa soprattutto dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum, letteralmente il ‘martello delle streghe’, il manuale anti-stregoneria per eccellenza, che mirava a colpire donne e uomini in grado di praticare la magia nera. In Italia il fenomeno prese piede nonostante il clima di demonomania [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/luoghistreghe.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11223" alt="luoghistreghe" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/luoghistreghe-300x154.jpg" width="300" height="154" /></a>[di Tullia Bartolini] La leggenda delle streghe nacque e si sviluppò nel nord Europa soprattutto dopo la pubblicazione del <i>Malleus Maleficarum</i>, letteralmente il ‘martello delle streghe’, il manuale anti-stregoneria per eccellenza, che mirava a colpire donne e uomini in grado di praticare la magia nera.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia il fenomeno prese piede nonostante il clima di demonomania che vide vittime le donne e i loro saperi: siamo nel 1300, è del 1340 il primo rogo per stregoneria.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non conosce la leggenda delle streghe beneventane? Essa si incardina lungo un lunghissimo asse temporale che vede protagoniste queste <i>dominae nocturnae</i>, legate a doppio filo alla notte (il termine strega deriva infatti da strix, uccello notturno) e ai suoi misteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano conoscitrici di erbe e spesso capaci più dei medici ufficiali (tutti uomini, naturalmente) di curare i malanni.</p>
<p style="text-align: justify;">Venivano chiamare janare, dal termine latino ‘janua’, che, tradotto, vuol dire ‘porta’. Era appunto dinanzi alla porta di casa che veniva collocata una scopa che doveva  distrarre la povera strega dalle sue cattive intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La janara, nella realtà, era un’esperta ‘curandera’, temuta per le sue conoscenze: donna libera, vedova o mai maritata, che se ne fregava delle regole sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documentario  beneventano <b><i>“A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio,</i> </b> nasce da un&#8217;idea di Francesca Gerardo che, con la collaborazione di Marialaura Simeone e per la regia di Umberto Rinaldi, ha scelto di ripercorrere la storia delle streghe nel Sannio.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Sarà presentato a Benevento, al Mulino Pacifico, in Via Appio Claudio,  sabato 22 marzo 2014, alle ore 18 e 30.</b></p>
<p style="text-align: justify;">Ho rivolto alcune domande a Marialaura, incuriosita dal progetto che ha coinvolto miti, leggende e voci di quanti, con le streghe, hanno avuto un rapporto più diretto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Come vi è venuta l’idea di fare quattro passi con le janare?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il progetto, finanziato dal programma  ‘Gioventù in azione’, nasce da un&#8217;idea di Francesca Gerardo e del gruppo informale ‘A spasso con le streghe’, appositamente costituito e di cui è responsabile Titti Saccomanno. Nel documentario, specie in quello non narrativo, ha contato molto il lavoro di squadra e l&#8217;apporto di ognuno di noi. Io, Francesca e il regista Umberto Rinaldi abbiamo lavorato in team sia per la stesura del piano di lavoro del documentario, sia per la ricerca di fonti; assieme ci siamo occupati delle interviste e del montaggio del lavoro. Poi non va dimenticato l&#8217;apporto del direttore della fotografia Giovanni Bocchino, del tecnico audio Angelo Cusano, delle musiche di Enrico Falbo, dell&#8217;arrangiamento, da parte di Natalì Rossi, di una filastrocca su una strega… una chicca, come vedrete!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Pensi si possa realmente valorizzare il Sannio attraverso le sue leggende?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non abbiamo dubbi, in proposito. Direi che l’intento, ab origine, era proprio questo. Poi, in itinere, lo è diventato ancora di più. Il lavoro ci ha portati a riscoprire molti luoghi del nostro territorio.  E poi a Cerreto, San Salvatore Telesino, Pontelandolfo, San Lupo, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio La Molara, in tutti i posti dove, secondo la leggenda o la credenza popolare, si incontravano le streghe, abbiamo potuto constatare la similarità dei paesaggi. Ciò vuol dire che la morfologia di un territorio conta molto, per la diffusione di determinate storie. Diventa così quanto mai importante scoprire ciò che si racconta per capire il luogo che si abita. L&#8217;associazione CAAT, di cui Francesca Gerardo è presidente, ha infatti già nell&#8217;acronimo la parola territorio, come obiettivo programmatico, insieme a cultura, ambiente e arte, gli elementi che costituiscono l&#8217;essenza di una comunità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteZio-Bacco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11224" alt="backstageintervisteZio Bacco" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteZio-Bacco-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a>“Parlami dei personaggi che avete intervistato”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ci sono diversi tipi di interviste, nel documentario. C&#8217;è una parte più “storica” di ricostruzione della leggenda con l&#8217;apporto di Riccardo Valli, Francesco Morante, Paola Caruso. C&#8217;è una parte più suggestiva con Maria Pia Selvaggio e con te, Tullia; poi, ci sono le persone intervistate nei vari contesti: Roberto Pellino (Stretto di Barba), Gianna D&#8217;andrea (Cerreto), Michelangelo Pizzi (San Bartolomeo in Galdo), giusto per ricordarne qualcuno. E poi ci sono le testimonianze di chi con le streghe ha avuto un contatto diretto&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>“Cosa mi dici delle streghe in chiave iconografica?”</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Innanzitutto distinguiamo l&#8217;iconografia ‘commerciale’ – quella che ha sfruttato certi simboli – da quella utile a ricostruire la leggenda. C&#8217;è la strega che vola sulla scopa o a cavalcioni del demonio, che si accoppia durante i Sabba e sfida il mos maiorum; ma c’è anche quella raffigurata quale “herbaria”, ossia quale guaritrice che attinge ai segreti medicamentosi di erbe e piante (aspetto non trascurabile nella storia delle streghe e della rappresentazione che di esse è stata fatta).  Questa è la strega più vicina al vero, che creava scompiglio, perché l’attività di guaritrici era spesso accompagnata  da uno stile di vita libero, al di là degli schemi. L&#8217;iconografia entra in parte nel documentario, ma accanto alla scrittura sulle streghe e accanto alla storia orale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteNicolina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11225" alt="backstageintervisteNicolina" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/backstageintervisteNicolina-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a>“Penso, a proposito di donne capaci di autodeterminarsi, a Bellezza Orsini: nel cinquecento era in grado &#8211; lei che era stata sguattera e cuoca &#8211; di leggere e scrivere. Cosa non può l’intelligenza! Un’ultima domanda, Marialaura. Qual è il significato del titolo del documentario?” </i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il titolo ‘a uno a uno le fil&#8217; cuntavano’ si riferisce, naturalmente, ai fili della scopa che le streghe erano costrette a contare prima di poter entrare in casa, ma mi fa venire in mente anche che ‘cuntare’ in alcuni dialetti sta per ‘raccontare’. Ecco, il documentario ha tanti fili, tante storie cresciute attorno alla leggenda che volevamo raccontare. Non siamo andati a caccia di streghe, non ci interessava, quello che volevamo fare era raccogliere racconti <i>sulle</i> streghe, sullo sfondo di un paesaggio determinato e determinante”.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">Segue il trailer del videodocumentario <b><i>“A uno a uno le fil cuntavano”: la leggenda delle streghe nel Sannio</i></b>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://objectwidth=560height=315paramname=movievalue=//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3/paramparamname=allowFullScreenvalue=true/paramparamname=allowscriptaccessvalue=always/paramembedsrc=//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3type=application/x-shockwave-flashwidth=560height=315allowscriptaccess=alwaysallowfullscreen=true/embed/object"><object width="560" height="315" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="560" height="315" type="application/x-shockwave-flash" src="//www.youtube.com/v/pTCmhPeCQng?hl=it_IT&amp;version=3" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></a></p>
<p style="text-align: justify;">La foto in evidenza nello scorrevole è di <a href="http://www.flickr.com/photos/phlegrean/with/7912604350/" target="_blank">Phlegrean</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Streghe, janare e fattucchiere attraverso le nebbie dei secoli</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Feb 2014 13:02:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[di Franco Bove] Le Janare, dette anche fattucchiere, a differenza delle streghe, appartengono alle credenze del mondo contadino della provincia e non alla dimensione urbana. In genere erano donne emarginate che con il loro presunto sapere misterico, in fatto di erbe medicamentose e di pratiche apotropaiche (vedi, ad esempio, la capacità di scongiurare il malocchio) [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/02/Trieste-Parco-di-Miramare.-Dic.2005.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10674" alt="Trieste, Parco di Miramare. Dic.2005" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/02/Trieste-Parco-di-Miramare.-Dic.2005-300x198.jpg" width="300" height="198" /></a>[di Franco Bove] Le Janare, dette anche fattucchiere, a differenza delle streghe, appartengono alle credenze del mondo contadino della provincia e non alla dimensione urbana.</p>
<p style="text-align: justify;">In genere erano donne emarginate che con il loro presunto sapere misterico, in fatto di erbe medicamentose e di pratiche apotropaiche (vedi, ad esempio, la capacità di scongiurare il malocchio) sopperivano alla mancanza nelle campagne meridionali delle cure mediche e, soprattutto, della conoscenza delle vere cause delle malattie e della povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Si inserivano in un contesto culturale dove le durissime condizioni materiali di vita, gli ostacoli insuperabili al pieno soddisfacimento dei naturali desideri e le limitate prospettive esistenziali inducevano a trovare spiegazioni inevitabilmente irrazionali per la sofferenza psichica, il dolore fisico e la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico domenicano Michele Miele racconta di aver scoperto in una delle <i>relationes ad limina</i>, inviate a Roma da un arcivescovo campano nel XVIII secolo, un episodio significativo di tale stato di fatto. Una donna di campagna aveva confessato al proprio parroco di aver copulato con i diavoli, suscitando in lui grande disorientamento. Pur giudicando la confessione poco attendibile, egli non poteva, infatti, far finta di niente, se non altro per non deludere la ravveduta peccatrice. Ma quale penitenza comminare? Escludendo la scomunica e anche procedimenti di tipo esorcistico, del tutto fuori luogo, non ci si poteva ridurre ad un mero predicozzo e a qualche giaculatoria che potevano favorire un certo lassismo di costumi. Di qui la richiesta di chiarimenti al vescovo, il quale a sua volta l’aveva trasferita alla Curia romana, ma non al Sant’Ufficio, interpretando il fatto come un problema di arretratezza culturale e di gestione ecclesiale. La risposta fu di non drammatizzare, di evitare di confondere la fantasia con la realtà e di tentare di incanalare nell’alveo della preghiera le pulsioni insoddisfatte delle misere donne. Nessuno se la sentiva di affondare le mani in quell’oscuro fondo dell’immaginazione umana da cui poteva emergere di tutto, anche quei residui di paganesimo, che Ernesto De Martino mise acutamente in evidenza nei suoi studi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Janare sono sopravvissute alla modernità e l’antropologo sannita Abele De Balsio ne descrive alcune ancora operanti al suo tempo. Non risulta che siano state mai processate nella nostra provincia, dove del resto, non esisteva il tribunale che avrebbe dovuto occuparsene. A Benevento, peraltro, non credo che ci sia stato un clima particolarmente repressivo. Il vero problema per la borghesia cittadina è stato e resta, tuttora, quello dell’identità incerta della comunità beneventana insediata sul confine tra la Campania Felix, la Puglia e il Molise, avendo con ciascuna delle tre qualche tratto in comune. Di qui i continui tentativi di ripescare miti fondativi, elementi caratterizzanti e narrazioni inverosimili nel coacervo di storie del passato..</p>
<p style="text-align: justify;">E’ significativo che ancora negli anni cinquanta del Novecento un raffinato scrittore e giornalista come Guido Piovene, nel corso di un <i>reportage</i> per il Corriere della Sera, riutilizzasse l’argomento delle streghe per dare una coloritura folklorica al suo articolo sull’ambiente sannita e, intervistando Alfredo Zazo, lo inducesse a fornirgli informazioni in merito. Il noto fondatore della rivista <i>Samnium</i> assecondò ingenuamente il gioco sottilmente snobistico che gli si proponeva e così, senza volerlo, finì con l’ammettere le arretratezze della società locale. Era già avvenuto con i viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento che non cercavano nella nostra regione solo le vestigia del mondo classico, ma anche le ultime tracce del paganesimo e, a volte poco nascostamente, la contaminazione con un mondo ritenuto premoderno. Hanno fatto parte di questa rappresentazione poco edificante della realtà meridionale le coreografie libertine di Lady Hamilton e le foto patetiche di poveri pescatori nudi del barone Von Gloeden. Sono immagini denotative di subalternità di cui dovremmo finalmente liberarci, lasciandoci alle spalle le false identità ereditate dal passato.</p>
<p style="text-align: justify;">(la foto utilizzata è di Nicola Rapuano ed è parte della mostra 1&amp;2, presso libreria Masone di Benevento, dal 1° al 28 febbraio 2014)</p>
<p style="text-align: justify;">Sullo stesso argomento e dello stesso autore:<br />
<a title="La costruzione del mito delle streghe di Benevento" href="http://www.artempori.it/artempori/2014/01/12/la-costruzione-del-mito-delle-streghe-di-benevento/" target="_blank">http://www.artempori.it/artempori/2014/01/12/la-costruzione-del-mito-delle-streghe-di-benevento/</a></p>
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		<title>La costruzione del mito delle streghe di Benevento</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jan 2014 10:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Franco Bove] Sul Corriere della Sera, Paolo Foschini ha osservato che la diffusione mediatica del sapere tende oggi a imporre schemi fissi, sempre identici. Rapida nel cogliere l’irrompere di eventi e di problemi nuovi, non incide sulle capacità critiche dei fruitori e finisce col riproporre vecchi stereotipi opportunamente manipolati. Le considerazioni di Foschini ben [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/noce.jpg"><img class="alignleft  wp-image-10168" alt="noce" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/noce.jpg" width="255" height="200" /></a>[di Franco Bove] Sul Corriere della Sera, Paolo Foschini ha osservato che la diffusione mediatica del sapere tende oggi a imporre schemi fissi, sempre identici. Rapida nel cogliere l’irrompere di eventi e di problemi nuovi, non incide sulle capacità critiche dei fruitori e finisce col riproporre vecchi stereotipi opportunamente manipolati. Le considerazioni di Foschini ben si prestano a descrivere il riproporsi di quel gusto per l’orrido e per il gotico letterario che pareva finito nell’Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fenomeno riguarda anche Benevento. Neppure i mutamenti sostanziali dell’assetto sociale intervenuti negli ultimi sessanta anni, con le relative trasformazioni economiche e con i risultati del lavoro intellettuale di diversi studiosi, anche stranieri, hanno intaccato quel coacervo di luoghi comuni e di false credenze che connotavano la sua presunta identità consegnataci, più che altro, dalla retorica forense del XIX secolo. Il più fasullo, quello che associa Benevento alla magia e alle streghe, è un mito patetico, denotativo di povertà e di arretratezza che ci si ostina a riproporre acriticamente, senza il conforto di adeguati dati storici. Inventato quasi di sana pianta nel XVII secolo dal protomedico beneventano Pietro Piperno, sostenitore della teoria degli untori, mediante la quale si identificavano come diffusori della peste i già perseguitati e dispersi ebrei, fu ripreso agli inizi del Novecento dall’antropologo Abele De Blasio che, tuttavia, non lo ritenne meritevole di approfondimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo di questa mitografia si deve principalmente all’industria dolciaria Alberti che la utilizzò per ricavarne la denominazione di un suo liquore, ancora oggi diffusamente apprezzato in tutta l’Italia e anche oltre. E’ stata proprio l’etichetta della bottiglia a propagare l’iconografia oggi consolidata,  riproducendo in un medaglione una vecchia donna con scopa a tracolla e, al di sotto, un gruppo di donne scarmigliate che ballano intorno ad un albero, il noce delle credenze popolari. Questa immagine sarebbe associabile, secondo la vulgata risalente al Piperno, ad una vicenda alto medioevale, vale a dire al taglio da parte di  san Barbato dell’albero sacro, intorno a cui i guerrieri longobardi usavano effettuare un rito prettamente militare, una giostra equestre che prendeva di mira la pelle di un animale appesa ai rami per strapparla a piccoli pezzi e divorarla, nel probabile intento di richiamare simbolicamente l’impiccagione iniziatica del dio Odhinn. L’abbattimento dell’albero, che nel testo della <i>Vita Barbati</i> non viene mai qualificato come noce, sancisce la cristianizzazione della Longobardia del Sud e la fine delle tradizioni di origine scandinava, secondo le quali l’albero sacro era, comunque, il frassino.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/ponte-leproso-e.di-gennaro.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10167" alt="ponte-leproso-e.di-gennaro" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/01/ponte-leproso-e.di-gennaro-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>L’associazione della pratica rituale nordica con il sabba risulta, quindi, del tutto arbitraria e, in ogni caso, priva di risconti documentari. L’argomento è stato oggetto di uno specifico studio di Marina Montesano che ha escluso qualsiasi ragionevole collegamento della presunta tregenda stregonesca con l’episodio riportato nell’agiografia di San Barbato, ricordando, tra l’altro, che le prime notizie relative alle streghe risalgono al XV secolo e rientrano in un più generale fenomeno europeo definito da Carlo Ginziburg “l’emergere di una sotterranea unità mitologica euroasiatica” alle soglie della modernità. Peraltro il racconto dell’eliminazione della <i>sacra arbor</i> rientra in un <i>topos</i> piuttosto comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Le agiografie dei santi confessori in Europa abbondano di episodi del genere e, come fa osservare mons. Iadanza, la narrazione beneventana essendo datata tra la fine del IX e gli inizi del X secolo, più di tre secoli dopo il presunto avvenimento, quando le radici pagane dei Longobardi avrebbero dovuto essere del tutto dimenticate, non sembra essere del tutto autentica. Dunque la vicenda potrebbe essere soltanto un’invenzione letteraria con finalità legate al momento politico particolare.  Anche sotto il profilo coreografico la versione beneventana del volteggio intorno all’albero non possiede una sua spiccata singolarità. Sembra ricalcare, in particolare, la storia del noce che cresceva a Roma presso il sepolcro di Nerone, ai piedi del Pincio. Papa Pasquale II (1099-1118), avendo saputo che intorno all’albero, secondo l’opinione popolare,  erano solite aggirarsi presenze demoniache, lo fece abbattere, ordinando anche la distruzione della tomba dell’imperatore, di cui si temevano gli influssi malefici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sacro albero longobardo non si trovava, intanto, né in un sito di importanza storica, né presso il fiume Sabato, come vuole la versione folklorica. Stava in una zona periferica in contrada  San Cumano, come ha dimostrato Carmelo Lepore, dove fu elevata una piccola cappella in ricordo dello storico taglio. Perché, dunque, questo mito dalle incerte e poco originali radici ha attecchito così profondamente in Benevento? Di recente Elio Galasso e Paolo Portone hanno provato a connetterlo al culto di Iside, presente in Benevento in età classica, che nel suo corredo di simboli  aveva anche  un serpente attorcigliato assimilabile alla vipera adorata dai Longobardi. Si tratta, però, di un’interpretazione che utilizza argomenti di antropologia culturale e non sembra tener conto delle acquisizioni della ricerca storica più aggiornata, perché prende per buone ancora le tesi settecentesche di Pompeo Sarnelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma al di là di questi chiarimenti di natura storica, perché c’è chi ancora insiste nel comminarci il tema delle streghe, allestendo mostre, immaginando improbabili musei delle arti magiche e componendo testi teatrali in cui si mescola con risultati poco originali un femminismo d’antan con l’anticlericalismo del vecchio Michelet?</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato questi ostinati indagatori dell’immaginario preilluminista, sembrano cercare nel passato certezze, per quanto dolorose, che non riescono a trovare nel presente, forse per la difficoltà di osservare la modernità con sguardo disincantato. Pochi si avventurano nel terreno scabroso degli albori dell’età moderna, laddove si sviluppano drammatici conflitti del tutto nuovi che incidono, in particolare, sulla vita delle donne.  Del resto nulla più della falsa narrazione storica offre l’illusione di riuscire ad afferrare almeno un brandello di verità, allontanandolo il più possibile dalla contemporaneità. Di qui  la tendenza a trattare le vicende tristi dell’inquisizione con i modi della fiction, ad elevare a personaggi emblematici figure da cronaca nera, a mescolare disinvoltamente argomenti di antropologia e di mitologia con questioni di linguistica storica, di filosofia e di scienze applicate, a vedere tuttora nel medioevo l’origine di tutti i mali e a dipingere la Chiesa come un istituzione mostruosa nemica di ogni libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altro lato, tuttavia, c’è un aspetto più corrivo. C’è il desiderio di seguire la moda delle cosiddette “tradizioni” che spinge alcuni ad inventare feuilleton alla Carolina Invernizzi e ad esibire ancora una volta la modesta bigiotteria di famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">(Ponte Leproso da foto stilizzata di Ernesto Di Gennaro)</p>
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