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	<title>Art&#039;Empori &#187; Pensiero della differenza di genere</title>
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	<description>Movimento artistico/economico di fruitori responsabili</description>
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		<title>Le isole pedonali erano già sintomo della crisi?</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2015 13:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessio Masone]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Alessio Masone] Le aree pedonali e i parchi urbani sono più numerosi nelle metropoli che nei borghi di provincia e nei villaggi africani: questo perché probabilmente le metropoli usano le isole pedonali e i parchi per surrogare la vivibilità smarrita che ancora si gode nei borghi e nei villaggi.Quindi, la realizzazione di un&#8217;area pedonale [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr" id="yiv8497537823yui_3_16_0_1_1439716129053_3304"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/isola-pedonale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-17098" alt="isola pedonale" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/08/isola-pedonale-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a>[di <a href="http://www.artempori.it/artempori/category/mappa-sito/autori-di-artempori/alessio-masone-x-autori/" target="_blank">Alessio Masone</a>] Le aree pedonali e i parchi urbani sono più numerosi nelle metropoli che nei borghi di provincia e nei villaggi africani: questo perché probabilmente le metropoli usano le isole pedonali e i parchi per surrogare la vivibilità smarrita che ancora si gode nei borghi e nei villaggi.<br clear="none" /><br clear="none" />Quindi, la realizzazione di un&#8217;area pedonale non è necessariamente espressione di civiltà, ma è sicuramente sintomo che quella città ormai è invivibile nel suo tessuto quotidiano: ogni isola pedonale, nel suo essere un &#8220;non luogo&#8221;, è la foglia di fico che tenta di nascondere il fallimento del modello di sviluppo applicato al complessivo centro urbano.<br clear="none" /><br id="yiv8497537823yui_3_16_0_1_1439716129053_4156" clear="none" />Allo stesso modo, teatri e musei sono più numerosi nelle metropoli che in provincia forse perché nelle grandi città c&#8217;è bisogno di surrogare artificialmente quella vita che avviene ancora in presa diretta, in prima persona, nei territori, luoghi più ancestrali e rurali?<br clear="none" /><br clear="none" />Allo stesso modo, le donne, in passato, forse non godevano di potere temporale e titoli di studio perché questi strumenti erano necessari alla limitatezza dell&#8217;uomo per surrogare la competenza ancestrale femminile, quella dei mestieri manuali, dei saperi concreti, dell&#8217;esperienzialità e dell&#8217;inclusione. Le donne di oggi cercano la parità con l&#8217;uomo, portatore di competizione: e se invece fosse necessario che l&#8217;uomo cerchi di assimilarsi alla donna, portatrice del linguaggio della pace? <br clear="none" /><br clear="none" />Crollato il modello di sviluppo occidentale, maschile, industriale e delegato, per sopravvivere all&#8217;attuale crisi economica, sociale e psicologica, è necessario recuperare il modello rurale e dei mestieri fisici che incentiva la vita in prima persona e la felicità diffusa.</div>
<div dir="ltr" id="yiv8497537823yui_3_16_0_1_1439716129053_3304">.</div>
<div dir="ltr" id="yiv8497537823yui_3_16_0_1_1439716129053_3304">Abbiamo, fino ad oggi, forse confuso lo strumento con l&#8217;obiettivo: la tecnologia, le professioni intellettuali, la cultura, l&#8217;arte dovrebbero tornare a essere strumentali alla vita reale, visto che, da accessori all&#8217;economia fisica e territoriale, sono diventate prevalenti e insostenibilmente a carico del cittadino.</div>
<div dir="ltr" id="yiv8497537823yui_3_16_0_1_1439716129053_3304">.</div>
<div dir="ltr" id="yiv8497537823yui_3_16_0_1_1439716129053_3304">Non usciremo dalla crisi, fin quando i giovani, soprattutto le donne, brameranno professioni intellettuali, tradizionalmente di competenza maschile, per poi vivere di rimando la loro &#8220;non vita&#8221; nelle isole pedonali e nei musei.</div>
<div dir="ltr">.<br />
.<br />
.<br />
.</div>
<div dir="ltr">&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</div>
<div dir="ltr"></div>
<div dir="ltr">
<blockquote><p>Sull&#8217;ARCIPELAGO PEDONALE<br />
Dal <a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/04/manifesto-di-resistenza-economica.pdf" target="_blank">Manifesto di resistenza economica territoriale</a> (2012, Distretto di EcoVicinanza).<br />
PER UN TURISMO INTRAURBANO E INTRAPROVINCIALE CAPACE DI ECONOMIA CONDIVISA E COESIONE TERRITORIALE<br />
Per la passeggiata del sabato, posso anche frequentare le STRADINE secondarie del centro storico E LE STRADE COMMERCIALI DEGLI ALTRI RIONI e dei paesi vicini,  invece dei centri commerciali extraurbani e delle isole pedonali delle grandi città:</p>
<p>- Come un viaggiatore meravigliato, se passeggio per le stradine e per le zone commerciali di altri rioni, che ho visto sempre dall’automobile, posso trascorrere alcune piacevoli ore relazionandomi con un misconosciuto paesaggio urbano.</p>
<p>- Frequentando, valorizzandoli, più spesso i rioni, alternativi all’isola pedonale del centro, gli amministratori saranno incoraggiati a realizzare un’isola pedonale minore per ogni rione, consentendo a tutti, compreso bambini ed anziani, di “raggiungere a piedi” quotidianamente un’area pedonale e consentendo ai cittadini una mobilità dolce, a piedi o in bici, grazie a una rete di isole pedonali che agevolerà un turismo intraurbano (Arcipelago pedonale).</p></blockquote>
</div>
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		<title>A te donna</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2015 08:45:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmela D'Antonio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[Auguri d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Carmela D'Antonio]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[Carmela D’antonio]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[otto marzo]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Carmela D&#8217;Antonio] A te donna che il consumismo ti porta a credere che la tua pseudofesta è l&#8217;unico momento di una trasgressiva libertà&#8230; A te donna che credi che il tuo corpo sia l&#8217;unico mezzo per un successo facile o per una carezza mascherata di attenzione A te donna che ti propinano la necessità [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/cenabaratto-07-nativi-digitali.jpg"><img class=" wp-image-16116 alignleft" alt="cenabaratto 07 nativi digitali" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/cenabaratto-07-nativi-digitali-168x300.jpg" width="118" height="210" /></a></p>
<p>[di <a href="http://www.artempori.it/artempori/category/mappa-sito/autori-di-artempori/carmela-dantonio-autori-di-artempori/" target="_blank">Carmela D&#8217;Antonio</a>]<br />
A te donna che il consumismo ti porta a credere che la tua pseudofesta è l&#8217;unico momento di una trasgressiva libertà&#8230;</p>
<p>A te donna che credi che il tuo corpo sia l&#8217;unico mezzo per un successo facile o per una carezza mascherata di attenzione<br />
A te donna che ti propinano la necessità di un corpo sempre giovane per poter essere all&#8217;altezza dei tempi<br />
A te donna che elemosini amore poiché la tua mamma ti ha insegnato che senza un principe accanto non sei donna e non ha importanza se sotto al mantello azzurro si nasconde un orco<br />
A te donna che rinunci ai battiti del tuo cuore per mantener fede alla promessa di famiglia che ti sei giurata<br />
A te donna che inseguendo il business ti scordi di essere donna<br />
A te donna che ti fai scudo di una pseudo maschilità per nasconderti alla consapevolezza e alla forza delle tue fragilità</p>
<p>Ricorda: tu sei la tua dignità!<br />
benedici il tempo che ti solca il viso e ti incenerisce i capelli, ti sta ricordando che sei preziosa</p>
<p>Benedici la tua fragilità come segno della tua umanità, potrebbe essere la tua migliore forza;<img class=" wp-image-16084 alignleft" alt="mariapaola bianchini benevento" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/02/mariapaola-bianchini-benevento-300x225.jpg" width="210" height="158" /><br />
ascolta il tuo cuore, il tuo corpo, i tuoi pensieri, accoglili come una nave accoglie un faro in una notte buia e tempestosa, potrebbero permetterti di non violarti, di non auto abusare di te quando dimentichi chi sei;</p>
<p>Non vivere di foto ingiallite, di illusioni disattese, di ricordi sbiaditi, di romanzi scritti da altri, ma abbi il coraggio di essere la protagonista dell&#8217;unica opportunità che ti ha concesso il destino: la tua vita!</p>
<p>Abbraccia con sincerità, raccontati la verità,  sperimenta ciò che ti fa stare bene, accarezza le tue fragilità, accogliti, coccolati, ascoltati, si presente a te stessa, consapevole delle tue emozioni e dei tuoi bisogni, ed anche mentre allatti, stiri, ti trucchi, prepari il pranzo: ViViTi .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Carmela D&#8217;Antonio<a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10451908_611666562299787_772962254538398151_n.jpg"><img class=" wp-image-16159 alignleft" alt="10451908_611666562299787_772962254538398151_n" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2015/03/10451908_611666562299787_772962254538398151_n-225x300.jpg" width="158" height="210" /></a></p>
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		<title>Donne e ordine esperienziale. Catarsi e manualità versus potere e intellettualità.</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2014/12/15/donne-e-ordine-esperienziale-catarsi-e-manualita-versus-potere-e-intellettualita/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2014 09:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Alessio Masone] A orientarsi nel pensiero femminile, tra i numerosi indirizzi possibili, non si dovrebbe considerare una via (al maschile) che sia salvezza delle sole donne, ma bisognerebbe utilizzare una via (al femminile) che sia salvezza per il mondo intero in crisi. &#8220;Eccoli, i nostri fratelli che sono stati educati nelle scuole private e nelle [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/06/Giovanni-De-Caro-donna-etiopia.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-12663" alt="Giovanni-De-Caro-donna--etiopia" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/06/Giovanni-De-Caro-donna-etiopia.jpg" width="567" height="379" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">[<a href="http://www.artempori.it/artempori/category/mappa-sito/autori-di-artempori/alessio-masone-x-autori/" target="_blank">di Alessio Masone</a>] A orientarsi nel pensiero femminile, tra i numerosi indirizzi possibili, non si dovrebbe considerare una via (al maschile) che sia salvezza delle sole donne, ma bisognerebbe utilizzare una via (al femminile) che sia salvezza per il mondo intero in crisi.</p>
<blockquote><p>&#8220;Eccoli, i nostri fratelli che sono stati educati nelle scuole private e nelle due università; salgono quelle scalinate, entrano e escono da quelle porte, ascendono a quei pulpiti, pronunciano orazioni, impartiscono lezioni, amministrano la giustizia, praticano la medicina, concludono affari, fanno quattrini. &#8230; Uno era vescovo. Un altro giudice. Uno era ammiraglio. Un altro generale. Uno era professore all&#8217;Università. Un altro era medico. &#8230; Questo infatti dobbiamo domandarci senza indugi: abbiamo voglia di unirci a quel corteo, oppure no? A quali condizioni ci uniremo ad esso? E, soprattutto, dove ci conduce il corteo degli uomini colti?&#8221;<br />
[Virginia Woolf, Le tre ghinee]</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Esperienzialità e manualità: vita non delegata.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando leggiamo un romanzo, utilizziamo molta della nostra creatività per completare, in prima persona, le descrizioni che l’autore ci fornisce.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2686" style="text-align: justify;">Nel film, invece, il regista, tramite le immagini e il sonoro, decide molti più dettagli, alleggerendo l’incombenza/esperienzialità del fruitore (vedi <a href="http://www.artempori.it/artempori/2013/04/30/conoscere-di-persona-i-personaggi-dei-romanzi-dal-blog-di-isabella-pedicini/" target="_blank">Conoscere di persona i personaggi dei romanzi</a> di Isabella Pedicini).</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2686" style="text-align: justify;">In pratica, <strong>quanto più deleghiamo alla tecnologia che ci alleggerisce la fatica del vivere, tanto più ci viene sottratta vita.</strong> Questa visione darebbe giustizia agli uomini che ci hanno preceduto senza aver conosciuto TV, computer, aerei, ma che forse, più di noi, hanno vissuto in prima persona ed esperienzialmente, riuscendo ad essere, più di oggi, coautori del mondo.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2809" style="text-align: justify;">Allo stesso modo, noi non possiamo ritenerci più sfortunati delle prossime generazioni che delegheranno maggiormente alle tecnologie. Di questo passo, <strong>possiamo ipotizzare che i lavori manuali, essendo più esperienziali, siano più appaganti di quelli intellettuali.</strong> Potremmo anche ipotizzare che le specie viventi più sono primordiali (meno sovrastrutturate) e più sono connesse alla vita.<br id="yui_3_16_0_5_1401612071053_36" />Questa sarebbe giustizia universale.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong><br />
Sottomissione volontaria e catarsi riducono la violenza nel mondo.</strong></span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2809" style="text-align: justify;">In parallelo, potremmo ipotizzare che l&#8217;individuo quanto più occupa le posizioni basse della scala sociale, tanto più vive l&#8217;assoluto perché <strong>la sottomissione potrebbe configurare la via naturale per sganciarsi dalla dimensione individualistica/competitiva e utile a raggiungere la catarsi,</strong> la comunione assoluta: immaginate un mistico che mette in stallo il proprio individualismo biologico infliggendosi volontariamente un dolore fisico. <strong>Basterebbe definire &#8220;catartico&#8221; ogni atto di sottomissione volontaria per rivoluzionare</strong> tutta la lettura del rapporto col potere e incidere sulla brama competitiva presente in tutti noi. <strong>E&#8217; necessario restituire dignità e senso a tutti i sottomessi (uomini e donne) del passato e di oggi: torturati, assassinati, derubati, incarcerati, resi schiavi, umiliati, esclusi, poveri, vittime di bullismo, di razzismo, di sessismo&#8230;</strong></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2809" style="text-align: justify;"><strong>Rivisitando le differenze di genere, potremmo ipotizzare che, originariamente, le donne vivevano la dimensione catartica (inclusione e manualità) e l&#8217;uomo invece la dimensione biologica (esclusione e intellettualità),</strong> quella strumentale alla sopravvivenza della specie: la competizione, la dipendenza da potere. Infatti, l&#8217;uomo, sottomesso alla biologia, è condannato a competere tutta la vita, per essere selezionato dalla donna che, grazie all&#8217;uomo assoggettato alla biologia, può permettersi un&#8217;armonia con l&#8217;universo.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2809" style="text-align: justify;">Siamo biologia e nessun uomo volontariamente sarebbe capace di sottomettersi, facendo a meno dei comfort della modernità, del potere acquisito nella scala sociale, delle competenze intellettuali acquisite per allontanare le fatiche  manuali, del dominio sul sesso femminile.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2809" style="text-align: justify;">Invece le donne avevano altre e superiori opportunità: ribelli alla leggi della biologia che danno ordine violento alla società umana, immettono nel mondo energia volontaria e gratuita, in termini di &#8220;sottomissione&#8221;, di atto asimmetrico, di gesto d&#8217;amore per il mondo. Usare la sottomissione volontaria nel mondo biologico, mettendo in stallo la competizione, è l&#8217;effettiva rivoluzione femminile. <strong>La violenza nel mondo è diminuita nei secoli grazie alla donna che, generazione per generazione, ha imparato a selezionare uomini meno violenti e meno competitivi</strong>, in quanto affini al sentire femminile, appunto meno biologico e più catartico. Grazie alla donna, l&#8217;umanità ha preso le distanze dallo stadio animale. Quindi, <strong>alla dimensione maschile/biologica si contrappone la dimensione femminile/culturale,</strong> in quanto mette in discussione la violenza della biologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong><br />
Ordine catartico esperienziale contro la crisi economica e sociale.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi, è ormai fallito definitivamente l&#8217;attuale modello di sviluppo, quello occidentale/maschile basato sulle leggi biologiche</strong> della competizione, che è arrivato alle estreme conseguenze anche per essere stato, nelle epoche recenti, avallato da una donna maschilizzata alla ricerca di un potere/parità al maschile: a questo punto, <strong>diventa urgente recuperare anche per l&#8217;uomo un nuovo ordine femminilizzato</strong>, in quanto rigetterebbe la competizione e il potere. <strong>Oggi, l&#8217;ordine esperienziale deve diventare di tutti, se vogliamo contrastare la crisi economica e sociale in corso che è stata causata</strong> <strong>da una cittadinanza sempre meno esperienziale e sempre più delegata</strong> a quell&#8217;economia dei servizi e delle professioni intellettuali passata da una posizione accessoria a quella dominante sull&#8217;economia fisica e dei mestieri manuali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Immaginate che rivoluzione culturale, capace di coesione e felicità diffusa, si innescherebbe se iniziassimo a imitare coloro che rifuggono il potere e a sospettare di infelicità chiunque insegua la competizione e il dominio?</strong> Immaginate quanta violenza e quanta criminalità verrebbero spontaneamente meno nel mondo, se già nel fruire delle arti eliminassimo competizione, classifiche, premi e quotazioni di mercato? Immaginate quanta attitudine all&#8217;inclusione e alla coesione si diffonderebbe nella popolazione, se evitassimo esclusione e competizione nell&#8217;organizzare le iniziative culturali? Immaginate quanta economia nuova, reale e condivisa si avrebbe se volessimo dare più valore ai lavori manuali che a quelli intellettuali?</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2809" style="text-align: justify;">Nella relazione dei sessi, l&#8217;uomo era il sacerdote che, &#8220;sottomesso&#8221; alle dure leggi della biologia e dell&#8217;evoluzione, viveva una vita relativa per consentire la vita catartica e assoluta alla donna. La donna sembra individuare e istruire il suo uomo per consentire che ciò avvenga.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong><br />
Donna e cambiamento dal basso come superamento della maschile democrazia rappresentativa.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dalla sua posizione catartica, solo in termini biologici definita di sottomissione ai simili ma ribelle alla biologia e all&#8217;omologazione, la donna è portatrice per antonomasia del cambiamento dal basso, quello che avviene nel quotidiano, con il linguaggio esperienziale della non violenza, dell&#8217;inclusione e della cura: una democrazia diffusa, come alternativa alla democrazia rappresentativa e delegata. Altri cambiamenti, se avvengono tramite il ricorso al potere pubblico, al maschile, al di là delle intenzioni, sono di fatto funzionali all&#8217;immobilismo e all&#8217;ingiustizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La donna catartica, dal basso, nel privato quotidiano, ha sempre promosso una giustizia per tutti, mentre la donna femminista, pubblicamente, lotta solo per sé.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La lotta in corso non è tra donne e uomini, ma tra cambiamento dal basso e politica (democrazia rappresentativa), tra esperienzialità e delega, tra manualità e intellettualità e tra cooperazione e quella sopraffazione che non è solo del maschile sul femminile.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna, probabilmente, non abitava i luoghi delle politica pubblica perché, questa, a differenza del cambiamento dal basso, si configura come democrazia rappresentativa che è portatrice di violenza e omologazione, in quanto legittima una maggioranza che schiaccia le minoranze e le differenze.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2809" style="text-align: justify;">Certo, possiamo stupirci che, nel passato, alle donne venisse impedito di studiare e di esercitare professioni intellettuali. Ma, in una visione che va oltre il biologico,<strong> si potrebbe ipotizzare che gli uomini, a differenza delle donne, avessero bisogno di studiare per surrogare quel sapere catartico, innato nelle donne</strong>, e quei saperi concreti di cui le donne sono maestre con le loro attitudini alla manualità e alla cura. Mentre l&#8217;uomo parla di cultura, spesso utilizzando <strong>&#8220;stili di azione biologica&#8221;</strong> (in quanto carichi di competizione e esclusione), la donna faceva cultura, in modo esperienziale e manuale, utilizzando nel quotidiano, <strong>&#8220;stili di azione culturale&#8221;</strong> coerenti con un linguaggio della pace e dell&#8217;inclusione, quindi mettendo in discussione le leggi della biologia.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna, nel suo quotidiano catartico, facendo un paragone, è l&#8217;artista, mentre l&#8217;uomo, in funzione complementare e temporanea, è il critico d&#8217;arte, lo studioso dell&#8217;arte svolta dalle donne. <strong>L&#8217;uomo è l&#8217;esecutore del sentire femminile, come il poliziotto è l&#8217;esecutore delle decisioni del legislatore: ma, quando si è bambini, si pensa che il potere di giustizia sia tutto in mano al poliziotto. </strong><br />
<strong>Anche il femminismo, quando sarà adulto, smetterà di confondere il ruolo dell&#8217;esecutore con quello di chi decide.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Spesso, dimentichiamo che lo studio è solo strumentale alla vita reale, quella esperienziale, manuale. Forse, gli antichi non sono stati più sfortunati di noi per non aver conosciuto aerei e automobili: siamo noi moderni che, perse le esperienzialità degli antichi, abbiamo acquisito la dipendenza da un viaggiare esteriore che necessita di delegare a mezzi di trasporto sempre più tecnologici e veloci.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2686"><a href="http://www.dekaro.com/africa/index.html" target="_blank">Foto di Giovanni De Caro. Donna etiope.</a></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1401612071053_2884">Sulla fruizione esperienziale dell&#8217;opera vedi post di Isabella Pedicini: <a href="http://www.artempori.it/artempori/2013/04/30/conoscere-di-persona-i-personaggi-dei-romanzi-dal-blog-di-isabella-pedicini/" target="_blank">Conoscere di persona i personaggi dei romanzi</a></p>
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<div id="yui_3_16_0_1_1401612071053_9802">Articoli di Alessio Masone collegati:</div>
<div id="yui_3_16_0_1_1401612071053_9801">- <a href="http://www.artempori.it/artempori/2010/07/27/levoluzione-dellumanita-risiede-nello-sguardo-differente-delle-donne/" target="_blank">L&#8217;evoluzione dell&#8217;umanità risiede nello sguardo differente delle donne</a></div>
<div>- <a href="http://www.artempori.it/artempori/2013/08/22/femminicidio-e-genocidio-economico-differenze-di-genere-e-crisi-economica/" target="_blank">Femminicidio e genocidio economico. Differenze di genere e crisi economica</a></div>
<div id="yui_3_16_0_1_1401612071053_9798">- <a href="http://www.artempori.it/artempori/2012/11/26/violenza-sulle-donne-e-societa-competitiva-pensiero-della-differenza-per-una-cultura-non-violenta-e-inclusiva/" target="_blank"> Violenza sulle donne e società competitiva. Pensiero della differenza per una cultura non violenta e inclusiva</a></div>
<div id="yui_3_16_0_1_1401612071053_9807"></div>
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</div>
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		<title>Violenza di genere, uno slogan per non confrontarsi con la violenza che è in tutti noi?</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2014/03/22/violenza-di-genere-uno-slogan-per-non-confrontarsi-con-la-violenza-che-e-in-tutti-noi/</link>
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		<pubDate>Sat, 22 Mar 2014 11:58:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[vincenzo leso]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Vincenzo Leso] Sento e leggo spesso parlare di violenza degli uomini sulle donne. Con grande clamore e strepito di tanti indignati. Ma credo si perda di vista che la violenza, in realtà, è ben più vasta e certo non è legata al &#8220;genere&#8221;. La violenza, senza affrontare ora le sue origini e e le [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="left"><span style="font-family: Helvetica;"><span style="color: #333333;"><a href="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/lichtenstein-wallpaper.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11292" alt="lichtenstein-wallpaper" src="http://www.artempori.it/artempori/wp-content/uploads/2014/03/lichtenstein-wallpaper-300x187.jpg" width="300" height="187" /></a>[di Vincenzo Leso] Sento e leggo spesso parlare di violenza degli uomini sulle donne. Con grande clamore e strepito di tanti indignati. Ma credo si perda di vista che la violenza, in realtà, è ben più vasta e certo non è legata al &#8220;genere&#8221;. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="left"><span style="font-family: Helvetica;"><span>La violenza, senza affrontare ora le sue origini e e le sue dinamiche, è essenzialmente un comportamento, diffusissimo, che inevitabilmente si manifesta quando c&#8217;è una persona (carica di aggressività) più forte in relazione ad un&#8217;altra più debole.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="left"><span style="font-family: Helvetica;"><span>Quindi si può trattare certo di un uomo (se più forte) rispetto ad una donna. Ma anche del contrario. Ed anche (e spessissimo) di adulti (donne o uomini) nei confronti di bambini. E di dirigenti (uomini e donne) nei confronti di sottoposti. E di bambini nei confronti di altri bambini. E di adolescenti nei confronti di adulti. E di insegnanti nei confronti degli studenti. Dello Stato contro i cittadini e viceversa. Violenza di pregiudizi contro persone senza pregiudizi. Violenza di popoli contro altri popoli. E di persone contro gli &#8220;animali&#8221;&#8230;</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="left"><span style="font-family: Helvetica;"><span>Violenze fisiche eclatanti e violenze psicologiche subdole e sotterranee. Violenze occasionali esplosive e violenze silenziose e continue.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="left"><span style="font-family: Helvetica;"><span style="color: #333333;">Un elenco infinito, perché è inutile nascondersi il fatto che la violenza è presente, fin troppo, nel nostro Mondo. </span></span><span style="font-family: Helvetica;"><span>Non, semplicisticamente, nel nostro &#8220;sistema sociale&#8221; o in un genere sessuale. </span></span><span style="font-family: Helvetica;"><span>La violenza è insita nel nostro mondo e nel nostro essere. Pronta ad emergere, pronta a manifestarsi. </span></span><span style="font-family: Helvetica;"><span>In tutti. Magari nascosta dietro uno splendido sorriso&#8230;</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="left"><span style="font-family: Helvetica;"><span style="color: #333333;">Con ciò, io ritorno ad un tema che ho toccato varie volte: la necessità di prendere atto della nostra vera natura (con le sue luci e con le sue ombre) e, dopo, iniziare a rivoluzionare questa natura. Gradualmente ed incessantemente.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="left"><span style="font-family: Helvetica;"><span style="color: #333333;">Chi invece continua a proiettare (o solo ad attribuire ad altri la &#8220;diversità&#8221; dell&#8217;essere violento) fuori da sé e sugli altri certi comportamenti negativi, non parte con il piede giusto. Si preoccupa solo di buttare i &#8220;rifiuti&#8221; fuori dalla propria casa, nel vicolo dabbasso.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="left">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;" align="left">Sullo stesso argomento, pubblicati su Art&#8217;Empori:<br />
<a href="http://www.artempori.it/artempori/violenza-sulle-donne-e-societa-competitiva-pensiero-della-differenza-per-una-cultura-non-violenta-e-inclusiva/" target="_blank">Violenza sulle donne e società competitiva. Pensiero della differenza per una cultura non violenta e inclusiva<br />
</a><br />
<a href="http://www.artempori.it/artempori/femminicidio-e-genocidio-economico-differenze-di-genere-e-crisi-economica/" target="_blank">Femminicidio e genocidio economico. Differenze di genere e crisi economica</a></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/2010/07/27/levoluzione-dellumanita-risiede-nello-sguardo-differente-delle-donne/" target="_blank">L’evoluzione dell’umanità risiede nello sguardo differente delle donne</a></p>
<p style="text-align: justify;" align="left">
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;editoria al femminile della Persephone Books di Londra</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/08/25/leditoria-al-femminile-della-persephone-books-di-londra/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Aug 2013 16:41:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione1]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
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		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione libri]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[cinzia robbiano]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura femminile]]></category>
		<category><![CDATA[nicola beauman]]></category>
		<category><![CDATA[occhiomentecuore]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Cinzia Robbiano da Occhimentecuore] Metti che sono una lettrice vorace, che non sono schiava di certi editori, che raramente leggo i libri di successo, che adoro le piccole case editrici, che in fatto di libri sono quindi molto “choosy”. Unisci la passione per la letteratura inglese e i tessuti e ne viene fuori la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[di Cinzia Robbiano da <a href="http://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/07/03/snob-books/" target="_blank">Occhimentecuore</a>] Metti che sono una lettrice vorace, che non sono schiava di certi editori, che raramente leggo i libri di successo, che adoro le piccole case editrici, che in fatto di libri sono quindi molto “choosy”. Unisci la passione per la letteratura inglese e i tessuti e ne viene fuori la Persephone Books, casa editrice based in Londra.</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/facade-at-persephone-books.jpg"><img alt="Facade at Persephone Books" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/facade-at-persephone-books.jpg?w=640" /></a></p>
<p>Ristampa per lo più libri “neglected” , scritti da donne a partire dalla metà del ’900. Sono libri intelligenti e provocatori. La loro peculiarità riguardo ai contenuti è  che non sono troppo colti ma neppure commerciali e affrontano nonostante tutto tematiche senza tempo. Il loro femminismo è più soft, più domestico, la vita familiare non viene disprezzata e pongono l’accento sulle sfide che la casalinghitudine pone e e l’incertezza di quanto la circonda.</p>
<p>Il nome Persephone è stato scelto perché, tra l’altro, sta ad indicare la creatività femminile, e il logo ispirato ad un dipinto su un vaso greco rappresenta una donna che legge e un ‘oca, simbolo della vita domestica.</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/persephone-book.jpg"><img alt="persephone-book" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/persephone-book.jpg?w=640" /></a></p>
<p>Anche la grafica è accattivante. Hanno una copertina grigia perla, etichetta per il titolo color crema, risguardi e segnalibro in tessuto. Sono stati pensare per piacere e all’esterno paiono tutti uguali. Si differenziano per i contenuti ovviamente (romanzi, biografie, viaggi, cucina…) ma  anche per i risguardi. I tessuti fanno parte della nostra vita quotidiana, sia che si utilizzino per l’arredamento sia per l’abbigliamento e per ogni libro vengono scelti in base al periodo e all’ambiente in cui la storia ha luogo.</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/62-how-to-run-your-home-without-help-web-162x162.jpg"><img alt="62-How-to-Run-Your-Home-Without-Help-web-162x162" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/62-how-to-run-your-home-without-help-web-162x162.jpg?w=640" /></a></p>
<p>Per<em> How to Run Your Home Without Help </em>(1949)<em> ,</em> ad esempio, è stato scelto ‘Riverside’, un tessuto per abbigliamento del 1946 stampato dalla  Calico Printers’ Association che introdusse in Inghilterra la “cotonina” indiana.</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/71-shuttle-web-162x162.jpg"><img alt="71-Shuttle-web-162x162" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/71-shuttle-web-162x162.jpg?w=640" /></a></p>
<p>‘Tulip Tree’, un cotone stampato a rullo diesgnato da  Lewis F, Day per Turnbull and Stockdale nel 1903, è stato scelto in abbinamento a <em>The Shuttle</em> (1907)  di  Frances Hodgdon Burnett.</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/472119_348950741821915_1731681978_o.jpg"><img alt="472119_348950741821915_1731681978_o" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/472119_348950741821915_1731681978_o.jpg?w=640&amp;h=236" width="640" height="236" /></a></p>
<p>2 volte l’anno pubblica un bollettino, il  <strong><em>Persephone Biannually, </em></strong>che viene inviato gratuitamente a chi ne fa richiesta.</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/bi-annually-3.jpg"><img alt="Bi-annually-3" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/bi-annually-3.jpg?w=640" /></a></p>
<p>La fondatrice, Nicola Beauman, è una signora bassotta, con la faccia da ragazza e mai avrebbe immaginato che i suoi libri sarebbero diventati oggetto di culto.</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/nicola-beauman-008.jpg"><img alt="nicola beauman" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/nicola-beauman-008.jpg?w=640" /></a></p>
<p>Ciò che li accomuna, sostiene, oltre al fatto di essere scritti per lo più da donne, è di trasmettere “una certa idea di casa” e mentre i grandi editori sperano di non soccombere lei sopravvive perchè ha saputo creare una serie di relazioni tra i lettori facendoli sentire parte di un club. I suoi libri sono certo disponibili su Amazon e nelle librerie ma i suoi lettori amano comprarli direttamente dalla Casa editrice che invia 25,000 copie del bollettino ogni anno, organizza tea e letture.</p>
<p>Sabato 27 luglio ad esempio ci sarà un’escursione alla Towner Art Gallery di Eastbourne durante la quale sarà possibile visitare la mostra di litografie del “gigante del catering “J. Lyons &amp; Co.”,</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/edward-bawden-the-dolls-at-home-c2a9-the-estate-of-edward-bawden_small-300x221.jpg"><img alt="Edward-Bawden-The-Dolls-at-Home-©-The-Estate-of-Edward-Bawden_small-300x221" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/edward-bawden-the-dolls-at-home-c2a9-the-estate-of-edward-bawden_small-300x221.jpg?w=640" /></a></p>
<p>si prenderà il tea alle 16, si assisterà alla conferenza di Neville Lyons</p>
<p><a href="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/teashop2.jpg"><img alt="teashop2" src="http://eyesmindandhearthaboveall.files.wordpress.com/2013/07/teashop2.jpg?w=640" /></a></p>
<p>e ci si rilasserà sulla spiaggia mangiando un gelato.</p>
<p>I libri che Nicola pubblica piacciono a lei, riflettono il suo gusto, il suo soltanto.  Ma alla fine piacciono a molti.</p>
<p>Titolo originale: Snob books. Post di Cinzia Robbiano dal blog <a href="http://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/07/03/snob-books/" target="_blank">http://eyesmindandhearthaboveall.wordpress.com/2013/07/03/snob-books/</a></p>
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		<title>Femminicidio e genocidio economico. Differenze di genere e crisi economica</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/08/22/femminicidio-e-genocidio-economico-differenze-di-genere-e-crisi-economica/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Aug 2013 06:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Masone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[..Articoli Testata]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Masone]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Alessio Masone] Quando accade un fatto di violenza, possiamo approcciarci con metodo escludente concentrandoci sul sintomo, quindi delegando ogni responsabilità all&#8217;autore materiale, o possiamo, in modalità includente, considerarci un tutt&#8217;uno, dove noi, in quanto collettività, siamo coautori di quella violenza. Infatti, l&#8217;autore materiale della violenza rappresenta solo il sintomo di un malessere collettivo che [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="yiv7720034432" style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/08/supermercato.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8106" alt="supermercato" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/08/supermercato.jpg?w=300" width="300" height="216" /></a><em>[di Alessio Masone] Quando accade un fatto di violenza, possiamo approcciarci con metodo escludente concentrandoci sul sintomo, quindi delegando ogni responsabilità all&#8217;autore materiale, o possiamo, in modalità includente, considerarci un tutt&#8217;uno, dove noi, in quanto collettività, siamo coautori di quella violenza.</em><br />
<em> Infatti, l&#8217;autore materiale della violenza rappresenta solo il sintomo di un malessere collettivo che si manifesta negli anelli più deboli della comunità.</em></div>
<div style="text-align: justify;"><em>.</em></div>
<div style="text-align: justify;"><em>Il giudice è retribuito per l&#8217;ingrato compito di colpire il sintomo con altra violenza: punendo il singolo, deleghiamo la responsabilità a un capro espiatorio per assolvere la collettività e conservare, quindi, lo status quo.</em></p>
<div>
<div id="yiv7720034432">
<div id="yui_3_7_2_44_1377151678059_215"><em>Ma la società civile può scegliere il cambiamento: concentrandosi sulla rimozione del malessere collettivo che è causa della violenza, si mira anche a elevare il tasso di coesione e di felicità diffusa.</em></div>
<div>.</div>
<div>Considerando le differenze di genere, possiamo osservare che l&#8217;evoluzione della società è figlia della tensione tra il linguaggio della violenza e quello della pace, dialogo ancestrale tra il paradigma maschile, competitivo ed escludente, e quello femminile, cooperante ed includente: il salto dall&#8217;uomo biologico a quello culturale è merito della donna che, da rivoluzionaria, ha scelto di andare oltre il programmato, smettendo di selezionare il maschio più capace di tutelare, con la sola forza, la prole. Nei secoli, la violenza nel mondo diminuiva tramite la donna che includeva nella sue scelte uomini più simili a sé, più cooperanti e solidali.</div>
<div>.</div>
<div>Mentre era in corso questo equilibrio evoluzionistico tra i due sessi e i relativi paradigmi, la donna, in onore di una presunta parità, in tempi recenti, aderendo al linguaggio della violenza, si è omologata al modello maschile, dando credibilità definitiva, ormai senza alternative, al paradigma della competizione e dell&#8217;esclusione.</div>
</div>
</div>
<p>La stasi sociale che ne consegue causa uno squilibrio evoluzionistico: nonostante i delitti contro la persona siano in diminuzione, una violenza di tipo sociale prende il sopravvento a danno dei più deboli. Tramite i mass media, conosciamo solo i sintomi di una violenza, non solo fisica, sempre più prolifica: nel caso della coppia la vittima è la donna, nell&#8217;economia è il lavoratore che perde il posto o la piccola azienda che chiude.</p>
<p>La donna, quando differente, aveva il ruolo di frenare quella violenza in economia che, estremizzando il liberismo e la delega, tipica del modello occidentale e maschile, sta degenerando in un genocidio economico che, sotto casa di ognuno, colpisce il cittadino medio e i territori.<br />
La donna, sottovalutando la portata rivoluzionaria della cura della casa (e del mondo) e del conseguente linguaggio della non violenza, ormai omologatasi al lavoro maschile, non solo ha smesso la funzione di confronto culturale per il maschio, ma, anche nel concreto degli stili di vita, ha contribuito a un&#8217;economia delegata alle multinazionali.</p>
<p>Le donne in carriera, non avendo tempo per autoprodurre cibo per i propri familiari e per acquistare dal vicino, si affidano alla grande distribuzione: le intolleranze alimentari delle nuove generazioni realizzano il campanello d&#8217;allarme di un malessere sociale ben più rilevante.</p>
</div>
<div id="yiv7720034432">
<div id="yui_3_7_2_44_1377151678059_186" style="text-align: justify;">I figli, per mancanza di tempo, affidati a televisori, computer e videogiochi, sono diventati oggetti strumento delle multinazionali per un ulteriore svuotamento di quell&#8217;economia territoriale che era capace di coesione e felicità diffusa.</div>
<p style="text-align: justify;">Il senso di onnipotenza dei giovani navigatori del web, garantita dai social network delle multinazionali, poi, nel mondo reale e territoriale, si sbriciola di fronte alla mancanza di opportunità lavorative che le stesse multinazionali gli sottraggono.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminicidio è il sintomo di un malessere ben più ampio, dove il colpevole non è il singolo, individuabile e punibile: questo malessere, oggi, si esprime particolarmente come genocidio economico che, anche quando non è causa di suicidi, lascia il nostro vicino senza lavoro, senza casa, senza azienda. Tutto questo sotto lo sguardo indifferente e fatalista della comunità, come per gli ebrei durante il nazismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi vuole manifestare contro il femminicidio, invece di delegare, rivolgendosi retoricamente agli uomini, vada nei parcheggi dei supermercati e protesti contro le donne/maschio che nel quotidiano, con i loro suv, fanno spesa di ingiustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">vedi anche di Alessio Masone:<br />
<a href="http://www.artempori.it/artempori/violenza-sulle-donne-e-societa-competitiva-pensiero-della-differenza-per-una-cultura-non-violenta-e-inclusiva/" target="_blank">Violenza sulle donne e società competitiva. Pensiero della differenza per una cultura non violenta e inclusiva<br />
</a><br />
<a href="http://www.artempori.it/artempori/levoluzione-dellumanita-risiede-nello-sguardo-differente-delle-donne/" target="_blank">L’evoluzione dell’umanità risiede nello sguardo differente delle donne</a></p>
<p><a href="http://www.artempori.it/artempori/2014/12/15/donne-e-ordine-esperienziale-catarsi-e-manualita-versus-potere-e-intellettualita/" target="_blank">Violenza di genere, uno slogan per non confrontarsi con la violenza che è in tutti noi?</p>
<p>Donne e ordine esperienziale: catarsi e manualità versus potere e intellettualità</p>
<p></a></p>
</div>
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		<title>Perché le Sex Worker sono escluse dal dibattito riguardante la violenza sulle donne?</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/07/21/perche-le-sex-worker-sono-escluse-dal-dibattito-riguardante-la-violenza-sulle-donne/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Jul 2013 18:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Mestieri sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[Nina Iadanza]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
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		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
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		<description><![CDATA[[Rassegna stampa da Intersezioni] di Kate Zen [...] L’indifferenza della polizia e delle forze dell’ordine verso le sex worker, e il disprezzo e lo stigma che la società in generale rivolge a questo gruppo marginalizzato di persone, fa sì che centinaia e centinaia di morti restino impunite e sommerse per periodi di tempo assurdi e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[Rassegna stampa da <a href="http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/07/10/perche-le-sex-worker-sono-escluse-dal-dibattito-riguardante-la-violenza-sulle-donne/" target="_blank">Intersezioni</a>] di Kate Zen</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/donne.png"><img class="alignleft  wp-image-7872" alt="donne" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/07/donne.png?w=300" width="240" height="126" /></a>[...] L’indifferenza della polizia e delle forze dell’ordine verso le sex worker, e il disprezzo e lo stigma che la società in generale rivolge a questo gruppo marginalizzato di persone, fa sì che centinaia e centinaia di morti restino impunite e sommerse per periodi di tempo assurdi e disumani.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se la prostituzione è spesso definita come come il “mestiere più antico del mondo,” i circa 40 – 42 milioni di persone che su scala mondiale si dedicano a questa professione non sono ancora riconosciut* come lavoratori/lavoratrici e non godono dei diritti fondamentali degli altri lavoratori e delle altre lavoratrici. Secondo uno studio condotto dalla Fondation Scelles e pubblicato nel gennaio del 2012 , tre quarti di questi 40-42 milioni di persone hanno un’età compresa tra i 13 e i 25 anni, e l’80% di loro è costituito da donne. Secondo uno studio longitudinale pubblicato nel 2004 il tasso di omicidi di prostitute è stimato nell’ordine di 204 su 100 000 — il che costituisce il tasso di mortalità sul lavoro più alto rispetto a qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, nonostante tutto questo, a livello di Nazioni Unite nei diversi dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne non viene quasi mai fatta menzione della violenza subita dalle sex worker. La scorsa settimana, al termine della 57a sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna, il Segretario Generale Ban-Ki Moon ha confermato l’impegno, della durata di sette anni, preso delle Nazioni Unite per concentrarsi sulla lotta alla violenza contro le donne fino al 2015:</p>
<p style="text-align: justify;">“La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani atroce, una minaccia globale, una minaccia per la salute pubblica e un oltraggio morale”, ha dichiarato Ban-Ki Moon: “Indipendentemente da dove vive e indipendentemente dalla sua cultura e società di appartenenza, ogni donna e ogni ragazza ha il diritto di vivere libera dalla paura.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per dirlo con le parole della suffragetta nera Sojourner Truth:</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sono forse una donna?”</p>
<p style="text-align: justify;">Perché le sex worker non rientrano nel dibattito sulla violenza contro le donne? Le sex worker sono figlie, sorelle, madri pienamente inserite nella comunità, che vivono nella vostra stessa città, prendono il vostro stesso autobus, mangiano negli stessi ristoranti e frequentano le stesse biblioteche. Anche se la maggioranza delle sex worker è di sesso femminile o si identifica come donna, molti sono anche figli, fratelli, padri e amanti. Gay, etero, ner*, bianc*, alt*, bass*, ricc* e pover*, i/le sex worker provengono da una varietà di ambienti diversi e scelgono il lavoro sessuale per molte ragioni differenti. Alcun* di loro migrano in tutto il mondo in cerca di migliori opportunità e alcun* sono vittime della tratta di esseri umani contro la propria volontà. Alcun* sono dipendenti da droghe e alcun* hanno dottorati; questi due gruppi non sono nemmeno mutualmente esclusivi. Tu stess* o qualcuno che ami probabilmente conosce un/a sex worker, magari ne hai anche amat* un*.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a tenere sommersa questa enorme industria, lo stigma sottopone i/le sex worker alla violenza fisica impunita da parte di clienti, datori di lavoro e polizia — a cui si aggiunge la violenza dell’isolamento sociale e della vergogna interiorizzata. Lo stigma è alla base degli atteggiamenti di disprezzo che tollerano le aggressioni agli uni e l’impunità degli altri, è alla base delle leggi discriminatorie che mantengono l’industria nel sommerso e delle condizioni di lavoro pericolose che derivano dal nascondersi nelle zone d’ombra della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la sociologa Elizabeth Bernstein, la prostituzione al giorno d’oggi è un fenomeno molto diverso da quello che è stato in passato. La tecnologia di Internet, la globalizzazione, la crescente disparità di ricchezza, la crisi economica, i debiti accumulati negli anni di studio e le variazioni nei gusti e nelle rappresentazioni sessuali, hanno tutti contribuito all’evoluzione di questa industria. Il web ha reso la prostituzione di strada meno visibile in città come San Francisco, mentre la pubblicità online sta diventando sempre più prevalente per i/le sex worker appartenenti a tutto lo spettro economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Le circostanze, le razze e le classi sociali dei/delle sex worker sono molto diverse tra loro – non esiste un canovaccio che descrive la situazione di tutt*. L’ipotesi suggerita dal benintenzionato movimento anti-tratta è che la maggior parte delle persone nel mercato del sesso siano state vittime del traffico di esseri umani, e siano state costrette a lavorare contro la propria volontà e le proprie caste intenzioni. Tuttavia, le statistiche utilizzate per avvalorare questa tesi sono decisamente poche e poco affidabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Per molte persone, il lavoro sessuale è un atto che esprime autodeterminazione e resistenza, un modo di fare i conti con disuguaglianze più opprimenti. Mentre i lavoratori/le lavoratrici migranti si prendono sempre più spesso carico dei logoranti lavori di cura nel settore dei servizi delle città globali, alcun* scelgono il lavoro sessuale come alternativa più redditizia all’interno di un mercato del lavoro discriminante per classe e genere. Il lavoro sessuale è uno dei pochi settori lavorativi in cui le donne vengono pagate più degli uomini e le madri a volte riescono a negoziare un orario flessibile per la cura dei bambini. Per una persona con disabilità o senza accesso all’istruzione superiore, può anche essere il modo più pragmatico di guadagnare denaro, che pone ostacoli di ingresso relativamente facili da superare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i clienti con disabilità, il lavoro sessuale può essere un mezzo confortevole per esplorare la propria sessualità, come dimostrato da Rachel Wotton, una sex worker australiana che gestisce una associazione senza scopo di lucro che si occupa di lavoro sessuale con clienti disabili. Mentre ci sono molti lavoratori migranti sfruttati, costretti ad accettare lavori a bassa retribuzione in condizioni precarie per pagarsi i costi della migrazione, ci sono anche molti studenti a reddito medio, che non riescono a gestire gli oneri del prestito studentesco, le scadenze e la crisi economica. Gli studenti universitari rappresentano una porzione sempre più vasta dei/delle sex worker in Inghilterra e Galles.</p>
<p style="text-align: justify;">La rapida crescita del lavoro sessuale negli ultimi due decenni si compone in gran parte di persone della nostra generazione, tra cui studenti delle nostre scuole. Se siete tra quest*: fatevi riconoscere, Aspasia, fatti riconoscere. Insieme, possiamo rendere questo lavoro più sicuro anche per gli/le altr*. Tutte le persone impegnate nel lavoro sessuale potrebbero trarre vantaggio da una maggiore comprensione e da uno stigma inferiore. Come società, possiamo affrontare la violenza, solo se siamo dispost* a lasciare che la realtà venga alla luce. La generazione di questo millennio ha l’opportunità di ridefinire il modo in cui il lavoro sessuale è percepito nel 21° secolo. Mentre infuriano molti dibattiti teorici tra le femministe benintenzionate e gli/le attivist* anti-traffico se la prostituzione dovrebbe o non dovrebbe esistere, preferirei non ribadire questi concetti qui. Sia che si sia convint* che la prostituzione dovrebbe essere eliminata del tutto, o che i lavoratori e le lavoratrici dell’industria del sesso debbano invece ottenere i diritti e le tutele degli altri lavoratori e lavoratrici, cerchiamo di non impantanarci in questo momento nella diatriba su come si potrebbe fermare la violenza di genere nel lavoro sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamoci prima un momento solo per riconoscere che la violenza diffusa e strutturale nel corso della storia contro questo gruppo inascoltato di persone è una questione di diritti umani. Il lavoro forzato di tutti gli uomini e di tutte le donne, dai lavoratori agricoli ai lavoratori sfruttati nelle fabbriche agli schiavi del sesso, è ingiusto. Siamo tutti d’accordo su questo. Difendere i diritti dei lavoratori del sesso non si pone in antitesi con chi si batte contro il traffico di esseri umani; infatti, come dimostrato da DMSC (l’unione indiana delle sex worker con più di 60000 attiviste), le sex worker possono anche essere tra le più efficaci ‘agenti sul campo’ nella lotta contro il traffico sessuale e il coinvolgimento dei minori nella prostituzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce dei fatti recenti che hanno portato sotto i riflettori la violenza di genere, a partire delle Nazioni Unite, al One Billion Rising di Eve Ensler, alle manifestazioni per la giornata internazionale delle donne, mi piacerebbe vedere femministe e attivist* per i diritti umani unit* su alcuni punti sui quali possiamo considerarci d’accordo:</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne sono ancora oggetto di discriminazione e disuguaglianza. Le persone che scelgono il lavoro sessuale sono spesso quelle che sperimentano tale disuguaglianza in maniera più lancinante. Dalla disuguaglianza economica, il divario salariale persistente tra uomini e donne, alla disparità di genere nella scuola in molte parti del mondo, al costo irragionevolmente elevato delle tasse universitarie e di un sistema di debito formativo deformato, alla responsabilità ancora prevalentemente femminile di assistenza all’infanzia – questi sono i problemi sui quali le femministe stanno lavorando. E questi sono anche i motivi per cui le persone si dedicano al lavoro sessuale, volontariamente o meno. Cerchiamo di non punirle ulteriormente per le condizioni ingiuste che non hanno creato. Il femminismo è per tutte le donne e i diritti umani sono per tutti gli esseri umani. Nessuno merita di essere oggetto di violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le persone impegnate nell’industria del sesso evidenziano alcune delle più profonde contraddizioni della società, le crepe nelle strutture che abbiamo più care. È un importante tornasole della forza e la coerenza dei nostri quadri ideologici: per vedere se siamo in grado di estenderli ai membri più emarginati della nostra società. Quando si tratta di unirci nella lotta contro la violenza di genere, facciamo del 2013 l’anno in cui la violenza contro i lavoratori e le lavoratrici del sesso entra finalmente nella coscienza pubblica come una questione di diritti umani.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Kate Zen è una femminista e attivista per i diritti umani, nonché una studentessa di scienze sociali ed ex mistress.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://iawoman.us5.list-manage.com/subscribe?u=1af7b86fab6a7564349dfaf4a&amp;id=689d578711" target="_blank">Include All Woman</a> è una campagna realizzata per dare visibilità alla violenza contro le sex worker, nell’ambito dei dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne delle Nazioni Unite.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Ain’t I a woman?” è alla ricerca di mediattivist*, ricercatrici/ori e artist* per realizzare una campagna che includa la violenza contro le sex worker nell’ambito della commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna entro il 2015.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo originale <a href="http://www.policymic.com/articles/30812/why-are-sex-workers-left-out-of-the-violence-against-women-conversation" target="_blank">qui</a> - traduzione di feminoska, revisione H2O.</em></p>
<p><a href="http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/07/10/perche-le-sex-worker-sono-escluse-dal-dibattito-riguardante-la-violenza-sulle-donne/" target="_blank">http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/07/10/perche-le-sex-worker-sono-escluse-dal-dibattito-riguardante-la-violenza-sulle-donne/</a></p>
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		<title>Decrescita e visione di genere: la politica della prospettiva di sussistenza</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 10:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
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		<category><![CDATA[politica della prospettiva di sussistenza]]></category>
		<category><![CDATA[società matriarcale]]></category>
		<category><![CDATA[Veronika Bennholdt-Thomsen]]></category>

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		<description><![CDATA[[Rassegna stampa] Scritto di Veronika Bennholdt-Thomsen dal sito Comune-Info . Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla Conferenza internazionale sulla decrescita 2012 di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere. I principi di una politica della prospettiva di sussistenza 1. Politica di sussistenza è una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[Rassegna stampa] Scritto di Veronika Bennholdt-Thomsen dal sito <a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">Comune-Info</a> .</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/bennholdt.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7351" alt="bennholdt" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/06/bennholdt.jpg?w=135" width="135" height="150" /></a>Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla <strong>Conferenza internazionale sulla decrescita</strong> 2012 di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>I principi di una politica della prospettiva di sussistenza<br />
</strong>1. Politica di sussistenza è una politica del quotidiano, praticata dal «basso», dall’individuo attivo e consapevole delle proprie responsabilità e non dall’«alto», da parte di un’autorità superiore.<br />
2. Politica di sussistenza è una politica del necessario, dell’immanenza anziché della trascendenza.<br />
3. La politica per la sussistenza si orienta al concreto, al materiale, al corporeo, al sensoriale e si indirizza contro il denaro e l’anonimia della merce.<br />
4.Orientamento alla sussistenza è una politica per la ricostruzione della comunità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Introduzione. La politica della prospettiva di sussistenza: di cosa si tratta?</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Viviamo in un periodo di trasformazioni radicali. Coloro che vedono in esse una crisi della civiltà sono sempre più numerosi. Con ciò si intende che tutte le varie «crisi»: la crisi climatica e quella ambientale, ovvero le cosiddette catastrofi naturali, la crisi finanziaria e quella economica, la crisi alimentare – che in realtà è una «crisi» dei prezzi dei prodotti alimentari – e infine la catastrofe atomica – eufemisticamente definita come crisi dell’energia atomica – confluiscono in un’unica crisi, vale a dire la crisi dei valori e della cultura, ormai diffusa in tutto il mondo, basata sulla fede nella crescita economica che va perseguita mettendo a repentaglio i singoli, le nazioni e infine l’intera umanità. Il consumo di massa è divenuto il pilastro della crescita del profitto, l’aspirazione alla crescita del profitto a sua volta alimenta il consumismo e insieme sfociano nella distruzione dell’umanità e nel saccheggio della natura. Ciò che legittima il nesso tra la crescita del profitto e la propensione ai consumi è il «vantaggio individuale», o come sin dai tempi di Adam Smith è stata eufemisticamente definita l’avidità, «l’interesse». La sua ben nota tesi centrale è assurta a principio fondamentale dell’economia. Perseguendo il proprio vantaggio ciascuno può contribuire più efficacemente al benessere della nazione che non dedicandosi espressamente al benessere collettivo. La politica dello sviluppo ha diffuso questa fede in tutto il mondo, come fosse una religione. Nella seconda metà del ventesimo secolo l’eresia era il «sottosviluppo».</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Nel ventunesimo questa ortodossia si è definitivamente imposta e si è completata la Conquista. La globalizzazione dei mercati in un unico mercato mondiale ha trionfato. In nome del libero mercato mondiale milioni di contadine e di contadini vengono derubati della propria terra, vale a dire della base di sostentamento, altri sono privati delle proprie sementi e migliaia sono spinti al suicidio a causa dell’indebitamento per le sementi chimiche.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">I profughi vengono respinti verso altri paesi, economicamente più fortunati. A migliaia muoiono durante la fuga. Le grandi imprese nel campo dell’energia non temono di impiegare la tecnologia atomica che minaccia ogni forma di vita, mentre i governi si rendono loro complici per raggiungere la presunta crescita economica. L’economia stessa è diventata guerra, il denaro arma. Il confine con la violenza bellica sanguinaria è fluido. Noi, che apparteniamo alla società globalizzata della massimizzazione, ci troviamo al bivio. Accettiamo che questa civiltà distrugga il mondo oppure no? Si tratta di una questione di vita o di morte, di qualcosa di concreto, fisico e nel contempo di attinente ai valori, alla fede e all’etica sottesi a questa dinamica. È necessario riconoscere che la visione del mondo della «società della crescita» segue l’ordine simbolico della morte. Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo ordinamento economico bensì, fondamentalmente, di un nuovo contratto sociale basato su nuovi valori.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>È essenziale un nuovo contratto sociale</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale che si fondi sulla valorizzazione delle relazioni tra i viventi e non sulla distruzione dell’umanità e sul saccheggio della natura finalizzato alla massimizzazione del profitto e alla crescita dei consumi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale fondato su un sistema di valori che riconosca la fertilità naturale e vivente, in base alla quale i bambini hanno origine dalle donne, e non dalla provetta di laboratorio, e il cibo dalla terra, e non dalla macchina. Noi abbiamo bisogno di un contratto sociale che superi il produttivismo, teso all’incremento delle merci e del profitto, e sia sostituito dalla cooperazione con le forze naturali viventi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale che si ispiri ai valori della cura materna, affinché le generazioni future crescano rettamente e i malati e gli anziani possano vivere e morire con dignità.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Tutti questi aspetti di un nuovo orientamento rappresentano anche i valori centrali nelle società matriarcali. Nella nostra società patriarcale, al contrario, incontrano un’accanita opposizione, e quando vengono identificati come valori materni e matriarcali, sono spesso oggetto di contestazione anche da parte delle donne. Noi femministe conosciamo la critica difensiva che ci viene rivolta con lo scopo di sminuire, che è di biologismo e di essenzialismo. Ma ogni essere umano, uomo o donna, può essere premuroso in modo materno.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Ciò non ha niente a che fare con la biologia. Al contrario, il sentimento materno in tutte le culture è il simbolo del sostegno alla vita, e l’ordine simbolico della madre e della maternità rappresenta l’ordine naturale del divenire e del trascorrere. Lo si ritrova in tutte le culture, a meno che non siano essenzialmente guerriere, come la nostra o quella estremamente oppressiva nei confronti delle donne dei Baruya in Nuova Guinea, con la sua economia primitiva di caccia e raccolta. Fra i Baruya la forza socialmente riconosciuta come decisiva è quella del portare la morte. Ma perfino qui, i portatori di morte si rappresentano come «creatori», come coloro che per mezzo del seme maschile creano la fertilità del campo e che nei riti di iniziazione omosessuali destano i propri figli alla vita.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Anche noi conosciamo la messa in scena della fertilità da parte dell’industria chimica con il suo monopolio sulle sementi, i suoi organismi geneticamente modificati (Ogm), dotati di geni-Terminator incorporati. Esattamente questo è l’autentico biologismo, il<em>logos</em> crea presumibilmente la vita, dopo averla precedentemente strappata alla <em>physis</em> e averla quasi uccisa. Viene separata e divisa, soffocata e poi creata artificialmente («man made»). Naturalmente, si tratta di una presunta nuova creazione. Proprio questo è l’essenzialismo, essenzialismo patriarcale, e precisamente quello che attribuisce al distruttore l’autentica ed essenziale forza creatrice. Claudia von Werlhof la definisce una pratica alchemica. Una civiltà della post-crescita ha bisogno di un modo di pensare decisamente nuovo. Nello specifico, occorre superare il concetto di Natura proprio delle scienze naturali, e tendere a una comprensione della natura come riconoscimento della corporeità, della mater-ia, della concreta e sensoriale materialità, riconoscimento di quello che ci è stato dato e del modo in cui la vita stessa ci è stata data, come dono. La teoria della <em>gift economy</em> di Geneviève Vaughan si basa su questo riconoscimento (G. Vaughan, <em>Per-donare. </em><em>Una critica femminista dello scambio, </em>Meltemi).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La prospettiva della sussistenza e la politica della sussistenza</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Da anni, decenni, noi che lavoriamo alla teoria della sussistenza – e nel frattempo siamo diventate numerose, tutte femministe orientate in senso matriarcale – abbiamo criticato duramente la perversione, il rovesciamento di vita e morte da parte dell’economia della crescita e della sua politica di sviluppo globalizzata. Ma non c’è nulla di più complicato del parlare contro dogmi consolidati. Lo so per amara esperienza. Ma proprio di questo si tratta: analizzare criticamene i dogmi indiscussi e cercare i modi in cui, ai nostri giorni, nel ventesimo e ventunesimo secolo, possano funzionare diversamente, in modo assolutamente pratico e pragmatico.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>«Sussistenza», il concetto e il suo significato</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Sussistenza è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, ciò con cui la vita «prosegue», come asserì Gertrud Mies, la madre di Maria Mies. Lei, contadina di lingua tedesca dell’Eifel, probabilmente non conosceva ancora l’espressione «sussistenza», prima che sua figlia si dedicasse al tema, a differenza delle contadine di lingua inglese in India presso le quali Maria ha compiuto le sue ricerche, o dei contadini di lingua spagnola in Messico, dove ho svolto le mie, o di quelli francofoni in Africa Occidentale o in Svizzera. In latino «subsistere» ha il significato di «ciò da cui deriva la propria esistenza, la propria essenza». Con ciò si fa riferimento al processo che esiste e continua grazie a una certa forza vitale. Gli esseri umani vengono ricompresi come parte della totalità di questo processo. La nostra definizione sottolinea la partecipazione attiva da parte degli umani. «Produzione di sussistenza» – o produzione vitale – comprende tutto il lavoro svolto per la produzione e la conservazione della vita immediata, che ha questo preciso scopo. In questo senso il concetto di produzione di sussistenza si contrappone a quello di produzione di merce e valore aggiunto. Nella produzione di sussistenza l’obiettivo è la «Vita». Nella produzione di merci l’obiettivo è il denaro, che «produce» sempre più denaro oppure l’accumulazione del capitale. La vita si presenta in un certo senso soltanto come effetto «collaterale». Orientamento alla sussistenza, è lo sguardo al necessario, non soltanto per noi stessi, ma anche per gli altri, l’esatto contrario dell’interesse personale. «Vivere e lasciar vivere», dice la gente nella Warburger Börde, nella Westfalia orientale. E questo significa anche vivere in modo tale che non lo si faccia a spese della sussistenza degli altri. La mia sussistenza comprende sempre anche la sussistenza degli altri. Questa morale della sussistenza, che E. P. Thompson ha individuato anche nel comportamento della classe operaia inglese del tardo diciottesimo e dell’inizio del diciannovesimo secolo, e che ha definito <em>moral economy</em>, è più importante che mai in un mondo globalizzato: vivere in modo tale che io con il mio consumo non sottragga niente ad alcuno, in alcun luogo. Think globally, act locally!</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Orientamento alla sussistenza significa liberazione dalla fissazione sul «di più e sempre di più», significa riconoscere ciò che è superfluo, quando interviene la sazietà e quando comincia l’avidità, che divora soltanto tempo e voglia di vivere. Sussistenza significa non fidarsi più del denaro, ma delle forze viventi, anche delle proprie. Sussistenza significa mettere alla prova le proprie capacità, significa fare da sé e, d’altro canto, significa consolidare insieme agli altri le nostre basi di esistenza. Non si può mangiare il denaro, dal denaro non si costruiscono case, il denaro non sostituisce alcuna assistenza e alcuna comunità. Sussistenza non significa autarchia, come è definita nella nostra società frantumata e individualizzata, per sminuirne il significato. Perché nella società della concorrenza inserita nell’economia della crescita, in cui predomina la cultura dell’<em>homo homini lupus</em> (Thomas Hobbes 1651), risulta difficile connettere la sovranità indipendente della persona e la cooperazione comunitaria. Nel nuovo concetto della sovranità alimentare, invece, esse lo sono. Ciò non ha niente a che vedere con l’isolazionismo autarchico.</p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">[...] <span style="color:#0000ff;">per articolo completo clicca su </span><a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/</a></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT"><strong>&#8212;</strong></p>
<p style="text-align:justify;" align="LEFT">Titolo originale <a href="http://comune-info.net/2012/09/e-il-mondo-di-tutti-cambiamolo/" target="_blank">&#8220;Il mondo è di tutti, dicono le donne, cambiamolo</a>&#8221; di Veronika Bennholdt-Thomsen | 23 settembre 2012</p>
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		<title>Donne come resistenza all&#8217;economia escludente e recessiva? &#8220;Le società matriarcali&#8221; di Goettner-Abendroth</title>
		<link>https://www.artempori.it/artempori/2013/03/30/donne-come-resistenza-alleconomia-escludente-e-recessiva-le-societa-matriarcali-di-heide-goettner-abendroth/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Mar 2013 15:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nina Iadanza]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[..Art'Empori. Post x il Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[.Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[comune-info]]></category>
		<category><![CDATA[Luciana Percovich]]></category>
		<category><![CDATA[matriarcato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luciana Percovich* (dal sito Comune-Info) [...] l’antropologia che viene correntemente insegnata nelle università italiane nega l’esistenza di milioni di donne e uomini che oggi, sparsi nei vari continenti, vivono in una rete di relazioni familiari, economiche e culturali che hanno al loro centro la figura della madre. Heide Goettner Abendroth, filosofa tedesca contemporanea, dopo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/societa-matriarcali-libro.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6525" alt="societa-matriarcali-libro" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/societa-matriarcali-libro.jpg" width="253" height="384" /></a>di Luciana Percovich* (<a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">dal sito Comune-Info</a>)</p>
<p style="text-align:justify;">[...] l’antropologia che viene correntemente insegnata nelle università italiane nega l’esistenza di milioni di donne e uomini che oggi, sparsi nei vari continenti, vivono in una rete di relazioni familiari, economiche e culturali che hanno al loro centro la figura della madre.</p>
<p style="text-align:justify;">Heide Goettner Abendroth, filosofa tedesca contemporanea, dopo aver lavorato per vari anni in ambito accademico, ha dedicato la sua vita a studiare in modo indipendente le società matriarcali, indagate nei loro aspetti sociali, politici, artistici e spirituali. Fondata nel 1986 l’Accademia Hagia per gli Studi Matriarcali Moderni, attraverso una serie di viaggi ma soprattutto basandosi sugli studi di numerosi ricercatori e ricercatrici indigene, ha pubblicato i dati delle sue ricerche in più volumi, usciti in Germania tra il 1988 e il 2000 con la Kohlhammer Verlag di Stuttgart. La traduzione italiana, che qui presentiamo, è stata fatta sulla versione inglese pubblicata nel 2012 da Peter Lang Publishing, New York.</p>
<p style="text-align:justify;">H. G. Abendroth dedica il libro «a tutti i popoli matriarcali, anche a quelli che qui non ho potuto menzionare, da cui ho avuto il privilegio di imparare molte cose. Senza la loro saggezza, non avrei potuto scriverlo».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La prima parte è dedicata a due questioni filosofiche</strong> e metodologiche che da sole coprono un’area di studi vasta e controversa: la definizione della parola «matriarcato» e la storia critica del pensiero sul matriarcato.</p>
<p style="text-align:justify;">La seconda parte invece è interamente dedicata a un’approfondita presentazione dei popoli che vivono attualmente in società che, pur chiamate in maniere diverse nelle lingue diverse parlate dalle singole «etnie», presentano tuttavia alcune caratteristiche che ne fanno dei matriarcati a tutti gli effetti.</p>
<p style="text-align:justify;">Un Glossario dei termini specifici ricorrenti nel testo conclude il volume, insieme a una bibliografia di oltre quaranta pagine.</p>
<p style="text-align:justify;">In un viaggio serrato che parte dall’India nordorientale dei Khasi, dal Nepal e dal Tibet, incontriamo i popoli delle montagne della Cina, della Korea e del Giappone. Dai Minangkabau dell’Indonesia (una delle più numerose popolazioni matriarcali esistenti, con oltre tre milioni di persone che mantengono il loro adaat in uno stato di tipo occidentale, con l’Islam come religione ufficiale, <strong>foto</strong>), il viaggio prosegue incontrando i popoli melanesiani e polinesiani e approda nelle Americhe degli Aruachi, dei Cuna, degli Hopi e degli Irochesi. Attraversa l’oceano e incontra i matriarcati dell’Africa settentrionale (Tuareg e Berberi), occidentale (Akan e Ashanti) e centrale (Bantu e Bemba), per tornare infine nell’India dei Nayar, dei Pulayan e dei Parayan, dove il contrasto con il patriarcato dei bramini induisti si mostra esemplare in tutta la sua violenza.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono settecento pagine che volano via tutte d’un fiato, come se fossimo in un romanzo utopico, solo che questa volta non siamo portati in paesi immaginari, come la letteratura da Platone a Voltaire, dalla Terradilei di Charlotte Perkins Gilman alla Kirghisia di Silvano Agosti o al Waslala di Gioconda Belli ci ha abituato, ma in luoghi reali, che esistono qui e ora, su questo pianeta.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Circa la scelta di usare la parola «matriarcato»</strong>, l’autrice la spiega e sostiene argomentando che «recuperare questo termine significa rivendicare il sapere economico, politico, sociale e culturale di società create dalle donne. La lunga storia di queste culture è stata portata avanti da donne e uomini che hanno contribuito in egual misura a mantenerle in vita e a tramandarle alle generazioni future».</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, la parola greca <em>arché</em> non significa solo «dominio», come ci ha abituato a pensare la parola «patri-arcato», ma «inizio», che è anche il significato più antico della parola. Matri-arcato vuol dire dunque «all’inizio le madri», alludendo sia al dato biologico (le donne generano l’inizio della vita), sia al dato culturale (l’inizio della civiltà è stata creata dalle madri).</p>
<p style="text-align:justify;">«All’inizio le madri» dunque e non «il dominio delle madri», in forma speculare al patriarcato: le pacifiche e ugualitarie civiltà del Neolitico sono state società improntate sui valori materni di cura e di sostegno della vita così come oggi lo sono le società matriarcali che, nascoste sotto forme politiche e religiose importate e imposte dall’esterno, continuano a tenere vivo un diverso modello di civiltà, per donne e uomini.</p>
<p style="text-align:justify;">Nella parte dedicata alla storia critica del pensiero filosofico che si è sviluppato intorno al termine matriarcato, l’autrice introduce i Pionieri (Lafitau, Bachofen, Morgan) e tratta quindi il dibattito marxista, gli studi etno-antropologici, la preistoria, gli studi religiosi, lo studio delle tradizioni orali, gli studi archeologici fino ai moderni studi matriarcali indigeni e femministi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ed è a questi ultimi che va il merito di aver finalmente elaborato una soddisfacente e articolata griglia di condizioni che permette, fuori da ogni confusione più o meno innocente, di riconoscere quali sono le caratteristiche strutturali delle società matriarcali, a livello economico, sociale, politico e religioso.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A livello economico le società matriarcali sono società che creano un’economia bilanciata</strong>: le donne distribuiscono i beni tenendo come obiettivo la «mutualità economica»; una tale economia ha caratteristiche in comune con l’«economia del dono» (teorizzata da Genevieve Vaughan): sono società di mutualità economica, basate sulla circolazione dei doni.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello sociale si basano sulla matrilinearità e la matrilocalità, all’interno di un contesto di uguaglianza di genere: sono società orizzontali, non gerarchiche, di discendenza matrilineare.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello politico si basano sul consenso. La casa del clan è il nodo di connessione del processo decisionale, sia a livello locale che regionale, spesso rappresentata all’esterno da un delegato maschio; la politica rigorosa dei processi di consenso produce e garantisce non solo l’uguaglianza di genere, ma uguaglianza nell’intera società: sono società egualitarie di consenso.</p>
<p style="text-align:justify;">A livello religioso e culturale sono caratterizzate da una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita; tutto il mondo è considerato divino e ha origine nel divino femminile, e ciò dà vita a una cultura sacra: sono società e culture sacre del divino femminile.</p>
<p style="text-align:justify;">Un libro come questo ha il grande merito di aiutare a costruire uno sguardo davvero diverso su tutto ciò che non rientra tra i prodotti del patriarcato, uno sguardo che l’antropologia, pur interrogandosi in proposito, non era ancora riuscita a generare, perché prigioniera nel grande vicolo cieco della sessuazione non riconosciuta al maschile, spacciata per neutra. Uno sguardo che si libera e con stupore finalmente riesce a vedere e osserva cose che da sempre sono state sotto agli occhi di tutte/i, testimonianze del passato come realtà vive del presente, ma mute perché mancanti di un soggetto determinato a nominarle.</p>
<p style="text-align:justify;">Sicché oggi possiamo ben dire che siamo le prime generazioni, dopo qualche millennio di oscuramento e afasia, che cominciano a «sapere» la storia e le culture indigene del mondo fuori dagli schemi dominanti del pensiero unico e universale. Oggi sappiamo che un altro mondo è stato ed è possibile. Che sostenerlo non è una fantasia consolatoria o un’utopia irraggiungibile. E a questa nuova conoscenza che sa curare le ferite del dominio e dalla necrofilia dei Padri-Padroni, donne e uomini possiamo attingere per riprendere il processo della creazione interrotta. A meno che non decidiamo volutamente di tapparci occhi e orecchie.</p>
<p style="text-align:justify;">«Le Società Matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo» (traduzione di Nicoletta Cocchi e Luisa Vicinelli, Collana Le Civette Saggi, Venexia, 2013, 700 pp., 28 euro),</p>
<p style="text-align:justify;">*Attiva nel movimento delle donne dagli anni Settanta. Luciana Percovich si è occupata di formazione presso la Libera Università delle Donne di Milano, ha diretto collane di saggistica (attualmente la collana Le Civette/Saggi per l’Editrice Venexia) e scritto su varie riviste occupandosi di medicina delle donne, scienza, antropologia, mitologia e spiritualità femminile (tra i suoi libri più importanti «Colei che dà la vita, Colei che dà la forma. Miti di creazione femminili, Venexia, 2009»).</p>
<p style="text-align:justify;">Per l&#8217;articolo completo (<strong><a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">All&#8217;inizio le madri. Esistono società matriarcali? Come e perché provano a rifiutare i principi e le pratiche del dominio e del capitalismo? Recensione di «Le Società Matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo» (Venexia) di Heide Goettner-Abendroth.</a>):</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/" target="_blank">http://comune-info.net/2013/03/allinizio-le-madri/</a></p>
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		<title>Strindberg e la questione dell&#8217;emancipazione femminile</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2013 14:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Iannella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[.Antologia artistica]]></category>
		<category><![CDATA[.Art'Empori-Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero della differenza di genere]]></category>
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		<description><![CDATA[(För min recension av &#8221;Tribadernas natt&#8221; klicka här) L&#8217;etichetta inflitta ad August Strindberg di &#8220;kvinnohatare&#8221;, (colui che odia le donne), è stata smentita varie volte da Per Olov Enquist, sia nei suoi drammi, come &#8220;Tribadernas natt&#8221; (&#8220;La notte delle tribadi&#8221;) del 1975, che nelle sue conferenze. Nell&#8217;ultima alla quale ho assistito, durante la scorsa fiera del libro [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div title="Page 1">
<p>(<strong><em>För min recension av &#8221;Tribadernas natt&#8221; klicka <a title="http://issuu.com/stefania_iannella/docs/tribadernas_natt_stefania_iannella?mode=window" href="http://issuu.com/stefania_iannella/docs/tribadernas_natt_stefania_iannella?mode=window" target="_blank">här</a></em></strong>)</p>
<p>L&#8217;etichetta inflitta ad August Strindberg di &#8220;kvinnohatare&#8221;, (<em>colui che odia le donne</em>), è stata smentita varie volte da Per Olov Enquist, sia nei suoi drammi, come &#8220;Tribadernas natt&#8221; (&#8220;La notte delle tribadi&#8221;) del 1975, che nelle sue conferenze. Nell&#8217;ultima alla quale ho assistito, durante la scorsa fiera del libro di Göteborg, Enquist ha dichiarato fermamente &#8211; non senza suscitare polemiche &#8211; la sua convinzione che Strindberg non abbia odiato le donne neanche per un secondo della sua vita.</p>
<p>Con la regia di Thommy Berggren della &#8220;Notte delle tribadi&#8221; (teatro comunale di Stoccolma, Stockholms stadsteater), non sono le tribadi ad essere discriminate, in quanto appaiono donne di carattere forte, che con le loro repliche si difendono talmente bene da quasi deridere Strindberg stesso. Ma il personaggio chiaramente più sottomesso e maltrattato è Viggo Schiwe, troppo buono, accondiscendente e &#8220;servile&#8221;. Come non constatare che, al di là della differenza di genere, la sopraffazione nella società avviene spesso a discapito del più buono, per questo considerato più &#8220;debole&#8221;?</p>
<div>In questo dramma di Per Olov Enquist sulla relazione disastrosa di Strindberg con la sua ex moglie Siri von Essens, viene messo in scena uno Strindberg che spiega il suo rispetto per le femministe soltanto se capaci di atti concreti di emancipazione, non di lamenti inutili.</div>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6420" alt="mammismo" src="http://artempori.files.wordpress.com/2013/03/mammismo.jpg" width="280" height="180" /></p>
<div>Inoltre, la replica di Strindberg al rifiuto di Siri di concedergli di stare con i suoi figli per due settimane in estate: &#8220;ma così avresti potuto essere libera&#8221;, si può interpretare come una giusta critica, perché la vera emancipazione dovrebbe avvenire a tutti i livelli, anche i più scomodi per le donne. Invece Siri, col suo rifiuto, dimostra al contrario di voler piuttosto rimanere radicata al suo patriarcale ruolo di &#8220;mamma&#8221;.<br />
Per fortuna Strindberg non conosceva il mammismo italiano&#8230;</div>
<div></div>
<div></div>
<div>Stefania Iannella</div>
</div>
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