Lello Agretti, il senza nome (a proposito di una futura mostra e della Poesia)

 

l-aLello Agretti è un poeta, un artista e, come ama definirsi,  un ‘pensionato metalmeccanico’.

E’ nato a Torre del Greco nel 1949, ma vive a Caserta da anni. Tra le ultime pubblicazioni, ricordiamo le raccolte “Obrigado” e “Via Piscopia 96″.

Gli ho rivolto due domande in vista della mostra di ‘Libri poveri’ che terrà a Benevento, insieme ad altri artisti, mostra sulla quale vi aggiornerò a breve.

Ha deciso di rispondermi in versi, e mai riscontro fu più giusto e, a mio avviso, esatto.

- Cos’è la poesia oggi, secondo te? Una forma di resistenza?

“Soldato”

Avanti è la sera sparsa fin dove giunge sguardo. Chiara e lucida è la sera ma tu diresti annotta.

Non increspa tra i rami. Per via nessuno nessuno alle finestre buio al lume quotidiano. Taciturno silenzio.

Eloquente.

Odi? Di là dai palazzi. Non odi? A metro a metro avanza. A strada a strada.

È tempo. Insorta è la parola. Sta la parola come soldato serrati piedi occhi negli occhi contro ogni petto il petto.

Mai così prima mai così giusto il tempo. Sorgi che alta è già la sera. E le stelle.

“Questo è il luogo”

Sulla barricata il cuore mio il disobbediente canto. Alla voce che resiste l’accento forte della mia parola la mia mano d’uomo. Questo è il luogo qui il calendario. Qui capitano di me.

- Che parte hanno , la poesia, l’Arte,  nel tuo percorso evolutivo?

“Accadde per via”

Alla pozza soltanto un cerchio levare  mandarlo innanzi più largo di braccia.   (E il cerchio venne sull’altr’acque avanzando  a quel dio solo ubbidiente.  Pure un murmure veniva  un nulla appena…)

Accadde per via che le vie erano mille  ai rabdomanti anni   ma il tempo vedi non l’ha sciupato.  A un disegno salivo. Inconsapevole.  A un’idea solo agli eletti chiara  e lei volle toccarmi  una piccola grazia  esatta per le mie mani.    Porto discreto  i segni mai più cancellabili  soltanto a un amico confido i dettagli  che a volta a volta intendevo  ma posso qui significare  a una a una   le cose  chiamarle per nome.

- “Che senza nome io giunga/non sconcerti/s’apre il sentiero/cammino per cammino”. Sono tuoi versi. Dov’è la meta?

“L’Aperto”

C’è stato un tempo in cui m’era compagno dove?

Poi poi e non per stanchezza il punto di domanda svaporò

dinanzi a dove.

Parlaci dei tuoi progetti futuri.

“La vita”

Quantunque da mesi risulti inutile fatica ancora sono qui a modellare.

E se non sarà capolavoro se sarà tutto fuorché un’opera d’arte

- la vita che pure a te chiedo d’amare -

almeno sia una forma d’essere.

“Èmporos”

A colpi di memoria tiro questo viaggio innanzi nato con me come l’istinto di cercare nemmeno sapevo cosa.

Poi il peccato bianco della giovinezza innalzò quel bisogno di scavare a compito superbo.

Ora sto seduto al bar e mi giro intorno. E guardo avanti. E indietro guardo e vedo come l’ufficio venga via via facendosi destino.

Per paesi vado vado per mercati ma non sono quel che si dice un commerciante. Non vendo stoffe non traffico in perle o spezie il piacere mio è barattare il poco con poco e quando ho fortuna parola con parola.

- Cosa mi dici del tuo progetto “poesie che piovono dal cielo”? Piovverò poesie, nel vero senso del termine, sulla Reggia di Caserta e il pubblico – stupito – ha gradito moltissimo…

Nella poesia ‘Tra i cieli di Chagall’ , ad un certo punto scrivo: “…Se almeno piovesse/ se il cielo s’avvicinasse potrebbe germogliare un esito diverso/ se solo cadesse una parola e restasse…”. Ecco: il piovere della parola come abluzione, purificazione, disincrostazione dell’abitudine o, se vuoi, della globalizzazione al fine di far rinascere (germogliare) l’uomo nel suo essere libero, autonomo, capace di discernimento, di sottrarsi al nulla-pensiero, quell’uomo che sceglie anche un cammino di solitudine pur di rompere il giogo che lo tiene incatenato al dio Io. Guardare oltre il proprio naso, per non ridurre il nostro cammino soltanto a un passaggio.

 

Poesie che piovono dal cielo

Poesie che piovono dal cielo

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